Archive for the ‘La transizione del fantastico nel quotidiano’ Category

Break Fast War

Dopo un mese era ormai diventata una routine. Svegliarsi la mattina nella camera dell’hotel a quattro stelle, vestirsi in fretta, scendere e fare colazione. Il buffet, un panino, una brioche, un po’ di marmellata di ciliegie (che non si riusciva mai a sapere in anticipo in quale dei contenitori di ceramica bianca sarebbe stata messa), un po’ di burro, lo yogurt, il the alla menta, un bicchiere di apfelsaft.
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February 12th, 2006

C’è un Pezzo di Luna a Milano

C’e’ un pezzo di luna a Milano. So che non ci credete, ma vi giuro che e’ vero.
E non e’ la luna che ci hanno mostrato dal 1969 sui libri, in televisione, al cinema e in ogni altro angolo della nostra bistrattata immaginazione. E’ proprio la luna che popolava i nostri sogni ancora troppo poco eruditi per essere banali e serializzati.
C’e’ un pezzo di luna a Milano. Dura pochi giorni. E poche ore in quei giorni. Ma se avete fortuna potete trovarlo anche voi.
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August 17th, 2005

Banditi e Pezzi

Eh ti, bambin, te parlet semper delle dure… le dure de chi, le dure de la’, ma te capis’ nagot. te’l disi mi! te set un bauscia come to padre….
Le dure eranno mica uno scherzo, te’l dis vun che le ha fatte, bambin! La gente ci lasciava le penne sul serio, non come nei racconti che leggi o nei film che vanno tanto di moda adesso anche se li hanno fatti trent’anni fa. Te set’ che vuol dire morta? Stecchita? Lo hai mai visto un morto? Io si, per cui sta buono li e sculta…

Eravamo in quattro: io, lo shuz, il bamba e il nuvolari. Tutti e tre eravamo di Milano, tranne lo shuz, che era del posto. Fare le rapine negli anni 70 non era difficile, ma c’erano posti e posti, e per noi delle batterie fare la cosa piu’ difficile era una sfida che non potevamo non bancarci. Valeva la pena anche se non c’era da guadagnarci un cazzo di niente. E farle in citta’ o nei paesini vicino alle citta’ era una cosa, ma farle in alcune regioni in cui delle dure non sapevano un cazzo poteva essere un incubo oppure liscio come l’olio. Non c’era modo di saperlo prima.
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July 25th, 2005

Milano e le Barche

Era una calda mattina di meta’ giugno. L’effetto serra era ancora poco noto nei giornali a meta’ degli anni 80 per poter essere usato come termine di paragone, ma se avesse potuto saperlo, Diego avrebbe detto che quella giornata era la prova definitiva delle teorie ecologiste.
Non volava una mosca a Milano. Non sentivi un alito di vento neanche soffiando contro uno specchio o accendendo il ventilatore. Quasi sembrava che qualsiasi brezza si levasse, meccanica, elettrica o naturale che fosse, venisse inghiottita istantaneamente dall’afa e dall’umidita’. Forse la percentuale di acqua nell’aria era cosi’ alta da necessitare un continuo input di vapore per riuscire a evitare che tutti gli esseri umani si trasformassero in pesci e cominciassero a dover respirare con branchie anziche’ polmoni.

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June 26th, 2005

Chiuso per Amore del Vento

Le citta’ non dimenticano. Cambiano pelle, crescono, aggiungono strade, quartieri, infrastrutture, ma non dimenticano.
Genova nel 2005 e’ una citta’ diversa mille volte da Zena nel 1211, ma ogni singolo trascorso rimane li’, adagiato su quello precedente, un volto sopra l’altro, senza sosta. Come nella mia memoria rimangono strade che non esistono piu’, piazze che hanno cambiato mille nomi, carruggi che sono diventati quasi viali e crepe che sono diventate carruggi, affreschi che sono scomparsi, sostituiti da soggetti piu’ recenti, o addirittura croste dell’ultima ora, buone per turisti squattrinati e guide da quattro soldi, cosi’ nella memoria della Lanterna rimane ogni passaggio, fin nell’ultimo dettaglio, vivido quanto piu’ vive sono state le emozioni che si sono legate a ogni frammento di una citta’ scomparsa nelle pieghe del tempo.

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June 13th, 2005

Lupi e Sciacalli

Camminare per le strade di Genova una sera di quasi estate fa un effetto strano. Un momento sei sommerso di persone, odori, lingue, colori e il secondo dopo potresti essere l’unico abitante di una antica citta’ disabitata. E’ per questo che e’ cosi’ sottile a Genova il velo tra quello che si percepisce
e quello che si vede, tra le realta’ possibili e quelle praticabili. Ed e’ per questo che mi aggiro per queste strade, annusando l’aria e riempiendo i polmoni di quella poca magia che resta.

Piazza Banchi e’ animata solo da quei tre o quattro vagabondi accompagnati dal solito cane e da un paio di cartocci di vino. Degli “lavori in corso” ne rovinano il viso aperto, una qualita’ cosi’ rara in questo luogo di carruggi.

– Ogni volta che scavano dieci centimetri sembrano trovare un pezzo di antichita’ incredibile, belin. Ma se Zena ha praticamente iniziato ad esistere nel mille e cento. Bah!
Costeggio le sottili reti metalliche degli scavi e arrivo nell’affollatissima Caricamento, i bar con musica di ogni etnia e le panchine ingombre di persone… Una nuova cazbah per una citta’ che ne ha viste mille e una…
Sedersi sulla panchina, guardare le persone passare, sedersi, bere, scambiare due parole, aspettare un gancio, ripartire, tornare, occhi puntati su di te, puntati sugli altri, puntati sui canazzi che stazionano fissi lontano dalle panchine, vicino ai loro blindati sotto la sopraelevata, come a guardare il Porto Antico dall’invasore barbaro, ultimi baluardi dell’italica virtu’.
Antico poi… come se uno chiunque di quelli che l’hanno ammodernato avesse una piu’ pallida idea di cosa vuol dire antico.

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June 12th, 2005

Creative
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