Camminare per le strade di Genova una sera di quasi estate fa un effetto strano. Un momento sei sommerso di persone, odori, lingue, colori e il secondo dopo potresti essere l’unico abitante di una antica citta’ disabitata. E’ per questo che e’ cosi’ sottile a Genova il velo tra quello che si percepisce
e quello che si vede, tra le realta’ possibili e quelle praticabili. Ed e’ per questo che mi aggiro per queste strade, annusando l’aria e riempiendo i polmoni di quella poca magia che resta.
Piazza Banchi e’ animata solo da quei tre o quattro vagabondi accompagnati dal solito cane e da un paio di cartocci di vino. Degli “lavori in corso” ne rovinano il viso aperto, una qualita’ cosi’ rara in questo luogo di carruggi.
- Ogni volta che scavano dieci centimetri sembrano trovare un pezzo di antichita’ incredibile, belin. Ma se Zena ha praticamente iniziato ad esistere nel mille e cento. Bah!
Costeggio le sottili reti metalliche degli scavi e arrivo nell’affollatissima Caricamento, i bar con musica di ogni etnia e le panchine ingombre di persone… Una nuova cazbah per una citta’ che ne ha viste mille e una…
Sedersi sulla panchina, guardare le persone passare, sedersi, bere, scambiare due parole, aspettare un gancio, ripartire, tornare, occhi puntati su di te, puntati sugli altri, puntati sui canazzi che stazionano fissi lontano dalle panchine, vicino ai loro blindati sotto la sopraelevata, come a guardare il Porto Antico dall’invasore barbaro, ultimi baluardi dell’italica virtu’.
Antico poi… come se uno chiunque di quelli che l’hanno ammodernato avesse una piu’ pallida idea di cosa vuol dire antico.
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