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	<title>blackswift &#187; Volumi</title>
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		<title>Microtelling: La Politica</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Dec 2009 08:33:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il cielo di milano oggi è una minaccia più che un elemento del paesaggio. Incombe grigio e piatto come un enorme palmo pronto a soggiogare chi abita sotto il suo dominio. Immoto, infinito, ineluttabile, reale. Dopo il microblogging, a voi il microtelling. La Politica [quella con la p maiuscola che ha allontanato quasi tutti dalla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il cielo di milano oggi è una minaccia più che un elemento del paesaggio. Incombe grigio e piatto come un enorme palmo pronto a soggiogare chi abita sotto il suo dominio. Immoto, infinito, ineluttabile, reale.<br />
Dopo il microblogging, a voi il microtelling.<br />
</em>
</p>
<p>
<strong>La Politica </strong><br />
<em>[quella con la p maiuscola che ha allontanato quasi tutti dalla gestione del comune e che nonostante questo ha così larga parte nel determinare le condizioni in cui viviamo]</em>
</p>
<p>Camminavo serenamente in mezzo alla strada, circondato da uomini e donne che si affannavano a rincorrere l&#8217;ultimo regalo di Natale. Faceva freddo ma non troppo, e i volti e i corpi erano celati da strati e strati di tessuto, lana, cotone, feltro, cashmire. All&#8217;improvviso vidi un movimento repentino e venni colpito: un sapore metallico mi riempì la bocca e uno strano calore si diffuse su tutto il mio viso. Caddi a terra, ma mi rialzai tamponandomi il volto con la manica e cominciai a correre. Corsi senza fermarmi gridando aiuto a squarciagola, sperando che questo facesse desistere il mio aggressore. Mi fermai solo dopo qualche centinaio di metri, quando mi resi conto che non mi inseguiva nessuno. Mi accasciai con la schiena appoggiata alla parete e composi il numero del 118 sul telefono. L&#8217;ambulanza arrivò in una mezzoretta e mi portò all&#8217;ospedale, lasciandomi dolorante in sala d&#8217;attesa. Dopo alcune ore un medico mi disse che non era nulla di grave, mi fece fare due lastre e mi ricucì alla bell&#8217;e meglio il labbro. Mi resi conto che avevo perso due denti. Quando uscii dall&#8217;ospedale era ormai notte fonda e tornai a casa, chiedendomi chi ce l&#8217;avesse con me così tanto da aggredirmi a quel modo. Non trovai risposta e non ne trovai neanche nei giorni e nei mesi successivi, ma mi ritrovai a dover vincere il disagio di camminare spensierato in mezzo alla folla. Ancora oggi non sono riuscito a ritrovare la sensazione splendida che mi dava passeggiare tra la gente osservandola.
</p>
<hr width="50%">
<p>
Si destreggiava alla meglio tra la folla, attorniato da guardiaspalle enormi e da mani festanti che lo cercavano come un messia. In sottofondo qualche urlo di contestazione e qualche fischio. Nelle orecchie ancora le parole efficaci della sua ultima arringa contro &#8220;la violenza&#8221;. Sorrise tra sé e sé. Stringeva mani, firmava autografi, sorrideva. Improvvisamente il colpo: un sapore metallico gli riempì la bocca e uno strano calore si diffuse su tutto il suo viso. Cadde nelle braccia dei suoi sostenitori, che lo spinsero istintivamente all&#8217;interno dell&#8217;auto blindata. Fu un istante. Tolse il cencio con cui gli stavano coprendo il volto e salì sul predellino dell&#8217;auto, mostrandosi alla folla: ferito, sanguinante, lo sguardo furente e fiero. Poi rientrò nell&#8217;auto e diede ordine di portarlo al San Raffaele, preavvisando chi di dovere. All&#8217;ospedale venne portato immediatamente a fare ogni tipo di accertamento e gli venne messa a disposizione un&#8217;intera ala della struttura per riposare almeno qualche giorno. Mentre veniva medicato e ricucito così da lasciare un segno appena percettibile tra la guancia e il labbro, pensò al da farsi. Nei successivi tre giorni, lontano dai riflettori, fece solo poche cose, ma necessarie, per ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo: prese appuntamento dal dentista, dato che aveva perso due denti, ma non dal chirurgo estetico; lasciò che i suoi amici puntassero tutte le armi che avevano sui suoi nemici, si dia fuoco alle polveri; diede mandato ai suoi consulenti di aprire una azienda di import-export di souvenir del duomo, il mercato ne avrebbe avuto bisogno. Quando dopo tre giorni uscì dall&#8217;ospedale, mostrandosi ai suoi fedeli e fedelissimi, disse solo una frase: &#8220;l&#8217;amore vincerà&#8221;. E anche io, pensò sorridendo sotto la medicazione. Poi ordinò all&#8217;autista di portarlo a casa, dove sarebbe rimasto a riposto fino al giorno dopo la tradizionale conferenza stampa con i giornalisti che diversamente sarebbe stato obbligato a fare. Due piccioni, e anche di più, con una fava.</p>
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		<title>L&#8217;Attesa</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Nov 2008 14:59:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti dalle Cripte]]></category>
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		<description><![CDATA[Per descrivere certe passioni, bisogna muoversi nel confine incerto, se mai esiste, tra personale e politico. Perché alla fine la certezza è di ritrovarsi di fronte a una sentenza che chiude molto più di un processo. Che apre nuove scatole, con dentro altre scatole e altre scatole ancora. E in ognuna di esse c&#8217;è una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per descrivere certe passioni, bisogna muoversi nel confine incerto, se mai esiste, tra personale e politico. Perché alla fine la certezza è di  ritrovarsi di fronte a una sentenza che chiude molto più di un processo. Che apre nuove scatole, con dentro altre scatole e altre scatole ancora. E in ognuna di esse c&#8217;è una storia da scrivere. E ci sarà da cambiarle ancora, le storie, immaginandone diverse. Alla nostra verità di parte sulla Diaz e sul g8. La realtà, non è di questo mondo.</p>
<p><i>Un anno e più non è uno scherzo, può renderti diverso,<br />
un anno è la fotografia, di te stesso che vai via.<br />
Ha i suoi motivi la paura, dovrei saperlo già da un po&#8217;.</i></p>
<p>Il posto ha un nome che quei tre hanno provato a farsi spiegare. O forse erano altri, in altre composizioni: altri volti, parole, passato. Storie mai incrociate, parole sospese in un tempo freddo, con il calore proveniente solo da una piccola stufa. Odore di legna e di foglie morte. La loro compagnia è una novità della serata: un incontro in un posto, uno spostamento, poco dopo, in un altro. Si erano già ritrovati vicini, senza saperlo. Si erano già ritrovati a osservarsi, senza capirsi. Ognuno dei tre pensa, cataloga, mette in fila, tesse trame, cerca sensi. Ognuno, bisogna precisarlo, riferisce solo a se stesso, perché pare sia finita da tempo la fase del gioco di squadra.<br />
<span id="more-1291"></span><br />
Il posto ha un nome. Il nome può voler dire: <i>casino</i>. O anche: il <i>posto giusto</i>. Anche per aspettare, pensa il <i>primo uomo</i> seduto. Sta comodo su un divano avvolto da una coperta rossa: è duro e leggero, come i pensieri e un nome su una lista, una riga da tirare, un piacere da togliersi. Lui, pensa, è l&#8217;altro: quello <i>fregato</i>. Quello, a breve, <i>braccato</i>.<br />
Il <i>secondo uomo</i> non capisce niente delle canzoni: due tipi cantano accompagnati da fisarmonica e chitarra. E&#8217; un suono caldo e scuro, rude e bugiardo. Il <i>secondo uomo</i> sta pensando alla differenza che può esistere tra alcuni concetti espressi a parole. In alcuni casi, per esempio, si dice <i>confusione</i>. In altri, <i>paura</i>. In alti ancora, percorsi molto più banali: <i>una presa in giro</i>, forse. La sua attesa, in ogni caso, sta per finire.<br />
Il <i>primo uomo</i> ha ordinato un liquore composto da vari liquori. Pare sia forte. L&#8217;ha scelto non perché debba abbandonarsi a pensieri contraddittori. Ha voglia di dolcezza e gli piace il colore rosso scuro che prende il bicchiere. Con acqua calda a creare un torpore che svanisce in fretta. Fa freddo. Tira fuori il cellulare: è l&#8217;ora. Magari la tipa può dargli una <i>dritta</i>. Succedono cose strane, in Italia e quella ragazza sembra saperne alcune parti fondamentali. Gli aveva parlato di percorsi, strade, riti. <i>Confusione</i>.<br />
Il <i>secondo uomo</i> è meno preoccupato. In generale, non che non abbia pensieri. E&#8217; che improvvisamente le cose <i>succedono</i>. E si perde il sonno a pensare a quando sono <i>cominciate</i>.  E&#8217; pur vero che a tornare indietro si capisce meglio il presente. Guarda il <i>primo uomo</i>: lui si che è preoccupato. Eppure quella frase l&#8217;ha sentita dire proprio da lui. E ha capito di essere nel posto giusto. Quando il passato si può cambiare, la gloria è vicina anche agli sprovvisti del fato.<br />
<i>La donna beve e canta. Capisce alcune parole della canzone, non tutte. Ha un bel grattacapo cui pensare. Vive nel riflesso dell&#8217;attesa del uomo. Vorrebbe raccontargli altre attese, vorrebbe spiegarsi. Non lo ha mai fatto. Lo scarto d&#8217;età, d&#8217;altronde, con il tempo si complica. Ora lo ha visto: ha commesso il primo errore. Quella ragazza, lei sa, non potrà chiarirgli nulla. E&#8217; già tutto piuttosto evidente invece, pensa. Proprio per quel pensiero, come avesse capito che tutto è abbastanza, lei ha deciso che lascerà perdere. Quella ragazza, dall&#8217;altra parte, farà di tutto: per non aiutarlo. Lei, la donna, invece: avrebbe potuto fare qualcosa. Quando gli uomini commettono certi errori, perdono in un istante tutto. Sono sempre errori .</i><br />
Il <i>secondo uomo</i> non sta capendo. Si era fermato a pensare a quello stato in cui hai la percezione della sofferenza. Non ci poteva mica fare niente. Il <i>primo uomo</i> gli avrebbe detto una cosa chiara e tonda, se avesse potuto leggergli nel pensiero: <i>pensi solo a te</i>, gli avrebbe detto. Da che pulpito, avrebbe immaginato il <i>secondo uomo</i>. Quelli come il <i>primo uomo</i>, lui, li conosceva bene. Ne aveva visto un sacco nella sua vita. Delusi, frustrati e pronti a giudicare. Scacciò il pensiero e guardò lei, che guardava lui. Questa cosa, pensa, non deve succedere. <i>Non stasera</i>.<br />
Il <i>primo uomo</i> sospira. Si era accorto di avere tenuto per lunghi istanti lo sguardo fisso. Gli capitava spesso ultimamente. E non ricordava cosa pensava in quegli attimi. Forse quella donna avrebbe potuto aiutarlo, o dargli qualche indizio da seguire. Parole, parole, da buttare. Si chiedeva questo, in fondo: c&#8217;è un&#8217;altra soluzione oltre a <i>quella</i> soluzione?  Allora si è messo a guardarla. E <i>lei</i> guarda <i>lui</i>.<br />
<i>La donna</i> sa già come andrà a finire: quello che stasera è un pensiero, domani sarà una pulsione. La delusione non ammorbidisce, ne è sempre stata certa. Era uscita scorticata viva e si era riguadagnata la pelle abbandonando la ragione. Non c&#8217;è ragione né mai ci sarà. C&#8217;è la necessità di ricostruirsi la pelle. Per questo gli ha portato il <i>secondo uomo</i>. Gli ha voluto regalare una cosa. Un tempo era stata nella sua stessa situazione. Ma un tempo la storia si raccontava. Ora neanche si sa di viverla. <i>Uomini</i>.<br />
Il <i>primo uomo</i> guarda davanti a sé e osserva <i>la donna</i>. Accenna un sorriso. Poi guarda il <i>secondo uomo</i>. Cerca di ricordare quando lo ha conosciuto, senza sapere neanche il perché. Il <i>secondo uomo</i> ai suoi occhi sembra irrequieto, ma determinato, come si stesse concludendo qualcosa. Un lavoro, un problema, una <i>missione</i>.<br />
Il <i>secondo uomo</i> si chiede che cazzo ha da guardare il <i>primo uomo</i>. E ripensa alla sua storia: ricercatore della prima università che gli era venuta in mente. Venezia: mai stato. Aveva anche studiato tre mesi per arrivare  preparato. In fondo l&#8217;idea non era stata male. Gli piacevano i <i>diversivi</i>. In alcuni casi si dice: <i>colpi di fortuna</i>.<br />
Il <i>primo uomo</i> pensa di essere pronto. Sa già come finirà. Dal cellulare nessun segnale e non è una novità. <i>Disadattato</i>. Confondere le cose non è da lui, ma c&#8217;è rimasto in mezzo, come si suol dire. <i>Incastrato</i>, senza sapere bene perché. Sente l&#8217;atmosfera delle grandi decisioni: se sarà come immagina, dovrà fermare la sua rincorsa. Per un po&#8217; di tempo, almeno. Avrebbe bisogno di: qualcuno che gli spiegasse le cose, in un <i>altro</i> modo.<br />
Il <i>secondo uomo</i> comincia a battere il tempo col piede, a terra. La chitarra si è fatta rapida e spinge verso accordi tambureggianti. La fisarmonica si muove scattante, a cercare suoni improvvisi, da adattare alla nuova velocità del ritmo. Lui guarda il <i>primo uomo</i> e pensa che è il momento di uscire a fare una pisciata. E una <i>telefonata</i>.<br />
<i>La donna</i> vede il movimento del <i>secondo uomo</i> e si scosta, per farlo passare, senza neanche guardarlo in faccia. Quello che ci voleva, pensa. Rimanere soli, un attimo. Qualche istante per accorciare le distanze e provare a ricacciare indietro il pensiero. Da quanto non ci pensa, si ripete. Da quanto non ne parlo, sussurra. Il <i>secondo uomo</i> è ormai verso la porta, <i>la donna</i> si avvicina al tavolo e guarda il <i>primo uomo</i> davanti a sé. E come ogni volta che una persona ha voglia di spiegarsi, comincia il discorso con una domanda. Ascoltare, per parlare: non tutti lo capiscono.<br />
Il <i>primo uomo</i> inizia, senza sosta: è che la gente non sa, <i>dietro quale dolore</i> si nasconde una notte, esordisce. E non si possono sapere i peripli che una vita prende, cercando di mantenere intatto un modo di essere. Finché ti accorgi di essere cambiato, perché hanno voluto cambiarti, forse. E sai che andrai incontro solo a oblio e delusioni, incomprensioni, solitudini, mestizia, rabbia, pazzia. Ma in fondo, mi chiedo, aggiunge: è una via di fuga, o un&#8217;ulteriore accettazione delle cose? Si ferma e riprende a parlare: leggo di giudizi: e ora qualcuno si rimetterà a fare questo e quello, a seguire strategie suicide, quando invece è meglio lasciare perdere. E&#8217; questo che non so fare, aggiunge l&#8217;uomo, <i>lasciare perdere</i>. La vita, ribadisce, forse è solo questo: verificare i propri limiti, <i>scegliendo</i>. E più scegli e più sei <i>insofferente</i>. E più sei insofferente, più ti accorgi di esserlo. <i>E guai se avessi un coltello</i>, termina, <i>per tagliare</i>.<br />
<i>La donna</i> osserva le mani, le braccia, i movimenti del <i>primo uomo</i>. La vita è un calcolo razionale dei limiti, quando li consideriamo irrazionali. E lei lo ha messo di fronte alla possibilità di capirne uno, tutto suo. Tra qualche ora, pensa, il <i>primo uomo</i> saprà di diventare un <i>braccato</I>. Può eliminare fin da subito un nemico: il <i>secondo uomo</i>. <i>La donna</i> si chiede se ne avrà la forza, la disperazione. E si augura di no. Ma sa bene che in quella notte, per lei, non ci sarà dolcezza. Non darà niente a un corpo alla ricerca di una meta irrealizzabile. Ha già dato ascoltando. Ora tocca solo a lui.<br />
Il <i>secondo uomo</i> ora ha un problema: la telefonata è stata chiara: cancellare. Eliminare. Togliere di mezzo. Levare dal cazzo, annientare, spaccare tutto. La ragazza con cui ha parlato era stata chiara: il <i>primo uomo</i> mi ha cercata. Ha capito. Vuole sapere. Quindi, aveva risposto il <i>secondo uomo</i>? Quindi, aveva risposto quella ragazza, cancellare, <i>please</i>. Il problema a quel punto era <i>la donna</i>. Tra quei due qualcosa doveva essere successo. Forse proprio la notte in cui lui si era addormentato e non aveva seguito quei due per le viuzze. Ogni tanto li vedeva prendersi la mano, nelle notti passate. E quella notte, ne era certo, la dolcezza doveva vincere per quei due. Due <i>idee</i>, mica due persone. La notizia che stava per arrivare avrebbe sviluppato traiettorie strane, rapide e desiderose di calore. Si toccò sotto la spalla destra. Era lì, calda, pulsante, attiva, pronta. Il <i>secondo uomo</I> entra nel bar e li vede. Stanno parlando. Se è come pensa, ha un <i>fottuto</i> problema.<br />
<i>La donna</i> osserva l&#8217;entrata: intravede il <i>secondo uomo</i> farsi avanti. Guarda il <i>primo uomo</i> e gli dice, semplicemente: quello è un tuo <i>nemico</i>. Il <i>primo uomo</i> la guarda. E&#8217; bianco, spettrale, non ha più le parole pronte. Nessuna citazione, frase, ricordo, frammento. Sorseggia la bevanda e capisce: non si scherza mica più. Le chiede in che senso stia parlando. E lei rapida, le sussurra un nome. Un ricordo della memoria, lontano per interi giorni e riaffiorato solo in quegli istanti che precedevano la notizia tanto attesa e già sospettata. <i>La donna</i> decide che sarebbe andata via, subito.<br />
Il <i>primo uomo</i> osserva <i>la donna</i> e poi il <i>secondo uomo</i>. Sta per entrare. Ha il passo deciso, si tocca sotto la spalla e il <i>primo uomo</i> capisce. Attorno a loro ci sono tre persone, non di più. Il <i>primo uomo</i> pensa, rapido: al tribunale, alle sue uscite, agli strani incontri, ai personaggi che si muovono in silenzio, senza riflettori. Uomini che agiscono, cambiano, motivano e determinano. Uomini che fanno la storia. Uomini come il <i>secondo uomo</I>.<br />
Il <i>secondo uomo</i> entra e fa in tempo a vedere <i>la donna</i> che si alza e se ne va, senza salutare nessuno. Guarda fissa davanti a sé: ha gli occhi sbarrati. Il <i>secondo uomo</i> si mette di fronte al tavolo. Il <i>primo uomo</i> lo guarda. Si osservano ed è fin troppo chiaro: hanno capito tutto. Potrebbe fare un bel casino, ma decide di sorridere, il <i>secondo uomo</i>. La situazione si mette bene, pensa. Il <i>primo uomo</i> ha già capito: non c&#8217;è uscita. <i>Loro</i> sono dappertutto. E&#8217; una <i>guerra</i>.<br />
Non l&#8217;hanno mica ancora capito, pensa il <i>secondo uomo</i>, mentre si siede, sorridendo.<br />
<i>La donna</i> cammina, appoggiando i piedi a terra con un ritmo tutto suo. Ha visto, ha pensato, ha sognato: le catenelle, i sospiri, i sorrisi, i pianti, le botte, la <i>violenza</i>, il male. E a breve tutto diventerà storia: dimenticata, mai raccontata. Finirà nel buco nero della vulgata comune. Diventerà un&#8217;altra cosa, <i>un&#8217;altra storia</i>.</p>
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		<title>Campagna</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jun 2008 14:56:40 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[[il mostro della primavera] Il testo integrale è disponibile nei formati: PDF &#8211; RTF &#8211; TXT. Buona lettura. Ah, ogni riferimento a fatti, cose, persone, eventi realmente esistiti è puramente casuale. E&#8217; il finale quello che speriamo diventi un riferimento a cose, fatti e persone che tragicamente ci circondano. 1. Quando poi ferito cade Guarda [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><i>[il mostro della primavera]</i></p>
<p><b>Il testo integrale è disponibile nei formati: <a href='/wp-content/uploads/campagna.pdf'>PDF</a> &#8211; <a href='/wp-content/uploads/campagna.rtf'>RTF</a> &#8211; <a href='/wp-content/uploads/campagna.txt'>TXT</a>.  Buona lettura. Ah, ogni riferimento a fatti, cose, persone, eventi realmente esistiti è puramente casuale. E&#8217; il finale quello che speriamo diventi un riferimento a cose, fatti e persone che tragicamente ci circondano.</b></p>
<p><b>1. Quando poi ferito cade </b></p>
<p>Guarda te, pensa Lino, se a sessant&#8217;anni mi tocca fare queste cose. E dire, continua, che se aspettavano ancora un po&#8217; trovavo anche il modo di raccattare qualcosa di fenomenale. Ma hanno deciso di fare tutto in un mese. E lui, che lo sapeva che sarebbe andata a finire così, aveva avuto meno tempo di quanto si sarebbe aspettato. In marzo, poi, mica facile. Che piove, fa spesso brutto tempo. Era stato fortunato, per il clima. Meno per la fretta con cui aveva dovuto gestire tutto. Non che se ad aprile fosse finita diversamente, avrebbe cambiato i suoi piani. Da quand&#8217;era che non partecipava a quella cosa lì? Da sempre, aveva sorriso tra sé e sé. Ma quando è troppo è troppo.<br />
Ansima e respira, perché gli ultimi gradini gli hanno spezzato il fiato e il suo polmone e mezzo. Sbuffa forte e il torace sale e scende con pesantezza. Però Lino è soddisfatto.<br />
Nel frattempo, mentre giastemma pensando a cosa farebbe se avesse anche solo vent&#8217;anni di meno, tira fuori cose da enormi sacchi di tela appoggiati a terra. Pavimento antica Genova, regalo dei sovrani, li chiamavano così, che andavano in quei posti a rinfrancarsi delle loro fatiche cittadine. Ma quali fatiche? Che lui li vedeva in porto, mentre camallava di tutto, quando arrivavano loro, i nobili, a imbarcarsi per chissà dove. Non gli sembrava gente che faticava, anzi. Va beh, pensa, meglio fare in fretta e preparare tutto al meglio.<br />
<span id="more-1221"></span><br />
Posiziona tutto quanto estrae dai sacchi: una cosa dietro l&#8217;altra su un tavolo di legno di castagno, lavorato in ferro battuto. Resistente alle tarme, al tempo, al soffitto sgocciolante acqua, neve e chissà che altro. Resistente anche alla morte. Legno massello, mica lamelle sferruzzate e rese deboli dai consueti difetti di artigiani troppo precipitosi. Lo diceva mio padre ad ogni ospite, pensa. Dopo aver sistemato tutto, prende un attimo di respiro, che a sessant&#8217;anni non è che possa mica fare tanto il furbo: trascinare chili di cose, fare un passo di montagna, modesto, ma pur sempre in salita, con la strada che lì davanti è piccola e ad ogni tornante sembra crescere davanti ai propri passi. Non è una cosa che si possa fare tutti i giorni. Ma quel giorno lì, purtroppo, non aveva mica altra scelta, pensa. Le busie a sùn cùm j sop, c&#8217;a s&#8217; cunosu da luntan1. Eh già E neanche avrebbe potuto chiedere aiuto ai suoi nuovi amici. Pensa al campetto di roulotte e tende che è appena fuori dal paesino. Per poco ancora, gli aveva detto qualcuno dei suo vecchi amici, tutto contento.<br />
E lui aveva la vista bella lunga. E aveva trovato anche qualcuno cui affidare le sue confessioni, le sue idee, le sue strategie. Gli scappa un sorriso. E poi, pensa, passare in mezzo al paesello, specie davanti a quella piccola caserma dei carabinieri, trascinando tutto quel popò di cose, facendo finta di niente. Eh. Mica facile. Con i capelli bianchi, una canottiera bianca, ma resa gialla dal sudore, pantaloni tirati sul ginocchio e calzette blu corte, tenute insieme da scarponi che ancora soffrivano il freddo delle notti passate nei boschi a tagliare la legna per l&#8217;inverno. Quegli inverni che si erano mangiati la sua gioventù. I suoi capelli biondi, bianchi. Il suo ciuffo, sparito. I suoi occhi azzurri, c&#8217;erano ancora, ma spenti, quasi grigi. Il suo fisico statuario, rinsecchito e con una panza che sporgeva come avesse un tavolo incorporato. Le sue gambe atletiche, secche e lunghe, sì, ma prive di tono muscolare. La vecchiaia, brutta bestia. Un tempo, pensa, da vecchi si diventava saggi.<br />
Oggi, si dice, si diventa cattivi. Tutto dipende da dove va la cattiveria.<br />
Ora, adesso, sistemate tutte le cose, fosse stato solo cinque anni prima, prima cioè che gli tirassero via mezzo polmone, per quel cancher del sacramento, si sarebbe fumato una bella sigarettina e fatto un bel cicchetto. Sbuffa. La fumatina no, ma il bicchiere di vino tutto sommato poteva farselo. E&#8217; che deve restare sveglio e attento. E silenzioso. Ël vin e i segret a peulo nen vive2 ansima, si ripete. E allora apre le finestre e guarda di sotto. Un piccolo orto, alcuni alberelli, un immenso giardino che si apre sulla valle, piccoli muretti di pietre grezze, irregolari. Un panorama preciso. Molto preciso. Una bella discesa. Un paese. E là in fondo, il campo dei singri, gli zingari.</p>
<p><B>2. Non piangetelo dentro al cuore</b></p>
<p>Il secondo passo, pensa, è trascinare fuori da quella specie di cantina i tavoli bianchi e le sedie, disporre un po&#8217; di damigiane di vino buono appena fuori, di fronte al cortile e rendere l&#8217;ambiente sanguigno, rurale e da scampagnata nel vero nord. E poi il vino deve respirare. Il vino buono. Quello che ci piace a noi, pensa ridendo. A noi del nord.<br />
Si asciuga la fronte e sputa per terra. Quel catarro maledetto. Sembra una risorsa infinita generata dal suo corpo, qualcosa che fino al suo ultimo giorno continuerà a venire fuori. Bruna, sua moglie, glielo diceva sempre. Scioppa3, ad ogni colpo di tosse che sembrava potesse venire giù una montagna. Allora aveva sostituito le MS con la pipa. Anche suo genero la fumava. Andavano anche a caccia insieme, prima che sua figlia facesse quelle scene isteriche e ponesse fine al loro passatempo, e quando andavano verso la Jugoslavia, trovavano sempre delle pipette mica male. Lavorate da mani precise, passionali e con sistemi di filtro all&#8217;avanguardia. Sembravano così antiche, ed erano così moderne.<br />
Lino si ferma ancora, mani sui fianchi. Respira. Aria buona. Poi tira fuori le chiavi dalla tasca e si prepara a scendere le scale, aprire la porta e cadere camminando al piano di sotto. Dove c&#8217;è la cantina e dove un altro portone si apre sul piccolo giardino che avrebbe ospitato l&#8217;allegra compagnia. Sorride di nuovo, mentre socchiude la porta e un gatto scruta l&#8217;ingresso, accarezzandogli i polpacci e quei pochi peli che gli sono rimasti. Bianchi, naturalmente. Verrà anche il segretario, gli aveva detto Alfonso. E Lino ora, lo ripete canticchiando. Verrà anche il segretariooooo, e perché no, aggiunge Lino, anche il Senatuuuuuur. E magari pure il Ministrooooo. Sul mare luccica, le note. Diverso il testo.<br />
Pur nella sua burbera esistenza, Lino ha dovuto imparare ad allietare il suo tempo in solitudine. Ha dovuto modificare il suo carattere, quando vicino non ha avuto più nessuno con cui prendersela. Cui dare la colpa di colpe altrui. Qualcuno a cui rinfacciare quello che lui e quelli come lui, non erano riusciti a fare. Salvo diventare dei vecchi delusi e pronti a prendersela con chiunque. Che lui certe cose, non credeva sarebbe mai arrivato a pensarle. Fortuna, si dice, ora ho escogitato una buona uscita di scena. Per lui, pensa. E per la sua coscienza, aggiunge, continuando a canticchiare.<br />
I dieci anni senza moglie, la Bruna, lo avevano trasformato. Gli uomini, pensa, ci accorgiamo sempre di tutto troppo tardi. Come gli sarebbe piaciuto alla Bruna, pensa Lino, sentirlo fischiettare e canticchiare mentre sposta damigiane, tira fuori tavoli, ripone bicchieri e posate in una grande cesta. Invece, anche solo dieci anni prima, avrebbe fatto tutto bestemmiando e magari pure lamentandosi che la Brunin Brunetta, come la chiamavano in paese, era lì, alla finestra a osservarlo, cantando. Sul mare luccica, l&#8217;astro d&#8217;argento, placida l&#8217;onda, prospero è il vento. E giù a squarciagola, Santa Lucia, Santa Lucia. Perché la Bruna la chiamavano così per quei suoi capelli corvini, neri come il petrolio, come il più profondo dei buchi, dei pozzi e dei misteri. Ma il suo vero nome era Lucia e i suoi occhi, per Lino, erano proprio quelli della Santa. Luminosi e infiniti. E lei, per lui, non si era solo strappata gli occhi, ma aveva rinunciato a quel suo talento che nelle giornate come quelle, pensa Lino, avrebbe sferzato l&#8217;aria e allungato i monti. Quella voce calda e acuta, profonda e violenta. E così quando la Bruna se ne era andata, presa da quella malattia del secolo, per dieci anni se l&#8217;era presa con altri. Con altri diversi da lui. Con i negri, anche. Certo, anche con i negri, pensa. Ma i negri erano in città, mica nei paesini. Anche con gli omosessuali, che invece nel paese c&#8217;erano. Due, li avevano denudati e gli avevano sparato nel culo. E il maresciallo come rideva. E poi loro: i rumeni.<br />
Gli zingari, erano fin troppo facili come bersaglio. Erano lì fuori dal paesino: sporchi. Rubavano, lo sapevano tutti. Quante gliene avevano fatte! Anni di polemiche e tentativi di bruciargli tutto, tutto. Ma quelli sembrano il polpettone di sua nonna, quello con i fagiolini dell&#8217;orto: più ne mangi più ne hai nel piatto. Quelli, più li bruci, più scopano. Più scopano, più figliano. Più figliano, più rubano.<br />
Dieci anni di bile e rancore, sputato in faccia ovunque. Perfino sulle foto dei suoi parenti, di suo padre, di sua madre, della Bruna. E di sé stesso, del suo passato e di tutto quello che non era riuscito a fare. Lui, comunista che però i froci e i terroni sono froci e terroni, aveva scoperto il Nord. Aveva scoperto, quando si era ritrovato solo, che poteva prendersela con qualcun altro. Dare la colpa a loro. Perché alla fine, se vai in pensione, si era detto, cosa puoi spartire con il resto della società? Solo odio, aveva concluso.<br />
Intanto smette di cantare, perché trasportare posate e piatti in casa, che deve lavare ora, non si può tirare indietro, richiede uno sforzo fisico mica da poco. Passa davanti al tavolo e avrebbe voglia di accarezzare quelle cose. Le guarda per un attimo, ma quella sarà l&#8217;ultima cosa da fare. Alza lo sguardo e controlla l&#8217;ora. Ha tempo, Lino.</p>
<p><b>3. Perché se libero un uomo muore </b></p>
<p>I piatti sono almeno quaranta. Altri sarebbero stati portati da qualche comare del paese tutta contenta di partecipare al bivacco e all&#8217;azione. Si immaginava la Livia, quella vecchia bagascia che se la faceva con il prete, già pronta ad appoggiare la mano sul ginocchio del maresciallo. Il maresciallo era il capo, del resto. Si aspetta tutto il paese l&#8217;indomani. In quello spiazzo dedito al vino, al cibo e al carico di benzina, torce e tutto quanto serve. Tutti arragieeeeeee4, canta sorridendo. Tutto il paese a festeggiare le elezioni e a partire per l&#8217;assalto decisivo. Tutto il paese a chiedersi chi siano quei dieci che non hanno votato per il Senatur. Quei dieci comunisti, froci.<br />
Ride. Gli altri poi, quelli sì arrabbiati, lo avrebbero aiutato a sistemare le cose una volta per tutte.<br />
Lava e pensa Lino. Lava e pensa ai suoi ultimi anni. Soprattutto alla notte di un anno prima. Con gli altri, i compagni leghisti, e sorride: erano andati là decisi a tutto, appena un anno fa. Fuori dal paese, si apriva un campo ampio e vasto. Da anni dovevano asfaltare tutto per fare passare quei treni veloci. Da anni il progetto aspettava di essere realizzato. Da anni quei rom, zingari, vivevano lì, senza che nessuno sembrasse capace di mandarli via. Legalmente. E allora bisognava organizzarsi. Avevano circondato il campo. Ricorda che sentiva la puzza della benzina nelle taniche e la puzza di sudore degli uomini, così eccitati da quella idea. Era semplicemente troppo presto, lo avevano capito abbastanza in fretta. Giunti sul posto avevano cominciato a dire, ma sarà il caso? Non è che poi finiamo nei casini? Con sti comunisti al governo hai visto mai. La pì cativa rùa a l&#8217;è sempre cùla c&#8217;a schersina5, aveva pensato. Lui, Lino, aveva detto che erano dei chiacchieroni, aveva buttato a terra tutto quanto e aveva cominciato a passeggiare da solo, piano piano, respirando e bofonchiando appena. Loro, gli altri, se n&#8217;erano andati, dicendo che sarebbero arrivati i tempi giusti, che il Senatur l&#8217;aveva detto, che quel governo andava giù dritto come un fuso e allora sarebbe arrivato il momento di fargliela vedere a quelli là. Lino aveva scosso la testa e aveva passeggiato tutta l&#8217;estremità del campo, che appariva silenzioso, avvolto dal sonno della notte fresca e ventilata. Restava sul margine esterno del campo, pronto a scappare se qualcuno di quei bastardi si fosse azzardato a dirgli qualcosa. Aveva tenuto con sé una pistola, scarica, tanto per. Aveva continuato a passeggiare a ritroso, verso l&#8217;uscita del campo e l&#8217;imbocco del paese. Si era ritrovato di fronte all&#8217;ennesima costruzione improvvisata. Quattro lunghe lenzuola che chiudevano un piccolo quadrato, dal cui interno proveniva una debole luce. Una piccola tenda, senza tetto e a cielo aperto. Aveva tirato appena una delle tende nere che delimitavano l&#8217;interno della casa di uno di quegli sporcaccioni.<br />
Ricorda ancora adesso gli occhi di quella donna. Si erano fissati per pochi istanti, neanche dieci secondi. Occhi neri, scuri, che gli avevano preso il cuore, macellandolo e stringendolo come quello di un piccolo pollo appena spellato. Si era sentito solo, povero e crudele. Perché i ricordi sono bastardi e gli era venuta in mente l&#8217;immagina di sua madre che scuoteva contro il muro un sacco, con dentro i gattini appena nati. Che mica potevano sfamare centinaia di gatti, gli diceva. Lino aveva abbassato lo sguardo che era finito su due bambinetti sporchi e col naso avvolto da muco e sporcizia. Piccoli gatti, da sbattere contro un muro o da affogare nel fiume. Gli era sembrato di avere capito tutto in quel momento. Gli era sembrato: una sensazione non si può spiegare.<br />
E ora, mentre lava i piatti, quel ricordo gli rimbalza nella testa le lacrime che aveva sentito formarsi in fondo alla gola in quei pochi secondi, insieme al grumo avvizzito della memoria e l&#8217;odore della merda dei cavalli e dei cani. E le lacrime di un vecchio, pensa, non sono lacrime normali. Ogni giorno ricorda quegli occhi e quell&#8217;immagine come fosse uno di quei dipinti che vedi in un museo e non te li dimentichi più. Come fosse un ricordo che vuoi ripassare ogni giorno. Perché nei hai bisogno, per capire che le tue viscere, il sangue e i muscoli, sono appoggiati su qualcosa che batte e che pulsa. Per ricordare che anche sei hai sessant&#8217;anni, puoi ancora vedere qualcosa di bello. Per ricordarti, dice a se stesso, che quando sei vecchio puoi solo dare l&#8217;esempio.<br />
Sistema tutto, piatti, bicchieri, posate, nel vano sopra il lavandino. Lavando e ricordando la luce si è abbassata e Lino ha perso il senso del tempo. Comincia anche a tirare un&#8217;arietta che gli consiglia di mettersi un gillet, blu, sulla canottiera ormai asciutta e ancora sporca. Chiude la finestra, sperando di limitare quella corrente che con la porta aperta, sembrava soffiare proprio sulle sue spalle. Poi va in camera, si corica sul letto e rimane un&#8217;oretta nel dormiveglia. Il suo umore è cambiato: l&#8217;eccitazione dei preparativi ora ha lasciato spazio alla necessità di sistemare le cose. Deve farlo. Si alza, chiude tutte le finestre, accende la luce, perché ormai il buio scende sul paese e comincia il lavoro.<br />
Lucida, spazzola, carica, aziona, pulisce, punta, mira, prova. Che belle cose, pensa.<br />
Poi dopo un paio d&#8217;ore a ispezionare i dettagli delle granate, la parte più difficile perché quelle cose sono russe e non capisce bene il funzionamento.  Si è tenuto per ultimo la sua cosa: il suo fucile. Bascula rialzata, canne in acciaio e astina a becco d&#8217;oca. Ci aveva preso il suo primo fagiano. Avrebbe preso il suo ultimo pollo. Prima però analizza la rigatura delle canne. Gli pare buona per ricevere i proiettili svizzeri che si è procurato nei suoi anni di viaggi: esplosivi. Con la sua buona mira anche cinquecento metri di distanza dal bersaglio non sarebbero stati un problema. Bene, pensa. Sorride. Poi copre tutto con un lenzuolo bianco e va a dormire, pensando agli occhi di quella donna e ringraziandola, silenziosamente.</p>
<p><b>4. Che cosa importa di morir</b></p>
<p>La giornata di Lino trascorre placida. Si è fatto anche un altro sonnellino pomeridiano, frutto del minestrone che si era preparato a pranzo, approfittando della mattina libera e del buon vinello che ci aveva appoggiato. Si era sentito un po&#8217; intorpidito e aveva deciso di schiacciare un pisolino. Anche perché pensa, mentre si prepara il caffè di metà pomeriggio, la giornata era iniziata all&#8217;alba. Sopra il soffitto ogni tanto sente dei rumori. Per questo, dopo aver messo la caffettiera sul fuoco, apre appena la porta che dà sul solaio e bisbiglia un state fermi sacramento, cui segue un sì sì, sussurrato. Poi chiude a chiave e fino a sera, quella porta, sarebbe stata invalicabile.<br />
Alle sei si era svegliato, aveva ricevuto gli ospiti, dato istruzioni, aiutato a portare le cose, dove andavano portate. Poi alle otto in punto era arrivato Giacumin, il segretario della Lega del Comune, che significava paese e altri quattro paesi nelle vicinanze. Gli aveva portato anche il quotidiano e avevano chiacchierato sui preparativi. Giacumin non stava nella pelle.<br />
Ora Lino prepara i tavoli, torna in casa, beve il caffè, va in bagno, si lava la faccia, si guarda allo specchio. E&#8217; tranquillo. Poi aspetta. Poi arrivano, piano piano, tutti. Chiacchiere, allegria, bandiere verdi, canti.<br />
Saranno cento persone, almeno. Tutti vecchi, solo qualche giovane che arriva dalla città a ringraziare, per bocca del Senatur, quel piccolo paese tutto verde, leghista, incazzato. Ce l&#8217;abbiamo duro, urlano. Qualche donna bestemmia, a sottolineare la propria durezza, quanto meno morale.<br />
Alle nove e mezza circa, l&#8217;odore degli spiedi e del vino comincia a colorare il giardino di un fumo grigiastro, che va a scontrarsi con la luce della luna, dando l&#8217;idea di essere nel mezzo di un bagno termale all&#8217;aperto. Lino è contento, sorride, semina bile tra i suoi uomini e poi finalmente arriva il maresciallo, anche lui. Tutte le donnine sono contente, è un mondo bellissimo, sorride tra sé Lino. Arriva il momento del brindisi. Aspetta Lino, aspetta Lino, dice Giacumin. In tre si muovono e scendono le scale che dal giardino porta direttamente al piccolo parcheggio delle auto. Ne aprono i cofani e mostrano le taniche disposte in fila, come per un trasloco di un benzinaio. Ora si che si può brindare urlano. Benediciamo questa benzina, urla qualcun altro.<br />
Sono tutti eccitati e affaccendati a ripassare i piani. Lino deve dare il segnale. Si appoggia la mano sulla schiena e tira fuori la piccola automatica. Il maresciallo sorride, Lino lo guarda e gli fa un gesto come a chiedere umilmente il permesso. Il maresciallo, lisciandosi i baffi annuisce e mostra il braccio teso. Sorrisi.<br />
Altri hanno in mano bottiglie pronte a inondare il pavimento del giardino e i piccoli fiori intorno. Un gatto scappa, intuendo come i rospi prima di un terremoto che l&#8217;aria si affretta a diventare pessima.<br />
Lino alza con la mano destra la pistola e spara un colpo. Silenzio. Il proiettile esplode alto e sibila una specie di traiettoria sonora che sembra volere arrivare a colpire i raggi della luna e sfasciarli affinché arrivino a terra e illuminino il loro banchetto. Applausi, urla, slogan.<br />
Poi si brinda e nel momento in cui tutti all&#8217;unisono sono silenti con le labbra bagnate di vino, un&#8217;esplosione, ben più forte, arriva dal fondo del paese. I festeggiamenti sembrano congelarsi. Una nuvola rossa si alza e illumina l&#8217;ingresso del paese. Scintilla ed è seguita da urli e passi, marcia e scarponi. Nero. Lino osserva compiaciuto le facce dei commensali. Il primo a capire è il Maresciallo. E&#8217; la caserma, urla, alzandosi dalla sedia, non dopo avere sbattuto con forza il tovagliolo sul tavolo. Gesti di altri tempi.<br />
Come la caserma? Chiede qualcuno. E&#8217; la caserma, urla ancora. Scende i gradini, sale sulla macchina. Lino nel frattempo è rientrato in casa e osserva dalla finestra. Prima, ha appena aperto la porta del solaio e li ha osservati scendere. Nell&#8217;oscurità della casa ne ha riconosciuto i denti d&#8217;oro, le catene luccicanti appese al collo, gli anelli e quell&#8217;odore acre che hanno loro. I singri.<br />
Poi torna alla finestra e osserva il maresciallo salire su una delle auto cariche di benzina. Prende il fucile e punta. Si è ritagliato un ruolo. Aspetta che il maresciallo parta, aspetta che faccia alcuni metri nella strada che immette sulla via che percorre l&#8217;intero paese. Poi spara.<br />
Dal fondo del paese ogni casa inizia a bruciare, mentre si alzano rumori rapidi e pesanti. Il giardino è circondato da uomini che imbracciano armi che neanche i marines in Iraq. Qualche donna sviene, qualche uomo si piscia addosso. C&#8217;è odore di paura. Gli sguardi corrono uno dietro l&#8217;altro. Qualche uomo presente tira fuori la sua pistola, un reperto bellico per la notte dei fuochi, ma è presto smascherato e bloccato.<br />
L&#8217;esplosione e il fuoco della macchina del maresciallo smembra l&#8217;attenzione e crea quell&#8217;odore nuovo che Lino sente nel proprio polmone e mezzo: paura vera. La gente comincia a scappare, in preda al panico, urlando, implorando pietà, terrorizzata a vedere quei singri sparare in alto. Sparano dappertutto, urlano e corrono verso il centro del paese in fiamme. Si ricongiungono con gli altri, quelli che arrivano dal fondo e si impartiscono ordini sul da farsi.<br />
Lino esce di casa e va in cantina. Recupera il motorino, lo accende e parte spedito verso l&#8217;ingresso del paese. Si volta a guardare le fiamme e prende la curva che porta su una strada sterrata. Dopo cinquecento metri di rumore di motore consumato e arietta che gli asciuga gli occhi, si ferma e apre il cancello, grosso. Piccole luci, fiammante tranquillità. Si dirige in mezzo al sentiero, dove tanti morti lo guardano muoversi con serena compostezza. Arriva dalla Bruna, si siede, sorride. Si allunga per scoccare un bacio sulla foto, si asciuga piccole lacrime che gli scorrono sulle rughe sotto gli occhi e decide che avrebbe aspettato lì il mattino.</p>
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		<title>Freezer</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Feb 2008 14:53:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[[il mostro dell'inverno] Il testo integrale è disponibile anche nei formati: PDF &#8211; RTF &#8211; TXT. Buona lettura. Ah, ogni riferimento a fatti, cose, persone, eventi realmente esistiti è puramente casuale. Noi abbiamo molta fantasia. 1. Dove L&#8217;aria è frizzante come una bottiglia di acqua appena tolta dal freezer, ti colpisce il viso come uno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><i>[il mostro dell'inverno]</i></p>
<p><b>Il testo integrale è disponibile anche nei formati: <a href='/wp-content/uploads/freezer.pdf'>PDF</a> &#8211; <a href='/wp-content/uploads/freezer.rtf'>RTF</a> &#8211; <a href='/wp-content/uploads/freezer.txt'>TXT</a>.  Buona lettura. Ah, ogni riferimento a fatti, cose, persone, eventi realmente esistiti è puramente casuale. Noi abbiamo molta fantasia. </b></p>
<p><b>1.  Dove</b></p>
<p>L&#8217;aria è frizzante come una bottiglia di acqua appena tolta dal freezer, ti colpisce il viso come uno schiaffo, svegliandoti anche quando non vuoi, rendendo compatti e uniformi i pori della pelle, levigando le superfici e spogliando gli alberi delle ultime foglie gialle che tenacemente rimangono ancorate ai rami degli alberi, protesi verso il cielo bianco come una scodella di latte rancido.<br />
Alle volte piove, ma non è la stessa cosa: allora il cielo è grigio come un topo morto, e la pioggia è in realtà una nube di vapore acqueo ad altezza uomo, appena più densa della nebbia. Non è che riesci a goderti uno scroscio che ti faccia venire voglia di imitare qualche attore americano che vaga perso nei suoi pensieri fino a sciogliersi nell&#8217;acquazzone, o una pioggia fitta fitta che richiami nella tua mente immediatamente il desiderio di un caminetto, un libro, e un piccolo idillio casalingo. Allora le giornate migliori dell&#8217;inverno sono quelle più crudeli, quelle più feroci, con quell&#8217;aria che ti aggredisce, per ricordarti che non puoi mollare un attimo. E tu non molli. Per niente.<br />
<span id="more-1161"></span><br />
Le strade sono ingombre di auto, di tram, di autobus, motorini che sfrecciano in ogni direzione, a onde, orchestrate dal ritmo asincrono dei semafori, un po&#8217; sincopato. Quando cammini ascoltando l&#8217;ultimo pezzo che ti sei messo nel lettore mp3, cerchi di dare un ritmo ai passi, uno scandire dei mocassini, nuovi, che segua la batteria, mentre gli sciami motorizzati li immagini danzare insieme alla melodia delle chitarre e delle tastiere. Nel tuo piccolo ti senti un artista.<br />
Se non fosse per il fastidio che ti procura ogni persona che incroci per strada e che ti pare concentrato solo a rovinare quella sinfonia perfetta che avevi orchestrato fino a quel momento. Milano sarebbe perfetta se fosse disabitata, se potessi gustarla fino alla sua ultima molecola, senza l&#8217;interferenza di tutti gli altri. Ecco, nel tuo piccolo ti senti un artista incompreso. </p>
<p>Nel caos quotidiano i tuoi passi non ti sentono, come se il loro suono fosse immobilizzato dalla freddezza cristallina dell&#8217;aria che dovrebbe trasmetterlo di particella in particella, fino al tuo orecchio. I colori del cemento e dell&#8217;asfalto si attutiscono, diventano meno grevi, meno opprimenti, come se decidessero di graduarsi sul bianco del marmo dei palazzi, o sul bruno delle aiuole spoglie e brulle, terrose. Potresti spalancare gli occhi senza ferirli, se non fosse per il gelo, che intirizzisce anche loro, e non avessi paura che le cornee ti si potessero crepare, come un barattolo pieno d&#8217;acqua lasciato fuori sul davanzale. </p>
<p>Sono pochi i giorni in cui ti sembra di poter inspirare a pieni polmoni, in una città come Milano, giorni come questo, giorni freddi, lucidi e secchi come l&#8217;idea di un genio o lo schiocco di una frusta. Allora ti fermi un secondo e ti lasci invadere dall&#8217;aria, fino a bruciarti gli alveoli, fino a scoprire parti del tuo apparato respiratorio che normalmente ignori.<br />
Tutto questo fino a che non metti piede, dopo pochi minuti, sullo zerbino dell&#8217;ufficio in via Pisani. I tuoi pensieri, la tua arte, le tue sinfonie vengono richiuse nel loro scrigno, calpestate dalle suole dei mocassini che pulisci sulle setole. Bando alle ciance. Il lavoro è lavoro.</p>
<p><b>2. Cosa</b></p>
<p>Ognuno ha i suoi tempi. D&#8217;altronde bisogna sapersi adattare. Non è che uno può fare il sofistico. E&#8217; necessario essere flessibili. Se si vuole sopravvivere. Soprattutto in questi mesi. Mica tutti possono andare a svernare a Barcellona o anche semplicemente a Levanto. Tocca fare di necessità virtù, direbbe tua nonna. Se ti ricordassi anche solo che faccia avesse: tutti i vecchi e le vecchie che hai visto ti hanno confuso le idee, mischiando le carte della tua vita con le loro, o forse è stato il cinquecentesimo cartone di vino rosso a farlo, forse non è colpa loro.<br />
Ognuno ha i suoi spazi. Bisogna saperli difendere. Quanti ne hai visti lasciarci le penne per essere stati troppo gentili. Ma tu sai combattere. Come no. Ognuno deve conquistare il suo destino, e tu sei qui per dimostrarlo. Se solo ti ricordassi quale fosse. Una volta avevi un&#8217;idea, ma si è persa lungo strade infinite, lungo decine di parchi, e anche lungo i rivoli della sfiga che ti hanno travolto, senza lasciarti alcuna idea, e soprattutto alcuna speranza. Ma non è tempo per i facili sentimentalismi.<br />
Ognuno hai i suoi modi, e tu hai i tuoi. Quasi tutti tanto hanno gli stessi, non è che c&#8217;è un elenco di quello che si può e quello che non si può fare. Se arrivi al giorno dopo, si può fare. Altrimenti no.</p>
<p>Ogni volta che si libera uno spazio è sempre una guerra. I più ambiti sono i bancomat, nonostante tutto. E&#8217; vero che dormi cinque o sei ore al massimo, però al caldo, e sai mai che una volta ci scappi anche qualche carta di credito caduta per caso da un portafoglio. In alcuni c&#8217;è anche la musichetta che ti culla fino a che ti addormenti. Certo sono illuminati, ma in città di posti scuri senza luce ce ne sono pochi, e di solito non è che sia proprio il massimo della vita dormirci. Nei bancomat non ti stressa nessuno: devi solo ricordarti di entrarci a mezzanotte, dopo che l&#8217;ultimo cliente ha ritirato i soldi, e di uscirne la mattina prima del giro della guardia giurata o dell&#8217;impiegata che deve aprire la banca e la cassa continua. Se ti trovano dentro sono botte quasi sicuramente, ma si tratta solo di sapersi svegliare al momento giusto e sparire.<br />
Dopo i bancomat ci sono le entrate secondarie di metropolitane, stazioni ferroviarie, e cose del genere. Sono scomode, non hai limiti al dormire, e spesso sono almeno parzialmente riscaldate. Devi scomparire prima che venga giorno, devi comparire dopo che è calata la notte. Anche lì è tutta questione di tempismo. E se ci trovi un altro, calci in faccia. Perché se ne lasci attecchire uno, poi ti tocca trovarti un altro posto da quanti ne arrivano.<br />
Continuando la classifica ci sono i portici, possibilmente in prossimità di negozi sfitti, che così nessuno ti rompe le palle. Se proprio non trovi altro va bene pure con i negozi in attività, ma lì abbini orari del cazzo a un posto abbastanza freddo. Se dormi lì ti conviene rubare o procurarti ben più di un sacco a pelo, a meno che tu non voglia finire come un sofficino findus, surgelato.<br />
Le panchine, con tutto il loro romanticismo sono l&#8217;ultima chance, in senso letterale. E&#8217; il posto su cui la maggior parte ci lascia le penne, intriso di umidità e di freddo fino nel midollo osseo, marinato nell&#8217;accoglienza di Milano. Stecchito.</p>
<p>Sono questi gli unici che la gente ricorda. Normalmente, a meno che uno non giri un po&#8217; di notte, Milano è una città ricca, in cui la gente lavora, va e viene, fa e disfa. Si notano poco i due o tre di noi a ogni supermercato, con un cartone in mano, attorniati da sacchetti di plastica che contengono tutto quello che abbiamo. Ci notiamo poco anche noi. Ci ricordiamo poco anche noi. Solo quando ti trovano stecchito su una panchina, ti toccano due parole di circostanza, non certo al funerale, ma nell&#8217;editoriale del pio e caritatevole giornalista di turno. Il quale ovviamente appena finito di scrivere il pezzo andrà a farsi una sana cagata nella toilette della redazione. Sic transit gloria mundi. Chissà che cazzo vuol dire, tra l&#8217;altro.</p>
<p><b>3. Quando</b></p>
<p>Quando esci dal portone l&#8217;aria fredda è ancora lì che ti aspetta, con le tue sinfonie e la tua arte, la tua personalità. La recuperi dalle setole dello zerbino, te ne riappropri, senti il vento freddo e immobile sussurrarti: ecco chi sei. Ripeti: ecco chi sono.<br />
Passo dopo passo riconquisti la città e il buon umore. Riprendi ad annotare toni e semitoni lungo le strisce pedonali, nella tua mente le tue braccia disegnano archi che guidano i glissati e le scale senza fermarsi mai. E&#8217; notte, la sensazione è diversa. Non c&#8217;è quel senso di nitore secco e limpido, l&#8217;aria ti riempe i polmoni ma rimane lì, non riesci a buttarla fuori, ti gonfia. Lentamente l&#8217;aria è sempre più umida, perde il suo smalto, ti tradisce.<br />
Per strada non c&#8217;è nessuno nelle notti milanesi. Basta svoltare un angolo e sei solo. Terribilmente solo. E spaventato, dalle ombre che si allungano sotto i lampioni arancioni quando questi illuminano la via, dalle immagini che proietti nel buio delle ore tarde sul catrame.<br />
E&#8217; in queste ore che sei costretto a pensare, incessantemente, assediato dalla mancanza di quella sensazione totale che l&#8217;aria la mattina ti trasmette. Sono il respiro della città e il tuo, insieme o disgiunti. Alcuni lo capiscono, altri no.<br />
Cammini sperando di ritrovare la leggerezza che ti contraddistingue, il senso di completezza che ti invade quando ti svegli, ma non c&#8217;è. Sembra fugga con la luce del giorno, con la tranquillità dell&#8217;aria gelida e invernale.<br />
Gli alberi si incurvano intorno a te, ti si fanno incontro, e le case sono più grigie, più cupe, meno fiere della propria città. Anche tu ti senti meno fiero di te stesso, di quello che fai. Fino a che arriva.<br />
Il dubbio. Lo stesso, ogni sera. Interrompe le sinfonie di sciami motorizzati, le sincopi dei semafori gialli che scandiscono il ritmo dei tuoi mp3, il flusso placido dei tuoi pensieri. Inaccettabile.</p>
<p><b>4. Come </b></p>
<p>E&#8217; un attimo. Mentre sei sdraiato sul marmo gelido senti i passi farsi più nitidi, avvicinarsi, non si fermano, non si fermano. Per un attimo pensi di preoccuparti, poi ti giri su un fianco imbottendoti del sacco a pelo rosso e marcio. Saranno passati almeno una decina di anni da quando ti sei preoccupato l&#8217;ultima volta dell&#8217;odore di qualcosa. Ma i passi continuano ad avvicinarsi. Strano che li noti, non sono i tacchi di una donna che sculetta rapida lungo i portici per arrivare a casa, e neanche i passi pesanti delle scarpe da tennis di un negro o di un ragazzino che cercano di darsi un tono. Sono i passi cadenzati di un tacco basso. Uno, un altro, un altro, un altro.<br />
Non ti è mai capitato di non riuscire a dormire per dei cazzo di passi, ma guarda te.<br />
Poi i passi diventano subito calci, un mondo di calci che ti tempestano nel costato, nello stomaco, in faccia. Ti sembra di non avere più un centimetro quadrato di carne disponibile ad essere picchiata per la prima volta. Sono i momenti in cui scopri il terrore. Tra un calcio e l&#8217;altro ti guardi intorno, speri che passi qualcuno in questa via del cazzo di portici bianchi e uffici, abbandonata a sé stessa nel mezzo di Milano. Tutti pensano che a Milano non ci sia manco un atomo che non sia vigilato e osservato, mentre tu stai vivendo sulla tua pelle quanto sia falsa questa affermazione.<br />
Non riesci a capire che succede, la figura che ti sta tempestando di botte è scura e non capisci, il vino che sbocchi insieme a un filo di sangue ti ha riempito la testa, stai vomitando anche il cervello, e non capisci. Vedi solo questo cazzo di mocassino che continua a colpirti ovunque. Non riesci neanche a gridare tanto ti manca il fiato.<br />
A un certo punto perdi anche la voglia di vivere. Ti lasci andare, come un sacco, pensando che la tua sopravvivenza non dipenderà da te, ma solo da questo indemoniato che sta sfogando su di te chissà quale rabbia atavica e cieca. Senti il freddo che ti invade le gambe, poi il torso, poi le braccia. Poi non senti più.<br />
Sopra di te, la figura torva e abbozzata del tuo assassino ti dà un ultimo calcetto nel costato, tanto per verificare che tu sia morto. Non c&#8217;è dubbio.</p>
<p>Sono passate tre o quattro ore. E&#8217; ancora notte. Una nuova figura si avvicina al tuo cadavere. E&#8217; sempre la stessa figura torva che ti ha ammazzato. Tasta il corpo che nel frattempo è stato ignorato dalle poche persone che sono passate di fianco al giaciglio di sacchi a pelo e coperte logore e puzzolenti. Si sincera che sia sufficientemente gommoso. Apre gli strati con i quali ti eri protetto dal freddo per dieci anni di notti milanesi.<br />
La figura torva tira fuori un sacco scuro dell&#8217;immondizia e una piccola accetta. Mentre tu stai ancora osservando il tuo cadavere, la vita &#8211; o forse la morte &#8211; ti riserva ancora una pessima sorpresa. Morire l&#8217;avevi messo in conto. Essere fatto a pezzi è tutta un&#8217;altra discussione.<br />
Il tizio in mocassini con dei colpi precisi ed esperti taglia a pezzi di 30-40 centimetri tutto il tuo corpo, e lo infila rapidamente nel sacco. Il poco sangue che esce lento e viscoso è assorbito dagli stracci con cui ti vestivi e con cui facevi il tuo letto. Quando ha finito, appallottola tutto e lo getta dentro il cestino dell&#8217;immondizia proprio all&#8217;ingresso della metropolitana che tra un&#8217;oretta verrà rimosso dall&#8217;Amsa. Nessuno si chiederà cosa c&#8217;era dentro.<br />
Dà un ultimo sguardo al portico: sporco, ma non più o meno sporco di tutto il resto dei posti dove dormivi. Perfettamente mimetizzato.<br />
L&#8217;uomo con i mocassini, sembrano nuovi, si allontana con il sacco della monnezza verso la stazione. Nella tua ultima notte, scorgi un riflesso sinistro al lato della bocca del tuo assassino, giallo come la luce del lampione che illumina la strada di fronte ai portici. </p>
<p><b>5. Chi</b></p>
<p>Per prima cosa è importante preparare un letto di patate, aglio, olio abbondante e rosmarino. Se volete che le patate siano più morbide potete farle lessare prima, anche se poi risulteranno un po&#8217; pastose, e non a tutti piacciono. Poi deponete al centro il pezzo di carne che avete preparato con cura e lo spennellate con una miscela di olio, rosmarino, cannella, sale e un pizzico di pepe. Intorno, insieme alle patate potete arricchire il tutto con un sugo preparato appositamente, ma non troppo forte che altrimenti copre il sapore: alcuni preferiscono del brodo o del vino. Va bene tutto, dipende dal sapore che volete dare al piatto.<br />
Mentre prepari il piatto inizi anche a tagliare i formaggi e a disporre gli affettati per l&#8217;antipasto. Alla fine non hai molti amici, e quei pochi che hai vuoi coltivarli per bene. Amici poi, diciamo conoscenti. Anzi, a dirla tutta hai tirato su una poveretta che chiede l&#8217;elemosina fuori dalla chiesa, ma è tanto carina e ti spiaceva lasciarla al freddo pure stasera. Ti sei detto: che male c&#8217;è ad invitarla una volta a casa? Non ci credi mica a quelle stupidaggini che si segnano casa tua e poi vengono a rubare. Non che ci sia molto. E poi la sera ti mette a disagio, e c&#8217;è quel dubbio che ti assilla e non ti molla mai: la sensazione di non essere nel posto giusto, di non stare bene, di stare da solo. Allora meglio fare una buona azione, no? Ti sei detto.<br />
Suona il citofono, vai ad aprire il portone e lasci la porta socchiusa. Stappi il vino. Ti senti un filantropo di altri tempi. Lei entra, timida. E&#8217; piccola, avrà si e no sedici anni, ma l&#8217;hai già vista allattare. Barbari. Ingravidare una ragazzina e mandarla, con tanto di bambina appesa al collo, a chiedere l&#8217;elemosina. Schifosi barbari. Meno male che ci sono le persone come te.<br />
Chiede permesso e rimane ferma sullo zerbino. La fai entrare, le versi un bicchiere e le chiedi di sedersi. Lei ti guarda con gli occhi scintillanti: non crede che stia avvenendo veramente, magari pensa che tu ti innamorerai di lei, anche se questo sarebbe francamente troppo. La cena è quasi pronta, le dici servendo l&#8217;antipasto. Lei mangia di gusto, e beve. Sorride. E&#8217; bella, anche se è veramente piccola. Troppo piccola pensi. Almeno per chi non è un barbaro come quelli della sua razza. Zingari del cazzo. Che odio. Ti calmi.<br />
Tiri fuori dal forno lo stinco con le patate: l&#8217;aroma del rosmarino mischiato al grasso sciolto e alla cannella riempie la stanza. Inspiri e vedi che lei fa altrettanto.<br />
Sorridi. Sorride.<br />
La cena scorre senza quasi parlare. D&#8217;altronde non vi conoscete, non condividete nulla, non sapete nulla che possa interessarvi entrambi. E&#8217; sufficiente gustarsi il calore della cena e della compagnia. Metti su un po&#8217; di musica e le racconti come hai cucinato la cena. Poi le chiedi se l&#8217;ha trovata di suo gradimento.<br />
Lei accenna di sì con la faccia felice. Le chiedi se vuole qualcosa da portare a casa, che nel freezer hai un po&#8217; di roba, e le racconti la storia di tuo padre in campagna con il maiale e i suoi amici. Lei ride e ti dice che anche loro lo fanno durante i loro matrimoni. Ridete. Non dice sì e non dice no.<br />
Prendi il soprabito e ti infili i mocassini. La guidi verso la stanza della ghiacciaia. Apri la porta e le illustri tutti i pezzi di carne a cosa corrispondono, quanto se ne può mangiare e come: gli stinchi, le costolette, gli avambracci. Sta per urlare. Senti il tuo corpo che concentra tutta la sua forza in una mano, chiusa a pugno, che si abbatte sulla sua nuca.<br />
Non capisci se il rumore sordo sia quello del suo cranio adolescente che si rompe, o quello del suo corpo che crolla a terra come un sacco di patate.<br />
Scuoti la testa e dal congelatore di fianco all&#8217;ingresso prendi una piccola accetta. </p>
<p><b>6. Perché</b></p>
<p>Mentre tagli il corpo della ragazzina zingara che avevi invitato a cena, il dubbio torna a tormentarti. Non puoi fare a meno di parlare a mezza voce. Di spiegarle. Poi ti fermi. Non ti sembra ci sia molto da capire. Lei ti guarda con gli occhi vuoti di vita, e ti viene in mente il bambino con cui passa, anzi passava, le sue giornate sulle scale di San Gioachimo. Che razza di barbari. Zingari del cazzo.<br />
Ti alzi, pulisci il pavimento con cura, e posizioni la testa nel congelatore. Mentre deponi l&#8217;arma dove l&#8217;avevi lasciata, guardi l&#8217;orologio. Sono già le undici. Domani mattina ti tocca svegliarti presto per assaporare l&#8217;aria lucida di Milano d&#8217;inverno. Il solo pensiero ti restituisce tranquillità. In breve, ti sembra di tornare a vivere. Quel fastidioso dubbio si è dissipato, come la cappa che affligge Milano sempre, tranne le mattine d&#8217;inverno con il sole di ghiaccio che ti accoglie prima ancora della colazione.<br />
Abbassi lo sguardo sui tuoi mocassini: sono stati proprio un bell&#8217;acquisto. Potevi aspettare i saldi, ma sapevi che erano le scarpe fatte apposta per te. Perché attendere? Sei sicuro di aver fatto la cosa giusta, anche se forse ti è costata più di quanto sarebbe considerato ragionevole. </p>
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		<title>Settembre andiamo, è tempo di migrare &#8211; (parte II)</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Nov 2007 14:48:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[[il mostro dell'autunno] Il testo integrale è disponibile anche nei formati: PDF &#8211; RTF &#8211; TXT. Buona lettura. Ah, ogni riferimento a fatti, cose, persone, eventi realmente esistiti è puramente casuale. Noi abbiamo molta fantasia. nove Trovare Cremonesi e spifferargli la novità, recarsi alla casa di Pietro, fotografare la bicicletta, chiamare Mix, organizzare l&#8217;incontro, dare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[il mostro dell'autunno]</em></p>
<p><strong>Il testo integrale è disponibile anche nei formati:  <a href="/wp-content/uploads/settembre_andiamo.pdf">PDF</a> &#8211; <a href="/wp-content/uploads/settembre_andiamo.rtf">RTF</a>  &#8211; <a href='/wp-content/uploads/settembre_andiamo.txt'>TXT</a>. Buona lettura. Ah, ogni riferimento a fatti, cose, persone, eventi realmente esistiti è puramente casuale. Noi abbiamo molta fantasia. </strong></p>
<p><strong>nove</strong></p>
<p>Trovare Cremonesi e spifferargli la novità, recarsi alla casa di Pietro, fotografare la bicicletta, chiamare Mix, organizzare l&#8217;incontro, dare i propri dati bancari alle altre riviste e ai quotidiani. Tutto era stato facile, rapido, semplice. Le cose si stavano mettendo insolitamente bene.<br />
Elvis Re era al ristorante pizzeria Il Naviglio. Era squallido, dava sulla strada che portava a Milano, ma facevano un&#8217;impepata di cozze strepitosa. Il cuoco era l&#8217;ex chef che Elvis aveva incontrato in un ristorante di pesce di Roma molto prestige, dove gli era capitato di andare a mangiare con una valletta di una trasmissione sportiva. Lo aveva riconosciuto passando davanti al ristorante e il cuoco gli aveva assicurato che il pesce più fresco d&#8217;Italia arrivava proprio in quel luogo squallido. Per una volta Elvis si era rassegnato a frequentare un posto di barboni in cambio di cozze squisite.<br />
Era da solo. Doveva riflettere. Cremonesi aveva pubblicato, ma solo perché Elvis gli propinava roba di prima qualità.<br />
Il Re dei cronisti, gli aveva detto, non credeva alla colpevolezza di Pietro Mossa. Tanto è vero, aveva aggiunto, che nonostante i nostri articoli ancora non è stato arrestato.<br />
Era vero, aveva pensato Elvis. La polizia, forse, aveva altre piste. Quali, aveva chiesto Elvis a Cremonesi.<br />
Cremonesi aveva alzato gli occhi dal computer e lo aveva guardato fisso.<br />
- A me non dicono più un cazzo, ma ho avuto modo di capire alcune cose &#8211; aveva detto.<br />
<span id="more-1081"></span><br />
Elvis gli aveva chiesto di proseguire.<br />
- Le scarpe innanzitutto: pare non voglia dire niente, perché il sangue dopo alcune ore forma una specie di gelatina che non consente di rinvenire tracce sotto le scarpe. Quindi Mossa potrebbe essere entrato effettivamente con quelle scarpe ed esserne uscito pulito. Seconda cosa: pare che ci sono tracce non riconducibili a Mossa.<br />
- Tipo?<br />
- Non me lo hanno detto, ma evidentemente hanno qualcosa in mano. Infine, manca il movente. Quei due erano considerati perfetti, mai una lite, mai una parola fuori posto, erano perfetti.<br />
Elvis Re aveva ragionato a lungo su quanto dettogli da Cremonesi e ne aveva dedotto una sola cosa: bisogna trovare un movente. Nel caso non fosse stato Pietro Mossa, si ricordava le parole da Milano, “deve essere stato lui”.<br />
Doveva fregarlo, mica importava di dichiarare al mondo una verità, a loro. Arrivarono le bruschette senesi che Elvis aveva ordinato, come antipasto. Gli era venuto in mente l&#8217;insieme di interiora che stava per ingerire. Aveva deciso che era troppo buono e fine.<br />
Da Milano nessuna notizia e allora aveva provato a chiamare. Nessuna risposta. Niente. Non ci voleva, aveva pensato Elvis Re. Non ci voleva perché ora come ora, aveva pensato, era sguarnito di informazioni. E al giorno d&#8217;oggi se non hai una bomba ogni giorno, non sei nessuno.<br />
Se non hai un&#8217;informazione una, non sei un cazzo.<br />
Era arrivata l&#8217;impepata di cozze. Poi, quasi in stato di trance, rimuginando, pensando, riflettendo, schematizzando, era andato a dormire.<br />
L&#8217;indomani si era svegliato con una strana sensazione, un dolore alla testa, niente di buono, aveva pensato. Qualcosa lo disturbava.<br />
Erano le 8 e qualcosa.<br />
Mentre si apprestava ad andare in bagno a pisciare aveva sentito il cellulare vibrare attaccato alla presa in ricarica sul comodino.<br />
Era un sms di Raimondo Cremonesi.<br />
“Bingo”, c&#8217;era scritto, “bicicletta in prima, Mossa in caserma”.<br />
Elvis Re aveva acceso il portatile, si era infilato nella doccia, ne era uscito, si era asciugato velocemente. Si era recato nell&#8217;altra stanza e mentre si vestiva aveva cliccato sull&#8217;icona della card Umts. Aveva digitato la password e si era collegato a Internet.<br />
Avevano arrestato Pietro Mossa.<br />
Se crolla, aveva pensato, stasera sarò all&#8217;Hollywood a infilare obiettivi.</p>
<p><strong>dieci</strong></p>
<p>- E questi cd cosa sono?<br />
- Ei, ei, questi sono cazzi miei. Dammi qua. Allora come è andata questa giornata da cugine di una vittima di cui hanno arrestato il fidanzato?<br />
- Ci sentiamo un po&#8217; responsabili.<br />
- Non dovevi fare uscire su tutti i giornali la storia della bicicletta.<br />
- Non è detto che sia lui.<br />
- Infatti, dipende tutto da quanto è forte l&#8217;uomo.<br />
- Cosa vorresti dire, scusa?<br />
- Che è evidente che non sono sicuri sia stato lui, però alla fine lo arrestano per vedere se crolla. Se non crolla, complimenti all&#8217;avvocato e a lui. Uscirà.<br />
- E a quel punto?<br />
- A quel punto ricominceranno le indagini. Il problema è che manca il movente.<br />
- Quando andiamo da Mix?<br />
- Dipende da voi.<br />
- Ovvero?<br />
- Non avete altro da dirmi?<br />
- Ci stai ricattando.<br />
- Sì, ma lo fate per soldi, vi ricordo.<br />
- Non sappiamo altro.<br />
- Ma mi chiedo, questo Mossa che vita aveva? Insomma avrà un punto debole?<br />
- Forse, chissà.<br />
- Certo i suoi amici, specie uno, non si sono fatti vivi ad aiutarlo.<br />
- In che senso, specie uno?<br />
- Pietro aveva un suo amico, quello di Amsterdam.<br />
- E quindi?<br />
- Diciamo che si diceva fossero amici molto intimi.<br />
- E dov&#8217;è questo?<br />
- Ad Amsterdam.<br />
- E che ne sapete che non si è più fatto vivo?<br />
- Ce lo ha detto Pietro.<br />
- E la polizia sa di questo amico?<br />
- No.<br />
- Perché?<br />
- Hai capito dove sei Elvis Re? Qui è la Provincia, qui la gente si fa gli affari suoi. Qui ognuno ha un segreto, qui ognuno sa il segreto dell&#8217;altro. Perché io devo dire il tuo, che poi tu dici il mio?<br />
- Bella merda.<br />
- Tu invece sei più onesto?<br />
- Tu ci stai ricattando.<br />
- Andate avanti con la storia dei due culi, altrimenti niente servizio.<br />
- Andremo avanti quando vedremo dieci macchine fotografiche che ci riprendono.<br />
- Va bene, ci sto, apprezzo il vostro stile. Intanto che ne dite se ci andiamo a bere qualcosa?<br />
- Io non vengo, se vuole viene lei.<br />
- Sì, però non parliamo più di questo.<br />
- E di cosa vuoi parlare?<br />
- Di altri soldi?<br />
- Va bene.</p>
<p><strong>undici</strong></p>
<p>Elvis Re aveva fatto salire la sorella nella sua macchina e le aveva detto di aspettare un attimo. Non perché non la vedesse convinta, ma per comodità, cliccò l&#8217;interruttore e la chiuse dentro.<br />
Elvis Re aveva una strana sensazione di potere. Elvis Re aveva proprio voglia di scopare. Elvis Re era impaziente di scopare.<br />
Aveva chiamato Cremonesi, gli aveva indicato la strada, la pista del Mossa omosessuale, chiedendo qualche verifica. Aveva bisogno di avere certezze in fretta, aveva detto, per completare il lavoro, si era detto.<br />
Raimondo Cremonesi era parso su di giri: inserire una vicenda omosessuale in tutta la vicenda era quello che mancava al tutto. Già l&#8217;Italia si era ridestata torbida e morbosa rispetto ai fatti di quel paesino.<br />
Tra morti, vite perfette, provincia velenosa, un po&#8217; di sesso marcio era l&#8217;ingrediente segreto.<br />
Raimondo Cremonesi però aveva chiesto a Elvis quando si sarebbero potuti vedere. Elvis Re gli disse che se lui, il dannato Re della cronaca, avesse trovato qualcosa sulla storia degli amici di Amsterdam, avrebbe fatto un salto da lui in serata per condividere le informazioni e scrivere il pezzo. Doveva rassegnarsi, aveva pensato Elvis Re, ad aspettare ancora prima di scopare.<br />
Cremonesi era parso rassicurato e aveva detto che si sarebbe messo a lavorare sodo. Necessitavano quelle informazioni. Colpevole o non colpevole, buttare addosso a Pietro Mossa l&#8217;accusa di assassino e per di più per motivazioni sessuali finocchie, avrebbe reso la sua reputazione una merda schiacciata da un carro armato. Pietro Mossa sarebbe stato condannato mediaticamente, poco sarebbe importato il resto. Sarebbe seguita una crisi nervosa e la voglia di non sapere più niente di niente, compreso l&#8217;incontro con la polizia in cui sarebbe dovuto andare a testimoniare. Quello era lo scopo di Elvis Re. Quella era l&#8217;informazione che non doveva uscire fuori, per nulla al mondo.<br />
Elvis ne aveva già rovinata di gente, in modo molto meno mediatico. Con i riflettori del paese addosso Pietro Mossa sarebbe stato fatto a fettine.<br />
Poi, forse, aveva pensato Elvis, tra vent&#8217;anni sarà riabilitato. Alla Tortora. Ma ormai sarà morto, aveva concluso in un impeto di pietà.<br />
Le cose stavano procedendo, Elvis Re aveva la sensazione di avere tra le mani leccate e rese morbide da una crema olandese, un segreto di un amico oppiomane, ma assai bravo nel dosare unguenti. La sensazione era di essere al centro dell&#8217;universo. Controllava le informazioni, ovvero stava svolgendo il suo ruolo principale: colui che avrebbe fregato Mossa su ordine dei Servizi.<br />
Controllava Cremonesi e il suo quotidiano. Ovvero stava preparando la sua gloria, con le sue foto.<br />
Stava ricattando le due sorelle. Ovvero assicurava linfa autonoma alla sua gloria e probabilmente quella sera avrebbe inserito il suo grandangolo tra le cosce della futura velina di Striscia la Notizia.<br />
Elvis Re si sentiva un pioniere e un astuto navigatore. E aveva voglia di appoggiare le mani sulla sorella compiacente. Ammiccante.<br />
Un&#8217;unica nota stonata: da Milano nessuna notizia. Il cellulare non rispondeva, aveva provato anche al fisso, operazione solitamente sconsigliata. Niente. Non poteva permettersi neanche un viaggio di un paio d&#8217;ore per capire cosa stesse succedendo.<br />
Evidentemente, per una volta, da corso Buenos Aires si fidavano di lui, lo stavano osservando e tutto, innegabilmente, procedeva bene.<br />
Aveva passato due ore in un bar, direzione Piemonte, con la sorellina. Aveva due belle tette e un discreto culo, aveva pensato Elvis Re.<br />
Perché no, perché no, aveva pensato Elvis Re. Contava i minuti, i secondi, doveva rilassarsi. Aveva preso un the.<br />
Poi era finalmente dovuto tornare indietro. Sentiva accorciare il tempo che avrebbe trascorso nel motel già prenotato con la gemella dalle foto d&#8217;oro.<br />
Aveva parcheggiato la Smart in un parcheggio vicino all&#8217;albergo, chiedendo alla sorellina di rimanere ancora in auto. Le aveva chiesto, anzi, di mettersi giù: nessuno li doveva vedere. Nessuno doveva vederli insieme.<br />
Lei, la più debole delle due, sembrava piuttosto rilassata e contenta di avere scoperto i prezzi di loro future comparsate in fiction e riviste.<br />
Elvis Re si stava aprendo le strade.<br />
Per una scopata, Elvis Re, era disposto a concedere qualcosa, si sentiva di più in pace con se stesso. Dopo aver parcheggiato aveva attraversato la strada ed era salito direttamente al piano di Cremonesi.<br />
Il Re dei cronisti era esausto, occhiaie profonde, camicia fuori dai pantaloni, ciabatte. A Elvis Re era sembrato un fantasma.<br />
- Non ho trovato niente &#8211; aveva esordito.<br />
- Allora falla uscire così &#8211; aveva ribattuto Elvis.<br />
- Ma come cazzo faccio? Non abbiamo neanche un riscontro.<br />
Elvis aveva trattenuto il fiato. Poi con molta calma aveva steso sul tavolo la cocaina e a aveva guardato Cremonesi.<br />
- Hai ancora bisogno di riscontri? &#8211; gli aveva chiesto.<br />
Cremonesi aveva avuto un guizzo con gli occhi. Fissava quelle piccole righe sul vetro del suo tavolino. Al fianco il computer.<br />
- Devi solo accennarlo, saranno poi gli sbirri a fargli le domande giuste. Deve solo uscire un accenno e tu sai farlo.<br />
- Va bene.<br />
Cremonesi stava capendo il suo stato di schiavitù. Tutto stava procedendo molto velocemente, probabilmente anche per lui, scafato, astuto, ma un po&#8217; impreparato a questo incontro.<br />
- Mi hanno detto che il Mossa non sta confessando niente. Anzi, pare che ci stiano mollando anche, perché, secondo i Ris, gli assassini erano due.<br />
- E perché mai? &#8211; aveva chiesto Elvis.<br />
- Perché dai segni del trascinamento del corpo hanno dedotto che qualcuno la teneva per le gambe e qualcuno per le braccia.<br />
- Può essere Mossa con un complice, esattamente il suo amichetto frocio di Amsterdam. Chi ci dice che è ad Amsterdam?<br />
- Questo non posso scriverlo!<br />
- Invece lo farai. Va bene ometti di dirlo, ma fallo capire, so che puoi farlo. O vuoi che ti ricordi quando hai pubblicato la foto dell&#8217;onorevole con il trans? Vuoi che faccia vedere anche io in giro quella foto?<br />
- Di cosa stai parlando?<br />
- Che quella foto l&#8217;ho fatta anche io. Non si trattava di un trans, ma di una gran bella figa romana che conosce mezzo parlamento.<br />
- Che cosa stai dicendo?<br />
- Che tra l&#8217;altro è anche moglie del tuo direttore. Vuoi che tiri fuori la borsa, la vedi la mia borsa, vuoi che ti faccia vedere la foto?<br />
- Mi stai ricattando.<br />
- Ti sto comprando, è diverso. Pippa quello e scrivi esattamente quanto ci siamo detti. Io, come vedi, so un sacco di cose.<br />
Cremonesi si era seduto e lo stava osservando. Aveva preso la banconota già arrotolata e l&#8217;aveva girata per alcuni istanti tra medio e indice della mano destra. Poi aveva tirato su.<br />
- Immagino che io non dovrò scrivere il fatto che uno dei due assassini pare sia una donna?<br />
Elvis, che stava per muoversi per uscire dalla camera e stava ancora pensando se avesse fatto bene o meno a tirare fuori la storia della foto, si era come ridestato.<br />
- In che senso? &#8211; aveva chiesto.<br />
- Hanno trovato un pezzo di tessuto impigliato nella chiave di un lucchetto di un mobile. Probabilmente l&#8217;assassino, camminando con il corpo ricurvo per lo sforzo, ha sfregato contro la chiave.<br />
- Cioè?<br />
- La chiave aveva sulla punta una piccola smagliatura, tanto che, almeno questo è quello che dicono i genitori di Laura, un loro nipotino si era già fatto male.<br />
- E questo cosa c&#8217;entra con il fatto della donna.<br />
- E&#8217; il tessuto di una etichetta.<br />
- Di cosa?<br />
- Di qualcuno che porta i pantaloni a vita bassa e lascia uscire le proprie mutandine con tanto di etichetta all&#8217;infuori.<br />
- Sospetti?<br />
- Nessuno. Brancolano nel buio. Ora da quel pezzettino possono risalire a dna e tutto, ma ci vorrà del tempo e non è detto che troveranno qualcosa di utile. Da che mondo è mondo le indagini scientifiche servono a confermare un indizio, non a fornire una prova.<br />
- Appunto.<br />
- Appunto cosa?<br />
- Noi abbiamo il movente, conta più delle mutande di chi può avere lasciato quel pezzo di stoffa per inguaiare qualcun altro. Mossa conosceva la casa, sapeva tutto, poteva sapere anche questo.<br />
- Il fatto che Mossa sia omosessuale&#8230;<br />
- Non significa niente? Invece significa, se lei lo fa entrare in casa e gli dice che è un fottuto ricchione e lui esplode di rabbia, no?<br />
- Va bene.<br />
- Non accennare alla storia della chiave e delle mutande. Cremonesi: è stato Mossa, intesi?<br />
- Sì.<br />
- E ora pippa, che io devo andare a fare delle fotografie. Ci sentiamo domani.<br />
Cremonesi lo aveva guardato. Era sembrato tornare il fantasma di prima. A Elvis era sembrato in difficoltà, ma al secondo tiro sarebbe stato ancora meglio. Giunto in reception si era rivolto al ragazzo dietro al bancone.<br />
- Portate 5 Negroni, per favore, nella stanza del Dottor Cremonesi. Ditegli, da parte di Elvis Re.<br />
Il ragazzo aveva segnato tutto e aveva risposto con una delle consuete formule iper educate, tipiche degli alberghi di qualunque risma.<br />
Elvis era uscito, aveva attraversato la strada ed era tornato in macchina.<br />
La sorella lo aveva guardato, Elvis le aveva fissato le tette. Aveva avuto un fremito, aveva pensato alle mutande, alla storia appena sentita.<br />
Ora, aveva detto, direi che andiamo a fare qualche foto osé.<br />
La ragazza non aveva risposto subito. Poi, poco dopo aveva annuito guardando fissa la strada davanti a sé.</p>
<p><strong>dodici</strong></p>
<p>Elvis Re si era acceso una sigaretta. Amava fumare una sigaretta sul letto, immerso nei propri pensieri, con al fianco una bella ragazza appena calda d&#8217;amore, in sonno.<br />
Dopo aver scopato Elvis Re rientrava in pieno nelle sue facoltà razionali. Forse, stava pensando, proprio l&#8217;eccessiva voglia di scopare lo aveva fatto uscire dal seminato con Cremonesi. Doveva stare più calmo.<br />
Doveva offrire a Cremonesi una via d&#8217;uscita. Da Milano nessuna notizia e questo ora cominciava a essere una specie di spina nel fianco.<br />
L&#8217;indomani sarebbe scoppiato un casino, aveva pensato.<br />
La storia del Mossa culo era stata davvero pesante, ma almeno avrebbe potuto dire di avere terminato il proprio lavoro.<br />
Aveva tirato un paio di boccate e aveva cercato il portacenere sul proprio comodino. Si era accorto che era sull&#8217;altro, quello alla sinistra della sorellina che se la dormiva alla grande.<br />
Si era sporto e aveva preso il portacenere. Dietro al portacenere c&#8217;era il cellulare della ragazza. Lo aveva preso, con la stessa mano, e aveva posato tutto sul proprio petto.<br />
Aveva ticchettato con la sigaretta sul piccolo piattino, depositando appena qualche scampolo di cenere e aveva preso in mano il cellulare.<br />
Era andato sui messaggi. Nessun messaggio, né ricevuto, né inviato, né in bozze, né in archivio.<br />
Piuttosto strano, aveva pensato Elvis Re.<br />
Poi era andato sull&#8217;elenco chiamate. Poche chiamate. La prima, in ordine temporale, di cinque giorni prima. Alla povera vittima.<br />
“Laura Ufficio”, era registrato il numero.<br />
Appena sotto Elvis Re aveva scorto il prefisso e la sequenza di numeri.<br />
Se Elvis Re fosse stato interrogato in quel momento circa le sue sensazioni, probabilmente non le avrebbe potute descrivere.<br />
Aveva guardato l&#8217;ora. Era poco dopo mezzanotte.<br />
Il numero dell&#8217;ufficio di Laura Pietri, la ragazza morta, era il numero fisso che lui solo raramente aveva osato fare. Era il numero fisso di Zio Mario.<br />
Elvis Re si era sentito tremare i polsi, si era subito guardato a destra e sinistra. Aveva spento velocemente la cicca, si era alzato, aveva riappoggiato sul comodino il cellulare dopo essere tornato alla schermata principale, si era vestito cercando di fare il meno rumore possibile, aveva spento la luce ed era uscito rapidamente. Aveva preso, naturalmente, la sua borsa. Era salito rapidamente in macchina.<br />
Aveva acceso l&#8217;auto dopo avere appoggiato sigarette e borsa sul sedile del passeggero. Una breve retromarcia e poi la prima. Si stava lasciando alle spalle il motel dove aveva portato la ragazza, la gemella.<br />
Andando via aveva dato un ultimo sguardo al motel dallo specchietto retrovisore. La luce della loro stanza era accesa.<br />
Mossa aveva accelerato. Si ricordava perfettamente di averla lasciata spenta. Si era messo in autostrada, direzione Milano.<br />
Al primo autogrill era sceso, aveva un po&#8217; freneticamente preso la borsa. Gli era caduta, l&#8217;aveva sollevata ed era entrato nel locale. Aveva ordinato un caffè, lo aveva preso e si era seduto ad un piccolo tavolo di fianco alla libreria.<br />
Di fronte a lui salami, prosciutti e funghi secchi.<br />
Aveva tirato fuori il verbale. Aveva preparato tutto su Mossa e non sapeva minimamente chi fosse la vittima.<br />
Ultimamente, del resto, si indagava sui potenziali assassini, ma neanche la polizia sembrava essere riuscita a farsi un&#8217;idea della vittima.<br />
L&#8217;indirizzo: corso Buenos Aires, civico 13.<br />
Lo stesso di Zio Mario, lo stesso dell&#8217;ufficio milanese dei Servizi, vero e proprio centro di contro informazione. Elvis Re era uno di loro.<br />
L&#8217;interno era diverso. Numero 5. Esattamente di fronte all&#8217;ufficio numero 3, quello di Zio Mario.<br />
Un pianerottolo con 3 interni. Il 3, quello dei Servizi, il 4, anch&#8217;esso dei Servizi e serviva per lo più da archivio di tutti i documenti pronti per saltare in aria. Il 5, dove lavorava Laura. Società di Pubbliche Relazioni.<br />
Elvis Re si ricordava bene l&#8217;insegna, l&#8217;aveva vista parecchie volte.<br />
Mai aveva pensato, mai avrebbe sospettato. Una copertura.<br />
Evidentemente, stava concludendo, anche quell&#8217;ufficio era dei Servizi.<br />
Aveva subito provato a chiamare Zio Mario. Era ormai l&#8217;una di notte.<br />
Spento.<br />
A Elvis Re cominciava a puzzare.<br />
Elvis Re cominciava a temere che qualcosa gli stesse sfuggendo di mano.<br />
Che qualcosa gli fosse sfuggito.<br />
Che qualcuno stesse sfruttando i suoi errori.<br />
Era uscito dall&#8217;autogrill, era salito rapidamente in auto. Aveva posato la borsa, si era assicurato che dentro ci fosse tutto, come se mai avesse avuto la possibilità, nel breve tragitto tra il bar e l&#8217;auto, di perdere qualcosa.<br />
Si era immesso nella corsia verso le pompe della benzina. Le aveva superate e aveva ancora una volta guardato dallo specchio retrovisore.<br />
Aveva scacciato via subito il pensiero.<br />
Gli era sembrato di aver visto un&#8217;auto, una ka bianca, entrare nell&#8217;area di servizio. Gli era sembrato di aver visto brillare, alla luce dei fanali di un&#8217;altra macchina che stava puntando la ka bianca, due maglioni blu elettrici.</p>
<p><strong>tredici</strong></p>
<p>La sensazione di essere braccato era proseguita in auto. Notiziario di Rai 24. Pietro Mossa si era ucciso nella sua cella del carcere. Era stato fermato, accusato dell&#8217;omicidio della fidanzata.<br />
Il giornalista, evidentemente scocciato di leggere notizie macabre alle due di notte, era parso alle orecchie di Elvis Re vagamente annoiato.<br />
“Sarebbe stato controllato a vista, ancora mistero sulla sua morte”.<br />
Elvis Re aveva schiacciato sull&#8217;acceleratore, perdendo di vista il proprio buon senso, la propria razionalità.<br />
Poi, appena parcheggiata l&#8217;auto, si era sentito quasi ritrovato. Aveva rimesso alcune percezioni al loro posto. Semplicemente non poteva succedergli nulla, lui aveva controllato tutto, aveva lui il coltello dalla parte del manico. Si era osservato le scarpe mentre stava camminando.<br />
Si era sporcato i Mocassini.<br />
Elvis Re non aveva perso la sua capacità di mettere in fila le cose. Stava camminando rapidamente verso Corso Buenos Aires.<br />
Chi gli aveva venduto le informazioni fondamentali per fregare Mossa?<br />
Le due sorelle: la bicicletta, la storia dell&#8217;amichetto di Amsterdam.<br />
Da Milano aveva avuto l&#8217;imbeccata, poi era dipeso interamente dalle loro informazioni. Avevano guardato lui quel giorno, mentre scattava di fronte alla casa della vittima?<br />
E quella foto? L&#8217;aveva trovata o era cascato in un&#8217;esca?<br />
Cremonesi aveva parlato di una donna. Elvis Re non sapeva se fosse stato Mossa o meno, altrimenti non ne sarebbe mai uscito.<br />
Lui doveva solo fregarlo.<br />
Poi era venuto a sapere in modo fortuito che la vittima lavorava proprio di fronte all&#8217;ufficio dal quale lo avevano mandato lì a fregare il suo fidanzato. E lei era morta.<br />
E il suo fidanzato ormai era fottuto, morto: avrebbe occupato le prime pagine dei giornali per giorni e, soprattutto, si sarebbe imposto nell&#8217;immaginario collettivo come il mostro dell&#8217;autunno. Il mostro di settembre 2007. Il nuovo mostro, l&#8217;assassino e pure gay. Suicida.<br />
Molto più di una confessione. Cose da vendere per mesi.<br />
Elvis Re però era preoccupato mentre si recava verso il suo ufficio, l&#8217;ufficio dal quale prendeva gli ordini e del quale aveva sottratto la chiave, in modo molto abile, tempo addietro, a uno stupidissimo informatore.<br />
L&#8217;informazione su Laura Pietri dapprima lo aveva spaventato, ora, a pochi passi dall&#8217;ufficio, lo stava infastidendo, per lo più.<br />
La sua fama, la sua gloria, erano disturbate da quella nota stonata.<br />
Come mai da Milano gli avevano nascosto questa notizia?<br />
Come mai Zio Mario era sparito improvvisamente?<br />
Elvis Re stava pensando che, una volta uscito dall&#8217;ufficio, dove tutto gli sarebbe sembrato normale, sarebbe corso a comprare le prime edizioni dei giornali.<br />
Stava pensando che ci avrebbe bevuto su un cappuccino. E ci avrebbe mangiato una brioche, che la scopata di appena qualche ore prima gli aveva messo fame.<br />
Aveva salito le scale e, lentamente e facendo il meno rumore possibile, aveva aperto la porta dell&#8217;ufficio.<br />
A Elvis Re si era ghiacciato il sangue.<br />
Gli passarono davanti il cappuccino, la brioche e le prime pagine dei giornali. Aveva fatto qualche passo, aveva acceso la luce.<br />
L&#8217;ufficio era completamente vuoto.<br />
Elvis Re aveva pensato rapidamente.<br />
La storia del rapimento.<br />
Pietro Mossa testimone.<br />
La sua fidanzata lavora nei Servizi.<br />
I Servizi vogliono fare fuori Pietro Mossa.<br />
Una resa dei conti.<br />
Zio Mario che coordina.<br />
Quell&#8217;ufficio partecipa a una guerra interna.<br />
Quegli uffici, stesso civico, stesso piano, avevano iniziato una guerra e lui senza saperlo era stato arruolato.<br />
Laura Pietri viene uccisa.<br />
Zio Mario c&#8217;è.<br />
Pietro Mossa viene arrestato.<br />
Zio Mario sparisce.<br />
L&#8217;ufficio di Zio Mario che frega l&#8217;ufficio di Laura.<br />
Qualcuno che frega Zio Mario.<br />
Qualcuno che frega tutti.<br />
Pietro Mossa si suicida.<br />
Quell&#8217;ufficio, stava pensando Elvis Re, aveva perso una guerra.<br />
Qualcuno aveva fregato tutti. Qualcuno aveva saputo sfruttare il conflitto e ne aveva preso le redini, governandolo, dirigendo, orchestrando.<br />
Lui, Elvis Re, era una pedina.<br />
Lui, Elvis Re, era stato utilizzato dai vincitori.<br />
Lui Elvis Re, certe cose, per fortuna, le capiva al volo.<br />
E la situazione non era per niente buona.<br />
Per niente.<br />
Elvis Re aveva sentito un fremito, una sorta di conato salire dallo stomaco. Era entrato nella stanza alla destra dell&#8217;entrata. Era la stanza di Zio Mario. Aveva acceso la luce. Era deserta, addirittura aveva potuto notare un po&#8217; di polvere nell&#8217;angolo in fondo rischiarato da un faretto posto appena sopra. Aveva fatto due passi e si era accorto di una cosa, perché il conato lo aveva costretto ad appoggiare le braccia sulle ginocchia. Piegando il corpo e perché aveva avuto un sussulto e i suoi piedi quasi stavano inciampando, producendo un rumore strano.<br />
Stava camminando su un immenso foglio di plastica trasparente.<br />
Per terra c&#8217;era qualcosa. Si era chinato per raccoglierlo.<br />
Un frammento di etichetta. Krizia Bermuda, c&#8217;era scritto.<br />
Elvis Re, istintivamente aveva toccato la borsa e, al solito, aveva guardato rapidamente dentro. Aveva tutte le sue foto, i suoi scatti proibiti, le sue uniche fonti di guadagno e ricatto.<br />
Aveva percepito qualcosa, qualcuno.<br />
Aveva capito che qualcuno era dietro di lui.<br />
Aveva capito che quel qualcuno dietro di lui era il vincitore della guerra.<br />
- Quella puoi darla a noi.<br />
Una voce, conosciuta, aveva destato Elvis Re. Una voce che proveniva da dietro. Una voce, o forse, aveva pensato lì per lì, due voci all&#8217;unisono.<br />
Ci hanno fregato tutti, aveva pensato.<br />
Aveva appena fatto in tempo a girarsi. Un oggetto piuttosto pesante gli aveva fracassato la testa. Una volta. Poi un&#8217;altra. Infine, in volo, un&#8217;altra ancora.<br />
Stava mettendo in fila le ultime cose mentre stava cadendo e, una volta steso a terra, sanguinante e con gli occhi che non riuscivano ad aprirsi,<br />
aveva lasciato cadere la sua borsa.<br />
Gli occhi si erano riaperti.<br />
Aveva visto raccogliere la borsa.<br />
Poi.<br />
Aveva sentito caldo, caldissimo, in testa.<br />
Aveva sentito il sangue colare e il cervello ronzargli.<br />
Aveva sentito che non si sentiva più le gambe.<br />
Aveva visto e riconosciuto la plastica avvolgergli il corpo, la faccia, gli occhi, la bocca.<br />
Infine si era accorto che stava smettendo di respirare.<br />
Aveva ancora visto quattro scarpe dirigersi indietro e riconobbe, penzolante, la tracolla della propria borsa.<br />
Poi, poco prima di emettere il suo ultimo respiro, aveva letto la marca delle scarpe.<br />
All Stars.</p>
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		<title>Settembre andiamo, è tempo di migrare (parte I)</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Nov 2007 14:07:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[[il mostro dell'autunno] Il testo integrale è disponibile anche nei formati: PDF &#8211; RTF &#8211; TXT. Buona lettura. Ah, ogni riferimento a fatti, cose, persone, eventi realmente esistiti è puramente casuale. Noi abbiamo molta fantasia. uno Movimento al Quarzo. Cassa in Acciaio. Logo D&#38;G in rilievo sul lato della Cassa.Quadrante con Pavè di Strass. Indici [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[il mostro dell'autunno]</em></p>
<p><strong>Il testo integrale è disponibile anche nei formati:  <a href="/wp-content/uploads/settembre_andiamo.pdf">PDF</a> &#8211; <a href="/wp-content/uploads/settembre_andiamo.rtf">RTF</a> &#8211; <a href='/wp-content/uploads/settembre_andiamo.txt'>TXT</a>. Buona lettura. Ah, ogni riferimento a fatti, cose, persone, eventi realmente esistiti è puramente casuale. Noi abbiamo molta fantasia. </strong></p>
<p><strong>uno</strong></p>
<p>Movimento al Quarzo.<br />
Cassa in Acciaio.<br />
Logo D&amp;G in rilievo sul lato della Cassa.Quadrante con Pavè di Strass.<br />
Indici con Pietre.<br />
Vetro Minerale.<br />
Fondo serrato da 4 viti.<br />
Impermeabilità = fino a 50mt.<br />
Cinturino in Pelle con fibbia personalizzata D&amp;G.<br />
Nero.</p>
<p><span id="more-951"></span></p>
<p>Al suo polso, 300 euro, perché era un amico di una tizia del negozio.<br />
Si era toccato il viso. “Gelatina alla Menta Erbolario”, 40 euro: godersi per due o tre minuti prima della rasatura il rinfresco, mi raccomando, diceva l&#8217;etichetta. Poi, dopo la lametta, il “Fluido Dopobarba Periplo” con l&#8217;estratto di Germe di Grano per recuperare il giusto equilibrio lipidico, con il prezioso apporto nutritivo degli oli, d&#8217;Oliva e di Limnate, del Timo, tonificante e purificante, e dell&#8217;Alloro, emolliente ed astringente.<br />
Unghie corte, di fresca limatura. Si era fatto fare una manicure a “Un posto al sole”, il suo solarium di fiducia. Pare ci andassero anche Recoba e l&#8217;arbitro Cesari. Un posto chic. Era dell&#8217;ex portiere della sua squadra, quando era ragazzino.<br />
La mano era scesa ai pantaloni, Jeans Valentino: Denim (tessuto originale delle tute da lavoro divenuti jeans), Delavè (lavati con il cloro), vita con passanti, bottoni nascosti, cinque tasche, strappi. Costosissimi, 230 euro.<br />
Cintura grigio scura Alexander McQueen, 90 euro.<br />
Camicia chic a strisce diagonali, nere e gialle, Calvin Klein. 198 euro.<br />
A tenere indietro i suoi capelli neri, lisci e lunghi, un braccialetto da 120 euro, Fendi.<br />
La mano sul pacco. Ci siamo. Ci siamo, ci siamo tutti.<br />
Un lieve tocco del dito sul piccolo tasto del telecomando che aveva in mano. La Smart, arancione e grigia, si era chiusa in se stessa e nei suoi abitacoli di pelle grigia. Si era guardato le scarpe. Pulite. E ci credo: Mocassini Armani Bianchi, di Pelle, Suola di gomma, Fiocco, un piccolo tacco, 2 centimetri. 220 euro.<br />
Aveva camminato pochi metri ed era entrato nell&#8217;albergo. L&#8217;unico albergo a 3 stelle nelle vicinanze. L&#8217;ingresso era ampio, solito lampadario gigante, ma l&#8217;arredamento era da buttare, aveva pensato. Colori a casaccio, furnitures per niente di marca, anzi, tappeti un po&#8217; consunti. Solo gli specchi sembravano godere di una pulizia che appariva negata al resto. Si era avvicinato alla Reception.<br />
Quando si muoveva per servizio, di solito, a riceverlo negli alberghi c&#8217;era un personal concierge. A Roma, l&#8217;ultima volta lo avevano scorrazzato con l&#8217;auto dell&#8217;albergo, situato in un lussuoso Palazzo Anni Venti, arredato con un gusto inglese che aveva trovato decisamente elegante. 225 euro a notte.<br />
Questa nuova missione invece puzzava di muffa, di stantio, di poca classe. Un paesotto a qualche chilometro da Milano, luogo di villani e pendolari. E puttane sulle strade. E falò. E un normale albergo 3 stelle. 55 euro a notte. Una reception raffazzonata e per altro senza alcun gusto, umore, personalità. Dietro, una ragazza con la solita assurda divisa, un po&#8217; sporca, un po&#8217; stropicciata.<br />
Mentre lui si era avvicinato, lei si era allontanata per un istante. Le aveva scorto le calze: niente vellutata fibra di lycra, ma piuttosto delle squallide collant rilassanti color pelle. Le scarpe qualcosa di ancora peggio: banalissimi stivaletti, finta pelle, verniciatura pessima, roba cinese. Si era appoggiato al bancone, passando una mano sul finto marmo, leggermente impolverato.<br />
Sulla scrivania appena dietro, confusione di fogli, foglietti, ricevute, appunti, chiavi. Altre ragazze, facce da schiaffi, si muovono confuse. Meglio pagare in contanti, qui, pensa.<br />
La ragazza si era avvicinata. Denti giallognoli, piccole rughe intorno agli occhi, capelli con doppie punte, un ferma capelli made in Pechino anch&#8217;esso, tre braccialetti scintillanti: banchetto di negri, senza ombra di dubbio. Unghie con lo smalto pasticciato, dita grassocce e leggermente sudate. Profumo: meglio provare a non sentirlo. Non era certamente un Red Door di Elizabeth Arden.<br />
- Mi dica, &#8211; aveva esordito la ragazza.<br />
Voce bassa, ventitré anni al massimo, ma già da buttare.<br />
Lui si sta guardando allo specchio posto alle spalle della ragazza, in mezzo ai mobili, squallidi, dove riposavano chiavi, squallide e poco fini rispetto alle card magnetiche. Aveva aperto leggermente la bocca in un sorriso. Denti bianchi, bianchissimi specie se inseriti e ammirati nel colorito scuro dato dalle lampade. Nessuna ruga, fronte tirata. Labbra carnose il giusto e leggermente baciate dall&#8217;”Istant Moisture Lip Balm”, balsamo per labbra super ammorbidente, arricchito di sostanze dalle proprietà particolarmente idratanti, per alleviare le labbra aride, screpolate ed irritate in ogni condizione atmosferica. 50 euro.<br />
- Sono Elvis Re, ho una prenotazione per tre giorni.</p>
<p><strong>due</strong></p>
<p>Elvis Re era una persona abituata a pensare per elenchi, liste di appuntamenti, impegni da smarcare, negozi da visitare, cose. Da fare, da pensare, da aggiustare.<br />
Ritirata la chiave dalla Reception, terzo piano, stanza 303, muovendosi verso l&#8217;ascensore si sforzò di immaginare davanti a sé tutto quello che avrebbe dovuto fare da lì a poco.<br />
Doccia, preparare le macchine fotografiche, chiamare il contatto a Milano, scendere in paese, annusare l&#8217;aria. Nient&#8217;altro per il primo giorno. Annusare, scrutare, osservare, raccogliere informazioni. Avrebbe anche scattato qualche foto, ma non per uso giornalistico, come del resto accadeva da tempo. Il suo mestiere, fotografo, si scontrava spesso con la sua reale fonte di entrate economiche, l&#8217;informatore.<br />
Informatore sui generis.<br />
Il fatto di saper unire conoscenze, qualche relazione, scatti e una buona dose di faccia di culo a gossip di ogni risma lo aveva catapultato nel mercato delle informazioni. Aveva strappato l&#8217;offerta migliore in termini economici, ma peggiore in termini di autostima. Come fotografo non era nessuno. Mai uno scatto decisivo, mai una prima pagina. Solo tante didascalie nelle pagine interne, nei pezzi di riempimento.<br />
Lui avrebbe voluto, prima o poi, sfondare. Lui se lo sentiva che avrebbe potuto sfondare. Lui, pensava, aveva i numeri, l&#8217;arroganza e la voglia. Per ora era, lui, le sue palle e il suo culo, completamente nelle mani di Zio Mario, il responsabile dell&#8217;ufficio in via Buenos Aires a Milano.<br />
Lì, i Servizi o chi per loro, guidavano la formazione della comunicazione, ne gestivano e garantivano il flusso e, soprattutto, formavano archivi di proporzioni folli. Zio Mario: lo avrebbe dovuto chiamare da lì a poco.<br />
Se sei invischiato con i Servizi non puoi diventare famoso, almeno non all&#8217;inizio. Elvis Re però ci teneva agli orologi, ai vestiti chic, alle camice alla moda, ai pantaloni tendenza.<br />
E soprattutto, Elvis Re, era ancora tutto sommato giovane. Trent&#8217;anni &#8211; in un paese in cui se non hai più di settant&#8217;anni non conti un cazzo &#8211; era un&#8217;età decisamente giovane. Pieno di vecchi in sto paese. Lo dicevano tutti, il problema era che i vecchi tenevano ancora tutte le redini del gioco. E lui avrebbe aspettato, nessun problema. Come quei comici di Italia Uno, “Tu mi dici cosa devo fare, e io lo faccio”. E aspetto.<br />
Il problema era che in alcuni momenti, in alcuni attimi, pensava di essersi ampiamente rotto il cazzo di aspettare.<br />
Nel frattempo la lista scorreva lentamente nella sua mente, mentre l&#8217;ascensore sembrava non volerne sapere di arrivare al piano terra. La luce del pulsante per la chiamata finalmente si era accesa e qualcosa sembrava cominciare a muoversi. Altre persone si erano affiancate a Elvis Re, in attesa, di fronte alla porta.<br />
Un istante prima che la porta si aprisse era arrivato l&#8217;urlo. Elvis lo aveva sentito e aveva riconosciuto all&#8217;istante la voce rauca di quella stronza della Reception. Le persone con lui in coda si erano girate in fretta, tutti nella stessa direzione.<br />
L&#8217;atrio dell&#8217;albergo per un attimo sembrava avere fermato ogni sua attività. Tutti fermi, a guardare lei, la ragazzina, appoggiata al banco con le braccia e singhiozzante. Urlava, frasi sconnesse.<br />
Ben presto tutte le comari e gli schiavi dell&#8217;albergo erano venuti fuori da ogni buco e antro della sala d&#8217;aspetto.<br />
Elvis si era mosso, aveva saputo muoversi, con rapidità e con sguardo interrogativo, ma stando bene attento a non farsi calpestare i suoi mocassini bianchi.<br />
Si era avvicinato cautamente alla ragazza. Era già circondata da coetanei, tutti con quella stupida divisa, intenti a dire di fare largo, di lasciarla respirare, di portarle un bicchiere d&#8217;acqua.<br />
Elvis e altri ospiti si erano fatti per un attimo in disparte. Poi era arrivato il direttore, trafelato, sudato sulle tempie. Un completo che sembrava la brutta copia di un brutto completo da uomo Coveri.<br />
C&#8217;era trambusto, gente che telefonava, urlava.<br />
Poi era arrivata la voce, “E&#8217; morta una sua amica”.<br />
Poi era arrivata la voce che l&#8217;amica della ragazza brutta della reception era anche un&#8217;amica di altre ragazze.<br />
Poi anche il direttore era sembrato disperato, la conosceva, andava dicendo in giro.<br />
- Cosa è successo, mi scusi, &#8211; era andato a chiedergli Elvis.<br />
- Una disgrazia, una disgrazia, cosa le hanno fatto, una ragazza così buona, così brava.<br />
Ed era scappato via, mani sul volto, capelli spettinati, occhi gonfi.<br />
Elvis stava ragionando.<br />
Non era successo niente nell&#8217;albergo, chi era morto non era nell&#8217;albergo. La sua ossessione era sempre la stessa: che l&#8217;albergo fosse un luogo calmo, dove non girassero poliziotti, giornalisti, rotture di cazzo.<br />
Il casino doveva essere da qualche altra parte.<br />
Poi aveva udito il nome.<br />
Un ragazzo, uno dell&#8217;albergo, era impegnato in una conversazione al cellulare. Forse era intento a dire a qualche amico cosa era successo.<br />
“Laura Pietri, la fidanzata di Pietro. Pietro Mossa!”.<br />
Elvis Re aveva avuto un fremito e si era allontanato.<br />
Aveva appoggiato la borsa su un tavolo del bar, proprio vicino all&#8217;ascensore. L&#8217;aveva appoggiata molto vicino a lui. C&#8217;erano i preziosi cd. Aveva estratto un piccolo plico di fogli, infilato in una rivista di gossip.<br />
Aveva scorso rapidamente l&#8217;elenco che aveva preparato.<br />
Aveva focalizzato ogni singola voce.<br />
Aveva trovato in fretta la pagina.<br />
Aveva letto rapidamente i nomi.<br />
Pietro Mossa. Il pollo. Laura Pietri, un&#8217;informazione a inizio rapporto, una di quelle che aveva già pensato essere una buona pista.<br />
Pietro Mossa, il suo obiettivo.<br />
Elvis Re, in quel momento, non sapeva se avrebbe dovuto capire meglio cosa fosse successo, o fare la prima chiamata. Nokia N-90, sim dalla provenienza sospetta. 710 euro.<br />
Aveva deciso di chiamare, subito. Prima si era allontanato, uscendo velocemente, dopo aver raccolto la borsa, ed evitando gli schiamazzi che, in ogni caso, andavano via via scemando.</p>
<p>- Sì, &#8211; era stata la risposta.<br />
- Sono io. Il nostro pollastrello&#8230;<br />
- Sì &#8211; era stato l&#8217;intercalare.<br />
- Gli è appena morta la morosa.<br />
Il direttore e tutti sembravano straziati. “Come era buona”. “Come era brava, cosa le hanno fatto”. Elvis Re aveva avuto una sottile e vibrante certezza.<br />
- Mi sa che l&#8217;hanno uccisa, &#8211; aveva aggiunto.<br />
- In questo caso saremmo agevolati, &#8211; aveva detto la voce.<br />
- In che senso? &#8211; aveva chiesto Elvis.<br />
- Che sia stato lui, o no.<br />
- Sì?<br />
- Deve essere stato lui.<br />
- Sì. &#8211; Aveva detto Elvis.<br />
- Intesi?<br />
- Sì.<br />
- Chiamami quando hai qualcosa di più chiaro, domani, e vediamo di cominciare a muoverci.<br />
- Sì.<br />
- Bene, direi.<br />
A Elvis, dopo aver spento il cellulare, una piccola luce nella sua testa aveva preso a illuminarsi.</p>
<p><strong>Tre</strong></p>
<p>- Mi ricordo quella volta che eravamo andate al suo compleanno, quand&#8217;era?<br />
- Mi pare fosse per il suo decimo compleanno&#8230;<br />
- Ah sì, sì. E ti ricordi, la torta era caduta, ma lei era stata così buona. E gentile.<br />
- Gentilissima.<br />
- Incredibile, capisci, le hanno spaccato la testa?<br />
- Guarda, una cosa terribile, brutta, da persone cattive. I nostri zii sono disperati, quando l&#8217;abbiamo saputo noi&#8230;noi eravamo disperate, non ci sono altre parole. Tutto il paese è disperato, anche le persone che non la conoscevano, è una cosa terribile.<br />
- Specie per noi, la sua famiglia. I suoi genitori, ma anche nostra madre e nostro padre, e noi, naturalmente. Io e mia sorella siamo terrorizzate, in verità.<br />
- Sì perché lei è sempre stata il nostro riferimento, solo da poco eravamo riuscite a stabilire una relazione, sai uscivamo insieme, andavamo al cinema, qualche volta siamo uscite anche con tutti e due, con lei e Pietro, però&#8230;<br />
- Però con lui, sembrava fosse geloso di lei, ora io non è che sto dicendo che&#8230;<br />
- No infatti, deve essere stato qualcuno che per qualche ragione la odiava.<br />
- Infatti, troppo brutale.<br />
- Certo sembra di essere in un film, chi sarà l&#8217;assassino, sinceramente guarda, io sono anche spaventata, perché da quello che hanno detto i poliziotti, Laura conosceva il suo assassino&#8230;<br />
- Magari è qualcuno malato, che ci riprova, che magari conosciamo bene anche noi.<br />
- Hai sentito come è stata ammazzata?<br />
- Eh, in pratica, pare che l&#8217;assassino abbia suonato a casa, lei ha aperto e lui da dietro le ha spaccato la testa. Con cosa non si sa, perché l&#8217;arma del delitto ancora non è stata trovata.<br />
- Arma del delitto&#8230;<br />
- Oddio! Sembra davvero di essere in un film.<br />
- Sembra che possa averla uccisa con un martello, con qualcosa di duro e forte alla testa, le ha spaccato la testa.<br />
- Poi l&#8217;ha sollevata per i piedi, ha fatto la stradina dell&#8217;ingresso all&#8217;indietro, hai presente no, dove abitava Laura? Al fianco della porta della villetta c&#8217;è il garage. Era vuoto, perché i sui genitori avevano preso la macchina. C&#8217;era solo qualche scatolone di vecchi giornali e vecchi giocattoli, alcuni sono nostri, ci dicevano sempre di andarli a riprendere e poi&#8230;L&#8217;ha trascinata lì dentro, l&#8217;ha messa in fondo, che al buio del garage mica si vedeva senza accendere la luce, ha chiuso tutto e poi è tornato su, ha pulito tutto, pare anche si sia lavato le mani nella fontanella in mezzo al giardino, hai presente quello dove Laura aveva piantato un albero di arance? Lì vicino c&#8217;è una fontanella, poi è fuggito. Nessuno ha visto nulla, i nostri zii hanno detto che i poliziotti sembravano molto preoccupati.<br />
- Terribile, le hanno spaccato la testa. E Pietro è stato il primo a vederla.<br />
- Dovevano andare a pranzo insieme, è andato a chiamarla, ha trovato la porta aperta, senza chiusura del lucchetto, ha visto chiazze di sangue rimaste, perché l&#8217;assassino ha lasciato qualche traccia, è andato giù, ha aperto il garage e l&#8217;ha trovata.<br />
- Poverino.<br />
- Starà malissimo.<br />
- Ma non è stato lui.<br />
- No, penso proprio di no. Ora, non che non fosse strano.<br />
- Ci vuole molto sangue freddo per fare quello.<br />
- Lui non ha il sangue freddo.<br />
- No, decisamente no.<br />
- Povera Laura.<br />
- Noi le volevamo molto bene, pare che la notizia stamattina sia uscita su tutti i giornali, prima passando da casa sua c&#8217;erano tutti i giornalisti, i pullman della Rai e di Canale Cinque.<br />
- Laura ci aveva accompagnate al provino per Il Grande fratello, era sempre gentile con noi.<br />
- Sarà pieno di trasmissioni televisive.<br />
- Sai no che noi abbiamo sempre sperato di entrare nel mondo della televisione? Certo ora, povera Laura.<br />
- Noi le volevamo bene, ma abbiamo visto, stamattina abbiamo cercato come delle matte, non abbiamo neanche una foto con lei. Ne abbiamo con tutti, perfino una con Pietro, ma non con lei.<br />
- E insomma, noi volevamo mettere a casa sua una nostra foto che ci ricordasse dei tanti momenti che abbiamo passato insieme, magari la riprendono anche in tivù.<br />
- Per noi sarebbe importante poter fare vedere a Laura, anche se è in paradiso, che le vogliamo bene, la pensiamo e vorremmo ancora poter uscire insieme.<br />
- Allora abbiamo trovato questa nostra foto&#8230;<br />
- E questa sua, vedi, sono perfette.<br />
- Perché se tu riuscissi a metterle insieme saremmo tutte girate dalla stessa parte, credo sarebbe proprio una bella foto!<br />
- Ci sarebbe, forse, da colorare di blu anche la sua maglia, vedi, così sembreremmo tutte e tre con la stessa maglia.<br />
- Un segno di grande vicinanza, non trovi?<br />
- Vedi poi le nostre teste, le facce, sembrerebbero guardarsi e ridere.<br />
- Ci piaceva tanto ridere con lei, era una ragazza solare.<br />
- Ridevamo tantissimo.<br />
- Insomma tu riusciresti a fare questo fotomontaggio? Le abbiamo digitali, ovviamente. Questa ce l&#8217;aveva spedita Laura da Amsterdam, dove era andata a trovare Pietro, qualche settimana fa.<br />
- Essendo sul computer è più facile, no?<br />
- Pensi di sì, no? Allora ce lo faresti questo favore? Te ne saremmo grate.<br />
- E anche Laura.<br />
- Perfetto, ti mandiamo le foto subito, ciao Mara, grazie di averci aiutato.<br />
- Ciao, andiamo a truccarci.<br />
- Andiamo dagli zii.<br />
- Ciao.</p>
<p><strong>quattro</strong></p>
<p>Elvis Re non aveva un I-Pod. Aveva un I-Pod in una splendida e splendente custodia di Louis Vuitton, classico monogram. Ascoltava ogni genere di musica. In quel momento i Tokio Hotel. Gli piacevano quei pischelli tedeschi. Gli piaceva il suono un po&#8217; confuso, e quell&#8217;album in particolare. Gli piaceva non capire un cazzo dei testi in inglese.<br />
In realtà non gli piacevano granché. Li ascoltava solo perché una biondina, letterina, gli pareva di ricordare, sbavava per quelli. Sono dei super – emo, gli aveva detto. Elvis Re non sapeva cosa fosse un “emo”.<br />
Però era stato al gioco. Per scopare, bene o male, bisogna informarsi, come in qualsiasi altra attività umana.<br />
E lui dapprima l&#8217;aveva inebriata con un colpo da vecchia volpe: le aveva regalato il profumo, nuovo nuovo, lanciato in orbita dalla Kate Moss. “Kate” si chiamava il profumo: rosa mixata con il sandalo, il giglio, il patchouli e il nontiscordardime, una rosa nera come simbolo. Altro che “emo”.<br />
Poi aveva deciso di concederle qualcosa nel gioco dell&#8217;amore.<br />
In realtà lui puntava solo a presenziare in qualche festa. La biondina pensava la stessa cosa di Elvis Re.<br />
Entrambi pensavano che l&#8217;altro potesse aiutarli a svoltare. Una scopata del resto, non ha mai ucciso nessuno, pensava Elvis.<br />
Il problema era che lui viveva in quella situazione limite: informatore e fotografo fallito. Passo dopo passo. Senza scatto.<br />
Cos baby after all, You&#8217;ll never forget my name. Aveva distolto l&#8217;attenzione, ora doveva fare il suo lavoro, non realizzare il suo sogno. Ossessivo.<br />
Aveva preso un caffè nel bar a qualche centinaio di metri dalla casa della vittima, un bar lercio dove non si parlava d&#8217;altro che dell&#8217;omicidio della povera Laura. Da Milano ancora nessun segnale, ma ora era lui a dover raccogliere, seminare, spargere, chiedere, informarsi, costruire idee, illazioni, mettere subbuglio, tirare i fili e mandare tutti affanculo.<br />
Quando si era affacciato nella via che conduceva alla villetta della povera vittima, la lampadina della sera prima era tornata a fargli visita nel suo cervello. Era una coda mai vista, forse solo a Cogne, di pullman televisivi, di postazioni mobili, di giornalisti al cellulare, curiosi. Poi vide le tutine bianche. Il Ris. La cosa si faceva interessante. Dove c&#8217;erano i Ris c&#8217;era il caso, il caso dell&#8217;anno ogni settimana, palinsesti che cambiavano, opinioni, parole, caos.<br />
Tirò fuori la sua macchina, aveva avuto la sensazione di baciarla, come i calciatori baciano il pallone poco prima del rigore decisivo. Aveva cominciato a fare scatti. Scatti che chissà quanti altri fotografi avevano già fatto. A lui servivano, riscaldamento. Passo passo.<br />
Aveva superato il piccolo scoglio costituito dalle troupe televisive e si era affiancato a tanti turisti tenuti a distanza dal centro dell&#8217;attenzione, la casa della vittima, da poliziotti a braccia larghe.<br />
- Fermi, non spingete, non c&#8217;è niente da guardare.<br />
Le solite frasi, la solita atmosfera.<br />
Elvis Re scattava, cambiò obiettivo e arrivò tranquillamente all&#8217;entrata della villetta. Quattro persone. Un uomo. Due ragazze. Una donna. Un uomo più anziano.<br />
Un uomo: il pollo, Pietro Mossa. Capelli biondi a caschetto, da paggetto o da Pietro Maso lombardo, camicia, gli pareva una Trussardi anni 90, jeans Levis, irregular, scarpe Timberland, Classic Boat, colore: beige. Terribili. Ci mancavano delle All Stars e c&#8217;era tutto il peggio della calzatura anni 90. Sembrava uscito direttamente dal 1994. Occhiali da sole Rayban, modello Rb. L&#8217;unico elemento che salvava il ragazzo agli occhi di Elvis Re.<br />
Le due ragazze: due more, sembravano identiche. Capelli lunghi, in una coda ordinata. Una era vestita con camicetta rosa maniche corte Krizia, bermuda a tubo di jeans, bianchi, Krizia. Non poteva vedere le scarpe. L&#8217;altra, identica, cambiavano solo i colori: camicetta rossa, bermuda a tubo neri.<br />
Gli altri due dovevano essere la madre e il padre di Laura. Sembravano tutti segnati dal dolore. La signora scuoteva la testa, si guardava intorno, sembrava decisamente intontita.<br />
Un poliziotto spezzò la catena dei suoi colleghi. Doveva essere il capo. Elvis Re tolse l&#8217;obiettivo dai quattro e lo  diresse su di lui. Rapido si era mosso verso l&#8217;entrata della casa, aveva salutato i genitori, non aveva degnato di uno sguardo le due ragazze e si era rivolto a Pietro Mossa.<br />
Questo aveva preso ad annuire, a fare segni e gesti con le mani. Poi il capo era tornato indietro, aveva confabulato con alcuni dei suoi e si era messo al telefono. Elvis era tornato con l&#8217;obiettivo sull&#8217;entrata. Lo aveva spostato leggermente alla sinistra dei quattro. C&#8217;era un&#8217;entrata. La porta era quella di un garage. L&#8217;apertura era Basculanti Berry, come il garage di casa sua. Uomini in tuta bianca andavano e venivano. Elvis Re aveva bisogno di capirne di più. Dai poliziotti non sarebbe arrivato nulla, almeno a lui.  Doveva tornare indietro e mettersi in mezzo ai giornalisti e vedere di capirci qualcosa.<br />
Aveva appena deciso di tirare giù la macchina fotografica e muoversi, quando le due ragazze identiche avevano salutato le altre persone lì con loro e si erano dirette verso l&#8217;uscita del piccolo giardino. Riposò l&#8217;obiettivo su di loro. Erano arrivati altri giornalisti, si era alzato un piccolo mormorio.<br />
Le ragazze stavano camminando, lentamente, guardando e fissando le camere.<br />
Elvis Re stava cercando di vedere solo i quattro occhi. Gli parve che per un istante le due gemelle avessero cominciato a guardare proprio il suo obiettivo. L&#8217;obiettivo di Elvis Re.<br />
Colse in quegli occhi qualcosa di strano.<br />
Era un blu scuro, pupille grandi.<br />
Lo stavano guardando e sembravano ammiccare.<br />
Il vocabolario non aveva concesso altra parola che quella a Elvis Re.<br />
Le due ammiccavano come in televisione.<br />
Stavano andando via. Elvis Re era convinto si sarebbero incontrati ancora.<br />
Aveva fatto un dietro front e la sua sorpresa non si era esaurita, neanche quando aveva visto Raimondo Cremonesi. Il suo cronista preferito.<br />
Il Re dei cronisti. Uno che non guardava in faccia nessuno.<br />
Il Re degli smerdatori. Corrotto, pagato da mezza Italia. Elvis ne conosceva alcuni segreti. Era il momento dei Re, aveva pensato.<br />
Occhi negli occhi, ancora.<br />
Elvis aveva pensato che in pochi secondi aveva guardato negli occhi tre paraculi di estrema rilevanza. Poi li aveva messi in fila, rapido e preciso, nel suo cervello. Il primo era Raimondo Cremonesi.</p>
<p><strong>cinque</strong></p>
<p>Per Elvis Re era venuto il momento di dedicarsi seriamente alla sua missione. Da Milano erano stati piuttosto chiari.<br />
La prima cosa era il suo nome.<br />
La seconda le scarpe. Si era sentito orgoglioso quando aveva letto la marca.<br />
All Stars.<br />
La terza il computer.<br />
La quarta  era trovare il Re dei Cronisti, confezionargli un bel pippotto sotto il bancone, fargli odorare la fragranza e strappargli un&#8217;assicurazione sulla pista giusta.<br />
La quinta  era riuscire a convincere il Re dei Cronisti e prendersi, per un&#8217;altra fottuta volta, la prima pagina.<br />
La sesta  era tornarsene in albergo a dormire, dormire bene, riposare e l&#8217;indomani mattina andare prima di ogni altra persona sul luogo del delitto.<br />
La settimana  era che qualcosa se lo sentiva. La settima cosa era come la prima: il suo nome, Elvis Re.<br />
Non era stato difficile. Raimondo Cremonesi non iniziava a scrivere prima delle dieci di sera. Era famoso per questo. Prima di iniziare a scrivere finiva in qualche bar vicino ai luoghi dove si trovava per lavoro. Dopo i primi tre negroni, si diceva, gli veniva una frase.<br />
Al quarto, l&#8217;incipit.<br />
Se trovava da pippare doveva farlo con al fianco il suo computer, perché l&#8217;ispirazione era irrefrenabile. A suo modo, Raimondo Cremonesi, era un poeta della cronaca nera.<br />
A Elvis fregava poco o niente il suo stile. A Elvis interessava la fama di Cremonesi e il suo potere all&#8217;interno del suo giornale .<br />
I poliziotti potevano fare tutte le conferenze stampa del mondo: se Raimondo Cremonesi scriveva che la pista era “quella”, tutti i galoppini cronisti gli andavano dietro. Il più delle volte preannunciava gli interrogativi che poi gli stessi poliziotti avrebbero usato per scoprire il colpevole. Si diceva, di Cremonesi, che se lui fosse stato il Questore, a Milano non ci sarebbero mai più stati omicidi impuniti.<br />
A Elvis interessava solo la sua fama, i suoi vizi, il suo lancio dell&#8217;indomani. A Elvis cominciava a interessare più la prima pagina, che il suo reale compito. A Elvis il sapore del doppio gioco cominciava a inebriargli la mente.<br />
Cremonesi era seduto al tavolino del bar dove Elvis, la mattina, aveva consumato il suo rapido caffè, prima di giungere davanti alla casa della povera Laura. Sorseggiava il suo Negroni &#8211; Elvis aveva sperato si trattasse solo del primo &#8211; e fissava il tavolo. Aveva la sua consueta camicia blu comprata all&#8217;Oviesse, i suoi jeans, la sua barba e capelli bianchi. A Elvis interessavano i suoi occhi.<br />
Quando Cremonesi li aveva alzati lui era lì, appoggiato al bancone, a fissarlo. Cremonesi lo aveva guardato e poco prima che girasse gli occhi per riposare lo sguardo al tavolo, Elvis aveva parlato.<br />
- Se ti offro un altro Negroni, mi ascolti?<br />
Cremonesi aveva alzato rapidamente la testa, si era passato la mano destra sulla barba, aveva finito rapidamente il Negroni e si era rivolto a Elvis.<br />
- Perché no, questo l&#8217;ho finito.<br />
Elvis aveva sorriso, aveva portato la mano a toccare il suo zaino con l&#8217;attrezzatura, lo faceva troppo spesso, aveva pensato, aveva fatto un cenno al barista. Due, aveva indicato con la mano.<br />
Aveva deciso di andare al sodo. Le informazioni buone, del resto, le aveva lui. Non Cremonesi. Lui, Elvis Re. E aveva anche delle altre cose, buone, aveva pensato guardando in faccia il suo dirimpettaio.<br />
- Sentiamo Cremonesi, quale idea si è fatto il Re della cronaca su questo efferato omicidio?<br />
Cremonesi lo aveva guardato un istante senza dire niente. Aveva aspettato che i Negroni si posassero sul tavolo, aveva preso il suo bicchiere, aveva mosso rapidamente lo stecchino posto all&#8217;interno, aveva bevuto.<br />
- Perché te lo dovrei dire?<br />
Elvis stava bevendo e quasi gli andava tutto per traverso. Si era immaginato un&#8217;altra risposta. La strada improvvisamente gli apparve straordinariamente in salita, come gli ultimi chilometri di una tappa pirenaica. Va bene, si era detto Elvis. Va bene. Quell&#8217;uomo non voleva sfoderare ora i segreti di cui era a conoscenza. Elvis pensava che doveva convincerlo, con le buone. Non si fidava al cento per cento di lui.<br />
- Ho delle cose che credo potranno interessarti. Tu scrivi, io metto le foto. Che ne dici?<br />
Lo aveva detto tutto d&#8217;un fiato. Aveva di fronte uno squalo, un serpente, un dragone. Si era dovuto concentrare. Ancora prima che Cremonesi potesse aprire bocca, aveva aperto lo zaino, aveva preso dei fogli e li aveva sbattuti sul tavolo.<br />
Cremonesi si era guardato subito attorno, lo aveva fulminato con lo sguardo. Non si stava chiedendo, aveva pensato Elvis, cosa fossero quelle foto e quei verbali. Si stava chiedendo, aveva concluso Elvis, come mai ad averli era lui, uno sfigato fotografo, e non lui, il Re dei Cronisti.<br />
Elvis aveva scorto un punto debole, una via verso tutto quello che gli uomini vogliono: essere compiaciuti.<br />
- Raimondo, questo materiale non poteva arrivarti. Non fare domande. Sei comunque il primo che le vede. Sei il prescelto.<br />
Elvis ci stava prendendo gusto. Ogni cronista di nera vive in un mondo tutto suo. Uno come Cremonesi aveva visto un mondo fatto di deviazioni, insabbiamenti, documenti, che erano apparsi e scomparsi. Cremonesi forse ci avrebbe creduto, avrebbe messo da parte la permalosità, lo schiaffo morale, e avrebbe accettato.<br />
- Non possiamo parlarne qui.<br />
Si era alzato subito, aveva indicato a Elvis le foto.<br />
- Prendile, andiamo da me.<br />
Elvis aveva pagato e con un bel sorriso era uscito dal bar. La prima pagina, stavolta, sarebbe stata tutta sua.</p>
<p><strong>sei</strong></p>
<p>Elvis Re metteva in ordine le cose.<br />
Quello che Cremonesi non avrebbe dovuto sapere: il suo ruolo lì, chi era Pietro Mossa e che cosa dipendeva da lui.<br />
Non doveva sapere che quello sfigato chierichetto di Pietro Mossa era finito nelle grinfie dei Servizi.<br />
Non doveva sapere che Pietro Mossa da lì a qualche settimana sarebbe stato convocato alla stazione di Polizia di Milano.<br />
Non doveva sapere che Pietro Mossa qualche mese prima era proprio nelle vicinanze di un rapimento compiuto in pieno giorno.<br />
Non doveva sapere che nell&#8217;ambito delle indagini la Polizia lo avrebbe chiamato.<br />
Non doveva sapere che Pietro Mossa probabilmente aveva visto una faccia che proprio non doveva vedere.<br />
Cremonesi, il Re della cronaca, non doveva sapere che lui, Elvis, era stato mandato lì per smerdarlo, per setacciare come un topo di fogna nelle sue viscere più puzzolenti per carpirne un segreto malato.<br />
I Servizi non uccidevano più come un tempo, gli aveva detto un insolitamente ciarliero Zio Mario.<br />
I Servizi oggi le persone le ammazzano con le informazioni, gli aveva detto.<br />
E&#8217; più comodo e meno incasinato coprire dopo le tracce e depistare.<br />
Mica come negli anni Settanta, aveva chiosato Zio Mario.<br />
A Elvis delle stragi e di quegli anni proprio non gliene fregava un cazzo. Lui non era un soldato. Lui era nato nel 1977. Lui non era politicizzato. Lui aveva in mente una sola cosa: la prima pagina. Poi qualcosa da bere, una bella casa, dei bei vestiti, interviste e tante fighe in cui infilare il suo obiettivo. Elvis non lo faceva per la causa, lo faceva solo per una fottuta ragione, i soldi. L&#8217;unica cosa che conta, pensava.<br />
Raimondo Cremonesi, seduto sul divanetto della sua stanza d&#8217;albergo,  stava osservando le fotografie che Elvis aveva appoggiato sul tavolino di fronte. Un attimo prima due Negroni avevano fatto capolino nella stanza del giornalista, portati da una bella figa di cameriera. Raimondo Cremonesi non l&#8217;aveva degnata di uno sguardo. Il suo istinto era già da un&#8217;altra parte, non certamente in mezzo alle braghe.<br />
Cremonesi l&#8217;aveva presa larga. Ma a Elvis la conclusione era arrivata  come un pugno in faccia improvviso.<br />
Raimondo Cremonesi era indeciso. Raimondo Cremonesi voleva sapere da dove arrivavano quelle foto.<br />
Elvis aveva ragionato piuttosto in fretta. I pro e i contro. Doveva convincere Cremonesi che quella roba era buona, che doveva fregarsene della sua fonte, che avrebbe spaccato tutto con quelle notizie. Che avrebbe mantenuto la sua fama. Che il Re era sempre lui, Raimondo Cremonesi.<br />
Allo stesso modo Elvis capiva che il cronista necessitava di qualche garanzia in più. Lui, Elvis, non era nessuno. Per ora. Doveva convincerlo che lui lo avrebbe portato alla gloria. Doveva fidarsi di lui.<br />
Elvis si era sistemato sulla poltrona.<br />
Aveva infilato una mano nello zaino, ne aveva estratto una piccola fascetta di plastica. Aveva riposto la mano all&#8217;interno e aveva identificato con le dita una piccola busta. L&#8217;aveva arpionata tra pollice e indice e l&#8217;aveva ritirata su. Poi l&#8217;aveva ruotata tra le dita mostrandola a Raimondo Cremonesi.<br />
Se era il Re della cronaca sapeva che la roba migliore arriva solo da una grande catena distributiva. Se era il Re della cronaca, Cremonesi avrebbe capito che non avrebbe più avuto problemi di  telefonate disperate per farsi portare un po&#8217; di coca in quel paesino. E avrebbe capito che Elvis era in grado di tagliargli tutti i ponti per ottenere cocaina in tutto il Nord Italia. Se era Raimondo Cremonesi avrebbe capito che Elvis e le sue informazioni erano quelle che gli intellettuali chiamano “eterodirezione”. E allora, che ci avesse creduto o no, sapeva che avrebbe dovuto fidarsi, senza chiedere altro. Avrebbe solo dovuto farsi qualche bel pippotto, un bell&#8217;articolo e sponsorizzare le foto di Elvis. Quest&#8217;ultima era una condizione senza la quale niente si sarebbe realizzato.<br />
Raimondo Cremonesi aveva fissato la pallina bianca nelle mani di Elvis. Raimondo Cremonesi aveva voglia di farsi una bella strisciata nasale. Il Re dei cronisti stava sbavando. Elvis aveva capito.<br />
Questa volta, però, a prenderla alla larga era stato Elvis.<br />
- Ci sono cose, &#8211; aveva esordito &#8211; che non si fanno tanto per fare. Ci sono cose che arrivano da posti che è meglio non sapere. Ci sono cose buone, che sono buone solo in alcuni posti.<br />
Poi aveva trattenuto il fiato, aveva aperto la piccola pallina, aveva fatto uscire un po&#8217; di polvere bianca sul tavolino, di fianco alle foto e ai verbali, che aveva elegantemente offerto al cronista.<br />
- Buona così, &#8211; aveva detto enfatico &#8211; l&#8217;avrai solo da me. Buona e gratis. In cambio, nessuna domanda. E&#8217; tutta roba buona, questa &#8211; aveva terminato guardando con gli occhi ora la cocaina, ora le foto.<br />
Raimondo Cremonesi aveva tirato su una prima volta. Era sembrato convinto. Dopo la seconda tirata aveva chiamato il giornale, aveva parlato con il direttore, aveva sistemato le foto di Elvis. Alla terza Raimondo Cremonesi aveva urlato che ora, in quel cazzo di giornale, tutti i pivelli che volevano il suo scalpo avrebbero cagato sangue. Raimondo Cremonesi era euforico. Sono il Re, stava urlando.<br />
A quel punto Elvis aveva deciso di fare la cosa giusta. Aveva gustato l&#8217;odore acre del disegno che si andava compiendo. Aveva ritirato la cocaina rimasta sul tavolo. L&#8217;aveva sistemata nello zaino. Aveva controllato che Raimondo Cremonesi stesse scrivendo. Aveva controllato il titolo: “Le scarpe e il computer: il fidanzato della vittima nel ciclone”.<br />
Aveva concluso che per ora andava bene così.<br />
Poi era andato a dormire, l&#8217;indomani sarebbe stata durissima. Prima cosa, quella cazzo di casa.</p>
<p><strong>sette</strong></p>
<p>L&#8217;articolo di Cremonesi aveva gettato nel panico tutti i colleghi e forse anche la polizia. Per una volta, in quel paesino, Elvis Re aveva avuto una colazione degna della sua personalità. Aveva letto l&#8217;articolo di Cremonesi con sommo gusto. I giornalisti accorsi nel bar avevano tutti la faccia sconvolta. Un buco clamoroso, come chiamavano i giornalisti il toppare in pieno una notizia, non beccarla, trovarla su un altro quotidiano. Una figura di merda, come dicevano i direttori, invece. Lui, Cremonesi, non si era ancora fatto vedere, probabilmente era ancora a dormire in uno stato di trance dopo il down. Molti dei pennivendoli avevano consumato un caffè rapido ed erano partiti, chi alla volta della casa di Pietro Mossa, chi alla volta del Procuratore o di qualsiasi contatto sfigato con le forze dell&#8217;ordine.<br />
In pratica, per la casa della vittima, la via era libera. Aveva deciso di darsi una mossa anche lui, ma prima si era soffermato ancora sull&#8217;articolo. Le sue foto campeggiavano a tutta pagina. Il suo cellulare aveva iniziato a vibrare. Aveva risposto. Dopo pochi attimi aveva messo giù, con il sorriso sulle labbra. Dopo i quotidiani, cominciavano già a chiamare i periodici. La sua strada era segnata. Per un attimo gli era venuto in mente l&#8217;ufficio di Milano. Non si era minimamente chiesto come avrebbe potuto reagire Zio Mario. Aveva deciso di fregarsene e di attendere ulteriori istruzioni. D&#8217;altronde avevano inguaiato Pietro Mossa. L&#8217;articolo di Cremonesi parlava chiaro: il ragazzo aveva le scarpe pulite, eppure, lo testimoniava il reperto della Polizia, nel suo interrogatorio aveva detto di essersi avvicinato al cadavere di Laura, di averla guardata in faccia, di essere uscito e di aver chiamato ambulanza e carabinieri. Quindi, deduzione di Zio Mario &#8211; ma evidentemente da lì a poco sarebbe stata fatta anche dai carabinieri &#8211; come faceva ad avere le scarpe pulite, se aveva passeggiato sul sangue della vittima? I carabinieri probabilmente lo avevano già dedotto, ma loro li avevano preceduti sul tempo.<br />
Il verbale di Polizia parlava chiaro: sulla scena del delitto c&#8217;erano impronte di scarpe. All Stars e un&#8217;altra marca, meno conosciuta.<br />
Le scarpe di Pietro Mossa erano esattamente All Stars, bordeaux.<br />
Senza dire un cazzo a nessuno la Polizia lo aveva iscritto nel registro degli indagati, giusto per fargli la perquisizione. E le scarpe erano venute fuori subito.<br />
Ora Pietro Mossa, il pollo, il chiacchierone potenziale, era avvisato. Se mai era stato lui, avrebbe potuto prendere precauzioni. Ma del resto anche se non fosse stato lui, un bel po&#8217; di merda gli sarebbe piovuta addosso. O comunque prima di trovare l&#8217;eventuale altro assassino la sua reputazione sarebbe stata annientata. Poi c&#8217;erano le informazioni che da Milano avevano elaborato per quanto riguardava il computer. Pietro Mossa avrebbe detto agli inquirenti che la mattina dell&#8217;omicidio lui era stato su Internet, per qualche ricerca per non si capisce quale viaggio che avrebbe voluto fare.<br />
Pericolo di fuga, a questo punto? &#8211; Si era chiesto nell&#8217;articolo Cremonesi, imbeccato da Elvis. E soprattutto, possono gli inquirenti verificare se davvero Pietro Mossa ha utilizzato il computer quella mattina? &#8211; era stata la chiusura dell&#8217;articolo di Cremonesi, dettata da Elvis.<br />
Un bel quadro accusatorio, un bel pacchetto già pronto. Pietro Mossa era quasi fregato. Ora la polizia doveva solo arrestarlo, magari grazie a qualche altro aiutino di Elvis a Cremonesi, e poi Elvis se ne sarebbe tornato a Milano a spendere soldi e godersi la fama. E stropicciare un po&#8217; di gonne. E strappare un po&#8217; di pantaloni.<br />
Elvis si era come ridestato dai pensieri più adatti a corso Como, che non uno squallido bar di una mostruosa provincia. Aveva posato il giornale, pagato il barista e rapidamente era sgattaiolato fuori dal bar. Direzione: casa di Laura, la vittima.<br />
Quella mattinata era calda. Elvis si era infilato un paio di infradito comprati in Brasile, pantaloni Armani chiari di lino, polo Valentino, quella da combattimento, normale, giusto per non mettersi troppo in luce. Una roba da barboni.<br />
La casa della vittima non era distante dal bar e a Elvis erano bastati meno di dieci minuti per raggiungerla.<br />
Come aveva pensato, l&#8217;area era libera. Due carabinieri sorvegliavano il luogo, la casa era ovviamente sotto sequestro, qualche curioso, gli umarell. Stazionava davanti al portone. Non c&#8217;era il via vai del giorno prima: evidentemente gli inquirenti non avevano perquisizioni da compiere quella mattinata. Per terra fiori e bigliettini ricordavano la povera vittima. Magari, aveva pensato Elvis, c&#8217;erano anche quelli dei tipi del mio albergo. Elvis aveva cominciato a scattare quasi senza accorgersene. I suoi scatti non erano per la vendita. Quelli erano scatti di avvicinamento, il suo personale modo di annusare, comprendere, dedurre, mettere in fila gli elementi. Aveva deciso di avvicinarsi al piccolo portone, incassato nel muro della via. Una porticina verde a sbarre. Alla sinistra un piccolo citofono. Elvis Re si era avvicinato e aveva visto quella foto. L&#8217;aveva fotografata, quella foto. Come sfondo, i fiori. Un fotografo che fotografa una foto. Una ragazza, sulla sinistra, la vittima. Due ragazze, non si vedeva bene perché la foto ne ritraeva solo il volto, ma dovevano essere abbracciate, sulla destra. Le due sorelle. Le due sorelle che Elvis aveva notato il giorno prima, proprio in quel luogo. Le due ragazze guardavano l&#8217;obiettivo. Di nuovo ammiccanti, aveva pensato Elvis. Guardavano lui, l&#8217;uomo dietro la macchina, guardavano precise l&#8217;obiettivo. La vittima no.<br />
Loro due avevano un maglione blu elettrico, con il collo alto. La vittima aveva un maglione di un blu diverso i cui contorni sembravano sfocati rispetto al resto della foto. Le posizioni non apparivano allineate. La vittima non era messa come le altre due.<br />
Elvis Re si era girato verso i carabinieri. Sembravano intenti a fumare e basta. Lui allora si era abbassato, si era tolto gli occhiali da sole, non Dolce e Gabbana, ma Italian Indipendent, quelli di Lapo Elkann, 1000 euro, e aveva preso in mano la foto.<br />
L&#8217;aveva guardata per pochi attimi.<br />
Lui, aveva pensato, era sicuramente un farabutto, ma sulle foto nessuno lo avrebbe mai fregato.<br />
Aveva fatto altre foto alla foto e si era alzato. E&#8217; il momento di fare un bel casino a quelle due piccole stronze, aveva pensato.<br />
Un fotomontaggio con una morta, roba da pazzi, aveva pensato.<br />
Un fotomontaggio perché qualcuno le pescasse e le tirasse fuori dall&#8217;anonimato.<br />
Un fotomontaggio per qualche altra foto, su qualche rivista.<br />
Un fotomontaggio per nascondere qualcosa. Quest&#8217;ultima idea aveva fatto rabbrividire per un attimo Elvis Re.<br />
Quella sensazione però, era svanita presto. Quella partita, aveva pensato Elvis Re, era la sua. Era il suo momento. Era il suo fottuto giorno. Seconda cosa da fare: trovare le due sorelle more. Le avrebbe sistemate lui.</p>
<p><strong>otto</strong></p>
<p>- Perché dovremmo affidarci a te, scusa?<br />
- Ragazze, vediamo di essere chiari. Io ho messo le foto sulla prima pagina del primo giornale italiano, mi seguite?<br />
- Sì.<br />
- Io sto per mettere le foto sul principale settimanale e sul principale mensile italiano, chiaro?<br />
- Sì.<br />
- Io vi posso fare un bel servizio sul principale mensile italiano e darvi anche un po&#8217; di soldi, è chiaro?<br />
- Sì. Non capiamo perché dovremmo fidarci di te.<br />
- Voi non dovete fidarvi di me, voi siete certe che questa cosa la volete fare. Io sono semplicemente qui per voi.<br />
- Chi ti dice che noi volevamo farla questa cosa? E&#8217; morta nostra cugina.<br />
- Ah sì?<br />
- Sì. Da cosa hai dedotto che noi vorremmo farci fotografare?<br />
- Dal fatto che mi sembrate molto attente e precise di fronte alle telecamere.<br />
- Quale sarebbe il mensile?<br />
- Mix.<br />
- Mix?<br />
- Mix.<br />
- E quanto sarebbe l&#8217;ingaggio?<br />
- Non eravate quelle indecise?<br />
- Ti ho fatto una domanda, se non rispondi significa che ci stai prendendo in giro.<br />
- Diciamo quindicimila.<br />
- Trentamila, non siamo stupide, sappiamo quanto si paga questo genere di servizio. Ti ricordo che è morta nostra cugina.<br />
- Quindicimila.<br />
- Allora niente.<br />
- Allora mettiamola così. Che ne dite di questa?<br />
- E&#8217; la nostra foto con Laura.<br />
- Esatto.<br />
- Quindi?<br />
- Io dico che quindicimila vanno bene.<br />
- Perché?<br />
- Perché&#8230;guardate qui.<br />
- Dove?<br />
- Qui, vedete questo blu?<br />
- Sì.<br />
- Vi sembra uguale al vostro blu?<br />
- Sì.<br />
- E invece no. E poi guardate qui.<br />
- Dove?<br />
- Qui, le facce, le vostre. Cosa state guardando?<br />
- Cosa vorresti dire?<br />
- Che quindicimila vanno bene e che vi conviene anche spiegarmi perché avete fatto questo.<br />
- Altrimenti?<br />
- Altrimenti io chiamo quest&#8217;uomo, vedete? Ho già il numero sul cellulare pronto.<br />
- E cosa farebbe quest&#8217;uomo?<br />
- Quest&#8217;uomo chiamerebbe i suoi capi e gli direbbe: “Domani apriamo il giornale con il fotomontaggio delle sorelle che magari nascondono qualcosa sull&#8217;omicidio”.<br />
- E se collaboriamo?<br />
- Ci facciamo dei soldi tutti.<br />
- Va bene.<br />
- Non ancora.<br />
- In che senso?<br />
- Va bene per i quindicimila, ma per il resto? Neanche un&#8217;informazione per il vostro fotografo e agente?<br />
- Non ti diciamo niente, perché non sappiamo niente. Sarà stato un delinquente e sarà impossibile trovarlo.<br />
- Ah sì?<br />
- Sì, oppure è stato Mossa, chissà. Erano così perfetti, noi non sappiamo niente.<br />
- Allora niente.<br />
- Niente cosa?<br />
- Niente, non mi piace fare affari con chi fa il furbo.<br />
- Non sappiamo niente.<br />
- Non ci credo, cosa vi guardate? Si capisce che sapete qualcosa, meglio dirmelo, altrimenti salta tutto. Allora? Tu, che cazzo la guardi? Dimmi quello che sai e quella faccia te la fotograferò meglio di Helmut Newton.<br />
- La bicicletta.<br />
- Di Mossa?<br />
- La sua bicicletta. Una vecchia dice che l&#8217;ha vista appoggiata alla casa di Laura.<br />
- Lo avrà già detto alla polizia, quindi non vale.<br />
- No.<br />
- No cosa?<br />
- Non ha detto niente.<br />
- Perché?<br />
- Ha paura.<br />
- E come mai la Polizia ancora non c&#8217;è andata?<br />
- Perché lo sappiamo solo noi e lei.<br />
- E perché?<br />
- Perché tu devi capire dove sei. Qui ognuno vive con le sue piccole vendette.<br />
- E perché non dirlo alla Polizia?<br />
- Perché noi le abbiamo detto di non dirlo.<br />
- E perché dovrebbe farlo?<br />
- Perché noi la ricattiamo.<br />
- Perché?<br />
- Questo se permetti non rientra nei nostri accordi. Ok per quindicimila e la bicicletta. Per oggi siamo pari.<br />
- Per oggi.<br />
- Per oggi.</p>
<p><strong><a href="http://black-swift.org/volumi/settembre-andiamo-e-tempo-di-migrare-parte-ii/">Continua nella Seconda Parte</a></strong></p>
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		<title>Luglio col Bene che ti Voglio</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jul 2007 13:57:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[[Il Mostro dell'Estate] [ Il testo è disponibile anche in versione PDF, RTF e TXT ] Che gli insofferenti continuino a correre. 01. AFA E pensare che quest&#8217;anno ci avevano creduto tutti: è bastata una settimana di cielo azzurro, sole e vento per far immaginare a metà degli abitanti di questa metropoli schifosa che l&#8217;afa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><em>[Il Mostro dell'Estate]</em></p>
<p style="text-align: left;"><strong>[ Il testo è disponibile anche in versione <a href="/wp-content/uploads/luglio_col_bene_che_ti_voglio.pdf">PDF</a>, <a href="/wp-content/uploads/luglio_col_bene_che_ti_voglio.rtf">RTF</a> e <a href='/wp-content/uploads/luglio_col_bene_che_ti_voglio.txt'>TXT</a> ]<br />
</strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Che gli insofferenti continuino a correre.</strong></p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;"><strong>01. AFA</strong></p>
<p style="text-align: left;">E pensare che quest&#8217;anno ci avevano creduto tutti: è bastata una settimana di cielo azzurro, sole e vento per far immaginare a metà degli abitanti di questa metropoli schifosa che l&#8217;afa li avrebbe risparmiati per un&#8217;estate. E&#8217; stata un&#8217;illusione che è durata lo spazio di un paio di settimane: una mattina si sono svegliati e si sono trovati con il solito cielo azzurro sporco tendente al grigio o al massimo al bianco, i soliti 37 gradi ufficiali e 45 percepiti, la solita aria umida e densa che ti toglie il respiro e ti fa venire voglia di vivere in un luogo deserto all&#8217;altezza di qualsiasi latitudine.<br />
Ogni mattina ti svegli e ti sembra di non poter sopravvivere altre 24 ore: ti sei svegliato almeno cinque volte pensando che fosse già mattino e constatando con disperazione che invece erano solo le tre, le quattro, le cinque di notte nonostante i 28 gradi e il novantanove per cento di acqua presente nell&#8217;aria che ansimi. Il sudore è il compagno più fedele, la follia la reazione più naturale. Ma in luoghi così feroci è bene stare attenti a conoscere esattamente quando, dove e con chi lasciare libera la propria pazzia, e quando, dove e con chi trattenerla.</p>
<p style="text-align: left;"><span id="more-891"></span></p>
<p style="text-align: left;">Via Fara è una via a senso unico vicino alla Stazione Centrale. E&#8217; assediata dagli uffici ma conserva ancora quel minimo di negozietti carissimi e spesso privi della cosa che ti serve che rende possibile a chi ci abita non dover prendere la macchina per andare fino in periferia a prendere il pane. L&#8217;unica salvezza per gli autoctoni è il negozio china che ha tutto ciò che manca agli altri negozi: siano lodati i musi gialli.<br />
La via è stretta, e ha macchine parcheggiate su entrambi i lati: sforzandosi molto, due auto possono passare una di fianco all&#8217;altra senza sfregiare le reciproche carrozzerie, né quella delle vetture in sosta. Due macchine sì, una macchina e un furgone no: questa è la regola.</p>
<p style="text-align: left;">Mi guardo nello specchietto retrovisore: sono invecchiato, le rughe mi solcano il viso, la fronte, e anche la pelata che ha conquistato centimetro dopo centimetro il mio cranio. Non ho i capelli bianco latte come i vecchi con i soldi, ma una zazzera grigia e ruvida che sembra unirsi con le basette e la barba sfatta. Sembro un vecchio derelitto. Sono un vecchio derelitto. Sudo. La mia camicia bianca a righine azzurre è una merda, e in questo momento una merda piena di macchie umide e puzzolenti. Mi devo fermare a prendere una bottiglia d&#8217;acqua o muoio. Accosto.</p>
<p style="text-align: left;">Mentre sto per scendere sento già il primo clacson furente.<br />
Un&#8217;auto blu, una bella mercedes di quelle che usano quelli che se la fanno pagare da altri la macchina, mi sta dietro e non riesce a passare. O meglio: non vuole passare e preferisce rompermi il cazzo.<br />
Fortunatamente a dieci metri ho un parcheggio: è sulle strisce gialle fottute, ma per due minuti dovrei riuscire a evitare scassamenti di palle dai nuovi plenipotenziari della strada: gli ausiliari della sosta. Sono le creature più arroganti della giungla asfaltata, tronfi di un potere grande come l&#8217;unghia di un mignolo e di solito soggetti alla violenza di chi giustamente ritiene di inculcargli un ripasso del senso della frase “non rompere i coglioni”.<br />
Rischierò.</p>
<p style="text-align: left;">Riavvio l&#8217;auto tra il frastuono assordante del clacson di questo bovino a due zampe dotato di una macchina che non merita. Avanzo dieci metri con la freccia. La mercedes blu mi sta attaccata al parafango. “Come cazzo faccio a parcheggiare se mi stai attaccato?”<br />
Mentre mi giro per dirglielo, lento come tutti i vecchi rincoglioniti schiacciati dall&#8217;afa estiva milanese, lo vedo scendere dalla macchina. E&#8217; alto e grosso, grasso ma non troppo, robusto direbbe mia nonna, con una camicia bianca senza macchie e senza paura, e i jeans. E&#8217; un gorilla. Con la coda dell&#8217;occhio noto che l&#8217;auto è vuota se si eccettua l&#8217;autista. Stanno andando a prendere qualcuno, il loro padrone.</p>
<p style="text-align: left;">L&#8217;autista continua a strombazzare con quel suo clacson di merda, mentre il bisonte viene a passi rapidi e pesanti verso la mia macchina, tra lo sguardo attonito della gente sul marciapiede. C&#8217;è anche una zecca con la coda e il pizzetto che lo apostrofa, ma il bisonte sta vedendo rosso: la possibilità di umiliare un vecchietto lo esalta, lo fa sentire forte e potente, lo fa sentire uomo in una maniera primitiva, tipo neanderthal.<br />
Apre la portiera dal lato opposto al mio e inizia a gridare: urla, sputa e insulta. Lo guardo attonito. Mi ha proprio rotto il cazzo.</p>
<p style="text-align: left;">Mentre lui continua a sbraitare, io mi piego verso il cruscotto e lo apro. Tiro fuori il mio vecchio pezzo e lo appoggio sul sedile, poi alzo lo sguardo a incrociare il suo. Sono un vecchio incartapecorito, ma lo sguardo da assassino non si perde mai, è qualcosa che custodisci in luoghi in cui le rughe e l&#8217;età non arrivano.<br />
Il bisonte si sgonfia. Adesso qualche macchia sulla camicia ce l&#8217;ha, e anche un po&#8217; di paura. Chiude la porta e risale in fretta e furia sull&#8217;auto. Urla qualcosa all&#8217;autista e questo mette la retro spostandosi quanto basta per superarmi.</p>
<p style="text-align: left;">Mentre mi passano di fianco lo sguardo del bisonte è tutto per me. Sa di aver sbagliato.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>02. DISCOVERY</strong></p>
<p style="text-align: left;">Ho cambiato idea, non parcheggio più. Non ho più neanche sete: ah, l&#8217;istinto del predatore, che cosa stupenda. L&#8217;adrenalina mi fa sentire più giovane di trent&#8217;anni. Forse anche di quaranta.<br />
L&#8217;auto blu prosegue lungo via Fara, fino al semaforo con via Pirelli. L&#8217;autista mi guarda e i suoi occhi mi parlano: “Guarda te questo vecchio stronzo!”. Invece gli occhi del bisonte sono diversi. Glielo avrà detto al suo amichetto autista? Mi sa di no.</p>
<p style="text-align: left;">Girano in via Pirelli verso l&#8217;isola. Io li seguo e sulla curva incrocio di nuovo lo sguardo del bisonte bianco, ora ridotto a mucca&#8230; O forse dovrei dire bufala?<br />
L&#8217;afa trasuda dall&#8217;asfalto con quell&#8217;effetto che confonde lo sguardo, che rende tremolanti le figure al di là del calore che emana dal selciato. Io non sento più caldo, non sento più la mia merdosissima camicia e le rughe, e la zazzera grigia. Non sento più niente. Sento solo il terrore del bisonte reso mansueto.</p>
<p style="text-align: left;">Adesso sono io a stare attaccato al loro parafango di acciaio brillante. Al semaforo con via Melchiorre Gioia mi affianco alla loro sinistra. In giro non c&#8217;è nessuno, pare di stare in “Sfida all&#8217;OK Corral”: mancano solo i cespugli di sterpi che rotolano. Eppure non è agosto, ma solo un caldissimo e schifosissimo luglio milanese. Non mi giro a guardare l&#8217;autista.</p>
<p style="text-align: left;">La strada di fronte a noi è larga almeno due corsie fino alla rotonda rifatta in via Restelli, dove il parcheggio selvaggio rende meno facile il passaggio. In compenso appena dopo la fermata della metro, dall&#8217;altra parte dell&#8217;incrocio rispetto a dove stiamo noi, c&#8217;è un parcheggio sotto un cartellone pubblicitario formato venti metri per dieci da almeno due anni patrimonio incontrovertibile della Telecom, o di Alice, insomma adesso ci sono le tette della Canalis formato famiglia. Mica male, alla fine.</p>
<p style="text-align: left;">Verde. Ci avviamo affiancati. La mercedes blu con autista e bisonte a destra, io vecchio rincoglionito, il mio ferro vecchio e il mio vecchio ferro a sinistra.<br />
Appena prima dell&#8217;entrata del parcheggio accelero e sterzo verso l&#8217;auto di lusso tirata a lucido che fa appena in tempo a frenare e girare nel parcheggio. Buoni riflessi per essere un coglione che sta per morire.</p>
<p style="text-align: left;">Esco dall&#8217;auto con la pistola spianata. Due colpi e il parabrezza va in frantumi. Che sfiga: neanche lo sguardo del bisonte ho potuto gustarmi. E&#8217; un attimo: grilletto, click click, bang bang. Morti.<br />
“Sì, lo so”, penso, “ho fatto una cazzata”. Però anche loro se la sono voluta.  “Se il caldo ti fa sclerare vai al mare, stronzo”. In un attimo tutti i negozianti sono fuori e io mi sono già infilato nella macchina. Parto sgommando verso il fondo di via Restelli e appena sono nelle viuzze che portano verso nord rallento. Torno a essere un vecchio rincoglionito che si va a nascondere in periferia.</p>
<p style="text-align: left;">Alle volte basta poco per sentirsi giovani. Poveri stronzi.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>03. INTUITO</strong></p>
<p style="text-align: left;">“Hanno ammazzato uno dei nostri, era in borghese, si tratta di Mimmo Fassano,  hai presente? Si quello che stava indagando proprio su&#8230;si, esatto, lui. Senta, Commissario Capo Crispino, ho fiducia in lei, e vorrei si occupasse direttamente del caso. E&#8217; l&#8217;unico che potrebbe avere l&#8217;esperienza per risolvere in fretta le cose. Non ci serve per forza un arresto, sa che d&#8217;estate la gente ha bisogno di velocità e crudezza. Non si faccia problemi, ma trovi quel bastardo”.</p>
<p style="text-align: left;">Il Questore che chiama. Il Questore che chiama lui, Crispino. Commissario Capo Crispino.<br />
Quando rimette il telefono al suo posto pensa che non è più l&#8217;uomo di un tempo. Crispino pensa che il mondo sia una merda, ma non per forza è necessario assaggiarla, ripensa ancora. Crispino avrebbe voluto qualche stimolo in più negli ultimi anni. Stava pensando a mollare. Stava pensando che era giunto il momento di ritirarsi. Stava esattamente riflettendo su questo: su quanto una vita spesa ad aspettare, possa continuare ad aspettare. Se non la ravvivi. “Crispino, quanto ti stai annoiando?”, si chiedeva da qualche tempo. Amava parlare di sé in terza persona, amava distinguersi dai colleghi, amava guardarli come a dire, si si, fate, disfate, sapeste quante cose ho fatto io nella mia vita. Ma la riservatezza era la sua arma. La timidezza il suo colbacco invernale.</p>
<p style="text-align: left;">La sfrontatezza, qualcosa da riservare solo per gli scatti di vita. Ma ora, no. Lontani i tempi degli occhi della tigre, inestimabile il valore di certi legami. Ma la sua carriera era la carriera di un italiano medio. Crispino è l&#8217;italiano medio. Crispino è italiano. Crispino guarda la sua scrivania, osserva tutto quanto gli sta attorno. E&#8217; un tipo attento, coltiva l&#8217;insana passione per i particolari. Per questo la sua vita è sempre stata doppia, per questo la sua vita è sempre stata su quella sottile linea di sospetto e perdita di tutto, che gli ha permesso di colorarla di interesse, di rischi, di adrenalina, di fumose riunioni in bunker a Beirut, di lancinanti urla di giovani negre in Somalia, di terrificanti esplosioni. Vicino a casa. L&#8217;Italia è interessante. A Crispino dopo la telefonata del questore sorge un dubbio. Che ci sia un risveglio improvviso non se lo sarebbe aspettato.</p>
<p style="text-align: left;">La sua vita era ormai su binari regolari. Le informazioni. Lui, le informazioni, la loro importanza, l&#8217;aveva capita vent&#8217;anni fa. Lui aveva già cassetti pieni di informazioni. Crispino poteva vivere di rendita. Crispino poteva fare il Commissario grigio e triste di quella città di merda, perché ormai la sua rendita era lì. I suo cassetti sono pieni. I suoi cassetti trasudano segreti. I suo cassetti sono peggio degli ak47 polverosi e a rischio inceppo, nelle mani dei servizi russi in Cecenia. I suoi cassetti puzzano di morte, di merda, di soldi.</p>
<p style="text-align: left;">Il Questore che lo chiama. A Crispino non è mai sembrato strano niente.<br />
Lui è uno che sa sempre catalogare, sa sempre capire, sa cogliere le similitudini e le metafore. Sotto la polvere di quel Commissariato ha costruito i suoi cassetti, tra le pieghe delle carte, la sua vita, tra la sua vita, le sue altre vite. Chiama Antonio Ferrero e gli dice di portargli subito tutte le cartacce sul caso. “Se ti rompono la minchia”, gli dice, “digli pure che è il Questore a parlare”. Passa meno di un&#8217;ora, durante la quale Crispino telefona. Crispino chiede. Crispino sa che le prime impressioni sono quelle che contano. Crispino, quando gli arrivano i rapporti della Scientifica, sa già tutto. Ha i capelli bianchi, si porta la mano alla tasca destra dei pantaloni, inforca gli occhiali, ma sa già tutto. Ci vede lungo. Ci vede chiaro. Capisce senza scoprire, agisce senza domandare. Sente puzza anche in un campo di rose. Sente odori di passati che riaffiorano.</p>
<p style="text-align: left;">Vede, distintamente, una chioma grigia, una barba incolta e sei belle lettere. MANPAD. Sa l&#8217;inglese e non avrebbe potuto fare altrimenti. Anche l&#8217;inglese, in commissariato, nascosto come tante altre cose. Main portable defence system, il più grande mercato illegale di armi. Ne avevano incrociato una buona razione, piccole, con pallottole speciali. Erano quelle richieste in dotazione dai turchi ai servizi inglesi. Gli albioni, per aggirare stupidi embarghi nazionali, a quelle casse preziose facevano fare più giri della merda nei tubi. I proiettili erano unici, i turchi dovevano sistemare alcuni armeni e curdi. Ma era un momento difficile per loro. Era il momento dell&#8217;attenzione internazionale sui diritti umani. Era il momento della costruzione delle basi dell&#8217;Europa. Era il momento in cui la guerra è finita. Era un momento in cui bisogna essere arguti, spregiudicati, ma camminando attaccati ai muri. Gli inglesi le portavano da Panama al Pakistan, da lì in Libano. Lì avveniva il contatto. Ma al contatto c&#8217;erano arrivati prima lui e quell&#8217;altro. Amavano i diversivi. Amavano aggiungere un tocco di magia. Amavano mettere la loro firma. Amavano inchiodare chi decidevano di accusare della loro firma. Amavano non soffrire di nessun senso umano. Il senso umano non fa per noi. Essere umano non fa per noi. Noi facciamo cazzate, perché sappiamo porvi rimedio. Noi sbagliamo, da professionisti.</p>
<p style="text-align: left;">Due pistole, dieci caricatori la cui traccia sarebbe stata inesplorabile per chiunque, tranne per lui. Crispino ne sapeva di cose. Crispino aveva il cinismo che sa trasformare una sorpresa in un&#8217;occasione vitale e ardente. Crispino chiama ancora Ferrero e gli fa un discorso molto pacato. “Portami quel tale”, gli dice senza alzare gli occhi dai rapporti della scientifica, “Peppino O Nennè.<br />
Lo trovi in Garigliano. Che abbia o non abbia niente addosso, portalo qui. Tanto prima o poi qualcosa avrebbe fatto. Niente domande, fai in fretta”. Ci vogliono venti minuti circa. Nel frattempo Crispino apre qualche cassetto. Nel frattempo Crispino legge i rapporti di un anno prima. Nel frattempo la vita di una carabiniere e di un poliziotto si ricongiungono nella sua memoria. Crispino ha tanti ricordi. La vita è fatta di ricordi. Di morti, di vivi. E del destino che ritorna. Quando non si ha più niente da fare, pensa Crispino, bisogna per forza<br />
recuperare qualcosa dal passato.</p>
<p style="text-align: left;">Uguale. Identico. Ci manca che abbia lo stesso accento. Crispino osserva Peppino O Nennè. Crispino ha un piano. Peppino O Nennè, come tutti i balordi, capisce. Come tutti i balordi capisce il destino più tragico di ogni balordo. La situazione in cui la fortuna o le peripezie di una vita in bilico, ma mai seriamente in pericolo, non bastano più. Capitare nel posto sbagliato, al momento sbagliato. E tira giù una bestemmia, mentre Crispino con il dito, gli indica la manovra servile dell&#8217;avvicinamento ai suoi occhi.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>04. CRISTOSANTO!</strong></p>
<p style="text-align: left;">Crispino guida pacato e per niente nervoso. Certi posti sembrano lontani e invece sono insospettabilmente vicini. Case, appartamenti, stanze: più sono vicine ai poliziotti, più è facile da gestire, per Crispino. A lui piace gestire le cose in modo complicato. A lui piace renderle semplici. A lui piace porre la propria firma, il proprio segno, il proprio marchio.<br />
Se quel coglione non si fosse trovato in quel posto lo avrebbe cercato in un altro e poi in un altro ancora. Avevano centinaia di luoghi sconosciuti ai più. Non aveva neanche provato con l&#8217;appartamento a 50 metri dalla Questura. Sapeva che il rischio è qualcosa che va calcolato, soppesato. D&#8217;estate meglio non rischiare. Mezz&#8217;ora da Milano, direzione Castelnuovo, una piccola cascina nascosta dai cantieri dell&#8217;autostrada, sulla carta, più grande e veloce del mondo.</p>
<p style="text-align: left;">Ascolta la musica provenire dalla radio, Crispino. Canticchia. “Mi piacciono i tuoi quadri grigi, le luci gialle, i tuoi cortei oh Milano, sono contento che ci sei”. Era la sua canzone. “Ti lascio tutti i miei progetti le mie vendette e la mia età oh non tradirmi sono vecchio e il tempo va. Vincenzo io ti inseguirò sei troppo stupido per vivereeeeeeee”. Stava urlando, ridendo e riflettendo. Pensando a stanze troppo poco squallide, per consumare momenti così importanti. Mancava poco. Si accende una sigaretta. Milano ormai era una contessa miseria, quel fascino delle sue strade lo aveva perso parecchie notti fa. E con le strade il fascino sembravano averlo perso anche i suoi protagonisti. Ma non lui. Lui era riuscito a fare qualcosa di importante in quella città. Era sopravvissuto e ne aveva goduto. Ne aveva cavalcato ogni onda, purché fosse più alta delle altre.</p>
<p style="text-align: left;">Ancora una piccola svolta, poi una decina di chilometri su una strada secondaria. Controlla nel cruscotto: chiavi, pila, ferro. Rallenta. Quando si rincontra un vecchio amico è come rincontrare una vecchia fiamma: agitazione, ricerca di parole per dirlo, voglio di sorridere in modo naturale. Si avvicina con la macchina a uno spiazzo, un centinaio di metri da un sentiero che si infittiva nel bosco. La cascina lui andava a metterla a posto ogni mese. Tanti ricordi, qualche cartaccia che hai visto mai dovesse servire, armi e munizioni di una vita fa, vecchie foto, vecchie amanti, vecchi stanchi. Lui e quell&#8217;altro quella cascina l&#8217;avevano conosciuta trent&#8217;anni prima. Avevano fatto un servizio in epoca in cui gli anarchici lì ci nascondevano gli obiettori totali. Brava gente gli anarchici, talmente generosi che quasi gli dispiaceva ogni volta fregarli. Ma gli anarchici, da che mondo è mondo, li hanno sempre bastonati, tutti.</p>
<p style="text-align: left;">“Quasi quasi”, pensa, “lo faccio cagare addosso”, poi invece sceglie i segnali convenuti. La porta pesante si apre, si accende una luce fioca che rischiara appena l&#8217;entrata. Mattoni, pietre, vecchie madie e mobili. A Crispino viene in mente sua nonna che faceva la pasta, cantando “Sul mare luccica”. Invece si trova di fronte quel mentecatto di Lupo.</p>
<p style="text-align: left;">- Minchia, esclama il fuggiasco<br />
- Minchia lo dico io, gli fa eco Crispino.</p>
<p style="text-align: left;">Si abbracciano così, senza dirsi altro. Un gesto inconsueto, ma l&#8217;età leviga anche gli spigoli più profondi di ogni persona. Poi, quasi in imbarazzo si separano. Si scrutano, si guardano, si osservano, percorrono tutto il proprio corpo con gli occhi come uno scanner.</p>
<p style="text-align: left;">- Brutta testa di minchia, che cosa ti è successo? Ti è passato sopra un treno? Sembri invecchiato di duecento anni<br />
- Minchia&#8230;<br />
- Eh minchia, Lupo! Lupo! Lupo! Quante volte ti devo fare morire prima che la finisci di uccidere sbirri e caramba? Che è? Ne fai fuori ancora uno e hai fatto strage, lo sai? E che minchia ti ha preso? Non puoi startene da qualche parte e farti i cazzi tuoi? Devi sparare, sparare, sparare? Non siamo mica messi come un tempo lo sai? Quante volte devo fare finta di ammazzarti, me lo dici?<br />
- Minchia, come la fai grossa!<br />
- Eh vabbè, dammi da bere và.<br />
- Minchia, hai tenuto a posto qui, eh!<br />
- Lupo, guarda che mica tutti sono dei balordi impenitenti come te, io certe bellezze della vita non me lo sono mai volute perdere. Ho un piano, ma dobbiamo muoverci, capito?<br />
- Che piano?<br />
- Un piano che ti salvo il culo di nuovo!<br />
- Eh, di nuovo&#8230;<br />
- Di nuovo!<br />
- Crispino ricordati che la volta in cui ti ho salvato il culo io è stata quella più importante!<br />
- Sì sì, senti tuo cugino come sta?<br />
- E&#8217; in Australia.<br />
- E lo so! Lupo che cazzo dici, lo so! Mi chiedevo se lo avevi sentito.<br />
- No.<br />
- Sempre lì a inventare cazzate?<br />
- Dice che ha inventato un nuovo gioco del lotto, che diventerà miliardario.<br />
- Sì, vabbè.<br />
- Dice che ha trovato non so cosa.<br />
- Si come no? Lupo l&#8217;unica cosa che doveva trovare tuo cugino è una bella merda nel letto.<br />
- Crispino ricordati che pure lui&#8230;<br />
- Pure lui cosa? Lupo non dire cazzate. Per colpa sua tu mi hai dovuto salvare e se non andava in Australia, io uccidevo lui un anno fa, altro che!<br />
- Sarà, senti ma il piano?<br />
- E piano piano. Senti ma quella volta là, dimmi la verità, cosa ti disse u Zu Carmelo prima che gli sparavi tra gli occhi?<br />
- Crispino perché vuoi saperlo?<br />
- Sto scrivendo un romanzo.<br />
- Minchia, scrittore!<br />
- Ah Lupo, guarda che mò complico il piano e sono cazzi tuoi.<br />
- Niente mi disse comunque, i mafiosi quando muoiono, lo sanno un attimo prima.<br />
- E perché lui lo sapeva scusa, li abbiamo inculati alla grande, ricordi?<br />
- Si, ma ci stavano per fottere.<br />
- Eccerto! Tuo cugino, quel coglione!<br />
- Guarda che ti sbagli, lì a fare la cazzata fu qualcun altro.<br />
- E chi?<br />
- Un tuo collega, Commissario Capo.<br />
- Ah Lupo, non dire puttanate, tuo cugino cercò il contatto un attimo prima che tutto saltasse in aria, e se tu non gli piantavi la pallottola, quelli spostavano tutto ed ecco lì che vincevano loro.<br />
- Crispino, ne parliamo mentre andiamo? Avrei voglia di chiudere questa di storia, hai detto che hai un piano, no?<br />
- Sì sì, ho un piano, vedrai che ti diverti, testa di minchia. Ma mentre andiamo ti racconto di quella sera. Faceva caldo, te le ricordi le canzoni? Ah ah faceva caldo, un fottuto caldo, Lupo, sai che giorno è oggi?<br />
- Il 27 luglio.<br />
- Ci credi alle coincidenze?<br />
- Sì.<br />
- E allora ascolta, rincoglionito!</p>
<p style="text-align: left;"><strong>05. BANG! PAC!</strong></p>
<p style="text-align: left;"><em>20 luglio 1993, ore 17,27</em></p>
<p style="text-align: left;">Il mandante a volto coperto riceve il commissario nella sua villa. Una donna dai capelli lunghi prende per mano un paio di bambini e li porta via. Vicino c&#8217;è un altro uomo. Sono amici inseparabili. Si guardano e il capo comincia a parlare. Di mafia, di collaborazioni, di patti tra Stato e Mafia. Al Commissario frega poco. A lui interessano due cose: fare male e raccogliere informazioni. “Lo Stato”, gli dice il capo, “è dovuto scendere a patti. Ma la mafia non vuole fare esplosioni, preferisce tenerli sulla corda. Noi siamo gli outsider, noi siamo quelli che non vogliono la Seconda repubblica, noi siamo quelli che vogliono Milano, noi siamo i mandanti a volto coperto, noi siamo. Noi esistiamo. Noi vogliamo”. Parla di procedure, di simboli e addirittura della macchina. Voglio quella, quella e nient&#8217;altro che quella: colore, numeri nella targa, posizione. Il capo vuole i morti. Il capo vuole il potere. Crispino ascolta e decide che quello è il cavallo giusto. Quello è il cavallo vincente. Quello era il nuovo futuro. “Però”, gli dice il capo, “lei ai suoi colleghi dei servizi non dica niente. Vuole lavorare per me o per il Presidente della Repubblica?”. Crispino non aveva alcun dubbio. Lui odiava lo Stato. Lui era lo Stato.</p>
<p style="text-align: left;"><em>22 luglio 1993, ore 14, 45</em></p>
<p style="text-align: left;">Lupo si avvicina alla macchina. E&#8217; una Fiat Uno, corrisponde alle indicazioni di Crispino. Apre facilmente la portiera, la accende e parte. Accende anche la radio. Parlando del nuovo sindaco di Milano. Ce l&#8217;hanno con i terroni e con i negri. Percorre circa un chilometro, fa un giro per vedere che non ci sia nessuno nelle vicinanze del garage, poi fa il segnale convenuto. La saracinesca si apre, due picciotti gli fanno segno, entra. Un carico di tritolo era arrivato una settimana prima. Lo stesso dei due cagacazzo, gli avevano detto i picciotti. Crispino entra. C&#8217;è anche suo cugino, il laccio, il legame, l&#8217;elastico. Fottere certa gente è rischioso, ma le indicazioni erano state chiare. Abbiamo un nuovo capo, gli aveva detto Crispino.</p>
<p style="text-align: left;"><em>25 luglio 1993, ore 19.54</em></p>
<p style="text-align: left;">Carmelo guarda Crispino, Crispino guarda Lupo, Lupo guarda suo cugino. Carmelo è inflessibile, “Niente scherzi”, dice. “Qui comandiamo noi. Qui siamo noi a gestire la cosa, voi vi dovrete tenere alla larga. Grazie per la macchina, grazie per l&#8217;obiettivo. A zio Totò piace l&#8217;arte. Non vuole che esploda proprio un cazzo. E&#8217; un segnale, chiaro? Non vogliamo casini, ora. Capirete, noi siamo in fase pre elettorale, aspettiamo di capire i cavalli buoni”.<br />
Crispino guarda Zu Carmelo e capisce. Che tra loro il capo non possono dividerselo. Quella macchina deve saltare, così vuole il capo, così vuole il suo amico, così vuole l&#8217;Italia.<br />
L&#8217;Italia vuole soffrire, l&#8217;Italia non sopporta la fine della Prima Repubblica, l&#8217;Italia vuole un nuovo capo, fresco, vivace, scintillante. L&#8217;Italia vuole nuovi sogni. E i sogni, spesso, sono solo la parte allegra di un lieve e impercettibile incubo. Crispino guarda Carmelo, Carmelo guarda Lupo, Lupo guarda suo cugino. E&#8217; lui il problema, pensa Crispino. Il cugino di Lupo è mafia, non è servizi, non è sbirro, non è Stato, non è informazione e violenza. E&#8217; mafia. E&#8217; diverso. Ha un tornaconto immediato, percettibile, misurabile. Soldi.</p>
<p style="text-align: left;"><em>26 luglio 1993, 0re 22.45</em></p>
<p style="text-align: left;">Il mandante dal volto coperto lo riceve ancora una volta nella sua villa. C&#8217;è anche il futuro sindaco di Milano, gli assicura, ridendo, il suo nuovo capo. “Commissario, niente scherzi. Lei avrà un grande futuro, ma dipende da me, lo capisce? Le spiego: noi siamo la nuova Italia, la Mafia è la vecchia Italia, lei vuole essere vecchio o nuovo? Io sono il Potere, lei Crispino, vuole essere assolto o condannato?”.</p>
<p style="text-align: left;"><em>26 luglio 1993, ore 23.55</em></p>
<p style="text-align: left;">Lupo e Crispino si incontrano proprio lì vicino. La macchina che dovrà uscire dal parcheggio all&#8217;ora convenuta è lì davanti a loro. Crispino ha mosso tutti i suoi ganci. Ha fatto campagna elettorale. Ha fatto saluti massonici per dieci giorni di fila. Mentre Lupo incontrava negli hangar nascosti di Linate ogni genere di feccia umana. Un&#8217;altra auto, un altro cofano. Altro Tritolo. Dovevano farlo prima, Lupo ne conveniva. Stiamo fottendo la mafia. Noi siamo i vincenti, noi vinceremo. “Mio cugino non sa niente”, sussurrò Lupo. “Non deve sapere niente”, sussurrò Crispino. Crispino aveva incontrato generali, politici, faccendieri, giornalisti. La Mafia era il target, lo Stato era la vittima, la Nuova Italia avrebbe vinto. Milano sarebbe tornata loro. Milano che tirava le monete al suo ex padrone ne aveva trovato un altro. Un successore, un nuovo Delfino, un nuovo Re. Crispino amava i decisionisti. Crispino amava i messaggi in codice. Crispino amava il Pac. Come ogni milanese.</p>
<p style="text-align: left;"><em>27 luglio 1993, ore 20.21</em></p>
<p style="text-align: left;">Lupo guarda Zu Carmelo. Carmelo lo fissa e gli dice: “Vi siete messi dalla parte sbagliata”. Lupo ha già messo quel cornuto cantante di suo cugino al riparo. Lui è un uomo che ci tiene alla famiglia. Trovare un passaporto senza numero per un uomo dei servizi è una passeggiata. Crispino non lo sa. Le cose si sono complicate ultimamente. Crispino ha agito, Lupo ha trovato quello che doveva trovare, suo cugino ha parlato troppo. Ma la Famiglia è più dell&#8217;Amicizia e poi se suo cugino inventava quel cazzo di lotto, basta morti, basta ferri, basta. Ed ecco che Zu Carmelo deve morire. E&#8217; un pesce piccolo, perché la Mafia a Milano voleva avvertire. Loro, invece, volevano decidere. Lupo gli spara e esce dal vicoletto. Ste manie dei siciliani. Chi spara per primo vince. Sono vicini proprio al luogo. Alcuni uomini staranno già controllando dall&#8217;alto. La macchina starà già arrivando. Lupo deve muoversi, ma ecco l&#8217;intoppo. Quel negretto lo stava guardando, proprio mentre si infilava il ferro nelle braghe. Quel negretto rischiava di rovinare tutto. Lupo non gli dà il tempo. Il marocchino finisce lungo per terra, rapido, veloce. Cade come un sacco. Lupo lo prende e gli viene l&#8217;idea. Crispino avrebbe apprezzato il suo modus operandi.</p>
<p style="text-align: left;"><em>27 luglio 1993, ore 22.55</em><br />
“Chi minchia sono? Chi minchia sono?”, urla Crispino. Due tipi sono vicini alla loro Fiat Uno. Che cazzo stanno facendo, urla Crispino. Li guarda dal loro punto di osservazione. Gli altri stanno zitti, Lupo chissà dove cazzo è e la macchina è a rischio.</p>
<p style="text-align: left;">Sembra dormire. Ma non dorme. Lupo osserva il marocchino. La prima vittima del nuovo sindaco l&#8217;ha firmata lui. Uccidere per uccidere. Potere per il Potere.</p>
<p style="text-align: left;"><em>27 luglio 1993, ore 23.15</em></p>
<p style="text-align: left;">Il vigile del fuoco si avvicina alla Fiat Uno. Ce ne sono due. Una poco più in là. Ma quella verso la quale si sta dirigendo fuma. C&#8217;è del fumo. Si guarda indietro, chiama alcuni colleghi. Si avvicina, alzano il cofano. &#8220;C&#8217;è una bomba”, riescono appena a urlare.</p>
<p style="text-align: left;"><em>28 luglio 1993, ore 03.00</em><br />
(ANSA) Una nuova strage notturna con autobomba ha insanguinato l&#8217;Italia. Questa volta è accaduto a Milano, dove vi sono stati cinque morti e sette feriti. E&#8217; stato un boato temendo quello che ha scosso il capoluogo lombardo alle 23,15. Proveniva dal centro della città, da via Palestro, una strada che costeggia i giardini di Porta Venezia e sulla quale si affaccia la Villa Reale, sede della Galleria municipale d&#8217;arte moderna e del Padiglione d&#8217;arte contemporanea.<br />
Dei cinque morti, tre sono vigili del fuoco, uno è un vigile urbano, e il quinto un immigrato nordafricano, un marocchino che probabilmente si stava sistemando a passare la notte sul marciapiede, davanti ai giardini. Altre sette persone, in maggioranza vigili del fuoco e urbani, sono rimaste ferite.<br />
Pochi minuti prima dello scoppio quella Fiat uno era stata segnalata da una coppia di giovani di passaggio ad una pattuglia di vigili urbani. Del fumo, infatti, usciva dalla vettura. Pensando ad un principio di incendi, i vigili hanno chiamato con l&#8217;autoradio i pompieri che hanno subito mandato sul posto un&#8217;autopompa. Tre vigili del fuoco si sono avvicinati all&#8217;auto e hanno cercato di aprire il cofano e si sono resi conto che si trattava di un&#8217;autobomba.<br />
Non si sa in base a quali elementi l&#8217;hanno capito. Forse hanno visto che stava bruciando proprio una miccia, o forse hanno notato l&#8217;involucro con dentro l&#8217;esplosivo. Non lo possono però dire, perché sono tutti morti. Uno di loro è stato comunque sentito gridare: &#8220;C&#8217;è una bomba&#8221;. Ma non hanno fatto in tempo a salvarsi.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>06. PRENDI IL MORTO E VAI&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: left;">L&#8217;ufficio di Crispino è sempre ordinato. Lupo se lo ricorda pure nei momenti peggiori. Si è sempre chiesto come cazzo facesse a tenere tutto in ordine. Sono entrati in questura con disinvoltura, poi il tunnel fino alla zona degli uffici dei dirigenti. Crispino ha un ufficio tutto suo, vicino alle scale, lontano dagli altri. A Crispino piace farsi i cazzi suoi.</p>
<p style="text-align: left;">Crispino mi guarda per lunghi minuti senza dire un cazzo. Poi sbotta:<br />
- Bene, sistemiamo sta cazzo di faccenda, Lupo. Prima il lavoro sporco. Vieni con me&#8230; Ah, tieni, ti servirà questa.</p>
<p style="text-align: left;">Mi passa una cintura fine e resistente, una garrota. Io capisco. Sbuffo senza fare arrivare nulla fino al mio viso. Sbuffo mentalmente, si potrebbe dire.<br />
Crispino mi porta a una guardiola nel seminterrato. Pare che sappia come attraversare la Questura senza incontrare nessuno. E&#8217; notte e la questura è silensiosa. Milano è silenziosa, schiacciata dal caldo della notte estiva che non ti fa respirare. Anche alla cella nessuno sta guardando un poveraccio, con i capelli brizzolati intorno a una calvizie per nulla precoce. Il cranio rugoso e la camicia chiara a righine mi sono familiari. E&#8217; più basso di me.</p>
<p style="text-align: left;">Crispino apre la porta della cella e mi manda dentro.<br />
- Vedi di muoverti. Che non è che ho tutta la notte!<br />
- Ma non potevi sistemarlo tu?<br />
- Come? Tu fai le stronzate e io devo sistemarle? Già ti sto facendo un favore di troppo. Sei costato più tu allo Stato che Totò Riina. Ti ricordi? Gli piace l&#8217;arte! Sì sì&#8230;<br />
- Che palle!</p>
<p style="text-align: left;">Entro. La porta si chiude con un tonfo metallico sordo e pesante. Guardo il derelitto di fronte a me, già pestato a dovere. Mentre mi avvicino accenna solo un lamento flebile. Strangolarlo con la cintura che mi ha dato Crispino è come sparare sulla Croce Rossa, solo che è meno divertente. Mi fa schifo. Mi fa schifo lui e la sua disperazione, la sua sfiga. Una volta facevo lavori più divertenti, ma ormai sono vecchio e mi devo accontentare di ammazzare dei disgraziati. Che palle.</p>
<p style="text-align: left;">Rientriamo nell&#8217;ufficio di Crispino senza parlare.<br />
- Tieni, Lupo, truccati un po&#8217;. E vedi di sembrare africano!<br />
- Ma come africano?<br />
- Eh, sì, dovrò farti lasciare la città in qualche modo no?<br />
- Ma mica penserai che mi travesto da negro, vero?<br />
- Invece sì. Devo farti uscire dalla città sano e salvo. Che ne so se qualcuno qui in Questura si fa venire strane idee? E poi, credi che non ti abbia visto? Credi che non ti abbia visto buttare per terra quel marocchino? Tu pensi davvero che a me sfugga qualcosa? Questo è il mio regalo, Lupo.</p>
<p style="text-align: left;">Bastardo. Non mi ricordo un cazzo di quella notte, allora ha apprezzato, penso. Ma ora è diverso. Come passare dalla Cadillac a un rottame con due ruote. Sbuffo, rogno, mi giro dove Crispino mi indica un lavandino e uno specchio. Prendo i trucchi e le protesi di gomma, la tinta per i capelli e le lenti a contatto. Ci impiego mezz&#8217;ora ma alla fine il risultato è dignitoso. Almeno non sembro io.</p>
<p style="text-align: left;">Torno a sedermi e noto che Crispino ha passato tutto il tempo a guardarmi senza mutare espressione del volto. Quanto mi fa incazzare quando ha questi atteggiamenti alla Humphrey Bogart: sembra che non conosca la storia della polizia italiana degli ultimi cinquant&#8217;anni. Altro che divi del cinema: zotici con la pistola, tutti quanti, incluso me.</p>
<p style="text-align: left;">Crispino alza il telefono:</p>
<p style="text-align: left;">- Salve, Agliardi, sono Crispino, dalla Questura&#8230; Sì, buona sera. Tutto bene? Sì, ecco, volevo darle una notizia da pubblicare, ce l&#8217;ha un taccuino? Sì, cioè un computer&#8230; E&#8217; la stessa cosa, non mi faccia perdere tempo. Allora scriva: “E&#8217; stato ritrovato morto nella cella nella quale si trovava in custodia durante gli accertamenti Peppino Caruso, detto O&#8217;Nenné &#8211; con l&#8217;accento, mi raccomando &#8211; , noto pregiudicato affiliato al clan dei calabresi e già più volte arrestato e detenuto per spaccio di droga. Il Caruso &#8211; vabbé lo sai lei come si scrive in un lancio ansa, è lei il giornalista, no? &#8211; era stato fermato dagli agenti in quanto rispondente all&#8217;identikit dell&#8217;omicida di via Restelli. Durante la perquisizione effettuata questa notte nella sua abitazione, gli agenti hanno ritrovato un&#8217;arma compatibile con quella che ha ucciso due persone nel quartiere isola questa mattina. Sulle cause della morte in cella si stanno svolgendo accertamenti, ma l&#8217;ipotesi più accreditata è quella di un malore o di un suicidio”. Va bene? Grazie, tanti saluti alla famiglia, buona notte.</p>
<p style="text-align: left;">Crispino mette giù la cornetta e mi guarda.<br />
- Così da domani non se ne parla più! Il Questore è contento e i giornalisti non gli romperanno le palle. Tu te ne vai fuori città e non ci vediamo più e io posso tornare a pensare alla pensione. Adesso levati quel cazzo di trucco e vai a Torino. Contatta questo numero di telefono e presentati come Mario D&#8217;Intorno.</p>
<p style="text-align: left;">La mia mandibola deve essere caduta per terra.<br />
- Crispino, che cazzo dici? Perché adesso mi fai levare il trucco?<br />
- Ma scusa, pensavi veramente che ti mandavo in giro truccato da negro? Dai, sei proprio diventato un vecchio rincoglionito!<br />
- Ma&#8230;<br />
- Niente ma. In qualche modo tutto il disturbo dovevi pure ripagarmelo, no? Non sai quanto mi sono divertito a vederti nei panni di un marocchino. Sai quante scartoffie dovrò compilare? Consideralo un risarcimento!</p>
<p style="text-align: left;">Sono ammutolito. Crispino ha ragione. Sono solo un vecchio rincoglionito. Prima o poi anziché trovare qualcuno che mi pari il culo, troverò una pallottola e allora finirà la storia di Lupo.<br />
Mi avvicino al lavandino e lavo via il trucco. Stacco le protesi e mi levo le lenti. Almeno la tinta rende la mia zazzera grigia e stopposa un po&#8217; meno inguardabile.</p>
<p style="text-align: left;">Dopo dieci minuti ho finito. Crispino mi passa dei vestiti puliti. Ovviamente della mia taglia. Mi sento più vecchio. L&#8217;adrenalina per aver steso il bufalo è già tutta consumata, come una dose di cocaina troppo piccola per un cervello abituato ad abusarne tutti i giorni.</p>
<p style="text-align: left;">Crispino mi riconduce lungo i cunicoli della Questura fino all&#8217;uscita. Nessuno ci guarda in faccia. Tutti gli agenti che incrociamo sembrano evitare lo sguardo pimpante di Crispino, non saprei dire se per rispetto o per timore. In ogni caso, anche l&#8217;agente all&#8217;ingresso si guarda bene dal chiedermi i documenti.</p>
<p style="text-align: left;">Cammino sul marciapiede di via San Marco, allungando un po&#8217; la strada verso la Stazione Centrale, assaporando gli ultimi, afosi, terribili, caldissimi, irrespirabili momenti che vivrò a Milano. Ripensandoci, ne è valsa la pena.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>PICCOLE NOTE</strong></p>
<p style="text-align: left;"><em>Da wikipedia</em></p>
<p style="text-align: left;">La Procura di Firenze ha indagato per molti anni (fino all&#8217;agosto 1998) sui mandanti a volto coperto delle stragi:</p>
<p style="text-align: left;">* del 14/5/93 a Maurizio Costanzo (via Fauro, Roma)<br />
* attentato agli Uffizi del 27/5/93 (via de&#8217; Georgofili, Firenze)<br />
* attentato al Padiglione di Arte Contemporanea del 27/7/93 (Via Palestro, Milano)<br />
* di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano (Roma, 28/7/93)<br />
* allo stadio Olimpico (dicembre 93 &#8211; gennaio 94)<br />
* a Formello-Roma (attenato a Salvatore Cotorno, 14/4/94)</p>
<p style="text-align: left;">La procura di Firenze iscrisse nel registro degli indagati Silvio Berlusconi e Marcello Dell&#8217;Utri (con il soprannome AUTORE 1 e AUTORE 2), considerati mandanti delle suddette stragi. Il Pm di Firenze chiese l&#8217;archiviazione del procedimento al termine delle indagini preliminari, accolta dal GIP territoriale benché &#8220;le indagini svolte abbiano consentito l&#8217;acquisizione di risultati significativi&#8221; e sebbene &#8220;l&#8217;ipotesi iniziale abbia mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità&#8221;. A Caltanissetta Berlusconi e Dell&#8217;Utri furono iscritti nel registro degli indagati come mandanti delle stragi di Via D&#8217;amelio (Paolo Borsellino) e Capaci (Giovanni Falcone).</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Un mostro per l&#8217;estate</strong><br />
<em>Massimo Carlotto</em><br />
<em>il manifesto, 27 luglio 2004</em></p>
<p style="text-align: left;">Quelli come Luciano Liboni li ho sempre definiti gli «insofferenti». Insofferenti a tutto: alla società, alle regole, alle divise e alle logiche della malavita organizzata. Alcuni li ho conosciuti personalmente. Negli anni Settanta soprattutto, oggi sono una razza in via di estinzione. Come il lupo Liboni, appunto. K. si è beccato un proiettile nella schiena mentre fuggiva con un barchino nei canali veneziani. T., stanco di fuggire, decise di affrontare i carabinieri impugnando una mitraglietta. S., ferito dopo l&#8217;ennesima rapina terminò le munizioni, anche l&#8217;ultima cartuccia che aveva riservato per se stesso, e adesso sul suo fascicolo c&#8217;è un timbro rosso con la scritta «fine pena: mai». F., il più fortunato, riuscì ad arrivare in India e di lui sono arrivate solo voci. La più ottimista narra dell&#8217;incontro con una ricca americana e di una villa con piscina a Los Angeles. Quella più realista descrive un vicolo e una siringa piantata in un braccio. In comune gli insofferenti hanno il destino fottuto. O morti, o in galera. Per morirci o per uscirne quando ormai è troppo tardi. Anche Liboni, il cinghiale, il lupo, che giornali e televisioni hanno trasformato nel giallo dell&#8217;estate, è fottuto. Lui lo sa meglio di tutti. Per questo spara. Ma non da ora. Sono due anni che tira il grilletto per non farsi prendere. Ha deciso che in galera non ci torna più. Meglio la bocca che sa d&#8217;asfalto e una pozza di sangue che si allarga sotto il corpo che essere rinchiuso di nuovo. C&#8217;è chi accetta il carcere come un incidente di percorso della professione criminale e chi, invece, dice basta. Liboni sa di essere un morto che fugge. La regola numero uno dell&#8217;ambiente è mai sparare a uno sbirro. Altrimenti sono dolori. E lui ha sparato per uccidere: due colpi. Tanto per essere sicuri. Se finisce in manette, prima del carcere, rischia di cadere dalle scale e farsi male sul serio. E poi il processo in corte d&#8217;assise. Una proforma per pronunciare la parola ergastolo. E alla sua età speranze di uscire non ce ne sono proprio. Se ingaggia un altro conflitto a fuoco ha ben poche possibilità di uscirne vivo. Ormai è un bersaglio. Se venisse ucciso da un geometra-giustiziere voglioso solo di provare sul campo la sua nuova Glock calibro 40, nessuno avrebbe nulla da ridire. Scriverebbero che il lupo o il cinghiale è stato abbattuto.<br />
Il circo mediatico montato su questo caso è pronto a tutto. Già si leggono notizie vergognosamente prive di senso. L&#8217;epilogo ne sarà il trionfo. In attesa della parola fine si scandaglia il passato. Ma è inutile cercare spiegazioni psicologiche sull&#8217;agire degli «insofferenti». Sono solo scelte solitarie di ribellione votate alla sconfitta. E Liboni è un perdente che non riscuote nessuna simpatia. Nelle redazioni si fanno i salti mortali per costruire un personaggio dalle attitudini criminali di alto profilo. In realtà è lampante che il lupo è solo un balordo specializzato in uffici postali, con qualche conoscenza in quella mala che ha frequentato nelle patrie galere o nei bar di provincia.<br />
Il fatto è che è difficile spiegare agli italiani che nell&#8217;era dell&#8217;antiterrorismo, degli aeroporti blindati, dei super poliziotti, delle guerre preventive, non si riesca ad arrestare una mezza tacca. E allora si esagera, si vagheggiano rapporti internazionali. E si sprecano fiumi di inchiostro sulla lucidità criminale del latitante. Uno che spara in testa a un benzinaio perché scoperto su un&#8217;auto rubata è solo un pericoloso cretino. Da allora Liboni non è migliorato. Ha imboccato la sua strada senza uscita. Corre come un cinghiale nella macchia. Nella prima pianura lo aspettano i cacciatori con i fucili puntati. Vivo o morto sarà il trofeo dell&#8217;estate.</p>
<p style="text-align: left;"><em>da http://www.corriere.it/vivimilano/ultima_ora/ultimora.jsp?id={F1936AC5-5810-4886-B421-17E3BCAF73D0}</em></p>
<p style="text-align: left;"><em>10 lug 20:05</em><br />
<strong>Milano: marocchino trovato morto in cella Questura</strong></p>
<p style="text-align: left;">MILANO &#8211; Un cittadino marocchino di 32 anni, arrestato ieri alla Stazione Centrale di Milano per spaccio di droga, e&#8217; stato trovato morto questa mattina nella cella della Questura in cui si trovava, in attesa di essere condotto davanti a un giudice. Sulla vicenda e&#8217; stata aperta un&#8217;inchiesta, benche&#8217; sul corpo dell&#8217;uomo non siano stati trovati segni di violenza. Le autorita&#8217; hanno disposto l&#8217;autopsia: non si esclude che l&#8217;uomo possa aver ingerito un involucro contenente droga o che abbia avuto un malore causato dall&#8217;assunzione di sostanze stupefacenti. (Agr)</p>
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		<title>La Ragazza è Senza Nome</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jul 2007 13:55:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>La ragazza è senza nome e porta una gonna corta e larga bianca. Va di moda a Shanghai, a Beijing è un lusso, una specie di avanguardia. Si guarda in giro, l&#8217;uomo la stava seguendo, ma è entrata in una zona fatta di viuzze strette, tra vecchie case di pietra, ancora lucide, ma in cui il passare degli anni si può ancora toccare, specie allungando furtivamente le mani sui portoni leggermente aperti. Panni stesi, vapori, odore di cibo. Probabilmente l&#8217;uomo ha deciso di starle più a distanza, hanno molti modi per pedinare la gente, questo sembra fare il proprio lavoro con metodo. Fa troppo caldo, all&#8217;una a Beijing il caldo ti asciuga le ossa, talmente è secco e assordante il calore del sole. Ma almeno si vede, il sole. Avrebbe bisogno di guardarsi allo specchio, contemplare la propria pelle, è preoccupata di avere le occhiaie e invece vorrebbe essere scintillante come nelle notti migliori di Shanghai. E sente le proprie labbra screpolate, ma non ha tempo di usare il suo burro di cacao, le sue creme per le mani e per il viso, deve agire e ragionare in fretta.Osserva qualche turista, chiede un&#8217;informazione a una vecchia signora che trova indaffarata a scendere da una bicicletta che sta in piedi per miracolo. La ragazza pensa che gli abitanti di Beijing siano quasi provinciali nella loro vita calma, nelle loro passeggiate languide e nelle loro stanche letture dei giornali inseriti nei grandi espositori per strada, nei parchi, nelle piazze. Non capisce il gusto di leggere di politica. Non capisce cosa abbiano da capire. Specie quando la loro città cambia ogni giorno, sotto i colpi delle gru e dei martelli che spaccano le pietre dei marciapiedi, per ridurne le dimensioni e aumentare il verde. La società armoniosa deve essere più verde. Un cinese può essere motivato solo dai soldi, non dall&#8217;ambiente.<br />
<span id="more-871"></span></p>
<p>La donna, vecchia e vestita con dei larghi pantaloni porta ai piedi un paio di ex ciabatte, ha lunghi baffi e rughe a solcare zigomi e fronte, dopo anni di vento asciutto, mattina e sera, tutto quanto il giorno, un&#8217;ora per mangiare un&#8217;ora per dormire. Indossa una camicia sudicia e sfregandosi le mani sulla vita, le conferma che la zona delle case vecchie riporta direttamente nella via parallela alla Città Proibita. E&#8217; l&#8217;informazione che le serve. Prova a superare diversi turisti, qualche ragazzo in bicicletta che stancamente consuma un gelato, di quelli che vendono in Tien An Men, quelli che è impossibile mangiarli senza sporcarsi, poi si ferma un attimo. Cambia posizione alla propria borsa, le tira la camicetta, nera, che attillata le stringe i fianchi, lo stomaco e quel poco di seno che si ritrova. Le piacciono le camicie nere: anche se sono sporche, non si vede.</p>
<p>Si riporta sulla via principale, uno sguardo a destra, uno a sinistra. Il poliziotto in borghese non c&#8217;è. In compenso una dozzina di soldati percorrono la via a passo di marcia. Uno davanti, dieci dietro, e uno in fondo a chiudere la fila. Sembrano talmente concentrati che è sicura, certa, non costituiranno un problema per lei. Riesce a immagazzinare una quantità di dati impressionante, pensa sia una cosa genetica del suo popolo, come i lunghi capelli lisci, fini e sottili e incandescenti al contatto e riprende a camminare. Ha intenzione di circumnavigare l&#8217;area, ma ha bisogno che trascorra qualche ora. E&#8217; troppo presto, caldo, afoso e l&#8217;inseguitore è troppo vicino. Ha bisogno di un diversivo, qualcosa che metta in difficoltà il suo strenuo uomo in borghese. Quando ci si avvicina a certe zone, pensa, i mille poliziotti si agitano, temono il peggio. Lei, invece, ha bisogno che intuisca le sue intenzioni, che pensi sia una farabutta, ma non una criminale. Meglio sgualdrina, che criminale. Ha fame, forse ha bisogno di pranzare. Non ha fatto colazione, scesa dal treno si è diretta in Tien An Men, aveva bisogno di capire per bene il flusso dei turisti.</p>
<p>E&#8217; stata la seconda volta che ha visto la piazza, la nostra piazza, le viene da pensare. Non ha provato niente. Lei non sarebbe mai stata una di quelle o di quelli che vanno in giro con il piccolo e unto ritratto di Mao in macchina, pendente come un vecchio dio impiccato, divenuto una superstizione, come se insieme a Servire il Popolo, dicesse anche, E ricordati, guida con prudenza, il Popolo te ne sarà grato. Non ha provato niente, neanche al pensiero della Città Proibita. Niente, neanche un po&#8217; di interesse per una storia che non le appartiene, lei è una di quelle che storia non ne ha, o è talmente breve che basterebbe la prima pagina del libretto rosso per racchiuderla tutta. La parola del Presidente, il Timoniere, Mao Ze Dong, al Popolo Cinese. Fine.</p>
<p>Lei, anche quella mattina in Tien An Men, ha visto solo fumo e un ragazzo portato via, qualche tempo prima, nel piazzale della sua scuola. Lui era tra una dozzina di poliziotti, inginocchiato e costretto a tenere la testa alta per farsi guardare da tutti, mentre al centro si dava vita al falò del male, droga bruciata, sogni infranti, banalità quotidiana che ritorna. Poi il suo nome ha smesso di esistere, dopo due giorni di condanna di giornali e dei loro stupidi e folli dazibao. Oh c&#8217;è il suo nome sul giornale, le donne andavano ripetendo nel vialetto del suo cortile, nel suo piccolo villaggio. Le donne andavano e venivano parlando di Yu Hao. Potremo mai superare l&#8217;onta, si chiedevano. Un condannato a morte, nella nostra casa. Le donne andavano e venivano pregando il Cielo e accarezzando i Leoni a protezione del Cortile.</p>
<p>Lei è una delle poche persone che né durante la scuola primaria, né durante quella secondaria, alla mattina, poco prima dei consueti esercizi ginnici, ha mai alzato la bandiera della Repubblica Popolare. Per uno scherzo del destino è nata il 30 settembre, esattamente un giorno prima del compleanno più importante del continente, la data di nascita della Repubblica. Se è vero che i numeri sono importanti, la sua vita era destinata al fallimento. Mai avuto il privilegio di issare la bandiera rossa e di essere, per qualche minuto, invidiata dai compagni di classe. I suoi genitori erano molto preoccupati di questo. E ancora di più quando il suo fidanzato è stato condannato a morte. Senza futuro, senza speranza, vattene, non sei nostra figlia. Una delle tante uniche figlie ripudiate con una scusa qualsiasi. Quando per il padre e la madre è troppo tardi per pagare il Governo e avere un altro figlio. Specie con il rischio che possa essere un&#8217;altra inutile ragazza. Si era guardata i suoi capelli, e si era chiesta se mai, quando sarebbero diventati bianchi e quando le pieghe dell&#8217;età le avrebbero solcato le mani e i fianchi allargandoli, sarebbe mai tornata lì. La risposta era un no, calmo e insipido, come la pianta d&#8217;aglio, senza soia a condirla.</p>
<p><I><br />
E poi e poi, se ti scopri a ricordare,<br />
Ti accorgerai che non te ne importa niente.<br />
E capirai che una sera o una stagione<br />
Son come lampi, luci accese e dopo spente.<br />
</i></p>
<p>Sa troppo poco di inglese, ma forse quello che ha appena visto scendere dal taxi potrebbe essere la sua soluzione. Una come lei non si può accompagnare a qualcuno di elegante, né a qualcuno di vistosamente straniero. Passano certe facce, gli occidentali pensano che qui in China si possono vestire o comportare come vogliono. Gente in pantaloncini corti nei templi, donne mezze nude nei pub. Cappelli, ciabatte, foulard, tutte cose che è convinta non userebbero mai nei loro paesi, nella loro vita quotidiana. E soprattutto non andrebbero mai da Hooter. Ma in China ognuno si sente libero, tranne i cinesi. Ma questo quando si è qui non conta, tutti a dire che bello il vostro paese, poi tornano e parlano di censura, ma quando sono qua tutto è bello, libero, avete voglia di vivere, si vede, le aveva detto un ragazzo in un pub qualche tempo prima. Che mondo stava guardando quel coglione col berretto da baseball? Mettitelo in culo. Pigu.</p>
<p>Il tipo le era di nuovo dietro, poteva scorgerlo. Non poteva sapere le sue intenzioni. Forse vuole solo capire cosa ho intenzione di fare, forse è meglio rimandare, forse non riuscirò a seminarlo, pensava. Un mio passo, due suoi passi. Ma la distanza è la stessa. Diversa porzione di Cielo. Chissà quando è nato quell&#8217;uomo, chissà da dove viene. Si chiese, in un impeto di curiosità raro, per lei, chi avesse deciso il suo pedinamento. Essere la ragazza di un condannato a morte, appena giustiziato, era un motivo valido per farla seguire da un poliziotto? Per quanto tempo? E del resto, lo sapeva bene, avevano i loro motivi, giusti, corretti. Si grattò la mano, faceva un caldo troppo asciutto, doveva trovare un luogo dove pranzare, aveva fame. Aveva voglia di fave, di zampe di gallina, di sangue di pollo, di lunghe verdure stese al fuoco. Voleva un bicchiere d&#8217;acqua calda, che le durasse qualche ora e che alla fine, nel fondo del bicchiere, le desse la risposta che voleva.</p>
<p>Il ragazzo sceso dal taxi sembrava fare al caso suo: castano, alto, ma non troppo, jeans blu scuri e maglietta bianca. Probabilmente ha scritto qualcosa davanti, come al solito, ma poteva essere una buona soluzione. Un occidentale può fare qualsiasi cosa, perfino accompagnare una temibile e pericolosa potenziale delinquente, proprio vicino al suo obiettivo. Non sapeva granché di inglese, non aveva idea di come poterlo fermare e soprattutto accelerare il suo battito cardiaco, fargli capire che in fondo, se l&#8217;avesse trattata bene, ne avrebbe potuto, come dire, godere.</p>
<p>Il ragazzo si guarda intorno. Occidentali con la testa sempre in su, con il loro grosso naso a trasudare cultura millenaria. E calpestare le merde dei cani cinesi, che non esistono solo tagliati a fette nei piatti dei ristoranti cantonesi. Sono piccoli, ridicoli, vestiti come bambini. La politica del figlio unico sublimata da un animale. Cammina stanco, lavoro e lavoro e forse ha la sua giornata libera a Beijing. Sicuramente sarà lieto di offrire la sua compagnia a una bella ragazza desiderosa di lui. E allora accelera il passo, i suoi battiti contano le parole giuste per dirlo. Alcuni gli si avvicinano, lo strattonano un po&#8217;. Non deve essere uno sveglio, tanto meglio. Bu yao, dice. Lei vorrebbe ridere, invece capisce, gli si avvicina, lo porta via, gli tiene la mano. Questi occidentali. Prendi la mia mano china girl e dimmi che futuro avrò. Amaro, come il bambù tostato all&#8217;aperto.</p>
<p>Il tempo inizia a scorrere veloce. Wo yao qu forbidden city. Ma certo. Rapido cambio di marcia, il ragazzo è trascinato, divertito, quasi non ci crede. Avvinghiato a una bellezza così tipicamente cinese. Passano davanti a due occidentali vestiti di nero, uno mangia del cioccolato, quell&#8217;altro forse fuma, non si capisce. Cioccolato. Nuova cosa per i cinesi, hanno dovuto creare una parola che non rende giustizia alla fantasia linguistica cinese. qiao ke li, ciacolì a Shanghai. Sicuramente destano maggiore sospetto di lei, specie per la cioccolata. Rapidi ma con calma, qualche parola, attraversano il parchetto silenzioso e crogiolante acqua santa, da lì si vedono i tetti sontuosi di alcune stanze, e si può immaginare l&#8217;immensa bellezza di quel luogo. Devono uscire sulla propria sinistra, fine del mondo dei sogni dei giardini, si torna alla dura realtà fatta di asfalto che brucia, macchine che vanno rapide e non si possono fermare. La piazza divisa in due, da un respiro così profondo che puoi sentirlo ansimare quando ci si avvicina. E&#8217; qualcuno che bussa. Ma non era invitato. Metri, quanti? Cento metri, sguardo indietro, sguardo dappertutto. Nessuno intorno, via libera, quella che si chiama, via libera. Rapida, ma con estrema cautela. In Cina o ti armi di pazienza o non sopravvivi. Il tempo scorre lento, come anche il sangue nelle vene. Lentezza e incerto movimento. Voi siete qui, recita il cartello che tenta di inquadrare i passi, di irreggimentare i respiri, gli sguardi. Come se tutti, prima o poi dovesse farlo: guardate quest&#8217;uomo. Quest&#8217;uomo vi ha amati. Voi amate quest&#8217;uomo. E&#8217; troppo lontana, ma dopo pochi metri, muovendosi senza toccare e scontrare nessuno, forse, arriva. Manca poco. Pazienza, accelerazione, pazienza: è il ritmo della China. Sente il rumore interno nella propria borsa, come avesse cuffie con musica alta, come fosse solo lei, lì. Picture, dice il ragazzo. Dopo, che ne dici? Dopo, dentro no? Ok ok. Nessun occidentale si permetterebbe di non assecondare una cinese innamorata. Troppo ghiotto il premio finale. Tre piccoli ponticelli. I primi due sono per entrare, il terzo è solo per uscire. I soldati dallo sguardo ferreo e puntato sull&#8217;avvenire, guardano migliaia di obiettivi, altro che. Mentre loro sono fermi e ritti il ragazzo e la ragazza attraversano con calma il passaggio, sono in mezzo a tanti altri. Picture, qui? No facciamola dentro, anzi, una volta capita l&#8217;esatta posizione, la migliore studiata, ci fumiamo una sigaretta? Lui, l&#8217;occidentale, sorride e indica l&#8217;uomo che guarda e sovrasta. Chiaramente è quello il punto migliore per toccare la sua attenzione, così benevola. Amatelo.</p>
<p>Perché no, dice lui, fumiamoci una sigaretta con Mao. Lei sorride e ne è felice. Perché il momento è quello e non ce ne saranno altri. Fatalismo millenario, superstizione maligna. La mano nella borsa, ora è l&#8217;attimo più importante, quello rivisto centinaia di volte in treno, riflesso sui vetri che costeggiavano risaie, case di pietre, donne sommerse da sacchi di riso, uomini in bicicletta, cicca spenta nella bocca, sguardo assetato, ma meglio in prossimità di Beijing che in qualche sperduta landa. Farmer, gente zotica, zozza e ignorante. Deboli e semplici vite. Lighter, please? Ci deve mettere qualche secondo, vibrare la fiamma più intensa, forse una, se riesce due, tutte e due. Fiamma alta, fazzoletto, bianco. Quasi sembra un flash, perché anche il sole sembra puntare lì, poi un rapido, ma con estrema cautela, movimento del braccio. Lo ha studiato nei minimi particolari. La posizione, il getto, la direzione. Quell&#8217;uomo brucia. Urla. La faccia dello straniero non gli interessa e scaglia la seconda bottiglia. Quanti passi riuscirà a fare? Dieci, cinque. Nemmeno tre. Ma la seconda bottiglia brucia di nuovo. Quell&#8217;uomo brucia, urla, quell&#8217;uomo brucia. Al terzo passo lo sussurra, appena. Io non ti amo.</p>
<p><i><br />
Ah signore se potesse tutto il male<br />
che mi consuma<br />
mutare la spada tua in un giro di scale armoniche ascendenti<br />
o in una strada che via mi conducesse.<br />
Ma non vale niente che io faccia che resista o che cada<br />
tu non capisci è questo il grande lutto che oscura le mie vesti<br />
ma voglio dirti la verità dal lato brutto a cui non si rimedia<br />
tu non capisci è questo il grande mare<br />
io non ti amo</p>
<p>è questa</p>
<p>la tragedia.<br />
</i></p>
<p><i><br />
2007-05-12</p>
<p>Sfregiato con una molotov il grande ritratto di Mao Zedong che campeggia a Piazza Tiananmen. Autore del gesto, in una piazza presidiata come al solito da numerosi agenti in borghese, un uiguro di 35 anni, Gu Haiou, disoccupato e originario di Urumqi, il capoluogo della provincia nordoccidentale dello Xinjang con una forte presenza musulmana, che è stato arrestato.<br />
</i></p>
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		<title>Giardini Pensili</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jun 2006 13:52:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti dalle Cripte]]></category>
		<category><![CDATA[Volumi]]></category>

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		<description><![CDATA[Andrea fa il giardiniere. Ogni giorno passa aiuola dopo aiuola, parco dopo parco, siepe dopo siepe, accudendo e vedendo cresce foglie, e rami, e arbusti, piccole costruzioni improvvisate dal torcersi dei rami e dall&#8217;incrociarsi delle foglie. Si e&#8217; abituato a questo suo giro quotidiano, e&#8217; diventata giorno dopo giorno una routine di cui probabilmente non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Andrea fa il giardiniere. Ogni giorno passa aiuola dopo aiuola, parco dopo parco, siepe dopo siepe, accudendo e vedendo cresce foglie, e rami, e arbusti, piccole costruzioni improvvisate dal torcersi dei rami e dall&#8217;incrociarsi delle foglie. Si e&#8217; abituato a questo suo giro quotidiano, e&#8217; diventata giorno dopo giorno una routine di cui probabilmente non riuscirebbe a fare a meno.<br />
Il regno vegetale e&#8217; diventata una sua seconda natura, che lo accompagna nel modo di vedere le cose, nel modo in cui interpreta la vita e le decisioni da prendere. E&#8217; una scelta difficile, che obbliga ad alzarsi presto la mattina e andare a letto tardi la notte, le mani sporche di terra e segnate dallo sforzo di accudire la forza profonda dei tronchi e la delicatezza soffice delle foglie e dei fiori.<br />
<span id="more-851"></span><br />
Andrea conosce ogni singolo centimetro quadrato dei giardini che cura ogni giorno, conosce quanta acqua ha bisogno ogni fusto e ogni cespuglio, in quale periodo del giorno preferisce assorbire sali minerali e liquidi, in quale periodo dell&#8217;anno soffre per il troppo calore o per la troppa rigidita&#8217; del clima cittadino. Ogni fiore, ogni albero ha un suo percorso, che per Andrea e&#8217; una specie di libro da cui trarre gli oracoli per capire la realta&#8217; che lo circonda.<br />
Pensare agli anni che sono trascorsi prima che un platano diventasse un albero a tutti gli effetti e non un legnetto facilmente spezzato dal primo cane di passaggio, gli ricorda quanto tempo ci vuole a costruire le cose, i rapporti umani, le idee, i progetti i sogni. Gli ricorda quanto valgono.<br />
Pensare alla dolcezza di un fiore che ogni anno spunta con determinazione in un aiuols del centro fa pensare Andrea alla determinazione con cui le situazioni tornano a presentarsi, con cui i sentimenti riescono a emergere anche quando sembra che non ci sia spazio per nient&#8217;altro che la foga, la grettezza, il disagio.</p>
<p>Andrea pensa alla differenza tra le piante e gli uomini, tra il lavoro che fa e quello che vede fare a molti suoi amici e amiche, imbarazzati, stressati, distrutti dalla necessita&#8217; di trovare qualcosa di umano in quello che li circonda, disperati per la consapevolezza della transitorieta&#8217; di cio&#8217; che fanno ogni giorno, dalla sua assoluta deperibilita&#8217;. Pensa alle piante e alla loro perentoria esistenza da miloni di anni, e pensa agli uomini e alla loro transitoria esistenza sul pianeta. Pensa ai suoi amici incapaci di costruire qualcosa che duri piu&#8217; di una stagione, condannati dall&#8217;insufficienza dell&#8217;essere umano.</p>
<p>Il viso di Andrea si incupisce, afflitto dalla consapevolezza di essere parte di una specie destinata all&#8217;insoddisfazione e alla bruttezza. Alza gli occhi verso un cielo notturno illuminato per meta&#8217; da una luna che cresce inesorabilmente, e per meta&#8217; coperto da nubi che scompariranno domani e ricompariranno la prossima notte, come una sorta di creatura notturna.<br />
Andrea pensa al cemento che soffoca le sue aiuole, alle emozioni che soffocano le sue relazioni, e alle necessita&#8217; che soffocano le relazioni. Andrea pensa al tempo che passa e che rende le cose piu&#8217; lisce e meno aspre, ma piu&#8217; opache, che falsa la nitidezza degli errori, che sfuma le cazzate fatte in una versione piu&#8217; compatibile con la propria vita, che traduce i momenti di grandezza in granelli relativi.</p>
<p>E&#8217; in questi momenti che Andrea chiude gli occhi e pensa. Ricorre al ricordo di uno dei tanti momenti del suo lavoro per capire.</p>
<p>La piccola aiuola sta al centro di uno sterrato che e&#8217; circondato da palazzi altissimi e insensati, crudeli e aggressivi, palazzi in cui la gente si adegua al posto in cui vive vivendo peggio. Dei ciotoli formano una piccola collina che sale dal pavimento fino al bordo in basalto rubato da uno dei magazzini dove conservano i materiali per riparare le strade. Oltre il bordo grigio ma solido del basalto la terra scura e bagnata si affossa e accoglie le radici di qualche pianta, di un rampicante abbarbicato su tubi al neon e su avanzi di cemento armato. Al centro dell&#8217;aiuola in primavera nascono fiori rossi e gialli che sembrano un&#8217;esplosione dello sterrato in un angolo di africa. Al centro dell&#8217;aiuola sale un enorme faggio, piombato in mezzo alla citta&#8217; chissa&#8217; per quali arcane correnti aeree da un qualche bosco nelle periferie ormai cementificate. L&#8217;enorme albero protegge l&#8217;aiuola e Andrea protegga l&#8217;albero e l&#8217;aiuola. Ogni giorno da anni. E ogni volta un sorriso attraversa il volto ormai rugoso e non piu&#8217; giovane di Andrea.<br />
Ogni notte come questa Andrea pensa a quell&#8217;aiuola in mezzo allo sterrato e alla sua bellezza semplice e prorompente, per consolarsi della propria appartenenza a una specie sbagliata.</p>
<p>Per gli uomini non ci sono aiuole, ne&#8217; correnti aeree, ne&#8217; giardini, ne&#8217; giardinieri. La bellezza della vita di ogni giorno e&#8217; mediamente annullata sotto una coltre di odio e di menzogna.<br />
E&#8217; per questo che Andrea fa il giardiniere. Per poter gustare ogni giorno il sapore pensile e evanescente di una bellezza eterna e senza mediazioni, per poter sapere che cosa come uomo non conoscera&#8217; mai, per percepire quella sensazione di pace che solo i vegetali e la loro memoria atavica riescono a comunicargli, per non ricordare la miseria della specie temporanea e arrogante a cui appartiene.</p>
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		<title>Break Fast War</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Feb 2006 13:50:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La transizione del fantastico nel quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[Volumi]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo un mese era ormai diventata una routine. Svegliarsi la mattina nella camera dell&#8217;hotel a quattro stelle, vestirsi in fretta, scendere e fare colazione. Il buffet, un panino, una brioche, un po&#8217; di marmellata di ciliegie (che non si riusciva mai a sapere in anticipo in quale dei contenitori di ceramica bianca sarebbe stata messa), [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo un mese era ormai diventata una routine. Svegliarsi la mattina nella camera dell&#8217;hotel a quattro stelle, vestirsi in fretta, scendere e fare colazione. Il buffet, un panino, una brioche, un po&#8217; di marmellata di ciliegie (che non si riusciva mai a sapere in anticipo in quale dei contenitori di ceramica bianca sarebbe stata messa), un po&#8217; di burro, lo yogurt, il the alla menta, un bicchiere di apfelsaft.<br />
<span id="more-831"></span><br />
Ed e&#8217; proprio nel bel mezzo delle routine che la realta&#8217; si anima con i fantasmi dell&#8217;immaginazione, o forse sarebbe piu&#8217; credibile dire che le immagini dei sogni ancora freschi nella mente iniziano a imporsi sulla realta&#8217; trasformandola in qualcosa che non e&#8217; ma che potrebbe essere.</p>
<p>Seduto sulle poltroncine gialle imbottite dello Sheraton, davanti a bassi tavoli di vetro cosparsi di qualche rivista tanto per dare l&#8217;impressione di ospitare persone dedite alla lettura e quindi implicitamente intelligenti, una mattina stavo osservando i business men e gli insopportabili avventori dell&#8217;hotel avvicinarsi fedelmente alla sala colazioni. Trenta-cinquant&#8217;anni, giacca, cravatta, bronze&#8217; anche se siamo a novembre a Bolzano, sicumera e incrollabile fede nel denaro e nella propria carriera. Vuoto intorno.<br />
Le persone normalmente sfilano dall&#8217;ascensore lungo il corridoio di fronte al banco della reception (e di fronte ai divani gialli imbottiti ipnotizzati dal mega schermo al plasma che narrano le tradizioni e i costumi di pesca di un paesino sul Talvera), infilandosi in una porta a due ante che porta alla sala per le colazioni. La porta da&#8217; su un corridoio fiancheggiato da diversi comparti del buffet, a sinistra dolce, a destra salato. Oltre il confine destro del corridoio i tavoli ingombri di vettovaglie gia&#8217; predisposte per il frugale o meno pasto mattutino.</p>
<p>C&#8217;era qualcosa di strano nell&#8217;aria. Qualcosa che mi risultava difficile definire. Le persone si stavano disponendo in maniera improbabile. Normalmente le persone in una sala da pranzo o in un qualsiasi luogo in cui debbano condividere lo spazio vitale con altri, si dispongono secondo la logica della genetica delle popolazioni e dei processi di speciazione: prima si occupano i luoghi piu&#8217; distanti possibili dagli altri esemplari della stessa specie, progressivamente dimezzando le distanze fino a essere disposti in maniera uniforme nello spazio disponibile, come una specie di coltre vivente.<br />
Quel giorno no. Alcuni si andavano disponendo sul lato piu&#8217; vicino alla porta, altri verso il fondo, nei pressi dell&#8217;ingresso alle cucine. Io, sentendomi perfettamente in sintonia con la biologia per una volta nella vita, mi diressi al tavolo vicino alla finestra al centro della sala, equidistante dalle pareti lungo le quali si stavano stranamente assiepando gli homo sapiens finanzis.<br />
Da quella posizione favorita potevo osservare la lenta ma inesorabile trasformazione della realta&#8217; in qualcos&#8217;altro.</p>
<p>Il primo segnale fu decisamente la disposizione delle posate e degli oggetti di ceramica sui tavoli. Diciamo che non mi pareva particolarmente normale il fatto che le persone, indipendentemente da quale lato della stanza fossero, assiepassero le posate su un lato del tavolo, concentrando piattini e tazzine, piatti e bicchieri sull&#8217;altro lato. Vuoti. Soprattutto non mi sembrava normale il fatto che le persone con nonchalance continuassero a portarsi nei pressi dei vari buffet, saccheggiando ogni oggetto di ceramica o vetro che si trovasse per sbaglio sui tavoli coperti da tovaglie bianche o sui carrelli di alluminio.<br />
Anche l&#8217;espressione sul viso delle persone sembrava non essere esattamente quella che mi aspettavo dalla mia esperienza di quel mese allo Sheraton. Al posto di sorrisi, tirati ma pur sempre sorrisi, i denti delle persone erano serrati in una specie di ghigno, lo sguardo perso verso l&#8217;interno della propria testa come ad osservare una replica di uno spettacolo gustato gia&#8217; diverse volte nella propria immaginazione. Il mio problema era che proprio non riuscivo a pensare a quegli individui di una specie cosi&#8217; diversa dalla mia anche se cosi&#8217; prossima come dotati di una immaginazione che non fosse legata a una scopata, una spiaggia, quattro spicci, e una serie di altri cliche&#8217; da cartolina di Sosua.</p>
<p>A un certo punto mi accorsi che questi pensieri mi avevano distratto. O almeno dovevano aver portato la mia attenzione per quello che stava succedendo a un  livello diverso da quello della vista e dell&#8217;udito. Perche&#8217; anche ripensandoci in seguito non mi ricordo di aver visto partire la prima tazzina.<br />
Mi ricordo di aver osservato come in una specie di fermo immagine qualcosa di bianco e convesso al centro della sala, centro in tutte le direzione che lo spazio ha da offrire: equidistante dalle pareti, dal pavimento e dal soffito. Mi ricordo che il mio sguardo si e&#8217; trasformato in una specie di obiettivo che zoomava sull&#8217;oggetto, inequivocabilmente una tazzina da caffe&#8217;.<br />
Da dove fosse partita esattamente era difficile dirlo, ma la direzione in cui volava era chiaramente da destra verso sinistra. L&#8217;offensiva partiva dallo schieramento posizionato vicino alle cucine. Ovviamente. I rifornimenti di munizioni erano a portata di mano.</p>
<p>Poi, come una specie di temporale che esplode al rallentatore, ecco volare altre tazzine, tazze, piatti, bicchieri, brocche di ceramica, teiere, piattini per il burro. Un turbine di vetro e ceramica che oscurava la luce dei lampadari.<br />
Un ragazzo sui trent&#8217;anni, in giacca e cravatta si dedicava a lanci di tazzine mirati, diretti inequivocabilmente a un suo omologo posizionato proprio a ridosso del carello delle vettovaglie, a destra dell&#8217;ingresso alle cucine. Un tentativo inequivocabile di tagliare le linee dei rifornimenti al nemico.<br />
Sul lato piu&#8217; vicino alla hall dell&#8217;hotel, una signora in tailleur rosa confetto, i capelli acconciati recentemnte e per nulla scalfiti evidentemente dalla notte, ricca di sonno e povera di sesso, lanciava piattini come shuriken al quinto schermo di shinobi. Di fianco a lei una ragazzina di vent&#8217;anni piu&#8217; giovane di lei, figlia o segretaria o entrambe non e&#8217; dato sapere, le passava alacremente i proiettili, uno dopo l&#8217;altro.<br />
E subito dopo la cacofonia dei frantumi di servizi da colazione sparsi per tutta la sala, arrivarono le urla che accompagnavano questa improvvisata guerra di colazione tra colletti bianchi. &#8220;Prendi questo maledetto cuciniere!&#8221; &#8220;Infilati in bocca questa tazzina, partigiano della hall!&#8221; &#8220;Infedele del decafeinato!&#8221; &#8220;Traditore della colazione all&#8217;americana!&#8221;<br />
Ogni grido accompagnato dal lancio cocciuto di ogni cosa che capitasse a tiro a chi stava profferendo la frase.</p>
<p>Dal mio tavolo al centro dell&#8217;uragano continuavo a non capire che cosa stesse prendendo a tutti questi disperati adoratori della societa&#8217; moderna. Non capivo se fosse un momento di nevrosi collettiva, o semplicemente uno scherzo a mio danno. La mia capacita&#8217; di capire che cosa succedeva peggioro&#8217; notevolmente quando mi accorsi che le facce di chi stava partecipando alla guerra si iniziavano a trasfigurare, ad alcuni cresceva una barba nera e incolta, ad altri un naso spropositato ingombro di porri e bitorzoli, ad altri ancora forse erano cresciuti degli arti supplementari, o almeno cosi&#8217; a me pareva. Ad ogni insulto la bocca si arricchiva di un dente storto o di un ciuffo di peli che ne rendeva ancora piu&#8217; irriconoscibile le sembianze, ad ogni lancio un braccio si allungava un po&#8217; di piu&#8217; come se una creatura stesse emergendo attraverso gli atti di guerra perpetrati con le tazzine.</p>
<p>Il rumore si fece via via piu&#8217; intenso, fino a diventare intollerabile, fino a impedirmi di bere il mio the in santa pace. Era veramente troppo.<br />
Chiusi gli occhi e contai fino a dieci.<br />
Quando li riaprii non c&#8217;era nessuno nella sala vuota e i cui tavoli erano gia&#8217; stati ripuliti di tutti i preparativi per la colazione. Ero in ritardo e non avevo ancora finito il mio the.<br />
&#8220;Time to go to work&#8221; mugugnai tra me e me, in inglese come mi capita a volte di fare quando i pensieri formulati in inglese sembrano rispondere meglio all&#8217;immagine che vorrei tradurre in parole e che alberga nel cervello sulla punta della lingua.<br />
&#8220;So long for the clash of civilizations.&#8221;</p>
<p>E mi avviai verso la macchina del mio capo che mi aspettava fuori dallo Sheraton per andare a lavorare.</p>
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