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	<title>blackswift &#187; La transizione del fantastico nel quotidiano</title>
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		<title>Break Fast War</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Feb 2006 13:50:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La transizione del fantastico nel quotidiano]]></category>
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		<description><![CDATA[Dopo un mese era ormai diventata una routine. Svegliarsi la mattina nella camera dell&#8217;hotel a quattro stelle, vestirsi in fretta, scendere e fare colazione. Il buffet, un panino, una brioche, un po&#8217; di marmellata di ciliegie (che non si riusciva mai a sapere in anticipo in quale dei contenitori di ceramica bianca sarebbe stata messa), [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo un mese era ormai diventata una routine. Svegliarsi la mattina nella camera dell&#8217;hotel a quattro stelle, vestirsi in fretta, scendere e fare colazione. Il buffet, un panino, una brioche, un po&#8217; di marmellata di ciliegie (che non si riusciva mai a sapere in anticipo in quale dei contenitori di ceramica bianca sarebbe stata messa), un po&#8217; di burro, lo yogurt, il the alla menta, un bicchiere di apfelsaft.<br />
<span id="more-831"></span><br />
Ed e&#8217; proprio nel bel mezzo delle routine che la realta&#8217; si anima con i fantasmi dell&#8217;immaginazione, o forse sarebbe piu&#8217; credibile dire che le immagini dei sogni ancora freschi nella mente iniziano a imporsi sulla realta&#8217; trasformandola in qualcosa che non e&#8217; ma che potrebbe essere.</p>
<p>Seduto sulle poltroncine gialle imbottite dello Sheraton, davanti a bassi tavoli di vetro cosparsi di qualche rivista tanto per dare l&#8217;impressione di ospitare persone dedite alla lettura e quindi implicitamente intelligenti, una mattina stavo osservando i business men e gli insopportabili avventori dell&#8217;hotel avvicinarsi fedelmente alla sala colazioni. Trenta-cinquant&#8217;anni, giacca, cravatta, bronze&#8217; anche se siamo a novembre a Bolzano, sicumera e incrollabile fede nel denaro e nella propria carriera. Vuoto intorno.<br />
Le persone normalmente sfilano dall&#8217;ascensore lungo il corridoio di fronte al banco della reception (e di fronte ai divani gialli imbottiti ipnotizzati dal mega schermo al plasma che narrano le tradizioni e i costumi di pesca di un paesino sul Talvera), infilandosi in una porta a due ante che porta alla sala per le colazioni. La porta da&#8217; su un corridoio fiancheggiato da diversi comparti del buffet, a sinistra dolce, a destra salato. Oltre il confine destro del corridoio i tavoli ingombri di vettovaglie gia&#8217; predisposte per il frugale o meno pasto mattutino.</p>
<p>C&#8217;era qualcosa di strano nell&#8217;aria. Qualcosa che mi risultava difficile definire. Le persone si stavano disponendo in maniera improbabile. Normalmente le persone in una sala da pranzo o in un qualsiasi luogo in cui debbano condividere lo spazio vitale con altri, si dispongono secondo la logica della genetica delle popolazioni e dei processi di speciazione: prima si occupano i luoghi piu&#8217; distanti possibili dagli altri esemplari della stessa specie, progressivamente dimezzando le distanze fino a essere disposti in maniera uniforme nello spazio disponibile, come una specie di coltre vivente.<br />
Quel giorno no. Alcuni si andavano disponendo sul lato piu&#8217; vicino alla porta, altri verso il fondo, nei pressi dell&#8217;ingresso alle cucine. Io, sentendomi perfettamente in sintonia con la biologia per una volta nella vita, mi diressi al tavolo vicino alla finestra al centro della sala, equidistante dalle pareti lungo le quali si stavano stranamente assiepando gli homo sapiens finanzis.<br />
Da quella posizione favorita potevo osservare la lenta ma inesorabile trasformazione della realta&#8217; in qualcos&#8217;altro.</p>
<p>Il primo segnale fu decisamente la disposizione delle posate e degli oggetti di ceramica sui tavoli. Diciamo che non mi pareva particolarmente normale il fatto che le persone, indipendentemente da quale lato della stanza fossero, assiepassero le posate su un lato del tavolo, concentrando piattini e tazzine, piatti e bicchieri sull&#8217;altro lato. Vuoti. Soprattutto non mi sembrava normale il fatto che le persone con nonchalance continuassero a portarsi nei pressi dei vari buffet, saccheggiando ogni oggetto di ceramica o vetro che si trovasse per sbaglio sui tavoli coperti da tovaglie bianche o sui carrelli di alluminio.<br />
Anche l&#8217;espressione sul viso delle persone sembrava non essere esattamente quella che mi aspettavo dalla mia esperienza di quel mese allo Sheraton. Al posto di sorrisi, tirati ma pur sempre sorrisi, i denti delle persone erano serrati in una specie di ghigno, lo sguardo perso verso l&#8217;interno della propria testa come ad osservare una replica di uno spettacolo gustato gia&#8217; diverse volte nella propria immaginazione. Il mio problema era che proprio non riuscivo a pensare a quegli individui di una specie cosi&#8217; diversa dalla mia anche se cosi&#8217; prossima come dotati di una immaginazione che non fosse legata a una scopata, una spiaggia, quattro spicci, e una serie di altri cliche&#8217; da cartolina di Sosua.</p>
<p>A un certo punto mi accorsi che questi pensieri mi avevano distratto. O almeno dovevano aver portato la mia attenzione per quello che stava succedendo a un  livello diverso da quello della vista e dell&#8217;udito. Perche&#8217; anche ripensandoci in seguito non mi ricordo di aver visto partire la prima tazzina.<br />
Mi ricordo di aver osservato come in una specie di fermo immagine qualcosa di bianco e convesso al centro della sala, centro in tutte le direzione che lo spazio ha da offrire: equidistante dalle pareti, dal pavimento e dal soffito. Mi ricordo che il mio sguardo si e&#8217; trasformato in una specie di obiettivo che zoomava sull&#8217;oggetto, inequivocabilmente una tazzina da caffe&#8217;.<br />
Da dove fosse partita esattamente era difficile dirlo, ma la direzione in cui volava era chiaramente da destra verso sinistra. L&#8217;offensiva partiva dallo schieramento posizionato vicino alle cucine. Ovviamente. I rifornimenti di munizioni erano a portata di mano.</p>
<p>Poi, come una specie di temporale che esplode al rallentatore, ecco volare altre tazzine, tazze, piatti, bicchieri, brocche di ceramica, teiere, piattini per il burro. Un turbine di vetro e ceramica che oscurava la luce dei lampadari.<br />
Un ragazzo sui trent&#8217;anni, in giacca e cravatta si dedicava a lanci di tazzine mirati, diretti inequivocabilmente a un suo omologo posizionato proprio a ridosso del carello delle vettovaglie, a destra dell&#8217;ingresso alle cucine. Un tentativo inequivocabile di tagliare le linee dei rifornimenti al nemico.<br />
Sul lato piu&#8217; vicino alla hall dell&#8217;hotel, una signora in tailleur rosa confetto, i capelli acconciati recentemnte e per nulla scalfiti evidentemente dalla notte, ricca di sonno e povera di sesso, lanciava piattini come shuriken al quinto schermo di shinobi. Di fianco a lei una ragazzina di vent&#8217;anni piu&#8217; giovane di lei, figlia o segretaria o entrambe non e&#8217; dato sapere, le passava alacremente i proiettili, uno dopo l&#8217;altro.<br />
E subito dopo la cacofonia dei frantumi di servizi da colazione sparsi per tutta la sala, arrivarono le urla che accompagnavano questa improvvisata guerra di colazione tra colletti bianchi. &#8220;Prendi questo maledetto cuciniere!&#8221; &#8220;Infilati in bocca questa tazzina, partigiano della hall!&#8221; &#8220;Infedele del decafeinato!&#8221; &#8220;Traditore della colazione all&#8217;americana!&#8221;<br />
Ogni grido accompagnato dal lancio cocciuto di ogni cosa che capitasse a tiro a chi stava profferendo la frase.</p>
<p>Dal mio tavolo al centro dell&#8217;uragano continuavo a non capire che cosa stesse prendendo a tutti questi disperati adoratori della societa&#8217; moderna. Non capivo se fosse un momento di nevrosi collettiva, o semplicemente uno scherzo a mio danno. La mia capacita&#8217; di capire che cosa succedeva peggioro&#8217; notevolmente quando mi accorsi che le facce di chi stava partecipando alla guerra si iniziavano a trasfigurare, ad alcuni cresceva una barba nera e incolta, ad altri un naso spropositato ingombro di porri e bitorzoli, ad altri ancora forse erano cresciuti degli arti supplementari, o almeno cosi&#8217; a me pareva. Ad ogni insulto la bocca si arricchiva di un dente storto o di un ciuffo di peli che ne rendeva ancora piu&#8217; irriconoscibile le sembianze, ad ogni lancio un braccio si allungava un po&#8217; di piu&#8217; come se una creatura stesse emergendo attraverso gli atti di guerra perpetrati con le tazzine.</p>
<p>Il rumore si fece via via piu&#8217; intenso, fino a diventare intollerabile, fino a impedirmi di bere il mio the in santa pace. Era veramente troppo.<br />
Chiusi gli occhi e contai fino a dieci.<br />
Quando li riaprii non c&#8217;era nessuno nella sala vuota e i cui tavoli erano gia&#8217; stati ripuliti di tutti i preparativi per la colazione. Ero in ritardo e non avevo ancora finito il mio the.<br />
&#8220;Time to go to work&#8221; mugugnai tra me e me, in inglese come mi capita a volte di fare quando i pensieri formulati in inglese sembrano rispondere meglio all&#8217;immagine che vorrei tradurre in parole e che alberga nel cervello sulla punta della lingua.<br />
&#8220;So long for the clash of civilizations.&#8221;</p>
<p>E mi avviai verso la macchina del mio capo che mi aspettava fuori dallo Sheraton per andare a lavorare.</p>
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		<title>C&#8217;è un Pezzo di Luna a Milano</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Aug 2005 13:33:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La transizione del fantastico nel quotidiano]]></category>
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		<description><![CDATA[C&#8217;e&#8217; un pezzo di luna a Milano. So che non ci credete, ma vi giuro che e&#8217; vero. E non e&#8217; la luna che ci hanno mostrato dal 1969 sui libri, in televisione, al cinema e in ogni altro angolo della nostra bistrattata immaginazione. E&#8217; proprio la luna che popolava i nostri sogni ancora troppo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;e&#8217; un pezzo di luna a Milano. So che non ci credete, ma vi giuro che e&#8217; vero.<br />
E non e&#8217; la luna che ci hanno mostrato dal 1969 sui libri, in televisione, al cinema e in ogni altro angolo della nostra bistrattata immaginazione. E&#8217; proprio la luna che popolava i nostri sogni ancora troppo poco eruditi per essere banali e serializzati.<br />
C&#8217;e&#8217; un pezzo di luna a Milano. Dura pochi giorni. E poche ore in quei giorni. Ma se avete fortuna potete trovarlo anche voi.<br />
<span id="more-771"></span><br />
E&#8217; una traversa di una delle grandi vie che dal centro portano verso le periferie nord. Niguarda e&#8217; una quartiere storicamente abbandonato a se&#8217; stesso e orgogliosamente indipendente. In una via laterale da poco lo spiazzo tra due caseggiati popolari, che cercano di echeggiare le case di ringhiera di un tempo risultando solo piu&#8217; grotteschi che mostruosi, si e&#8217; popolato di cubi di cemento. Sono normalissimi cubi, chiusi da normalissime serrande, recintati da una normalissima grata che fa pendant con la grata dei due palazzi. Sono quasi sempre vuoti. I due palazzi si affacciano sullo spiazzo, gli ultimi due piani enormi balconi in cui al posto delle finestre di stanze di un grande attico troviamo altrettante porte di case piccole e mal messe, i piani inferiori il classico alternarsi di quadrati vuoti e pieni delle case di periferia. Rossi. Un colore riposante.<br />
Forse per questo solo per qualche ora notturna nell&#8217;agosto metropolitano questi caseggiati scompaiono. Non voglio dire che sembrano non esistere, voglio dire che proprio scompaiono. Non li si vede piu&#8217;. Intorno allo spiazzo in quelle ore un po&#8217; particolari sembra esserci una nebbia lattiginosa, una nube come se si fosse in alta montagna che inghiotte i palazzi e trasforma lo spiazzo. Ed e&#8217; allora che ti accorgi che c&#8217;e&#8217; un pezzo di luna a Milano.</p>
<p>Da dietro il muro di latte delle nuvole che ti circondano e che ti sovrastano filtra una luce a tratti bianca e tagliata, quasi una controluce, a tratti gialla e diretta ma ampia, come se la luce del sole riflessa sulla terra e la luce diretta del sole non mediata da una qualsiasi atmosfera facessero a gara a stimolare i tuoi sensi. Non c&#8217;e&#8217; rumore, non ci sono passi, bambini, cani, vento, nulla. Silenzio. Ti aggiri camminando tra i cubi di cemento e sbuchi al centro dello spiazzo, dove alcune grosse pietre lunari squadrate sono disposte a elle, piatte come un letto da cui osservare il cielo, che sulla luna e&#8217; cosi&#8217; diverso. Le stelle sono poche (e&#8217; pur sempre un pezzo di luna milanese) e coperte da nubi striate come il manto di animali che non hai fatto in tempo a conoscere o che non hai ancora conosciuto. Ti sdrai e i tuoi occhi sono spalancati. Non capita tutti i giorni di trovare un pezzo di luna dopo tutto.<br />
Intorno ai massi lunari ci sono delle aiuole, popolate da piante, fiori, verdure. Sembrano essere l&#8217;unica cosa viva a parte te sulla Luna. Avvicini la testa, aguzzi lo sguardo&#8230; Eccoli, eccole. Iniziano a muoversi. Dalle campanule giganti, dai crisantemi, dalle agavie, dai rampicanti, sbucando sottoterra tra le radici delle patate o dei cocomeri, ecco comparire gli omuncoli lunari. Le campanule prendono forma dallo stelo, coperto dalle altre piante che lo sovrastano. Lo stelo si fa piu&#8217; spesso, piu&#8217; curvo e poi una piccola forma umana cammina fino al bordo dell&#8217;aiuola. Le agavie li ospitano nelle foglie grasse e appuntite. Mentre i tuberi li costringono a scavare fino alla superficie, facendoli sembrare piu&#8217; brutti di quello che sono, cosi&#8217; coperti di terra fin sopra i capelli. Gli omuncoli (che poi sono anche donnicciole ma non so quale sia il femminile di omuncolo) delle zucche schiudono i fiori gialli dei loro ospiti, come se fossero ripieno dolce e saporito servito su un piatto.<br />
Lentamente ti avvicini alle aiuole. Non c&#8217;e&#8217; bisogno di parlare. Il profumo e&#8217; fortissimo ed e&#8217; come se ci fosse un canto sommesso e continuo, sinuoso, che ti culla mentre cerchi di fissare nella mente ogni singolo attimo in cui puoi godere di questo angolo lunare.<br />
Gli omuncoli cantano e ti parlano della loro vita e della vita dei loro ospiti, mentre ti ritrovi una canna in mano e dai loro qualche goccia d&#8217;acqua da bere. Cantano e raccontano e tu impari. Cammini tra un blocco di cemento a elle e un altro fino ad arrivare alla prossima aiuola. Dai frutti spinosi dello stramonio e seduti sulle foglie docili del basilico e della menta ti guardano altri omuncoli, che cantano la stessa ninna nanna lunare. Il cielo e&#8217; sempre piu&#8217; uniforme nella tinta, come se si adeguasse alle nubi che hanno trasportato via i palazzi. Guardi la vita quotidiana di queste creature che popolano la luna, proprio come te la immaginavi quando non te l&#8217;avevano mostrata brulla e fredda, trafitta dalla bandiera di un cretino al servizio di altri cretini, inseguita da cretini di altre bandiere, sempre piu&#8217; simile a una terra desolata e sempre meno simile ai sogni che da millenni gli uomini le dedicano.</p>
<p>Poi ti giri e sono li&#8217;. Il Re Girasole e il Principe Beniamino. Il girasole e&#8217; ruvido come le sue foglie e diritto come il suo gambo, alto come il desiderio di toccare il sole gli consente di essere. Oberon ti guarda come se fossi un cactus e tu in effetti ti senti proprio come una sfigatissima pianta grassa. E la convinzione di serbare qualcosa di prezioso nel profondo della tua carne lattiginosa non ti e&#8217; di alcun aiuto. Che vita triste quella della pianta grassa sembra dirti il Re. Forse ha ragione, forse no. Saresti sempre una pianta grassa sulla luna. Anziche&#8217; uno schifoso essere umano sulla terra.<br />
Il Principe e&#8217; di tutt&#8217;altro tenore. Beve felice ed elegante dalla coppa che gli offri. Conversa e il suo stile parla di come si puo&#8217; essere felici sulla luna. Senza fare nulla, solo a godere della tranquillita&#8217; della luce trasversale della terra e del sole, dell&#8217;aria rarefatta, del canto degli omuncoli e dell&#8217;assenza del genere umano. Il suo manto di foglie verdi e odorose, le sue dita e i suoi arti longilinei come il fusto della pianta che lo ospita.</p>
<p>Ti sdrai su una pietra lunare candida e piatta. Chiudi gli occhi per un momento per assaporare il pezzo di luna che hai trovato. Li riapri e sai che e&#8217; passato.<br />
C&#8217;e&#8217; un pezzo di luna a Milano, nel quartiere Niguarda. Non e&#8217; l&#8217;unico nella metropoli, ma dura solo pochi minuti. Finisce quando scavalchi la grata e ti rimetti in macchina verso il centro, senza scarpe per conservare nei piedi ancora quella sensazione di liberta&#8217; che la terra non ti offre piu&#8217;.<br />
C&#8217;e&#8217; un pezzo di luna a Milano ed e&#8217; prezioso. Per questo si nasconde dietro i palazzi di Graziano Imperatore, sotto le mentite spoglie di un giardino nel cemento e di cubi con serrande troppo spesso chiuse. A me e&#8217; capitato di trovarlo per pochi minuti. Se cercate in fondo in fondo al quartiere dove siete nati lo troverete anche voi.</p>
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		<title>Banditi e Pezzi</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jul 2005 13:17:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Eh ti, bambin, te parlet semper delle dure&#8230; le dure de chi, le dure de la&#8217;, ma te capis&#8217; nagot. te&#8217;l disi mi! te set un bauscia come to padre&#8230;. Le dure eranno mica uno scherzo, te&#8217;l dis vun che le ha fatte, bambin! La gente ci lasciava le penne sul serio, non come nei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Eh ti, bambin, te parlet semper delle dure&#8230; le dure de chi, le dure de la&#8217;, ma te capis&#8217; nagot. te&#8217;l disi mi! te set un bauscia come to padre&#8230;.<br />
Le dure eranno mica uno scherzo, te&#8217;l dis vun che le ha fatte, bambin! La gente ci lasciava le penne sul serio, non come nei racconti che leggi o nei film che vanno tanto di moda adesso anche se li hanno fatti trent&#8217;anni fa. Te set&#8217; che vuol dire morta? Stecchita? Lo hai mai visto un morto? Io si, per cui sta buono li e sculta&#8230;</p>
<p>Eravamo in quattro: io, lo shuz, il bamba e il nuvolari. Tutti e tre eravamo di Milano, tranne lo shuz, che era del posto. Fare le rapine negli anni 70 non era difficile, ma c&#8217;erano posti e posti, e per noi delle batterie fare la cosa piu&#8217; difficile era una sfida che non potevamo non bancarci. Valeva la pena anche se non c&#8217;era da guadagnarci un cazzo di niente. E farle in citta&#8217; o nei paesini vicino alle citta&#8217; era una cosa, ma farle in alcune regioni in cui delle dure non sapevano un cazzo poteva essere un incubo oppure liscio come l&#8217;olio. Non c&#8217;era modo di saperlo prima.<br />
<span id="more-601"></span><br />
Lo shuz ci diceva che in sud tirolo nessuno faceva le dure.<br />
- Ma che cazzo dici shuz? Figurati se nessuno fa le rape a Bolzano! E perche&#8217;?<br />
- Primo perche&#8217; nei paesini ti riconoscono subito come un forestiero che non parli tedesco e alla fine ti tengono d&#8217;occhio. Secondo perche&#8217; dove pensi di poterle fare se non a Bolzano, e una volta che l&#8217;hai fatta dove scappi? Sulle montagne? Facile, gli sbirri ti aspettano dall&#8217;altro lato del passo e ce l&#8217;hai nel culo, non e&#8217; mica la barbagia, e&#8217; il Tirolo!<br />
- Se vabbe&#8217;&#8230; Scommettiamo?<br />
- Beh, forse se ci vengo anche io&#8230;.<br />
- Ma va la&#8217;! Crucco del menga&#8230; te set propri un ganasa!<br />
Fu cosi&#8217; che decidemmo di fare una dura lassu&#8217; a Bolzano. Se ce la facevamo, lo shuz gli toccava di mangiar polenta un mese. Il caso che non ce la facessimo non necessitava di una contropartita. Questo era chiaro a tutti, ma se non fosse stato cosi&#8217; perche&#8217; mai avremmo dovuto fare quello che stavamo facendo?<br />
Il piano era semplice: si andava su, con il nuvolari alla guida della macchina che avrei dovuto recuperare io fuori milano. Arrivati su si puntava alla Banca di Roma in centro a Bolzano, vicino al Tribunale. Poi si puntava dritti verso il Friuli. Lo shuz sosteneva di conoscere una strada che ci avrebbe garantito il tempo necessario a tenere a distanza gli sbirri e a passare un paio di valli verso il trentino, dove sbucare per poi portarsi di nuovo in veneto e da li&#8217; in lombardia.<br />
Se non eravamo costretti a bucherellare nessuno sgherro potevamo farcela. Ma c&#8217;era da correre sui monti, e nessuno di noi era sicuro che ce l&#8217;avrebbe fatta. Ma eravamo o no una delle batterie della Comasina?</p>
<p>Beccare la macchina a Cormano fu come bere un bicchier d&#8217;acqua. Ormai ero esperto e con le macchine di una volta era quasi una barzelletta una volta che avevi capito i due trucchi del mestiere. Poi bastava scegliere con attenzione la macchina e la zona e non se ne sarebbe accorto nessuno per almeno una ventina di ore. Il tempo necessario a cambiare la targa con un&#8217;altra macchina a milano e aggiungere il giusto tempo ad eventuali controlli.<br />
Alle nove di sera ero in piazza a raccattare il nuvolari, che senza neanche parlare mi prese le chiavi di mano mettendomi a cuccia sul sedile del passeggero. Nel giro di due ore recuperammmo anche il bamba e lo shuz. Entrambi erano accavallati e avevano un pezzo anche per me. nuvolari guidava e non ne doveva aver bisogno. Poco dopo l&#8217;una eravamo nei dintorni di Bolzano e lo shuz ci indico&#8217; la strada per arrivare a un&#8217;area di sosta dove dormire la notte. Meglio non infilarci in un cazzo di albergo, dove la gente avrebbe notato subito tre stranieri.<br />
La mattina prendemmo e camminammo per tutta la strada che incrociava le superstrade fino ad arrivare dopo un paio di svolte al tribunale. Che posto di merda: come se non bastasse il fatto che a ognuno di noi rinverdiva l&#8217;idea che da un momenot all&#8217;altro avremmo potuto guardare il mondo da dietro un set di sbarre, il tribunale di Bolzano si rivelava una vera merda, con dei bassorilievi che anche a voler essere fascisti non si capiva come li si potesse apprezzare. In ogni caso solo il bamba di noi aveva delle simpatie da quel lato della politica e non ci teneva molto a farlo notare a me e al nuvolari che tutto sommato alla sezione del PCI ci eravamo cresciuti insieme ai nostri genitori. In ogni caso il bassorilievo del duce a cavallo con il braccio teso e gli eritrei magri che lo temono faceva sorridere chiunque avesse studiato storia entro la terza elementare.<br />
Poco piu&#8217; avanti c&#8217;era la Banca di Roma: un bell&#8217;edificio nuovo, con un paio di guardie che sembravano sicure del fatto loro. Davanti alla banca partivano due vie che andavano verso altrettante superstrade. Lo shuz ripassava mentalmente le strade dove era passato ormai dieci anni prima, quando si era trasferito a Milano attirato dalla speranza di una vita piu&#8217; interessante che a Bolzano.<br />
Finito il sopralluogo decidemmo di fare un giro in superstrada per vedere dove cazzo saremmo finiti il giorno successivo. Il viadotto era pieno di gallerie e circondato dalle montagne. Con un passo a lato della strada eri gia&#8217; in mezzo ai boschi e se conoscevi le strade potevi arrivare lontano. Se il fiato ti reggeva. Sarebbe stata dura.</p>
<p>A sera ritornammo verso Trento per bere qualcosa e poi alla piazzola. Alle sei di sera la banca chiudeva, e il tribunale era ormai deserto che giudici e avvocati lavorano alacremente a mandarti in gabbia solo fino alle tre del pomeriggio, tanto per non sciuparsi troppo. Se tutto andava bene alle sette potevamo essere sulle strade di montagna e camminando tutta la notte potevamo evitare il congelamento e arrivare a destinazione, nelle valli che ci avrebbero dovuto garantire la copertura.<br />
Nuvolari ci porto&#8217; fino all&#8217;inizio della strada principale, poi si mise appena dopo la banca, parcheggiato di fronte a un ufficio chiuso. Io, il bamba e lo shuz dovevamo fare tutto in fretta: disarmare le guardie approfittando del fatto che shuz avrebbe parlato loro in tedesco in modo da evitare fraintendimenti, recuperare l&#8217;incasso del giorno dai cassieri, filare. Se nessuno faceva lo stronzo la parte difficile sarebbe stato solo correre in montagna. Il resto del lavoro non era diverso da decine di altre rapine che avevamo fatto in batteria nei mesi precedenti.<br />
Per fortuna filo&#8217; tutto liscio e nel giro di dieci minuti eravamo in macchina, ridendo delle guardie legate alla porta girevole nuova di pacca della banca. Nuvolari era un maestro del cambio di marcia. Poteva portarti con una calma glaciale fino ai bordi della citta&#8217; e poi trasformare una strada di campagna in un circuito di F1. E cosi&#8217; fece. Appena usciti dalla citta&#8217; inizio a spingere sull&#8217;acceleratore ma forse non fu una grande idea, perche&#8217; in men che non si dica avevamo i canazzi alle calcagna. Inizziammo a salire cercando di seminarli e schivando le pallottole che iniziavano a fioccare a ogni segnale di alt non rispettato.<br />
A un certo punto non c&#8217;era niente da fare.<br />
- Shuz, dove cazzo ci infiliamo. &#8211; gli dissi sperando che avesse un&#8217;idea dignitosa. Anche perche&#8217; se non ce l&#8217;aveva eravamo decisamente fottuti.<br />
- In macchina da nessuna parte.<br />
- Senti shuz, se non ti fai venire un&#8217;idea subito tra pochi km questi ci tirano.<br />
- Possiamo provare a piedi&#8230;.<br />
- A piedi ? &#8211; gli grida il bamba &#8211; A piedi? E che cazzo facciamo scendiamo dicendo &#8220;arimo&#8221; e poi ci lanciamo nella macchia? Ma sei scemo o cosa?<br />
- Vedete, qui nella guncina c&#8217;e&#8217; una tradizione non scritta. Nessuno si infila nei boschi che danno su questa montagna giu&#8217; fino al ruscello di notte. Nessuno. Se ci riusciamo a infilare li&#8217; gli sbirri ci aspettano di la&#8217; dalla galleria. E noi si puo&#8217; tranquillamente andare dall&#8217;altra parte e sperare che si rompano le palle di aspettare che usciamo dai boschi la&#8217; dove ci aspettano. Pero&#8217; &#8230; Non so&#8230; Non e&#8217; che mi fidi molto&#8230;<br />
- Ma vaffanculo, shuz, un posto dove non entrano gli sbirri e&#8217; il posto che ci serve. Che cazzo fai ti metti a credere alle leggende di tuo nonno? Accavallato, con il bottino nel bagagliaio e braccato? Dai, disciules.</p>
<p>Fu cosi&#8217; che decidemmo di buttare la macchina di traverso in mezzo alla strada, con il muso incollato al guard-rail. Scendemmo alla velocita&#8217; della luce e ci fiondammo dietro la macchina per fare un fuoco di copertura che tenesse gli sgherri lontani abbastanza da dileguarci nel sentiero su cui ci portava Shuz. Una vera e propria situazione di merda, come dei topi in trappola. E li&#8217;, colpo di genio del bamba, che a questo punto ci tocco&#8217; di cambiargli soprannome: piazzo&#8217; l&#8217;automatica incastrata nel volante che puntava attraverso il finestrino anteriore, con un elastico da portapacchi fisso&#8217; il grilletto in posizione tirata bloccandolo sulla portiera opposta. Cosi&#8217; ogni tot senza una sequenza precisa partivano raffiche che tenevano a debita distanza i canazzi che ci intimavano di arrenderci. Quando si resero conto che non c&#8217;era piu&#8217; un cazzo di nessuno, noi eravamo gia&#8217; scesi lungo il crepaccio fino al ruscello, per poi continuare verso valle. L&#8217;idea di base di shuz era di farci passare la valle in basso e poi risalire nell&#8217;altra valle, per girare intorno alla montagna e scendere in paese, prendere una macchina e andare verso il veneto. In effetti cosi&#8217; come te lo sto raccontando non sembra un grande colpo ben studiato, ma ti assicuro che era uno di quelli nei quali ci siamo prodigati nella logistica del colpo e nella preparazione. Pero&#8217; la sfiga non conosce confini. Dimmi te se ci si devono mettere dietro per un eccesso di velocita&#8217; di notte su una superstrada tirolese!</p>
<p>In ogni caso il sentiero scelto dallo shuz era veramente buio. Si buttava nel bosco di fianco alla superstrada scendendo subito verso valle passando in un tunnel nella base dell&#8217;autostrada, probabilmente un deposito per il materiale della strada. In ogni caso shuz aveva ragione: gli sbirri non ci seguivano. Dopo un po&#8217; mentre eravamo gia&#8217; un po&#8217; a valle sentivamo le macchine che si portavano con le sirene dall&#8217;altro lato della montagna.<br />
La cosa ci galvanizzo&#8217; parecchio e cominciammo a scendere piu&#8217; velocemente per toglierci dalle palle prima che il sole sorgesse dando la possibilita&#8217; a tutta la pula del trentino di cercarci palmo a palmo nella provincia di Bolzano. Il sentiero tra le rocce scendeva parecchio ripido per un paio di chilometri, nel buio pesto&#8230; gli unici rumori che si sentivano erano gli uccelli notturni e le cicale: un casino pazzesco, che quasi ti stordiva. Non c&#8217;era luna quella notte ed era un bordello pazzesco vedere dove stavamo mettendo i piedi. Camminavamo incollati allo shuz sperando che la sua memoria di adolescente non lo tradisse.<br />
A un certo punto lo perdemmo di vista. Ti assicuro che avevamo affontato sbirri, sparatorie, mafiosi, gente di ogni risma che voleva farci la pelle, ma rimanere da soli di notte in quel cazzo di bosco con l&#8217;unica prospettiva di buttarci in bocca agli sbirri o ai canazzi non era esattamente qualcosa che ci metteva a nostro agio.<br />
- Dove cazzo sei shuz?<br />
- Dai non fare il coglione, esci fuori e tiriamoci fuori da questa merda!<br />
- Forse la&#8217; in fondo.<br />
Il nuvolari si lancio a capofitto dietro quello che gli sembrava una luce. Io e il bamba lo seguivamo ormai non piu&#8217; appesantiti dai pezzi. Subito dietro una svolta appena dieci metri sopra una lastra di roccia che si gettava diretta nel torrente, vedemmo il nuvolari che si infilava dentro una porta di legno vecchia e marcia che era stata fissata con dei cardini di ferro alla roccia. Ci stavamo gia&#8217; chiedendo che cazzo stesse facendo se non lo avessimo visto uscire a razzo dal buco ricavato nella roccia. Era pallido come un cencio e ci mettemmo non poco a farlo parlare. Non lo avevamo mai visto cosi&#8217; e devo ammettere che ci mise un bel po&#8217; di sgaggia addosso. Quasi dovemmo menarlo quando lo shuz emerse dalla caverna, con il nuvolari che gridava che era morto e che non poteva camminare ancora. Pensammo che gli avesse dato di volta il cervello, lo trascinammo fino al torrente e gli pucciammo la testa nell&#8217;acqua gelida: a quel punto sembro&#8217; ritornare in se&#8217;.<br />
- Giuàn, te gu di&#8217; che era morto stecchito. Io ho visto lo shuz in quella cazzo di caverna mezzo squartato, come se lo avessero beccato degli uccellacci del malaugurio. Me sun caga&#8217; adoss&#8217;. Pero&#8217; l&#8217;ho visto.<br />
- Ma che cazzo dici nuvolari, non e&#8217; che avrai la febbre e ci tocca di portarti a spalla fino al veneto ? guarda che ci servi in forma per guidare tra un paio d&#8217;ore&#8230;<br />
Pero&#8217;, bambin, il nuvolari era veramente spaventato, come non l&#8217;avevo visto neanche nei momenti piu&#8217; duri della nostra vita di batteria. A quel punto per tranquillizzare entrambi, dato che anche lo shuz non sembrava troppo contento di essere additato come un morto che cammina, io e il bamba decidemmo di dare un occhio alla cazzo di cripta. Entrammo brandendo l&#8217;accendino del bamba e ci guardammo intorno: nella roccia era stata scavata una specie di stanza che nei tempi andati serviva chissa&#8217; a che cosa. Sulle pareti c&#8217;era scritto un po&#8217; di tutto, con qualche data del 1800 o della guerra. Stavamo per uscire per dire a quei due deficienti che le leggende del nonno di shuz dovevano avergli giocato uno brutto scherzo e che forse ormai erano diventati troppo vecchi per le dure, quando facemmo l&#8217;errrore di puntare l&#8217;accendino scarico del bamba per terra. Per fortuna si scarico&#8217; quasi subito, ma quello che c&#8217;era per terra ci basto&#8217; per uscire e dire a shuz e nuvolari che era meglio darsi una mossa e che la caverna era vuota. Ogni dettaglio in piu&#8217; era meglio tenerlo per noi&#8230; Il pavimento della piccola stanza scavata nella roccia era cosparso di scheletri quasi interi. Gia&#8217;&#8230; quasi, perche&#8217; nella maggior parte dei casi agli scheletri mancava una parte del corpo. Ma questo poteva pure essere tranquillamente un resto della guerra che anche qui in Tirolo aveva mietuto parecchie vittime, nel pieno del territorio tedesco non doveva essere stato facile fare i partigiani. Quello che mise anche noi di pessimo umore fu che non tutti gli scheletri erano proprio scheletri&#8230; Diciamo che diversi erano piu&#8217; corpi mutilati che scheletri. Io mi ricordo solo un corpo con gli occhi azzurri che mi guardava tenendosi la spalla sinistra da cui era stato strappato un braccio. E strappato non e&#8217; un eufemismo in questo caso.</p>
<p>Beh, comunque non potevamo certo stare li&#8217; a capire che cazzo era successo in quella merdosa caverna. Per cui gli dicemmo che non c&#8217;era un cazzo e che erano fuori di testa, ma non so se fummo davvero convincenti, perche&#8217; lo shuz aveva uno sguardo strano che non mi lasciava tranquillo.<br />
Proseguimmo lungo il torrente senza neanche un raggio di luce, e con le cicale che ormai mi stavano portando alla pazzia. Seguendo shuz a un certo punto attraversammo il torrente e in basso iniziammo a sentire dei rumori e delle voci. A questo punto ci toccava di capire che cazzo stava succedendo: sulla destra c&#8217;era una vecchia torre romana, seppi solo dopo che si chiamava la Torre di Druso, appollaiata su una piccola collinetta. D&#8217;istinto mi misi a salire verso la torre, scavalcando la recinzione di una chiesetta che stava giusto attaccata alla base della collinetta su cui era stata costruita la torre. Ero a meta&#8217; del muro di recinzione quando mi girai a guardare e vidi che dietro di me c&#8217;era solo il bamba, mentre nuvolari e lo shuz mi guardavano atterriti.<br />
- Diocane muovetevi! Andiamo su diamo un occhio e decidiamo che cazzo fare.<br />
- Non ci salgo li&#8217; giovanni, non ci si sale&#8230;<br />
- Ma che cazzo dici shuz? Muovi il culo che se pensi che ce la smazziamo io e il bamba puoi anche andare a fare in culo e non farti vedere mai piu&#8217;<br />
Il nuvolari era silenzioso. Dopo dieci minuti di discussione a me e al bamba ci tocco&#8217; di scendere per andare a prenderli di forza. Alla fine con quattro spintoni arrivammo fino al muro della chiesetta e ci buttammo dentro. Fu in quel momento che le cicale smisero di fare quel rumore di inferno. Me lo spiegai con la vicinanza della strada.</p>
<p>Una volta attraversato il cortiletto della chiesa ci portammo alla base della collinetta. La chiesetta era sprangata dall&#8217;interno e la cosa ci convinse che non eravamo interessati a saperne di piu&#8217;. Shuz provo&#8217; a spiegarci qualcosa sottovoce ma preferi&#8217; zittirlo con un vaffanculo ed evitare di sapere cose che non ci avrebbero reso la vita piu&#8217; facile. Per quanto ne so la chiesetta e&#8217; ancora li&#8217; e ancora chiusa. Se alla fine di questa storia ti regge vai a darci un occhio. Puoi anche dormire nella villa che c&#8217;e&#8217; di fianco alla chiesa, che tanto e&#8217; disabitata, nonostante sia costata un patrimonio. La gente e&#8217; strana, no?<br />
In ogni caso salimmo sulla torre passando per una porticina alla base in mezzo a vigneti incolti che dominano quel pezzo di terra. Le scale che portavano in alto erano marce e non c&#8217;era un filo di luce. Forse per colpa dei mattoni sentivamo piu&#8217; freddo all&#8217;interno che fuori nella notte bolzanina. Shuz e nuvolari erano due lenzuoli, mentre io e il bamba facevamo finta di non sperare che questa torre non avesse nulla a che vedere con i corpi mutilati che avevamo visto lungo il sentiero.<br />
Arrivammo in cima rapidamente guardandoci le spalle da una sensazione di merda e dal pianerottolo dove qualche secolo prima i romani guardavano l&#8217;arrivo dei reti e dei germani ci mettemmo a capire che cazzo succedeva sulla strada: macchine degli sbirri ovunque, un posto di blocco in piena regola. Solo shuz di noi era accavallato dato che i nostri ferri erano rimasti alla macchina, e a questo punto non si metteva male, ma peggio. Io e il bamba ci guardammo cercando di farci venire un&#8217;idea, ma la testa era vuota.<br />
- Merda.<br />
- Merda. &#8211; mi fece eco il bamba<br />
- Che cazzo facciamo adesso, shuz? Non ce l&#8217;avevi mica detto che il sentiero riportava sulla superstrada. Mo ci tocca ritornare verso la montagna&#8230; Diocane.<br />
Shuz non parlava e guardava verso la finestra che dava a nord, nella direzione opposta agli sbirri.<br />
- Shuz, diocane, rispondi che qui tra un po&#8217; siamo nella merda fino al collo!<br />
A un certo punto shuz si giro&#8217; e spiano&#8217; il ferro contro nuvolari, gridando come un ossesso delle robe in tedesco che ovviamente nessuno di noi capiva. Prima ancora che potessimo intervenire, sentimmo partire il primo colpo. Nuvolari ando&#8217; giu&#8217; secco senza neanche capire perche&#8217;, mentre shuz cominciava a sparare a destra e a manca, facendo tra le altre cose un bordello che ci avrebbero sentito fino a Milano.<br />
Io e il bamba non perdemmo tempo a chiederci un cazzo. Ci lanciammo giu&#8217; dalle scale marce sentendo i gradini che si sbriciolavano dietro di noi. Arrivati a terra passammo di fronte alla chiesetta per saltare il muro. Non sono mai riuscito a ricordare con chiarezza se la porta della chiesetta fosse o meno socchiusa. Ci ho pensato tanto in questi anni e non sono mai riuscito a mettere a fuoco quel particolare. Le cicale erano ancora zitte ma c&#8217;era un rumore strano che mi si fermava nelle orecchie&#8230; Stavo per girarmi e tornare indietro sperando che shuz avesse finito le pallottole, quando senti il corpo del bamba cadermi su un piede. O almeno era una parte del corpo del bamba, io vedevo solo il braccio. Ma il bamba non stava gridando e io non avevo voglia di controllare.<br />
Nel giro di mezzo secondo ero oltre il muro con uno dei due sacchi pieni di lira, chiedendomi ogni passo come cazzo avrei fatto a schivare il quintale di piombo che mi si stava per rovesciare addosso. Le urla di shuz e di qualcos&#8217;altro mi convinsero che era meglio provare a passare gli sbirri che tornare indietro e finire come i miei tre soci.<br />
Arrivato alla fine del viottolo mi avvicinai al bordo della strada, cercando disperatamente un cespuglio, un sottopasso, un pertugio sulla riva del torrente. Non c&#8217;era un cazzo. Pero&#8217; era tutto molto silenzioso. O meglio, erano tornate le cicale. E shuz non sparava ne&#8217; urlava piu&#8217;. Sporsi il naso dall&#8217;angolo del viottolo che dava sulla superstrada. Non c&#8217;era nessuno. Nulla.<br />
Mi buttai a rotta di collo verso la strada tanto non ci credevo. Misi la mano sull&#8217;asfalto&#8230; Freddo. Cercai tracce di qualche presenza di un posto di blocco ma non ce n&#8217;era manco mezza. Non rimaneva molto da fare: mi avviai verso est per cercare una macchina da rubare nel primo paese e portarmi in veneto il piu&#8217; in fretta possibile. Il tirolo mi aveva gia&#8217; dato abbastanza guai, anche se avevo vinto la scommessa&#8230;<br />
Appena prima di incamminarmi mi voltai a guardare la Torre di Druso. Era silenziosa come la vidi la prima volta un paio di ore prima e le sue finestre erano buie e spente. Ma io sapevo che li&#8217; dentro c&#8217;erano ancora i miei soci, o quel che ne rimaneva. E forse non erano esattamente soli.</p>
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		<title>Milano e le Barche</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jun 2005 13:07:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La transizione del fantastico nel quotidiano]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Era una calda mattina di meta&#8217; giugno. L&#8217;effetto serra era ancora poco noto nei giornali a meta&#8217; degli anni 80 per poter essere usato come termine di paragone, ma se avesse potuto saperlo, Diego avrebbe detto che quella giornata era la prova definitiva delle teorie ecologiste.<br />
Non volava una mosca a Milano. Non sentivi un alito di vento neanche soffiando contro uno specchio o accendendo il ventilatore. Quasi sembrava che qualsiasi brezza si levasse, meccanica, elettrica o naturale che fosse, venisse inghiottita istantaneamente dall&#8217;afa e dall&#8217;umidita&#8217;. Forse la percentuale di acqua nell&#8217;aria era cosi&#8217; alta da necessitare un continuo input di vapore per riuscire a evitare che tutti gli esseri umani si trasformassero in pesci e cominciassero a dover respirare con branchie anziche&#8217; polmoni.</p>
<p><span id="more-501"></span></p>
<p>Dall&#8217;alto del settimo piano dell&#8217;appartamento dei suoi genitori in via Rapisardi, piena Bruzzano, Diego poteva vedere quasi tutto il quartiere, incluso il cortile dove giocava a pallone tutto il giorno (eccetto ovviamente i minuti in cui la portinaia al soldo di quegli stracciapalle dei signori Chiarini veniva a cercare di requisire il pallone): il distributore di benzina, i giardinetti dietro la sua scuola dove l&#8217;altra settimana aveva perso il portafoglio pedalando a perdifiato sulla sua Grillo nuova di pacca, fino ad arrivare alla scuola elementare di via dei Braschi, dove ogni mattina puntuale si recava&#8230; Almeno fino a questo giugno, gloriosa data nella quale ha finalmente conseguito la licenza elementare.<br />
Quando era piu&#8217; piccolo, non che adesso sia proprio vecchio, ma dieci anni sono sempre piu&#8217; di cinque, pensava che salendo sul davanzale del balcone potesse toccare le nuvole che passavano sopra la casa dei suoi genitori. Ci ha anche provato una volta, ma dopo aver notato la reazione di sua madre a meta&#8217; tra terrore e preparativi di una guerra nucleare (con lui come obiettivo principale), ha deciso che non era il caso di sperimentare la consistenza delle nubi. Ci avrebbe sempre potuto provare successivamente, mentre se sua madre scatenava una guerra nucleare contro di lui, aveva seri dubbi di poterci mai arrivare piu&#8217; avanti nella sua vita.</p>
<p>Non avendo nulla da fare quella mattina, Diego decise che un giro in quartiere a vedere se beccava qualche amico con cui giocare poteva essere una buona idea.  Drammaticamente il caldo aveva invece convinto tutti gli altri a boccheggiare davanti alla televisione guardando ciao ciao e bim bum bam. Sfiga.  Diego allora decise di continuare a vagabondare per il quartiere, fino a che dopo tre ore di cazzeggio nei pochi giardini rimasti e nel cortile della Cascina Anna, diroccata e misteriosa, era ora di tornare a casa, sempre per evitare la famosa connection nucleare di cui sopra.<br />
Alle 18.15 appuntamento fisso con Kenshiro su Telereporter, con Frida la rana e tutto il resto, e poi cena con mamma, e papa&#8217;. Tutto sommato una giornata<br />
ordinaria.<br />
Fortunatamente c&#8217;e&#8217; ancora la sera. Mamma e papa&#8217; uscivano con gli amici per andare al cinema e quindi Diego aveva ancora parecchio tempo per fare le capriole sul divano , passatempo ripetitivo e forse privo di obiettivi ragionevoli, ma che da sempre aveva considerato molto divertente. Se si eccettua quella volta in cui saltando sul divano aveva tirato una ginocchiata allo stereo AKAI di suo padre, spezzando un tasto e conficcandoselo nel ginocchio. Li non era stato molto divertente, ma tutto sommato un incidente puo&#8217; sempre capitare&#8230;.</p>
<p>Verso le 11 di quella giornata di meta&#8217; giugno la temperatura stava scendendo vertiginosamente, come se i vapori assorbiti nella giornata filassero velocissimi verso il cielo, a incontrare le nuvole fresche e scure della notte.  Tutto il vento che era mancato nella giornata stava riemergendo da luoghi che Diego non conosceva e a cui pero&#8217; era grato, se non altro per la temperatura piu&#8217; clemente che gli consentiva di saltellare per casa senza grondare di sudore.<br />
Iniziava ad avere sonno, le nubi nere si addensavano sull&#8217;orizzonte del piccolo feudo di Bruzzano, giusto al di sopra dei palazzoni di via Rapisardi 15, lampi che iniziavano a illuminare il cortile e le strade intorno, il tuono a seguire pochi secondi dopo.<br />
In effetti quelle nubi non sembravano naturali, avevano qualcosa di imgombrante e di magico, qualcosa che pareva trascendere un semplice temporale estivo in arrivo. Non ebbe il tempo di preoccuparsene eccessivamente, mentre si addormentava con il rumore della pioggia che cominciava a cadere, simile a una cascata infinita che restituiva alla terra tutto cio&#8217; che la terra le aveva regalato durante quella giornata di caldo terribile.</p>
<p>_&#8212;&#8212;__&#8212;__&#8212;&#8212;_&#8212;_&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;__-__&#8212;&#8211;__&#8212;-__&#8211;</p>
<p>Il giorno dopo Diego si sveglio&#8217; con una strana sensazione, come se ci fosse qualcosa che non quadrava in tutto cio&#8217; che lo circondava, una strana luce, o forse uno strano modo in cui i suoni si propagavano nell&#8217;aria attorno a lui.  Era scuro, come se fosse ancora notte, ma lui non si svegliava mai prima delle dieci di mattina, non se sua madre non lo stressava per andare a scuola, che essendo finita la settimana prima non era piu&#8217; una preoccupazione.<br />
E se erano le dieci dove erano i suoi genitori?<br />
C&#8217;era definitivamente qualcosa che non quadrava. Forse era il caso di alzarsi.<br />
Pero&#8217; aveva paura. Non sa di che cosa, pero&#8217; alla fine era un bambino di dieci anni, ed era perfettamente normale che avesse paura di qualcosa che non capiva e che interrompeva la sua routine quotidiana. Poteva sempre essere che i mostri che lui sapeva vivere sotto il suo letto avessero deciso di nascondere il sole per tendergli un agguato durante il giorno anziche&#8217; durante la notte quando era protetto dai suoi giocattoli, che come tutti sanno di notte si animano per difendere i propri padroni. Certo poteva essere cosi&#8217;. Pero&#8217; gli scappava la pipi&#8217; e doveva alzarsi.<br />
Incrociando le dita usci&#8217; dalle coperte correndo verso il bagno.<br />
I suoi non c&#8217;erano, questo era certo. Erano sicuramente al supermercato. Non poteva che essere cosi&#8217;. Fu un ultimo particolare mentre era davanti al cesso che trasformo&#8217; la paura infantile in panico senza se e senza ma: mentre alzava lo sguardo dal gabinetto verso la finestra del bagno, si rese conto che fuori non c&#8217;era il cielo ma il mare.</p>
<p>Acqua, acqua dappertutto, e adesso capiva il motivo della luce fioca che pervadeva la casa, e dei suoni attutiti. Il mondo era stato sommerso?<br />
E allora perche&#8217; respirava ancora?<br />
Si avvicino&#8217; alla finestra e fuori lo spettacolo era incredibile: pezzi di case, auto, legname, biciclette, televisori, palloni che fluttuavano in quell&#8217;oceano nuovo di pacca, i platani del suo cortile che si agitavano lenti nella corrente come enormi alghe di fondale. E i pesci! pesci da tutte le parti, pesci domestici, pesci multicolore, come se tutti i negozi di animali di Milano avessero liberato dagli acquari finalemente tutte quelle creature senza gambe e con le pinne. Figata.<br />
Ma perche&#8217; respirava ancora ?<br />
La risposta era sul bordo della finestra: avvicinandosi al pavimento noto&#8217; con stupore che la base delle ante era cosparsa di una sostanza simile al silicone.  Si giro&#8217; di scatto verso i GI-Joe e il lego e gli sembro&#8217; di scorgere un sorriso. Aveva come l&#8217;impressione che diverse cose gli sarebbero sembrate strane quel giorno.<br />
Un pensiero rapido mutuato dai telefilm di Mac Giver gli trapasso&#8217; il cervello: l&#8217;aria nella casa dei suoi sarebbe finita presto. Era il caso di pensare a come uscire. Seduto sul pavimento Diego cercava di farsi venire un&#8217;idea.</p>
<p>Pochi minuti dopo nascosto dietro lo stipite della porta della cucina, sul lato della finestra del soggiorno, Diego stava armando la sua fionda. Sperava onestamente che i telefilm non dicessero cazzate perche&#8217; aveva la netta sensazione che avrebbe potuto rimetterci le penne.<br />
La pallina di piombo di due cm di diametro si conficco&#8217; nel vetro del soggiorno che rapidamente inizio&#8217; a creparsi, lasciando passare dei rivoli d&#8217;acqua, poi dei fiumiciattoli e infine un onda incredibile di metri cubi di acqua. Diego si aggrappava allo stipite, sperando che l&#8217;onda finisse, secondo dopo secondo.  Per sua fortuna pare che il pelo dell&#8217;acqua di quell&#8217;enorme lago che era diventato il suo cortile fosse esattamente a livello del bordo superiore della finestra del soggiorno dei suoi. Questo significo&#8217; che appena l&#8217;onda si fu placata, Diego pote&#8217; uscire nuotando dal balcone per dirigersi in mare aperto.</p>
<p>&#8212;&#8211;___&#8212;&#8211;_&#8212;_&#8212;&#8211;_&#8212;&#8212;_&#8212;&#8212;_&#8212;&#8211;___&#8212;&#8211;</p>
<p>Milano sottacqua fino al settimo piano (quasi all&#8217;ottavo) non era uno spettacolo ordinario. La luce del sole estivo che era tornata a picchiare come un martello si rifletteva sul pelo dell&#8217;acqua dando una luce tutta nuova ai palazzi di Bruzzano e degli altri quartieri. Milano non era piu&#8217; grigia, ma azzura, verde e luminosa, come se bastassero diversi metri cubi d&#8217;acqua a trasformare una metropoli in una localita&#8217; turistica. Anche se in effetti il panorama assomigliava molto di piu&#8217; a Conan e Lana, il cartone animato che piace tanto alle sue compagne di classe (e anche a lui, ma non glielo avrebbe mai detto).<br />
La cosa piu&#8217; incredibile per Diego pero&#8217; fu vedere gia&#8217; alcune barche che si muovevano sinuosamente e lentamente tra i palazzi, almeno tra quelli piu&#8217; alti di sette piani, dato che tutti gli altri erano sommersi.<br />
Si isso&#8217; sulla barca di un signore anziano e dal viso simpatico, di quei vecchietti che anziche&#8217; spaccarti le palle ti fanno ridere e ti raccontano le storie e ti regalano il ghiacciolo. Il signore lo aiuto&#8217; con uno sguardo preoccupato.<br />
- Dove abitavi ?<br />
- In quel palazzo li&#8217;<br />
- E i tuoi ?<br />
- Non c&#8217;erano in casa quando mi sono svegliato<br />
Aggrotta le ciglia come a disapprovare qualcosa che a Diego non e&#8217; neanche balenato nel cervello.<br />
- E come hai fatto a uscire da casa ?<br />
- I miei giocattoli mi avevano siliconato le finestre e io le ho aperte con un colpo di fionda.<br />
Il vecchio signore fece una smorfia che Diego non capiva se significasse che non gli credeva o che gli credeva e che disapprovava la sua incoscienza.<br />
Ma non aveva molta importanza.<br />
Adesso che il vecchio glielo aveva ricordato, Diego si ritrovo&#8217; a chiedere che razza di fine avessero fatto tutte le persone che abitavano nei palazzi, i suoi amici, le sue maestre, la signora bidella&#8230; E i suoi genitori.<br />
Non aveva il coraggio di chiederlo.<br />
Il signore parve capire che cosa gli passava per la testa e disse con tono grave:<br />
- Se sono stati abbastanza furbi da capire cosa stava succedendo sono saliti su dei dirigibili allestiti dalla Protezione Civile in fretta e furia, altrimenti&#8230;<br />
Non concluse la frase, e a Diego gia&#8217; veniva il groppo in gola, se non avesse alzato lo sguardo e notato che in mezzo alle nuvole c&#8217;erano decine e decine di enormi palloni ovali ancorati ai palazzi piu&#8217; alti della citta&#8217;.<br />
Diego si immaginava gia&#8217; che ogni dirigibile &#8211; li aveva chiamati cosi&#8217; il signore no? &#8211; avrebbe avuto i suoi colori, i suoi stendardi, i suoi eroi. Si sentiva catapultato in uno dei cartoni animati sul medioevo e i draghi e atlantide e&#8230;</p>
<p>Aguzzando la vista noto&#8217; delle persone lungo le scalette che collegavano i dirigibili ai palazzi.<br />
- Chi sono ?<br />
- Rifornitori &#8211; rispose laconico il vecchio &#8211; Portano i viveri che sono rimasti nelle case, nei magazzini e nei negozi, dal fondo fino ai dirigibili.<br />
Diego era stupito dalla velocita&#8217; con cui si erano adattati tutti a questa nuova Milano sommersa, alla vita su un dirigibile, allo spostamento in barca, ai viveri umidi e alle scialuppe. Gli sembrava quasi impossibile. Eppure era li&#8217; davanti ai suoi occhi, sui suoi vestiti fradici, nel vecchio che gli parlava, e nel vetro rotto della finestra dei suoi genitori&#8230; gia&#8217; dei suoi genitori&#8230;  chissa&#8217; dov&#8217;erano adesso&#8230;<br />
- Non pensarci &#8211; disse d&#8217;un tratto il vecchio &#8211; Gli scienziati dicono che sara&#8217; temporaneo e che presto tutto tornera&#8217; come prima, o quasi. Cmq adesso andiamo a un centro per le persone smarrite e troveranno i tuoi genitori. Quasi sicuramente sono vivi.<br />
- Grazie &#8211; riusci a rispondere Diego con la gola stretta da una morsa di lacrime.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;_-_&#8212;&#8211;_&#8212;-_&#8212;&#8211;_&#8212;&#8212;_&#8212;-_</p>
<p>E cosi&#8217; Diego si trovo&#8217; ad attraversare Milano sommersa, prima Bruzzano, poi Affori, poi un&#8217;enorme canale che forse prima era via Pellegrino Rossi fino ad arrivare in piazza maciacchini che era praticamente un enorme lago, considerato che nessun palazzo intorno alla piazza superava i 5 piani.<br />
Diego guardava il vecchio signore che continuava a muovere la sua barca, mentre a lato scorrevano i dirigibili, come se Milano fosse diventato un enorme luna park di bambini di cemento con attaccati al polso dei palloncini. Si, insomma, una metafora non molto incoraggiante, ma Diego e&#8217; sempre un bambino di Milano, che cosa si pretende da lui&#8230;<br />
A un certo punto l&#8217;attenzione di Diego torna a focalizzarsi sulla realta&#8217;&#8230;  anche se gli fa specie chiamarla cosi&#8217;&#8230; Perche&#8217; da lago Maciacchini passano alle rapide di via valtellina e via farini fino a sfociare in piazza Castello.  Diego e&#8217; senza parole: il Castello e&#8217; completamente sommerso, solo il maschio certrale si erge in mezzo all&#8217;acqua, circondato da gondole, barche, navi, motoscafi, catamarani e anche da qualche veicolo strano a meta&#8217; tra una macchina e un acquascooter. Collegata da una scala di corda ampia e confortevole che parte dal maschio, una specie di piattaforma sospesa sopra il castello, come se avessero semplicemente pensato che ricostruire la citta&#8217; a partire da un 5-10 metri sopra il livello del mare , cioe&#8217; del nuovo mare, fosse la cosa piu&#8217; naturale del mondo da farsi. Diego non era sicuro che lo fosse.</p>
<p>Dopo una mezz&#8217;ora passata a compilare fogli aiutato dal vecchietto, i tizi dell&#8217;ufficio (veramente insopportabili) avevano chiesot al signore se era disponibile a tenere il ragazzo, ovvero Diego, fino a che i suoi genitori non fossero stati trovati, qualche giorno non di piu&#8217;.<br />
Con grande stupore di Diego il vecchio aveva accettato.</p>
<p>Passavano i giorni e dei genitori di Diego neanche l&#8217;ombra. Diego non disperava, ma nelle ore serali, prima di coricarsi sul fondo della barca, il groppo in gola si faceva sentire, e non aveva neanche i suoi giocattoli ad aiutarlo. Quando il vecchio lo sentiva singhiozzare, gli dava un te dal sapore forte e intenso, che gli faceva dimenticare tutto e lo faceva addormentare sereno.<br />
Man mano che i giorni passavano Milano assumeva una dimensione tutta sua, con piattaforme sospese, dirigibili a ogni angolo, i primi business che volavano ronzando da un dirigibile all&#8217;altro carichi di provviste. I soliti intraprendenti avevano iniziato a organizzare delle gite sottomarine, dove portavano gli stranieri a vedere la vecchia Milano sotto il pelo dell&#8217;acqua, stando bene attenti a non incontrare un luccio che staccasse la mano a qualche facoltoso cliente. Bastava far visitare al giapponese di turno un normalissimo appartamento pieno d&#8217;acqua per sbarcare un lunario dignitoso.<br />
La vita di Diego continuava, convinto che da un momento all&#8217;altro sarebbero spuntati mamma e papa&#8217; per portarlo sul dirigibile arancione, che secondo lui era il piu&#8217; bello, e non solo per il colore, ma anche perche&#8217; stava sopra quello che un tempo era il quartiere Garibaldi, attaccato a due enormi grattacieli a specchi che ancora riflettevano la luce del sole al tramonto e il dirigibile allo stesso tempo creando la sensazione che Milano avesse due soli.</p>
<p>Ancora non capiva come avesse potuto succedere una cosa simile, ma forse non aveva senso chiederlo. Dopotutto mentre vivi non ha molto senso chiederti se vivi per davvero o e&#8217; un sogno, perche&#8217; intanto stai vivendo qualcosa, per lo meno. Insomma la filosofia non e&#8217; mai stata il forte di Diego, anche perche&#8217; a dieci anni preferisce il pallone che non le questioni esistenziali.<br />
E come dargli torto ?</p>
<p>&#8212;&#8212;-_-_&#8212;-_&#8211;_&#8211;_&#8212;&#8211;__&#8212;-_&#8212;-__&#8212;&#8212;-_-</p>
<p>Un giorno Diego stava navigando come al solito con il vecchio signore dalle parti di piazza Duomo, che ormai era praticamente diventato un porto, ogni guglia un attracco per questa o quella nave e questo o quel dirigibile. La galleria era stata trasformata in un gigantesco acquario, e i turisti potevano guardarlo camminando direttamente sulla cupola di vetro a piedi nudi.  Mentre passavano vicino a piazza mercanti Diego noto&#8217; che le nuvole si stavano novamente addensando e non era una ipotesi simpatica quella di trovarsi in un luogo senza riparo durante le tempeste che sembravano servire a ricordare a Milano quello che l&#8217;aveva trasformata in quello che era ora.<br />
Mentre Diego , che stava per compiere undici anni, si guardava intorno in cerca di un ansa a cui attaccare la nave e un muro a cui agganciare la tenda trasversale dove passare la tempesta, si accorse che il vecchio stava perdendo l&#8217;equilibrio.</p>
<p>C&#8217;era qualcosa di strano nella scena. Gli ricordava un po&#8217; quella mattina in cui fuggi&#8217; dalla casa dei suoi con la fionda attraverso la finestra del soggiorno.  Era come se tutto accadesse sotto forma di incidente, mentre i protagonisti accompagnavano gli eventi come se sapessero qualcosa che lui non sapeva.<br />
Coincidenze.<br />
E anche in questo momento mentre il cielo diventava quasi nero e i fulmini iniziavano a saettare lungo il perimetro di Milano, il vecchio cadeva nell&#8217;acqua, intabarrato nel suo giaccone, con una specie di luccichio negli occhi perniente rassicurante che Diego non capiva. Certo pero&#8217; non poteva mica lasciare che il vecchio affogasse. Cosa avrebbe fatto senza di lui? Era diventata una sua seconda famiglia, in attesa di ritrovare la prima e non voleva perderla.</p>
<p>Cosi&#8217; fece un ansa con la corda per l&#8217;ormeggio della barca e la lancio&#8217; verso il vecchio che cadeva in acqua, riuscendo a agganciarne il piede. MacGiver sarebbe stato fiero di lui&#8230; Se il vecchio non pesasse come una palla di piombo catapultandolo nell&#8217;acqua e verso il fondale, insieme alla corda e anche alle sue buone intenzioni. Diego fece appena in tempo a prendere un respiro profondo prima di trovarsi sommerso, con una tempesta sopra la testa e un vecchio signore che lo trascinava sul fondo.<br />
La cosa curiosa era che il percorso del vecchio non era lineare, come un filo a piombo, ma era come se venisse richiamato da un punto del fondale. La strizza di Diego a questo punto iniziava a diventare curiosita&#8217; e prima di lasciarci le penne voleva almeno capire dove lo stava portando il vecchio o chi per lui.</p>
<p>Alla fine della corsa Diego si trovo&#8217; faccia a faccia con un pozzo in piazza Mercanti, un pozzo che ricordava solo vagamente e che adesso sembrava essere il posto piu&#8217; ovvio dove arrivare. Sul pozzo c&#8217;era un enorme coperchio di piombo sul quale era appollaiato il vecchio le cui gambe e braccia erano diventate delle specie di pinne, mentre gli occhi erano diventati delle biglie nere come le profondita&#8217; dell&#8217;oceano e rilucevano sott&#8217;acqua con una specie di luce bianca e sottile, che quasi feriva gli occhi gia&#8217; provati dalla corrente di Diego.<br />
Nonostante questo Diego si sforzo di avvicinarsi al coperchio del pozzo che piu&#8217; si avvicinava e piu&#8217; sembrava un tappo. Si&#8217;, si&#8217;, un tappo di un enorme lavandino, un tappo tra una dimensione e l&#8217;altra, tra la Milano sommersa e la Milano di cemento e afa. Un tappo che altre volte era stato sottile e che ora sembrava spesso a sufficienza da reggere , ma sottile a sufficienza perche&#8217; lui lo sollevasse facendo inghiottire al pozzo quella Milano nuova e tutta l&#8217;acqua della Pianura Padana.</p>
<p>Diego aveva bisogno di pensare e si fermo&#8217; sott&#8217;acqua qualche istante, mentre la tempesta impazzava in superficie. Lentamente a un certo punto, senza guardare il vecchio tritone appollaiato, ritornato a Milano da chissa&#8217; quale meandro della fantasia di un bambino fluviale. Aveva deciso. Alla fine questa Milano gli piaceva infinitamente di piu&#8217; dell&#8217;altra in cui aveva gia&#8217; vissuto dieci anni e non vedeva il motivo per cui non avrebbe dovuto provare a vedere che cosa sarebbe successo qui, in questo luogo strano e familiare al tempo stesso. La sua famiglia l&#8217;avrebbe trovato comunque prima o poi, in un isola non troppo distante da questi laghi, dopo l&#8217;ultima stella a destra gli pareva&#8230; O forse era solo suggestione.</p>
<p>Il tappo sarebbe rimasto li&#8217;, e mentre tornava alla superficie Diego sentiva l&#8217;approvazione del vecchio tritone sul fondo, dei pesci e dei serpenti di mare che erano tornati ad abitare Milano, dei bambini sui dirigibili e dei grandi sulle piattaforme, dei televisori che non c&#8217;erano piu&#8217; e degli alberi che erano riusciti finalemnte a diventare alghe per provare com&#8217;era. Sentiva di avere fatto qualcosa di buono e di magico, e sentiva che non se ne sarebbe pentito.  Mentre affiorava oltre la superficie dell&#8217;acqua boccheggiando per un po&#8217; di ossigeno, la tempesta era finita e il sole stava facendo capolino tra le nubi, dando a tutto quell&#8217;aspetto colorato e cangiante che aveva visto per la prima volta nella sua vita quella mattina di meta&#8217; giugno quando aveva dieci anni ed era uscito dalla casa dei suoi al settimo piano nuotando. Si isso&#8217; sulla barca con entrambe le braccia e impugno&#8217; il lungo bastone per imprimere una mossa alla barca. Mentre si allontanava verso la periferia nord della Milano sommersa, si giro&#8217; verso il centro e disse a bassa voce:<br />
- Grazie vecchia.</p>
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		<title>Chiuso per Amore del Vento</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Jun 2005 12:15:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La transizione del fantastico nel quotidiano]]></category>
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		<description><![CDATA[Le citta&#8217; non dimenticano. Cambiano pelle, crescono, aggiungono strade, quartieri, infrastrutture, ma non dimenticano. Genova nel 2005 e&#8217; una citta&#8217; diversa mille volte da Zena nel 1211, ma ogni singolo trascorso rimane li&#8217;, adagiato su quello precedente, un volto sopra l&#8217;altro, senza sosta. Come nella mia memoria rimangono strade che non esistono piu&#8217;, piazze che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le citta&#8217; non dimenticano. Cambiano pelle, crescono, aggiungono strade, quartieri, infrastrutture, ma non dimenticano.<br />
Genova nel 2005 e&#8217; una citta&#8217; diversa mille volte da Zena nel 1211, ma ogni singolo trascorso rimane li&#8217;, adagiato su quello precedente, un volto sopra l&#8217;altro, senza sosta. Come nella mia memoria rimangono strade che non esistono piu&#8217;, piazze che hanno cambiato mille nomi, carruggi che sono diventati quasi viali e crepe che sono diventate carruggi, affreschi che sono scomparsi, sostituiti da soggetti piu&#8217; recenti, o addirittura croste dell&#8217;ultima ora, buone per turisti squattrinati e guide da quattro soldi, cosi&#8217; nella memoria della Lanterna rimane ogni passaggio, fin nell&#8217;ultimo dettaglio, vivido quanto piu&#8217; vive sono state le emozioni che si sono legate a ogni frammento di una citta&#8217; scomparsa nelle pieghe del tempo.</p>
<p><span id="more-381"></span></p>
<p>Ci sono punti in ogni citta&#8217; in cui questi ricordi sono talmente vicini e sottili da poterli attraversare tutti allungano una mano, fino a raggiungere i campi che c&#8217;erano prima che la citta&#8217; fosse citta&#8217;, e in alcuni casi prima ancora, quando al posto di un campo c&#8217;era solo energia.<br />
Ci sono punti in ogni citta&#8217; in cui la memoria e&#8217; piu&#8217; viva, in cui le pagine del tempo sono piu&#8217; facili da sfogliare, in cui i diversi punti di vista che una citta&#8217; offre possono essere scelti a piacimento, come un campionario di lenti a contatto colorate.<br />
Sono giorni che cerco uno di questi punti a Genova. Credetemi quando vi dico che non e&#8217; facile girare tranquillamente per le strade di una citta&#8217; moderna per uno come me. Ci sono alcuni particolari che le persone tendono a notare.<br />
Gli sguardi si sprecano e nonostante l&#8217;abitudine genovese, come di ogni altro porto, ad averne viste di tutti i colori, un cristiano di un metro e novanta che vagabonda giorno e notte con lo sguardo perso in particolari che gli altri non notano riesce spesso a sorpassare la soglia di attenzione del popolo di Zena.<br />
Stranamente pero&#8217; nessuno sente il bisogno di rivolgermi la parola o di menzionare la mia presenza agli altri, come se il loro istinto raccontasse a ogni genovese che rappresento per loro una piccola piega nella memoria, il tocco di un passato che normalmente non riescono a percepire, neanche quando il<br />
silenzio nei carruggi e&#8217; cosi&#8217; vuoto da poter ascoltare l&#8217;eco di passi di cent&#8217;anni prima.</p>
<p><strong>.:::.</strong></p>
<p>Purtroppo non e&#8217; sempre cosi&#8217;.<br />
E&#8217; una assolata domenica di giugno. Sto camminando da ore nei carruggi senza trovare cio&#8217; che cerco disperatamente da mesi, da anni, da un tempo che non riesco a quantificare.<br />
All&#8217;improvviso una voce roca e sbilenca mi ferma.<br />
- Guardate questo! Cosa ci fa un tipo tutto vestito di seta bianca nel bel mezzo della Maddalena? Non te l&#8217;ha detto la mamma che questo e&#8217; un brutto posto.<br />
Ve lo avevo detto che c&#8217;erano alcuni particolari che le persone tendono a notare, no?<br />
- E in quel sacchetto di metallo cosa c&#8217;e&#8217; ? Ci sono dei soldi vero ? Un bel gruzzolo per qualche dose ci scappa di sicuro, vero raga&#8217;?<br />
Mi accorgo in quel momento che il cretino non e&#8217; da solo, ma che e&#8217; riuscito a portarsi appresso anche una battona magra e strafatta e due magrebini dai denti storti. Insieme i quattro puzzano come un camion di letame&#8230; Come se non bastasse l&#8217;odore della Maddalena aizzato dalla calura estiva. Che palle.<br />
- Allora? Ti decidi o no? Guarda che ce la bossiamo, non pensare di potertela cavare. Qui non ci passano molti sbirri, non a quest&#8217;ora e non di domenica! E&#8217; meglio per te se ci molli il grano e te ne vai a fare in culo.<br />
Questo e&#8217; proprio un demente. A giudicare dalla compagnia non deve essere il solo nel gruppo. Sbirri&#8230; Come se me ne fregasse qualcosa&#8230;<br />
Un formicolio mi afferra la nuca. Sono vicino. Qui vicino c&#8217;e&#8217; quello che sto cercando. Non c&#8217;e&#8217; tempo. Le porte non restano aperte per sempre, sono attimi, momenti in cui i volti di una citta&#8217; si avvicina fino a baciarsi. Se perdo questa occasione potrei dover aspettare ancora molto tempo prima di trovare un<br />
altro passaggio.<br />
Il cretino tossico mi sta vomitando addosso altre stronzate. Hai rotto il cazzo.<br />
Forse lo pensa anche lui, perche&#8217; sta impugnando un coltellino, probabilmente proporzionale al suo cervello, il che non depone a favore della sua pericolosita&#8217;. E&#8217; il momento di chiudere questo siparietto.</p>
<p>Un passo per avvicinarmi al cretino. Sento piu&#8217; forte la sua puzza. Alcol e sporcizia. Vedo il suo tremito, la paura di chi pensa che basti un po&#8217; di roba mischiata a stronzate televisive per ottenere quattro soldi da impauriti passanti. Sento la sua paura, la sento nell&#8217;alone scuro che si ingigantisce intorno alle spalle, al collo, alla testa, nel bianco lattiginoso degli occhi che si dilatano.<br />
Non mi ricordo neanche di aver sfoderato tutti i novanta centimetri di acciaio di aragona dalla cintola. Sento solamente l&#8217;elsa nella mia mano sinistra, fredda e ruvida, solida.<br />
Un bamboccio mi guarda da vico dietro al coro delle vigne, mentre chiunque altro ci fosse nel vicolo della Maddalena e&#8217; scomparso. So cosa sta vedendo. So che se lo ricordera&#8217;. So che se per questo tossico e&#8217; la fine, per il bamboccio e&#8217; l&#8217;inizio di un percorso di sogni, la dimostrazione che la magia non e&#8217; del tutto morta nel 2005. Solo un po&#8217; cambiata. Solo un po&#8217; diversa da quella che ti immagineresti. E dire che non sono nemmeno esattamente un mago, sono una breccia nel tempo, un frammento passato da un velo all&#8217;altro di una citta&#8217;. Ma questa e&#8217; un&#8217;altra storia.</p>
<p>Vede una figura affusolata e alta, luminosa come il sole che si rifrange sulle onde, una figura pallida e tirata, da troppo tempo lontana dal balsamo delle leggende di cui si nutre. Vede l&#8217;orizzonte oltre le mura della Lanterna, lontano dal porto. Un abito bianco di seta, lungo fino ai piedi, oltre i piedi, con<br />
impossibili riflessi azzurri, verdi, grigi; una cintura di metallo argentato come il borsello a cui faceva riferimento il tossico, alla vista del bamboccio e&#8217; come se fossero fatti della luce della luna; la spada nella mano sinistra un riflesso nelle profondita&#8217; del mare. Il bamboccio vede la cresta di un onda.<br />
Vede me.</p>
<p>E&#8217; questione di attimi, la lama affondata fino all&#8217;elsa nel corpo del cretino, il sangue che sgorga a fiotti dalla bocca e solo dopo dalla ferita nell&#8217;addome. sgorga e scende lungo la lama fermandosi sull&#8217;elsa e gocciolando sul selciato sporco e irregolare della Maddalena. Fino a che premo sulla ferita va tutto<br />
bene. Ci vuole un po&#8217; di esperienza: quando sfili la lama devi scartare di lato per evitare che il fiotto trattenuto troppo a lungo ti becchi in pieno. Il tipo e&#8217; morto prima ancora che i suoi neuroni troppo provati glielo comunichino.</p>
<p>Neanche il tempo di girarmi e i suoi compari sono gia&#8217; parte delle ombre di altri carruggi. Il bamboccio mi guarda come se capisse per la prima volta il mare e Zena, come se vedesse attraverso alcuni strati, nel passato della citta&#8217; che non puo&#8217; conoscere e non puo&#8217; neanche aver studiato, per quel poco che si<br />
ritrova nei libri. Forse conservera&#8217; tutto questo e fara&#8217; vivere un po&#8217; piu&#8217; a lungo la magia. Forse la odiera&#8217; con tanta forza da costringere a scomparire intere fette di una Genova troppo antica per appartenergli se non in strati troppo profondi della percezione e dell&#8217;anima.</p>
<p>L&#8217;adrenalina ancora altissima, rinfodero la spada e mi giro per tornare verso il Porto Antico. Ed e&#8217; allora che la vedo&#8230; che imbecille che sono&#8230;</p>
<p><strong>.::::.</strong></p>
<p>Ci sono passato davanti un miliardo di volte. Su e giu&#8217; dalla Maddalena per mille motivi, alla ricerca di qualcosa o anche solo alla deriva per vedere se qualcosa scopriva te.<br />
E&#8217; un piccolo negozio di un artigiano che costruisce modellini e dipinge quadri.<br />
Piccoli modelli di barche, e treni e oggetti di ogni tipo. In legno e ferro, dettagli maniacali. E&#8217; un ometto basso con i baffi e la parlata cento per cento genovese, che sembra conoscere tutti e tutte nei carruggi.<br />
Ho passato ore ad osservarlo mentre lavorava alla luce gialla di una lampada da tavolo, a rimirare i modelli nella piccola vetrina, cosi&#8217; affollata di ricordi e di oggetti che avrebbero dovuto attirare la mia attenzione.<br />
Ripenso alla scintilla nei suoi occhi, e a quella sua capacita&#8217; di non passare inosservato, anche a qualcuno che ha visto troppi secoli e troppi volti di questa citta&#8217; come me.<br />
Come cazzo ho fatto a non accorgermene prima. Che imbecille!<br />
Adesso e&#8217; li&#8217;, al posto della vetrina dovrebbe esserci una saracinesca, ma in realta&#8217; c&#8217;e&#8217; un ovale contornato da una cornice di ferro battuto e legno instarsiato, colorata con colori pastosi e forti: tonalita&#8217; di blu e bianco che non si vedono ormai da tempo immemore nei manufatti umani.<br />
E oltre l&#8217;ovale si sente lo sciabordio di barche da troppo tempo bandite dal porto di Zena, e carruggi piu&#8217; sporchi e pieni di terra di quanto siano ora, piu&#8217; stretti, crepe nella faccia di un vecchio balordo.<br />
E&#8217; un attimo. Attraverso l&#8217;ovale e torno ad essere la cresta di un onda.<br />
Appena prima che la porta si richiuda dietro di me, sorrido della piccola poesia disegnata sulla saracinesca: &#8220;chiuso per amore del vento, vado a navigare&#8221;.<br />
E&#8217; una calda assolata domenica di giugno a Zena, il mare e&#8217; profondo e il vento spira da sud caldo e leggero, increspando la superficie dell&#8217;acqua. Sono di nuovo a casa.</p>
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		<title>Lupi e Sciacalli</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Jun 2005 17:22:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Volumi]]></category>

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		<description><![CDATA[Camminare per le strade di Genova una sera di quasi estate fa un effetto strano. Un momento sei sommerso di persone, odori, lingue, colori e il secondo dopo potresti essere l&#8217;unico abitante di una antica citta&#8217; disabitata. E&#8217; per questo che e&#8217; cosi&#8217; sottile a Genova il velo tra quello che si percepisce e quello [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Camminare per le strade di Genova una sera di quasi estate fa un effetto strano. Un momento sei sommerso di persone, odori, lingue, colori e il secondo dopo potresti essere l&#8217;unico abitante di una antica citta&#8217; disabitata. E&#8217; per questo che e&#8217; cosi&#8217; sottile a Genova il velo tra quello che si percepisce<br />
e quello che si vede, tra le realta&#8217; possibili e quelle praticabili. Ed e&#8217; per questo che mi aggiro per queste strade, annusando l&#8217;aria e riempiendo i polmoni di quella poca magia che resta.</p>
<p>Piazza Banchi e&#8217; animata solo da quei tre o quattro vagabondi accompagnati dal solito cane e da un paio di cartocci di vino. Degli &#8220;lavori in corso&#8221; ne rovinano il viso aperto, una qualita&#8217; cosi&#8217; rara in questo luogo di carruggi.</p>
<p>- Ogni volta che scavano dieci centimetri sembrano trovare un pezzo di antichita&#8217; incredibile, belin. Ma se Zena ha praticamente iniziato ad esistere nel mille e cento. Bah!<br />
Costeggio le sottili reti metalliche degli scavi e arrivo nell&#8217;affollatissima Caricamento, i bar con musica di ogni etnia e le panchine ingombre di persone&#8230; Una nuova cazbah per una citta&#8217; che ne ha viste mille e una&#8230;<br />
Sedersi sulla panchina, guardare le persone passare, sedersi, bere, scambiare due parole, aspettare un gancio, ripartire, tornare, occhi puntati su di te, puntati sugli altri, puntati sui canazzi che stazionano fissi lontano dalle panchine, vicino ai loro blindati sotto la sopraelevata, come a guardare il Porto Antico dall&#8217;invasore barbaro, ultimi baluardi dell&#8217;italica virtu&#8217;.<br />
Antico poi&#8230; come se uno chiunque di quelli che l&#8217;hanno ammodernato avesse una piu&#8217; pallida idea di cosa vuol dire antico.</p>
<p><span id="more-331"></span></p>
<p>Antico vuol dire ricordarsi quando le decine di piazze di Zena erano altrettanti bazar, piccole roccaforti in una citta&#8217; di mille mercanti. Odori che si mischiano sotto ripa, urla e carbone, coltelli e sangue, sudore. Un enorme porto collegato a mille feudi, ogni ora un nuovo equilibrio a stabilire dove fosse<br />
saggio andare e dove no. E il porto antico era il cuore del carbone, il centro delle chiatte e delle navi che trasportavano di tutto&#8230; All&#8217;epoca era semplicemente il porto.<br />
Guardate ora&#8230; il Porto Antico e&#8217; sinonimo di pessime trovate architettoniche piu&#8217; note per il nome di chi le ha progettate che per la loro bellezza, spiazzi, quattro panchine e due barche a vela di presunti facoltosi in realta&#8217; indebitati fino al collo. Il mare e&#8217; capace di raccontare molte miserie umane.</p>
<p>Dopo questa abbuffata di spazi aperti torno verso i vicoli e mi perdo per qualche tempo nella loro tela: il Curto, veloce attraverso San Lorenzo fino ai vicoli a Levante, le Vigne, la Maddalena, e poi giu&#8217; per altri vicoli fino a tornare in Orefici. Sono cosi&#8217; cambiate queste vie&#8230; Se oggi sembrano anguste<br />
anche solo cinquanta anni fa sembravano crepe nei muri dove il bene e il male si insinuava, dove incontrare un tesoro o la morte come se fossero la stessa cosa.<br />
Forse era piu&#8217; oscura, Zena, ma i suoi scrigni rimanevano occulti regali che costavano arte e fatica. Oggi sembra che tutto debba essere immediatamente accessibile, pronto, subito, adesso. Oggi e&#8217; il tempo dell&#8217;oggi, Ieri era il tempo del mentre. Forse a tutti questi umani dovrebbero semplicemente togliere papille gustative e gli altri sensi, renderli delle salsiccie di carne ambulanti funzionali alla riproduzione di qualcosa che non si capisce bene neanche perche&#8217; esista.</p>
<p>E se sei capace di vedere le loro ombre parlano, e quando quello che puoi percepire diventa diverso da quello che puoi vedere ti accorgi di come il novana per cento di quelli che incontri non sono nient&#8217;altro che quello. A un livello superiore non sono nient&#8217;altro che pezzi di carne. Ma Genova nelle sue pieghe e&#8217;<br />
abitata da molto di piu&#8217; che pezzi di carne. Ed e&#8217; per questo che sono qui.</p>
<p>Sono passate ore e finalmente la luce ha lasciato la citta&#8217;, se non sotto forma di qualche lampione qui e li&#8217;. Caricamente inizia a svuotarsi e nel giro di dieci minuti Genova piena di vita diventa una citta&#8217; deserta, una versione calda e moderna di Londra di fine Ottocento: al posto delle lanterne a gas dei<br />
lampioni a basso consumo. Per il resto stessa luce soffusa, stesso silenzio innaturale che amplifica i tuoi passi e quelli delle persone che ti incrociano rapidamente. Ogni creatura che incontri potrebbe non essere quello che credi.<br />
E lo puoi vedere. Non piu&#8217; solo percepire.</p>
<p>I miei occhi scuri si adattano alla notte e alla luna crescente che illumina molto fiocamente ogni spiraglio delle crepe di Zena.<br />
I carabinieri si allontanano dal blindato per venire verso il centro storico. Un tempo gli sgherri non erano cosi&#8217; stupidi&#8230; Sapevano dove andare e dove no. Si accontentavano di essere un simbolo inutile dei signorotti locali, e di lasciare gli affari dei carruggi a chi ci viveva, a Zena, alla Lanterna e ai grifoni.</p>
<p>Parlano concitatamente alla radio, ricevono ordini e fanno si&#8217; con la testa. Li guardo da dietro le reti degli scavi di piazza Banchi mentre si avvicinano a passo rapido. Mentre passano oltre verso via Orefici mi squadrano ma non riescono a trovare nessun appiglio per fermarsi a curiosare troppo su di me.<br />
Camminano veloci, un orecchio teso sulla radio, l&#8217;altro verso il capo squadra: tre di loro indossano la tenuta antisommossa, il capo squadra la semplice divisa da canazzo, in camicia per il caldo, le braccia ingombre di cartacce e di una cartelletta il cui uso mi e&#8217; impossibile comprendere.<br />
I tre in tenuta hanno il culo largo e le braccia muscolose, sanno menare le mani, ma quanto a correre non se ne parla. Il pensare poi e&#8217; fuori discussione, lo puoi leggere nei loro occhi tanto quanto puoi leggere l&#8217;abuso che fanno delle loro mani nelle dita tozze e nel palmo largo. Il capo squadra non vale neanche la pena di osservarlo.<br />
Nonostante ora abbiano armi da fuoco, un tempo era piu&#8217; difficile tenere testa agli sgherri che comunque erano soldati e non ragazzini gonfi e goffi o quarantenni con la pancetta convinti che una divisa e una pistola fa la differenza tra il bene e il male.</p>
<p>Comincia l&#8217;inseguimento: e&#8217; il momento migliore. Cammino veloce per i vicoli, prima a maglie larghe, reincrociando i quattro imbecilli in divisa scura e banda rossa sui pantaloni solo ogni quattro o cinque svolte. Poi stringo il cerchio lentamente, un rito come un altro per alimentare la poca magia che vive ancora nelle strade delle citta&#8217;, nelle memorie delle persone e dei luoghi, nelle leggende dimenticate, nelle possibili percezioni cancellate da troppe pagine che raccontano quello che si vede e non quello che si sente.</p>
<p>Tre svolte e ci incrociamo di nuovo all&#8217;altezza di Vico degli Indoratori; due svolte e ci incrociamo a piazza San Lorenzo; siamo all&#8217;ultima svolta a chiudere il cerchio e completare il rito.<br />
Inspiro e i polmoni si riempono della brezza che sale dal mare, della luce dei lampioni, della puzza di piscio dei vicoli.<br />
Se potessero vedermi dietro di loro vedrebbero una figura esile e vestita di scuro, una figura come tante dentro i vicoli, nulla di cui preoccuparsi, sicuri che il loro status di sgherri sia una garanzia sufficiente. Se potessero sentire vedrebbero il lupo, i canini aguzzi e lucidi, il pelo nero folto e dritto sulla mia schiena, gli occhi scuri vicino alla preda.<br />
Se potessero vedere quello che vedo io non vedrebbero allo specchio nient&#8217;altro che quattro sciacalli spelacchiati, un piccolo branco, forte solo del suo numero e della brutalita&#8217; del muoversi in gruppo. Nessuno di loro vale il poco tempo dedicato a un rito primitivo.</p>
<p>Il loro sangue si. Il loro sangue e&#8217; sempre linfa che ritorna alla terra. E incidentalmente anche alle creature che la popolano silenziose da troppo tempo. Un silenzio che affievolisce la loro stessa esistenza, annebbiata da sensi spenti di un umanita&#8217; poco incline ad ascoltare cio&#8217; che gli parla dal profondo delle viscere.</p>
<p>Se potessero vedermi, vedrebbero il lupo adesso. Ma e&#8217; solo un attimo. Un istante e&#8217; il tempo che ci vuole per tagliare la gola di quattro sgherri e nutrirsi della loro carne e del loro sangue. Un istante e&#8217; il tempo che ci vuole per dissetarsi del loro sguardo di terrore di fronte all&#8217;unico momento della loro vita in cui hanno vissuto e guardato la realta&#8217; con tutti i loro sensi e non solo con quelli nascosti sotto una divisa e una fondina e quel poco di cervello che avevano.</p>
<p>Il sangue scompare tra le fessure della pavimentazione dei carruggi. Un bipede esile e vestito di scuro si asciuga una goccia di liquido denso e rosso agli angoli della bocca e riemerge nella fioca luce dei lampioni di via San Lorenzo.<br />
I suoi passi lenti e misurati eccheggiano nella notte di Zena fino a De Ferrari, su fino a Corvetto e poi verso i monti, ancora piu&#8217; su, nel silenzio dei boschi e delle loro ombre notturne senza elettricita&#8217;.</p>
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