Microtelling: La Politica

Il cielo di milano oggi è una minaccia più che un elemento del paesaggio. Incombe grigio e piatto come un enorme palmo pronto a soggiogare chi abita sotto il suo dominio. Immoto, infinito, ineluttabile, reale.
Dopo il microblogging, a voi il microtelling.

La Politica
[quella con la p maiuscola che ha allontanato quasi tutti dalla gestione del comune e che nonostante questo ha così larga parte nel determinare le condizioni in cui viviamo]

Camminavo serenamente in mezzo alla strada, circondato da uomini e donne che si affannavano a rincorrere l’ultimo regalo di Natale. Faceva freddo ma non troppo, e i volti e i corpi erano celati da strati e strati di tessuto, lana, cotone, feltro, cashmire. All’improvviso vidi un movimento repentino e venni colpito: un sapore metallico mi riempì la bocca e uno strano calore si diffuse su tutto il mio viso. Caddi a terra, ma mi rialzai tamponandomi il volto con la manica e cominciai a correre. Corsi senza fermarmi gridando aiuto a squarciagola, sperando che questo facesse desistere il mio aggressore. Mi fermai solo dopo qualche centinaio di metri, quando mi resi conto che non mi inseguiva nessuno. Mi accasciai con la schiena appoggiata alla parete e composi il numero del 118 sul telefono. L’ambulanza arrivò in una mezzoretta e mi portò all’ospedale, lasciandomi dolorante in sala d’attesa. Dopo alcune ore un medico mi disse che non era nulla di grave, mi fece fare due lastre e mi ricucì alla bell’e meglio il labbro. Mi resi conto che avevo perso due denti. Quando uscii dall’ospedale era ormai notte fonda e tornai a casa, chiedendomi chi ce l’avesse con me così tanto da aggredirmi a quel modo. Non trovai risposta e non ne trovai neanche nei giorni e nei mesi successivi, ma mi ritrovai a dover vincere il disagio di camminare spensierato in mezzo alla folla. Ancora oggi non sono riuscito a ritrovare la sensazione splendida che mi dava passeggiare tra la gente osservandola.


Si destreggiava alla meglio tra la folla, attorniato da guardiaspalle enormi e da mani festanti che lo cercavano come un messia. In sottofondo qualche urlo di contestazione e qualche fischio. Nelle orecchie ancora le parole efficaci della sua ultima arringa contro “la violenza”. Sorrise tra sé e sé. Stringeva mani, firmava autografi, sorrideva. Improvvisamente il colpo: un sapore metallico gli riempì la bocca e uno strano calore si diffuse su tutto il suo viso. Cadde nelle braccia dei suoi sostenitori, che lo spinsero istintivamente all’interno dell’auto blindata. Fu un istante. Tolse il cencio con cui gli stavano coprendo il volto e salì sul predellino dell’auto, mostrandosi alla folla: ferito, sanguinante, lo sguardo furente e fiero. Poi rientrò nell’auto e diede ordine di portarlo al San Raffaele, preavvisando chi di dovere. All’ospedale venne portato immediatamente a fare ogni tipo di accertamento e gli venne messa a disposizione un’intera ala della struttura per riposare almeno qualche giorno. Mentre veniva medicato e ricucito così da lasciare un segno appena percettibile tra la guancia e il labbro, pensò al da farsi. Nei successivi tre giorni, lontano dai riflettori, fece solo poche cose, ma necessarie, per ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo: prese appuntamento dal dentista, dato che aveva perso due denti, ma non dal chirurgo estetico; lasciò che i suoi amici puntassero tutte le armi che avevano sui suoi nemici, si dia fuoco alle polveri; diede mandato ai suoi consulenti di aprire una azienda di import-export di souvenir del duomo, il mercato ne avrebbe avuto bisogno. Quando dopo tre giorni uscì dall’ospedale, mostrandosi ai suoi fedeli e fedelissimi, disse solo una frase: “l’amore vincerà”. E anche io, pensò sorridendo sotto la medicazione. Poi ordinò all’autista di portarlo a casa, dove sarebbe rimasto a riposto fino al giorno dopo la tradizionale conferenza stampa con i giornalisti che diversamente sarebbe stato obbligato a fare. Due piccioni, e anche di più, con una fava.

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December 18th, 2009

Bastardi

Dopo oltre un anno, aspettando pazientemente sulla riva del fiume, siamo riusciti a tornare in possesso del nostro dominio originale, blackswift.org. So che alla maggior parte delle persone che capitano su questo sito non importerà molto, e in ogni caso i suoi subalterni black-swift.org e noswift.org si sono fatti valere, ma per noi oggi è come tornare a casa.

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January 27th, 2009

Lettera aperta a Marcello Baraghini: Stampa Alternativa nella tana del Lupo

UPDATE: Marcello Baraghini ha deciso di non partecipare all’incontro a Casa Pound. Non vogliamo essere immodesti, ma pensiamo che l’iniziativa che trovate qua sotto sia stata determinante, soprattutto per l’alto numero di persone che ha risposto immediatamente all’appello. A volte, anche in tempi cupi, l’agire collettivo ha ancora un senso.

[Ripubblichiamo un appello che abbiamo anche sottoscritto per far rinsavire Marcello Baraghini. Non è il suo primo smarrone, come ci hanno ricordato i nostri amici Wu Ming e Giuseppe Genna, e forse non sarà l'ultimo, ma non è mai troppo tardi per sperare che a un certo punto la tendenza dei cervelli della sinistra italiana a marcire si inverta. PS: a noi il lupo nelle fiabe piace più sia del cacciatore che di cappuccetto rosso, ma ci rendiamo conto delle necessità retoriche della lettera :)]

È prevista pre il 10 dicembre la partecipazione di Marcello Baraghini, storico editore di Stampa Alternativa, a una serata nel centro sociale nazifascista Casa Pound.

Non riusciamo proprio a tacere. Per aderire firmando segui questo link.

Questa non è una pipa. (René Magritte, 1948)
Questi non sono picchiatori nazifascisti, ma interlocutori credibili. (Marcello Baraghini?, 2008)

Caro Baraghini,
è inverno, nevica e abbiamo deciso di raccontarti una storia.
C’era una volta Cappuccetto Rosso, che andò nel bosco, incontrò il lupo, gli disse dove abitava la nonna e lui per tutto ringraziamento si pappò la nonna in questione con tutta la cuffia, la camicia da notte e gli occhiali. Il lupo, è evidente, è un vero stronzo. Anzi no: il lupo è un lupo. Non è lecito, non è intelligente, non è possibile aspettarsi che si comporti da farfalla.
Ora, andando a vedere bene, il lupo potrebbe pure essere un ragazzone charmant e piuttosto brillante (d’altronde Cappuccetto Rosso se l’è intortata mica male), ma alla fine purtroppo c’è sempre quel finale sgradevole: il lupo è lupo, e alla fine la nonna se la pappa.
Se vogliamo trovare il taglio sociologico, possiamo pure arrivare a dire che il lupo ha avuto un’infanzia difficile, che sua mamma l’ha abbandonato, che forse ha bisogno di affetto.
Sia quel che sia, alla fine la nonna se la pappa.
Va detto che il lupo è anche un ecologista convinto, che gli fa onore l’impegno per la difesa del bosco in cui vive e che a volte, a primavera, è stato visto intrecciare deliziose collane di fiori.
Ma sia quel che sia, alla fine la nonna se la pappa.
Insomma, se sei una nonna, puoi trovare un sacco di cose che ti attraggono nel lupo, ma – forse – non è comunque una frequentazione apprezzabile. I lupi delle favole, caro Baraghini, possono presentarsi bene, essere molto intellettuali, dichiararsi disponibili al confronto, mostrarsi affascinanti e avere grandi baffi che gli nascondono le zanne, ma lupi sono e lupi restano. Sempre.
I lupi delle favole sbranano, prevaricano, disprezzano i deboli, gli emarginati, i diversi, gli alternativi. Magari prima li seducono, ma poi, prima o poi, inevitabilmente rispuntano le zanne. Esattamente come i nazifascisti.
Vedi, caro Baraghini, noi lo capiamo che Casa Pound è un luogo che può scatenare curiosità. Lo capiamo che il primo impatto non è la marionetta del naziskin cerebroleso che non ha altre possibilità dialettiche se non quelle consentite dai palmi delle sue mani o dalle nocche dei suoi pugni: ma sotto sotto, e nemmeno troppo sotto, c’è il solito vecchio lupo che alla fine la nonna se la pappa, anche stavolta.
Con i lupi, Baraghini caro, non si flirta. E non perché si abbia paura della dialettica (noi? Andiamo!), non perché non ci si possa sporcare le mani, non perché non si debba avere il coraggio del confronto con chi è diverso da noi, ma semplicemente perché la tua presenza – non la tua presenza personale, ché quella sarebbe cosa tua, ma la tua presenza pubblica di editore, pubblicizzata e rivendicata fino allo stremo − dà valore a un luogo di disvalori. Perché Casa Pound parlerà anche di mutui sostenibili, di antiglobalizzazione, di banche vampiro: ma dopo compaiono le zanne. La gente di Casa Pound è quella che pesta i ragazzini in piazza Navona, è la destra nazifascista che nega la libertà di interrompere volontariamente una gravidanza, che riscrive la storia, che disprezza gli stranieri e che ospita entusiasticamente concerti che celebrano a suon di saluti romani tutta la solita feccia del ventennio applicandola all’oggi. Magari fossero solo quattro nostalgici! Purtroppo sono fin troppo attivi sull’oggi, e dietro ai sorrisi e agli incontri culturali le zanne ben affilate sono quelle di sempre. Se sono riusciti a intortarsi te, pensa come si intortano gli altri. Non permettere loro di fare altra strada camminando anche sulle tue gambe, grazie anche alla tua storia (che, se non fosse a sua volta parte della nostra, non ci troverebbe qui a cercare di farci ascoltare), alla tua fama e alla tua cultura. Un lupo è sempre un lupo, Marcello: e tu non fare Cappuccetto Rosso. Sii piuttosto Alice che guarda dietro le parole, o meglio ancora sii quello che a lungo sei stato: il bambino nel corteo del re che grida da sempre che il re è nudo.

Post scriptum: L’idea della pipa di Magritte viene da un recente volantino dell’Avamposto degli Incompatibili di Viterbo e dello Spazio di documentazione il Grimaldello di Genova riguardante la sentenza Diaz e ci sembra una delle idee che meglio rendono la lontananza tra realtà e racconto della medesima. Lontananza che oggi sembra dilagare senza controllo. Grazie.

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November 29th, 2008

Poiesis in origina indica il fare

[Riproponiamo in questa nuova versione del sito un articolo per noi del tutto attuale di un dibattito che sta crescendo molto su intervento culturale, intervento politico e necessità storiche - nonostante sia del maggio scorso]

Poiesis in origine indica il fare

Una riflessione sul saggio New Italian Epic, sul libro Stella del Mattino, su Blackswift e la Reality Fiction; insomma una riflessione su quello che vogliamo fare con i miti.

Quando ho preso in mano Stella del Mattino avevo appena finito di leggere il breve saggio di Wu Ming 1 “New Italian Epic”, ma non solo. Avevo in testa anche le due brevi mail scambiate con lo stesso WM1 e due chiacchiere fatte con il mio socio circa il concetto contenuto in New Italian Epic. Già perché con il mio socio in parole e pagine come Blackswift non riusciamo a prenderci sul serio come scrittori, ma prendiamo molto sul serio la necessità di impegnarsi a scrivere del nostro presente. Non riusciamo a dedicare il giusto tempo a scrivere, forse perché saremmo costretti ad ammettere che la cosa necessita di un impegno quanto e più faticoso della militanza a cui ci siamo già fin troppo disabituati – nonostante la nostra professione di intenti come uomini di azione.
Quando ho preso in mano Stella del Mattino dopo le prime pagine mi sono chiesto se era necessario parlare del passato per poter trasfigurare il presente in un’epica. Ovvero, se fosse strettamente necessario narrare epicamente uno scorcio di storia, per poter ispirare un’epica nel presente disastrato in cui viviamo.
Mi sono chiesto se non fosse altrettanto utile narrare epicamente il presente, trasfigurandolo in qualcosa che al tempo stesso parla di noi e parla di quello che vorremmo essere o che vorremmo che fosse.
In pratica, mi sono fatto la seguente domanda: quando io e il mio socio parliamo di Reality Fiction, cercando di descrivere la robaccia di genere che insistiamo ad amare e scrivere, stiamo parlando della New Italian Epic di cui parla WM1, oppure no?
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November 29th, 2008

L’Attesa

Per descrivere certe passioni, bisogna muoversi nel confine incerto, se mai esiste, tra personale e politico. Perché alla fine la certezza è di ritrovarsi di fronte a una sentenza che chiude molto più di un processo. Che apre nuove scatole, con dentro altre scatole e altre scatole ancora. E in ognuna di esse c’è una storia da scrivere. E ci sarà da cambiarle ancora, le storie, immaginandone diverse. Alla nostra verità di parte sulla Diaz e sul g8. La realtà, non è di questo mondo.

Un anno e più non è uno scherzo, può renderti diverso,
un anno è la fotografia, di te stesso che vai via.
Ha i suoi motivi la paura, dovrei saperlo già da un po’.

Il posto ha un nome che quei tre hanno provato a farsi spiegare. O forse erano altri, in altre composizioni: altri volti, parole, passato. Storie mai incrociate, parole sospese in un tempo freddo, con il calore proveniente solo da una piccola stufa. Odore di legna e di foglie morte. La loro compagnia è una novità della serata: un incontro in un posto, uno spostamento, poco dopo, in un altro. Si erano già ritrovati vicini, senza saperlo. Si erano già ritrovati a osservarsi, senza capirsi. Ognuno dei tre pensa, cataloga, mette in fila, tesse trame, cerca sensi. Ognuno, bisogna precisarlo, riferisce solo a se stesso, perché pare sia finita da tempo la fase del gioco di squadra.
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November 17th, 2008

Campagna

[il mostro della primavera]

Il testo integrale è disponibile nei formati: PDFRTFTXT. Buona lettura. Ah, ogni riferimento a fatti, cose, persone, eventi realmente esistiti è puramente casuale. E’ il finale quello che speriamo diventi un riferimento a cose, fatti e persone che tragicamente ci circondano.

1. Quando poi ferito cade

Guarda te, pensa Lino, se a sessant’anni mi tocca fare queste cose. E dire, continua, che se aspettavano ancora un po’ trovavo anche il modo di raccattare qualcosa di fenomenale. Ma hanno deciso di fare tutto in un mese. E lui, che lo sapeva che sarebbe andata a finire così, aveva avuto meno tempo di quanto si sarebbe aspettato. In marzo, poi, mica facile. Che piove, fa spesso brutto tempo. Era stato fortunato, per il clima. Meno per la fretta con cui aveva dovuto gestire tutto. Non che se ad aprile fosse finita diversamente, avrebbe cambiato i suoi piani. Da quand’era che non partecipava a quella cosa lì? Da sempre, aveva sorriso tra sé e sé. Ma quando è troppo è troppo.
Ansima e respira, perché gli ultimi gradini gli hanno spezzato il fiato e il suo polmone e mezzo. Sbuffa forte e il torace sale e scende con pesantezza. Però Lino è soddisfatto.
Nel frattempo, mentre giastemma pensando a cosa farebbe se avesse anche solo vent’anni di meno, tira fuori cose da enormi sacchi di tela appoggiati a terra. Pavimento antica Genova, regalo dei sovrani, li chiamavano così, che andavano in quei posti a rinfrancarsi delle loro fatiche cittadine. Ma quali fatiche? Che lui li vedeva in porto, mentre camallava di tutto, quando arrivavano loro, i nobili, a imbarcarsi per chissà dove. Non gli sembrava gente che faticava, anzi. Va beh, pensa, meglio fare in fretta e preparare tutto al meglio.
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June 26th, 2008

Freezer

[il mostro dell'inverno]

Il testo integrale è disponibile anche nei formati: PDFRTFTXT. Buona lettura. Ah, ogni riferimento a fatti, cose, persone, eventi realmente esistiti è puramente casuale. Noi abbiamo molta fantasia.

1. Dove

L’aria è frizzante come una bottiglia di acqua appena tolta dal freezer, ti colpisce il viso come uno schiaffo, svegliandoti anche quando non vuoi, rendendo compatti e uniformi i pori della pelle, levigando le superfici e spogliando gli alberi delle ultime foglie gialle che tenacemente rimangono ancorate ai rami degli alberi, protesi verso il cielo bianco come una scodella di latte rancido.
Alle volte piove, ma non è la stessa cosa: allora il cielo è grigio come un topo morto, e la pioggia è in realtà una nube di vapore acqueo ad altezza uomo, appena più densa della nebbia. Non è che riesci a goderti uno scroscio che ti faccia venire voglia di imitare qualche attore americano che vaga perso nei suoi pensieri fino a sciogliersi nell’acquazzone, o una pioggia fitta fitta che richiami nella tua mente immediatamente il desiderio di un caminetto, un libro, e un piccolo idillio casalingo. Allora le giornate migliori dell’inverno sono quelle più crudeli, quelle più feroci, con quell’aria che ti aggredisce, per ricordarti che non puoi mollare un attimo. E tu non molli. Per niente.
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February 11th, 2008

Settembre andiamo, è tempo di migrare – (parte II)

[il mostro dell'autunno]

Il testo integrale è disponibile anche nei formati: PDFRTFTXT. Buona lettura. Ah, ogni riferimento a fatti, cose, persone, eventi realmente esistiti è puramente casuale. Noi abbiamo molta fantasia.

nove

Trovare Cremonesi e spifferargli la novità, recarsi alla casa di Pietro, fotografare la bicicletta, chiamare Mix, organizzare l’incontro, dare i propri dati bancari alle altre riviste e ai quotidiani. Tutto era stato facile, rapido, semplice. Le cose si stavano mettendo insolitamente bene.
Elvis Re era al ristorante pizzeria Il Naviglio. Era squallido, dava sulla strada che portava a Milano, ma facevano un’impepata di cozze strepitosa. Il cuoco era l’ex chef che Elvis aveva incontrato in un ristorante di pesce di Roma molto prestige, dove gli era capitato di andare a mangiare con una valletta di una trasmissione sportiva. Lo aveva riconosciuto passando davanti al ristorante e il cuoco gli aveva assicurato che il pesce più fresco d’Italia arrivava proprio in quel luogo squallido. Per una volta Elvis si era rassegnato a frequentare un posto di barboni in cambio di cozze squisite.
Era da solo. Doveva riflettere. Cremonesi aveva pubblicato, ma solo perché Elvis gli propinava roba di prima qualità.
Il Re dei cronisti, gli aveva detto, non credeva alla colpevolezza di Pietro Mossa. Tanto è vero, aveva aggiunto, che nonostante i nostri articoli ancora non è stato arrestato.
Era vero, aveva pensato Elvis. La polizia, forse, aveva altre piste. Quali, aveva chiesto Elvis a Cremonesi.
Cremonesi aveva alzato gli occhi dal computer e lo aveva guardato fisso.
- A me non dicono più un cazzo, ma ho avuto modo di capire alcune cose – aveva detto.
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November 19th, 2007

Settembre andiamo, è tempo di migrare (parte I)

[il mostro dell'autunno]

Il testo integrale è disponibile anche nei formati: PDFRTFTXT. Buona lettura. Ah, ogni riferimento a fatti, cose, persone, eventi realmente esistiti è puramente casuale. Noi abbiamo molta fantasia.

uno

Movimento al Quarzo.
Cassa in Acciaio.
Logo D&G in rilievo sul lato della Cassa.Quadrante con Pavè di Strass.
Indici con Pietre.
Vetro Minerale.
Fondo serrato da 4 viti.
Impermeabilità = fino a 50mt.
Cinturino in Pelle con fibbia personalizzata D&G.
Nero.

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November 19th, 2007

Luglio col Bene che ti Voglio

[Il Mostro dell'Estate]

[ Il testo è disponibile anche in versione PDF, RTF e TXT ]

Che gli insofferenti continuino a correre.

01. AFA

E pensare che quest’anno ci avevano creduto tutti: è bastata una settimana di cielo azzurro, sole e vento per far immaginare a metà degli abitanti di questa metropoli schifosa che l’afa li avrebbe risparmiati per un’estate. E’ stata un’illusione che è durata lo spazio di un paio di settimane: una mattina si sono svegliati e si sono trovati con il solito cielo azzurro sporco tendente al grigio o al massimo al bianco, i soliti 37 gradi ufficiali e 45 percepiti, la solita aria umida e densa che ti toglie il respiro e ti fa venire voglia di vivere in un luogo deserto all’altezza di qualsiasi latitudine.
Ogni mattina ti svegli e ti sembra di non poter sopravvivere altre 24 ore: ti sei svegliato almeno cinque volte pensando che fosse già mattino e constatando con disperazione che invece erano solo le tre, le quattro, le cinque di notte nonostante i 28 gradi e il novantanove per cento di acqua presente nell’aria che ansimi. Il sudore è il compagno più fedele, la follia la reazione più naturale. Ma in luoghi così feroci è bene stare attenti a conoscere esattamente quando, dove e con chi lasciare libera la propria pazzia, e quando, dove e con chi trattenerla.

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July 27th, 2007

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