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	<title>blackswift &#187; Racconti dalle Cripte</title>
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		<title>L&#8217;Attesa</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Nov 2008 14:59:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per descrivere certe passioni, bisogna muoversi nel confine incerto, se mai esiste, tra personale e politico. Perché alla fine la certezza è di ritrovarsi di fronte a una sentenza che chiude molto più di un processo. Che apre nuove scatole, con dentro altre scatole e altre scatole ancora. E in ognuna di esse c&#8217;è una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per descrivere certe passioni, bisogna muoversi nel confine incerto, se mai esiste, tra personale e politico. Perché alla fine la certezza è di  ritrovarsi di fronte a una sentenza che chiude molto più di un processo. Che apre nuove scatole, con dentro altre scatole e altre scatole ancora. E in ognuna di esse c&#8217;è una storia da scrivere. E ci sarà da cambiarle ancora, le storie, immaginandone diverse. Alla nostra verità di parte sulla Diaz e sul g8. La realtà, non è di questo mondo.</p>
<p><i>Un anno e più non è uno scherzo, può renderti diverso,<br />
un anno è la fotografia, di te stesso che vai via.<br />
Ha i suoi motivi la paura, dovrei saperlo già da un po&#8217;.</i></p>
<p>Il posto ha un nome che quei tre hanno provato a farsi spiegare. O forse erano altri, in altre composizioni: altri volti, parole, passato. Storie mai incrociate, parole sospese in un tempo freddo, con il calore proveniente solo da una piccola stufa. Odore di legna e di foglie morte. La loro compagnia è una novità della serata: un incontro in un posto, uno spostamento, poco dopo, in un altro. Si erano già ritrovati vicini, senza saperlo. Si erano già ritrovati a osservarsi, senza capirsi. Ognuno dei tre pensa, cataloga, mette in fila, tesse trame, cerca sensi. Ognuno, bisogna precisarlo, riferisce solo a se stesso, perché pare sia finita da tempo la fase del gioco di squadra.<br />
<span id="more-1291"></span><br />
Il posto ha un nome. Il nome può voler dire: <i>casino</i>. O anche: il <i>posto giusto</i>. Anche per aspettare, pensa il <i>primo uomo</i> seduto. Sta comodo su un divano avvolto da una coperta rossa: è duro e leggero, come i pensieri e un nome su una lista, una riga da tirare, un piacere da togliersi. Lui, pensa, è l&#8217;altro: quello <i>fregato</i>. Quello, a breve, <i>braccato</i>.<br />
Il <i>secondo uomo</i> non capisce niente delle canzoni: due tipi cantano accompagnati da fisarmonica e chitarra. E&#8217; un suono caldo e scuro, rude e bugiardo. Il <i>secondo uomo</i> sta pensando alla differenza che può esistere tra alcuni concetti espressi a parole. In alcuni casi, per esempio, si dice <i>confusione</i>. In altri, <i>paura</i>. In alti ancora, percorsi molto più banali: <i>una presa in giro</i>, forse. La sua attesa, in ogni caso, sta per finire.<br />
Il <i>primo uomo</i> ha ordinato un liquore composto da vari liquori. Pare sia forte. L&#8217;ha scelto non perché debba abbandonarsi a pensieri contraddittori. Ha voglia di dolcezza e gli piace il colore rosso scuro che prende il bicchiere. Con acqua calda a creare un torpore che svanisce in fretta. Fa freddo. Tira fuori il cellulare: è l&#8217;ora. Magari la tipa può dargli una <i>dritta</i>. Succedono cose strane, in Italia e quella ragazza sembra saperne alcune parti fondamentali. Gli aveva parlato di percorsi, strade, riti. <i>Confusione</i>.<br />
Il <i>secondo uomo</i> è meno preoccupato. In generale, non che non abbia pensieri. E&#8217; che improvvisamente le cose <i>succedono</i>. E si perde il sonno a pensare a quando sono <i>cominciate</i>.  E&#8217; pur vero che a tornare indietro si capisce meglio il presente. Guarda il <i>primo uomo</i>: lui si che è preoccupato. Eppure quella frase l&#8217;ha sentita dire proprio da lui. E ha capito di essere nel posto giusto. Quando il passato si può cambiare, la gloria è vicina anche agli sprovvisti del fato.<br />
<i>La donna beve e canta. Capisce alcune parole della canzone, non tutte. Ha un bel grattacapo cui pensare. Vive nel riflesso dell&#8217;attesa del uomo. Vorrebbe raccontargli altre attese, vorrebbe spiegarsi. Non lo ha mai fatto. Lo scarto d&#8217;età, d&#8217;altronde, con il tempo si complica. Ora lo ha visto: ha commesso il primo errore. Quella ragazza, lei sa, non potrà chiarirgli nulla. E&#8217; già tutto piuttosto evidente invece, pensa. Proprio per quel pensiero, come avesse capito che tutto è abbastanza, lei ha deciso che lascerà perdere. Quella ragazza, dall&#8217;altra parte, farà di tutto: per non aiutarlo. Lei, la donna, invece: avrebbe potuto fare qualcosa. Quando gli uomini commettono certi errori, perdono in un istante tutto. Sono sempre errori .</i><br />
Il <i>secondo uomo</i> non sta capendo. Si era fermato a pensare a quello stato in cui hai la percezione della sofferenza. Non ci poteva mica fare niente. Il <i>primo uomo</i> gli avrebbe detto una cosa chiara e tonda, se avesse potuto leggergli nel pensiero: <i>pensi solo a te</i>, gli avrebbe detto. Da che pulpito, avrebbe immaginato il <i>secondo uomo</i>. Quelli come il <i>primo uomo</i>, lui, li conosceva bene. Ne aveva visto un sacco nella sua vita. Delusi, frustrati e pronti a giudicare. Scacciò il pensiero e guardò lei, che guardava lui. Questa cosa, pensa, non deve succedere. <i>Non stasera</i>.<br />
Il <i>primo uomo</i> sospira. Si era accorto di avere tenuto per lunghi istanti lo sguardo fisso. Gli capitava spesso ultimamente. E non ricordava cosa pensava in quegli attimi. Forse quella donna avrebbe potuto aiutarlo, o dargli qualche indizio da seguire. Parole, parole, da buttare. Si chiedeva questo, in fondo: c&#8217;è un&#8217;altra soluzione oltre a <i>quella</i> soluzione?  Allora si è messo a guardarla. E <i>lei</i> guarda <i>lui</i>.<br />
<i>La donna</i> sa già come andrà a finire: quello che stasera è un pensiero, domani sarà una pulsione. La delusione non ammorbidisce, ne è sempre stata certa. Era uscita scorticata viva e si era riguadagnata la pelle abbandonando la ragione. Non c&#8217;è ragione né mai ci sarà. C&#8217;è la necessità di ricostruirsi la pelle. Per questo gli ha portato il <i>secondo uomo</i>. Gli ha voluto regalare una cosa. Un tempo era stata nella sua stessa situazione. Ma un tempo la storia si raccontava. Ora neanche si sa di viverla. <i>Uomini</i>.<br />
Il <i>primo uomo</i> guarda davanti a sé e osserva <i>la donna</i>. Accenna un sorriso. Poi guarda il <i>secondo uomo</i>. Cerca di ricordare quando lo ha conosciuto, senza sapere neanche il perché. Il <i>secondo uomo</i> ai suoi occhi sembra irrequieto, ma determinato, come si stesse concludendo qualcosa. Un lavoro, un problema, una <i>missione</i>.<br />
Il <i>secondo uomo</i> si chiede che cazzo ha da guardare il <i>primo uomo</i>. E ripensa alla sua storia: ricercatore della prima università che gli era venuta in mente. Venezia: mai stato. Aveva anche studiato tre mesi per arrivare  preparato. In fondo l&#8217;idea non era stata male. Gli piacevano i <i>diversivi</i>. In alcuni casi si dice: <i>colpi di fortuna</i>.<br />
Il <i>primo uomo</i> pensa di essere pronto. Sa già come finirà. Dal cellulare nessun segnale e non è una novità. <i>Disadattato</i>. Confondere le cose non è da lui, ma c&#8217;è rimasto in mezzo, come si suol dire. <i>Incastrato</i>, senza sapere bene perché. Sente l&#8217;atmosfera delle grandi decisioni: se sarà come immagina, dovrà fermare la sua rincorsa. Per un po&#8217; di tempo, almeno. Avrebbe bisogno di: qualcuno che gli spiegasse le cose, in un <i>altro</i> modo.<br />
Il <i>secondo uomo</i> comincia a battere il tempo col piede, a terra. La chitarra si è fatta rapida e spinge verso accordi tambureggianti. La fisarmonica si muove scattante, a cercare suoni improvvisi, da adattare alla nuova velocità del ritmo. Lui guarda il <i>primo uomo</i> e pensa che è il momento di uscire a fare una pisciata. E una <i>telefonata</i>.<br />
<i>La donna</i> vede il movimento del <i>secondo uomo</i> e si scosta, per farlo passare, senza neanche guardarlo in faccia. Quello che ci voleva, pensa. Rimanere soli, un attimo. Qualche istante per accorciare le distanze e provare a ricacciare indietro il pensiero. Da quanto non ci pensa, si ripete. Da quanto non ne parlo, sussurra. Il <i>secondo uomo</i> è ormai verso la porta, <i>la donna</i> si avvicina al tavolo e guarda il <i>primo uomo</i> davanti a sé. E come ogni volta che una persona ha voglia di spiegarsi, comincia il discorso con una domanda. Ascoltare, per parlare: non tutti lo capiscono.<br />
Il <i>primo uomo</i> inizia, senza sosta: è che la gente non sa, <i>dietro quale dolore</i> si nasconde una notte, esordisce. E non si possono sapere i peripli che una vita prende, cercando di mantenere intatto un modo di essere. Finché ti accorgi di essere cambiato, perché hanno voluto cambiarti, forse. E sai che andrai incontro solo a oblio e delusioni, incomprensioni, solitudini, mestizia, rabbia, pazzia. Ma in fondo, mi chiedo, aggiunge: è una via di fuga, o un&#8217;ulteriore accettazione delle cose? Si ferma e riprende a parlare: leggo di giudizi: e ora qualcuno si rimetterà a fare questo e quello, a seguire strategie suicide, quando invece è meglio lasciare perdere. E&#8217; questo che non so fare, aggiunge l&#8217;uomo, <i>lasciare perdere</i>. La vita, ribadisce, forse è solo questo: verificare i propri limiti, <i>scegliendo</i>. E più scegli e più sei <i>insofferente</i>. E più sei insofferente, più ti accorgi di esserlo. <i>E guai se avessi un coltello</i>, termina, <i>per tagliare</i>.<br />
<i>La donna</i> osserva le mani, le braccia, i movimenti del <i>primo uomo</i>. La vita è un calcolo razionale dei limiti, quando li consideriamo irrazionali. E lei lo ha messo di fronte alla possibilità di capirne uno, tutto suo. Tra qualche ora, pensa, il <i>primo uomo</i> saprà di diventare un <i>braccato</I>. Può eliminare fin da subito un nemico: il <i>secondo uomo</i>. <i>La donna</i> si chiede se ne avrà la forza, la disperazione. E si augura di no. Ma sa bene che in quella notte, per lei, non ci sarà dolcezza. Non darà niente a un corpo alla ricerca di una meta irrealizzabile. Ha già dato ascoltando. Ora tocca solo a lui.<br />
Il <i>secondo uomo</i> ora ha un problema: la telefonata è stata chiara: cancellare. Eliminare. Togliere di mezzo. Levare dal cazzo, annientare, spaccare tutto. La ragazza con cui ha parlato era stata chiara: il <i>primo uomo</i> mi ha cercata. Ha capito. Vuole sapere. Quindi, aveva risposto il <i>secondo uomo</i>? Quindi, aveva risposto quella ragazza, cancellare, <i>please</i>. Il problema a quel punto era <i>la donna</i>. Tra quei due qualcosa doveva essere successo. Forse proprio la notte in cui lui si era addormentato e non aveva seguito quei due per le viuzze. Ogni tanto li vedeva prendersi la mano, nelle notti passate. E quella notte, ne era certo, la dolcezza doveva vincere per quei due. Due <i>idee</i>, mica due persone. La notizia che stava per arrivare avrebbe sviluppato traiettorie strane, rapide e desiderose di calore. Si toccò sotto la spalla destra. Era lì, calda, pulsante, attiva, pronta. Il <i>secondo uomo</I> entra nel bar e li vede. Stanno parlando. Se è come pensa, ha un <i>fottuto</i> problema.<br />
<i>La donna</i> osserva l&#8217;entrata: intravede il <i>secondo uomo</i> farsi avanti. Guarda il <i>primo uomo</i> e gli dice, semplicemente: quello è un tuo <i>nemico</i>. Il <i>primo uomo</i> la guarda. E&#8217; bianco, spettrale, non ha più le parole pronte. Nessuna citazione, frase, ricordo, frammento. Sorseggia la bevanda e capisce: non si scherza mica più. Le chiede in che senso stia parlando. E lei rapida, le sussurra un nome. Un ricordo della memoria, lontano per interi giorni e riaffiorato solo in quegli istanti che precedevano la notizia tanto attesa e già sospettata. <i>La donna</i> decide che sarebbe andata via, subito.<br />
Il <i>primo uomo</i> osserva <i>la donna</i> e poi il <i>secondo uomo</i>. Sta per entrare. Ha il passo deciso, si tocca sotto la spalla e il <i>primo uomo</i> capisce. Attorno a loro ci sono tre persone, non di più. Il <i>primo uomo</i> pensa, rapido: al tribunale, alle sue uscite, agli strani incontri, ai personaggi che si muovono in silenzio, senza riflettori. Uomini che agiscono, cambiano, motivano e determinano. Uomini che fanno la storia. Uomini come il <i>secondo uomo</I>.<br />
Il <i>secondo uomo</i> entra e fa in tempo a vedere <i>la donna</i> che si alza e se ne va, senza salutare nessuno. Guarda fissa davanti a sé: ha gli occhi sbarrati. Il <i>secondo uomo</i> si mette di fronte al tavolo. Il <i>primo uomo</i> lo guarda. Si osservano ed è fin troppo chiaro: hanno capito tutto. Potrebbe fare un bel casino, ma decide di sorridere, il <i>secondo uomo</i>. La situazione si mette bene, pensa. Il <i>primo uomo</i> ha già capito: non c&#8217;è uscita. <i>Loro</i> sono dappertutto. E&#8217; una <i>guerra</i>.<br />
Non l&#8217;hanno mica ancora capito, pensa il <i>secondo uomo</i>, mentre si siede, sorridendo.<br />
<i>La donna</i> cammina, appoggiando i piedi a terra con un ritmo tutto suo. Ha visto, ha pensato, ha sognato: le catenelle, i sospiri, i sorrisi, i pianti, le botte, la <i>violenza</i>, il male. E a breve tutto diventerà storia: dimenticata, mai raccontata. Finirà nel buco nero della vulgata comune. Diventerà un&#8217;altra cosa, <i>un&#8217;altra storia</i>.</p>
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		<title>La Ragazza è Senza Nome</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jul 2007 13:55:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>La ragazza è senza nome e porta una gonna corta e larga bianca. Va di moda a Shanghai, a Beijing è un lusso, una specie di avanguardia. Si guarda in giro, l&#8217;uomo la stava seguendo, ma è entrata in una zona fatta di viuzze strette, tra vecchie case di pietra, ancora lucide, ma in cui il passare degli anni si può ancora toccare, specie allungando furtivamente le mani sui portoni leggermente aperti. Panni stesi, vapori, odore di cibo. Probabilmente l&#8217;uomo ha deciso di starle più a distanza, hanno molti modi per pedinare la gente, questo sembra fare il proprio lavoro con metodo. Fa troppo caldo, all&#8217;una a Beijing il caldo ti asciuga le ossa, talmente è secco e assordante il calore del sole. Ma almeno si vede, il sole. Avrebbe bisogno di guardarsi allo specchio, contemplare la propria pelle, è preoccupata di avere le occhiaie e invece vorrebbe essere scintillante come nelle notti migliori di Shanghai. E sente le proprie labbra screpolate, ma non ha tempo di usare il suo burro di cacao, le sue creme per le mani e per il viso, deve agire e ragionare in fretta.Osserva qualche turista, chiede un&#8217;informazione a una vecchia signora che trova indaffarata a scendere da una bicicletta che sta in piedi per miracolo. La ragazza pensa che gli abitanti di Beijing siano quasi provinciali nella loro vita calma, nelle loro passeggiate languide e nelle loro stanche letture dei giornali inseriti nei grandi espositori per strada, nei parchi, nelle piazze. Non capisce il gusto di leggere di politica. Non capisce cosa abbiano da capire. Specie quando la loro città cambia ogni giorno, sotto i colpi delle gru e dei martelli che spaccano le pietre dei marciapiedi, per ridurne le dimensioni e aumentare il verde. La società armoniosa deve essere più verde. Un cinese può essere motivato solo dai soldi, non dall&#8217;ambiente.<br />
<span id="more-871"></span></p>
<p>La donna, vecchia e vestita con dei larghi pantaloni porta ai piedi un paio di ex ciabatte, ha lunghi baffi e rughe a solcare zigomi e fronte, dopo anni di vento asciutto, mattina e sera, tutto quanto il giorno, un&#8217;ora per mangiare un&#8217;ora per dormire. Indossa una camicia sudicia e sfregandosi le mani sulla vita, le conferma che la zona delle case vecchie riporta direttamente nella via parallela alla Città Proibita. E&#8217; l&#8217;informazione che le serve. Prova a superare diversi turisti, qualche ragazzo in bicicletta che stancamente consuma un gelato, di quelli che vendono in Tien An Men, quelli che è impossibile mangiarli senza sporcarsi, poi si ferma un attimo. Cambia posizione alla propria borsa, le tira la camicetta, nera, che attillata le stringe i fianchi, lo stomaco e quel poco di seno che si ritrova. Le piacciono le camicie nere: anche se sono sporche, non si vede.</p>
<p>Si riporta sulla via principale, uno sguardo a destra, uno a sinistra. Il poliziotto in borghese non c&#8217;è. In compenso una dozzina di soldati percorrono la via a passo di marcia. Uno davanti, dieci dietro, e uno in fondo a chiudere la fila. Sembrano talmente concentrati che è sicura, certa, non costituiranno un problema per lei. Riesce a immagazzinare una quantità di dati impressionante, pensa sia una cosa genetica del suo popolo, come i lunghi capelli lisci, fini e sottili e incandescenti al contatto e riprende a camminare. Ha intenzione di circumnavigare l&#8217;area, ma ha bisogno che trascorra qualche ora. E&#8217; troppo presto, caldo, afoso e l&#8217;inseguitore è troppo vicino. Ha bisogno di un diversivo, qualcosa che metta in difficoltà il suo strenuo uomo in borghese. Quando ci si avvicina a certe zone, pensa, i mille poliziotti si agitano, temono il peggio. Lei, invece, ha bisogno che intuisca le sue intenzioni, che pensi sia una farabutta, ma non una criminale. Meglio sgualdrina, che criminale. Ha fame, forse ha bisogno di pranzare. Non ha fatto colazione, scesa dal treno si è diretta in Tien An Men, aveva bisogno di capire per bene il flusso dei turisti.</p>
<p>E&#8217; stata la seconda volta che ha visto la piazza, la nostra piazza, le viene da pensare. Non ha provato niente. Lei non sarebbe mai stata una di quelle o di quelli che vanno in giro con il piccolo e unto ritratto di Mao in macchina, pendente come un vecchio dio impiccato, divenuto una superstizione, come se insieme a Servire il Popolo, dicesse anche, E ricordati, guida con prudenza, il Popolo te ne sarà grato. Non ha provato niente, neanche al pensiero della Città Proibita. Niente, neanche un po&#8217; di interesse per una storia che non le appartiene, lei è una di quelle che storia non ne ha, o è talmente breve che basterebbe la prima pagina del libretto rosso per racchiuderla tutta. La parola del Presidente, il Timoniere, Mao Ze Dong, al Popolo Cinese. Fine.</p>
<p>Lei, anche quella mattina in Tien An Men, ha visto solo fumo e un ragazzo portato via, qualche tempo prima, nel piazzale della sua scuola. Lui era tra una dozzina di poliziotti, inginocchiato e costretto a tenere la testa alta per farsi guardare da tutti, mentre al centro si dava vita al falò del male, droga bruciata, sogni infranti, banalità quotidiana che ritorna. Poi il suo nome ha smesso di esistere, dopo due giorni di condanna di giornali e dei loro stupidi e folli dazibao. Oh c&#8217;è il suo nome sul giornale, le donne andavano ripetendo nel vialetto del suo cortile, nel suo piccolo villaggio. Le donne andavano e venivano parlando di Yu Hao. Potremo mai superare l&#8217;onta, si chiedevano. Un condannato a morte, nella nostra casa. Le donne andavano e venivano pregando il Cielo e accarezzando i Leoni a protezione del Cortile.</p>
<p>Lei è una delle poche persone che né durante la scuola primaria, né durante quella secondaria, alla mattina, poco prima dei consueti esercizi ginnici, ha mai alzato la bandiera della Repubblica Popolare. Per uno scherzo del destino è nata il 30 settembre, esattamente un giorno prima del compleanno più importante del continente, la data di nascita della Repubblica. Se è vero che i numeri sono importanti, la sua vita era destinata al fallimento. Mai avuto il privilegio di issare la bandiera rossa e di essere, per qualche minuto, invidiata dai compagni di classe. I suoi genitori erano molto preoccupati di questo. E ancora di più quando il suo fidanzato è stato condannato a morte. Senza futuro, senza speranza, vattene, non sei nostra figlia. Una delle tante uniche figlie ripudiate con una scusa qualsiasi. Quando per il padre e la madre è troppo tardi per pagare il Governo e avere un altro figlio. Specie con il rischio che possa essere un&#8217;altra inutile ragazza. Si era guardata i suoi capelli, e si era chiesta se mai, quando sarebbero diventati bianchi e quando le pieghe dell&#8217;età le avrebbero solcato le mani e i fianchi allargandoli, sarebbe mai tornata lì. La risposta era un no, calmo e insipido, come la pianta d&#8217;aglio, senza soia a condirla.</p>
<p><I><br />
E poi e poi, se ti scopri a ricordare,<br />
Ti accorgerai che non te ne importa niente.<br />
E capirai che una sera o una stagione<br />
Son come lampi, luci accese e dopo spente.<br />
</i></p>
<p>Sa troppo poco di inglese, ma forse quello che ha appena visto scendere dal taxi potrebbe essere la sua soluzione. Una come lei non si può accompagnare a qualcuno di elegante, né a qualcuno di vistosamente straniero. Passano certe facce, gli occidentali pensano che qui in China si possono vestire o comportare come vogliono. Gente in pantaloncini corti nei templi, donne mezze nude nei pub. Cappelli, ciabatte, foulard, tutte cose che è convinta non userebbero mai nei loro paesi, nella loro vita quotidiana. E soprattutto non andrebbero mai da Hooter. Ma in China ognuno si sente libero, tranne i cinesi. Ma questo quando si è qui non conta, tutti a dire che bello il vostro paese, poi tornano e parlano di censura, ma quando sono qua tutto è bello, libero, avete voglia di vivere, si vede, le aveva detto un ragazzo in un pub qualche tempo prima. Che mondo stava guardando quel coglione col berretto da baseball? Mettitelo in culo. Pigu.</p>
<p>Il tipo le era di nuovo dietro, poteva scorgerlo. Non poteva sapere le sue intenzioni. Forse vuole solo capire cosa ho intenzione di fare, forse è meglio rimandare, forse non riuscirò a seminarlo, pensava. Un mio passo, due suoi passi. Ma la distanza è la stessa. Diversa porzione di Cielo. Chissà quando è nato quell&#8217;uomo, chissà da dove viene. Si chiese, in un impeto di curiosità raro, per lei, chi avesse deciso il suo pedinamento. Essere la ragazza di un condannato a morte, appena giustiziato, era un motivo valido per farla seguire da un poliziotto? Per quanto tempo? E del resto, lo sapeva bene, avevano i loro motivi, giusti, corretti. Si grattò la mano, faceva un caldo troppo asciutto, doveva trovare un luogo dove pranzare, aveva fame. Aveva voglia di fave, di zampe di gallina, di sangue di pollo, di lunghe verdure stese al fuoco. Voleva un bicchiere d&#8217;acqua calda, che le durasse qualche ora e che alla fine, nel fondo del bicchiere, le desse la risposta che voleva.</p>
<p>Il ragazzo sceso dal taxi sembrava fare al caso suo: castano, alto, ma non troppo, jeans blu scuri e maglietta bianca. Probabilmente ha scritto qualcosa davanti, come al solito, ma poteva essere una buona soluzione. Un occidentale può fare qualsiasi cosa, perfino accompagnare una temibile e pericolosa potenziale delinquente, proprio vicino al suo obiettivo. Non sapeva granché di inglese, non aveva idea di come poterlo fermare e soprattutto accelerare il suo battito cardiaco, fargli capire che in fondo, se l&#8217;avesse trattata bene, ne avrebbe potuto, come dire, godere.</p>
<p>Il ragazzo si guarda intorno. Occidentali con la testa sempre in su, con il loro grosso naso a trasudare cultura millenaria. E calpestare le merde dei cani cinesi, che non esistono solo tagliati a fette nei piatti dei ristoranti cantonesi. Sono piccoli, ridicoli, vestiti come bambini. La politica del figlio unico sublimata da un animale. Cammina stanco, lavoro e lavoro e forse ha la sua giornata libera a Beijing. Sicuramente sarà lieto di offrire la sua compagnia a una bella ragazza desiderosa di lui. E allora accelera il passo, i suoi battiti contano le parole giuste per dirlo. Alcuni gli si avvicinano, lo strattonano un po&#8217;. Non deve essere uno sveglio, tanto meglio. Bu yao, dice. Lei vorrebbe ridere, invece capisce, gli si avvicina, lo porta via, gli tiene la mano. Questi occidentali. Prendi la mia mano china girl e dimmi che futuro avrò. Amaro, come il bambù tostato all&#8217;aperto.</p>
<p>Il tempo inizia a scorrere veloce. Wo yao qu forbidden city. Ma certo. Rapido cambio di marcia, il ragazzo è trascinato, divertito, quasi non ci crede. Avvinghiato a una bellezza così tipicamente cinese. Passano davanti a due occidentali vestiti di nero, uno mangia del cioccolato, quell&#8217;altro forse fuma, non si capisce. Cioccolato. Nuova cosa per i cinesi, hanno dovuto creare una parola che non rende giustizia alla fantasia linguistica cinese. qiao ke li, ciacolì a Shanghai. Sicuramente destano maggiore sospetto di lei, specie per la cioccolata. Rapidi ma con calma, qualche parola, attraversano il parchetto silenzioso e crogiolante acqua santa, da lì si vedono i tetti sontuosi di alcune stanze, e si può immaginare l&#8217;immensa bellezza di quel luogo. Devono uscire sulla propria sinistra, fine del mondo dei sogni dei giardini, si torna alla dura realtà fatta di asfalto che brucia, macchine che vanno rapide e non si possono fermare. La piazza divisa in due, da un respiro così profondo che puoi sentirlo ansimare quando ci si avvicina. E&#8217; qualcuno che bussa. Ma non era invitato. Metri, quanti? Cento metri, sguardo indietro, sguardo dappertutto. Nessuno intorno, via libera, quella che si chiama, via libera. Rapida, ma con estrema cautela. In Cina o ti armi di pazienza o non sopravvivi. Il tempo scorre lento, come anche il sangue nelle vene. Lentezza e incerto movimento. Voi siete qui, recita il cartello che tenta di inquadrare i passi, di irreggimentare i respiri, gli sguardi. Come se tutti, prima o poi dovesse farlo: guardate quest&#8217;uomo. Quest&#8217;uomo vi ha amati. Voi amate quest&#8217;uomo. E&#8217; troppo lontana, ma dopo pochi metri, muovendosi senza toccare e scontrare nessuno, forse, arriva. Manca poco. Pazienza, accelerazione, pazienza: è il ritmo della China. Sente il rumore interno nella propria borsa, come avesse cuffie con musica alta, come fosse solo lei, lì. Picture, dice il ragazzo. Dopo, che ne dici? Dopo, dentro no? Ok ok. Nessun occidentale si permetterebbe di non assecondare una cinese innamorata. Troppo ghiotto il premio finale. Tre piccoli ponticelli. I primi due sono per entrare, il terzo è solo per uscire. I soldati dallo sguardo ferreo e puntato sull&#8217;avvenire, guardano migliaia di obiettivi, altro che. Mentre loro sono fermi e ritti il ragazzo e la ragazza attraversano con calma il passaggio, sono in mezzo a tanti altri. Picture, qui? No facciamola dentro, anzi, una volta capita l&#8217;esatta posizione, la migliore studiata, ci fumiamo una sigaretta? Lui, l&#8217;occidentale, sorride e indica l&#8217;uomo che guarda e sovrasta. Chiaramente è quello il punto migliore per toccare la sua attenzione, così benevola. Amatelo.</p>
<p>Perché no, dice lui, fumiamoci una sigaretta con Mao. Lei sorride e ne è felice. Perché il momento è quello e non ce ne saranno altri. Fatalismo millenario, superstizione maligna. La mano nella borsa, ora è l&#8217;attimo più importante, quello rivisto centinaia di volte in treno, riflesso sui vetri che costeggiavano risaie, case di pietre, donne sommerse da sacchi di riso, uomini in bicicletta, cicca spenta nella bocca, sguardo assetato, ma meglio in prossimità di Beijing che in qualche sperduta landa. Farmer, gente zotica, zozza e ignorante. Deboli e semplici vite. Lighter, please? Ci deve mettere qualche secondo, vibrare la fiamma più intensa, forse una, se riesce due, tutte e due. Fiamma alta, fazzoletto, bianco. Quasi sembra un flash, perché anche il sole sembra puntare lì, poi un rapido, ma con estrema cautela, movimento del braccio. Lo ha studiato nei minimi particolari. La posizione, il getto, la direzione. Quell&#8217;uomo brucia. Urla. La faccia dello straniero non gli interessa e scaglia la seconda bottiglia. Quanti passi riuscirà a fare? Dieci, cinque. Nemmeno tre. Ma la seconda bottiglia brucia di nuovo. Quell&#8217;uomo brucia, urla, quell&#8217;uomo brucia. Al terzo passo lo sussurra, appena. Io non ti amo.</p>
<p><i><br />
Ah signore se potesse tutto il male<br />
che mi consuma<br />
mutare la spada tua in un giro di scale armoniche ascendenti<br />
o in una strada che via mi conducesse.<br />
Ma non vale niente che io faccia che resista o che cada<br />
tu non capisci è questo il grande lutto che oscura le mie vesti<br />
ma voglio dirti la verità dal lato brutto a cui non si rimedia<br />
tu non capisci è questo il grande mare<br />
io non ti amo</p>
<p>è questa</p>
<p>la tragedia.<br />
</i></p>
<p><i><br />
2007-05-12</p>
<p>Sfregiato con una molotov il grande ritratto di Mao Zedong che campeggia a Piazza Tiananmen. Autore del gesto, in una piazza presidiata come al solito da numerosi agenti in borghese, un uiguro di 35 anni, Gu Haiou, disoccupato e originario di Urumqi, il capoluogo della provincia nordoccidentale dello Xinjang con una forte presenza musulmana, che è stato arrestato.<br />
</i></p>
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		<title>Giardini Pensili</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jun 2006 13:52:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti dalle Cripte]]></category>
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		<description><![CDATA[Andrea fa il giardiniere. Ogni giorno passa aiuola dopo aiuola, parco dopo parco, siepe dopo siepe, accudendo e vedendo cresce foglie, e rami, e arbusti, piccole costruzioni improvvisate dal torcersi dei rami e dall&#8217;incrociarsi delle foglie. Si e&#8217; abituato a questo suo giro quotidiano, e&#8217; diventata giorno dopo giorno una routine di cui probabilmente non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Andrea fa il giardiniere. Ogni giorno passa aiuola dopo aiuola, parco dopo parco, siepe dopo siepe, accudendo e vedendo cresce foglie, e rami, e arbusti, piccole costruzioni improvvisate dal torcersi dei rami e dall&#8217;incrociarsi delle foglie. Si e&#8217; abituato a questo suo giro quotidiano, e&#8217; diventata giorno dopo giorno una routine di cui probabilmente non riuscirebbe a fare a meno.<br />
Il regno vegetale e&#8217; diventata una sua seconda natura, che lo accompagna nel modo di vedere le cose, nel modo in cui interpreta la vita e le decisioni da prendere. E&#8217; una scelta difficile, che obbliga ad alzarsi presto la mattina e andare a letto tardi la notte, le mani sporche di terra e segnate dallo sforzo di accudire la forza profonda dei tronchi e la delicatezza soffice delle foglie e dei fiori.<br />
<span id="more-851"></span><br />
Andrea conosce ogni singolo centimetro quadrato dei giardini che cura ogni giorno, conosce quanta acqua ha bisogno ogni fusto e ogni cespuglio, in quale periodo del giorno preferisce assorbire sali minerali e liquidi, in quale periodo dell&#8217;anno soffre per il troppo calore o per la troppa rigidita&#8217; del clima cittadino. Ogni fiore, ogni albero ha un suo percorso, che per Andrea e&#8217; una specie di libro da cui trarre gli oracoli per capire la realta&#8217; che lo circonda.<br />
Pensare agli anni che sono trascorsi prima che un platano diventasse un albero a tutti gli effetti e non un legnetto facilmente spezzato dal primo cane di passaggio, gli ricorda quanto tempo ci vuole a costruire le cose, i rapporti umani, le idee, i progetti i sogni. Gli ricorda quanto valgono.<br />
Pensare alla dolcezza di un fiore che ogni anno spunta con determinazione in un aiuols del centro fa pensare Andrea alla determinazione con cui le situazioni tornano a presentarsi, con cui i sentimenti riescono a emergere anche quando sembra che non ci sia spazio per nient&#8217;altro che la foga, la grettezza, il disagio.</p>
<p>Andrea pensa alla differenza tra le piante e gli uomini, tra il lavoro che fa e quello che vede fare a molti suoi amici e amiche, imbarazzati, stressati, distrutti dalla necessita&#8217; di trovare qualcosa di umano in quello che li circonda, disperati per la consapevolezza della transitorieta&#8217; di cio&#8217; che fanno ogni giorno, dalla sua assoluta deperibilita&#8217;. Pensa alle piante e alla loro perentoria esistenza da miloni di anni, e pensa agli uomini e alla loro transitoria esistenza sul pianeta. Pensa ai suoi amici incapaci di costruire qualcosa che duri piu&#8217; di una stagione, condannati dall&#8217;insufficienza dell&#8217;essere umano.</p>
<p>Il viso di Andrea si incupisce, afflitto dalla consapevolezza di essere parte di una specie destinata all&#8217;insoddisfazione e alla bruttezza. Alza gli occhi verso un cielo notturno illuminato per meta&#8217; da una luna che cresce inesorabilmente, e per meta&#8217; coperto da nubi che scompariranno domani e ricompariranno la prossima notte, come una sorta di creatura notturna.<br />
Andrea pensa al cemento che soffoca le sue aiuole, alle emozioni che soffocano le sue relazioni, e alle necessita&#8217; che soffocano le relazioni. Andrea pensa al tempo che passa e che rende le cose piu&#8217; lisce e meno aspre, ma piu&#8217; opache, che falsa la nitidezza degli errori, che sfuma le cazzate fatte in una versione piu&#8217; compatibile con la propria vita, che traduce i momenti di grandezza in granelli relativi.</p>
<p>E&#8217; in questi momenti che Andrea chiude gli occhi e pensa. Ricorre al ricordo di uno dei tanti momenti del suo lavoro per capire.</p>
<p>La piccola aiuola sta al centro di uno sterrato che e&#8217; circondato da palazzi altissimi e insensati, crudeli e aggressivi, palazzi in cui la gente si adegua al posto in cui vive vivendo peggio. Dei ciotoli formano una piccola collina che sale dal pavimento fino al bordo in basalto rubato da uno dei magazzini dove conservano i materiali per riparare le strade. Oltre il bordo grigio ma solido del basalto la terra scura e bagnata si affossa e accoglie le radici di qualche pianta, di un rampicante abbarbicato su tubi al neon e su avanzi di cemento armato. Al centro dell&#8217;aiuola in primavera nascono fiori rossi e gialli che sembrano un&#8217;esplosione dello sterrato in un angolo di africa. Al centro dell&#8217;aiuola sale un enorme faggio, piombato in mezzo alla citta&#8217; chissa&#8217; per quali arcane correnti aeree da un qualche bosco nelle periferie ormai cementificate. L&#8217;enorme albero protegge l&#8217;aiuola e Andrea protegga l&#8217;albero e l&#8217;aiuola. Ogni giorno da anni. E ogni volta un sorriso attraversa il volto ormai rugoso e non piu&#8217; giovane di Andrea.<br />
Ogni notte come questa Andrea pensa a quell&#8217;aiuola in mezzo allo sterrato e alla sua bellezza semplice e prorompente, per consolarsi della propria appartenenza a una specie sbagliata.</p>
<p>Per gli uomini non ci sono aiuole, ne&#8217; correnti aeree, ne&#8217; giardini, ne&#8217; giardinieri. La bellezza della vita di ogni giorno e&#8217; mediamente annullata sotto una coltre di odio e di menzogna.<br />
E&#8217; per questo che Andrea fa il giardiniere. Per poter gustare ogni giorno il sapore pensile e evanescente di una bellezza eterna e senza mediazioni, per poter sapere che cosa come uomo non conoscera&#8217; mai, per percepire quella sensazione di pace che solo i vegetali e la loro memoria atavica riescono a comunicargli, per non ricordare la miseria della specie temporanea e arrogante a cui appartiene.</p>
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		<title>15 agosto</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Aug 2005 13:32:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti dalle Cripte]]></category>
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		<description><![CDATA[L&#8217;aria era leggermente fresca, ma nonostante questo le zanzare continuavano a scassare la minchia. Giuliano osserva, seduto al tavolino del bar, la macchina all&#8217;inizio della strada. Sta scendendo una biondina niente male. Scava leggermente con lo stuzzichino, una leggera grattata al pacco e gli parte il fischio delle grandi occasioni. La biondina, raccogliendo una borsa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;aria era leggermente fresca, ma nonostante questo le zanzare continuavano a scassare la minchia. Giuliano osserva, seduto al tavolino del bar, la macchina all&#8217;inizio della strada.<br />
Sta scendendo una biondina niente male. Scava leggermente con lo stuzzichino, una leggera grattata al pacco e gli parte il fischio delle grandi occasioni.<br />
La biondina, raccogliendo una borsa dal retro della macchina, lo guarda con una smorfia.<br />
<span id="more-751"></span><br />
Puttanella.<br />
Giuliano si gira e davanti a lui c&#8217;e&#8217; Gino, l&#8217;unico milanese del gruppo.<br />
Perche&#8217; dici cosi&#8217;, domanda Giuliano in un milanese calabro d&#8217;altri tempi.<br />
Perche&#8217; la biondina, li&#8217;, mah si! Dai lo sanno tutti.<br />
Giuliano si rigira, ma la biondina e&#8217; gia&#8217; sparita. Passa il cameriere, un albanese che Toni aveva preso con se&#8217; per regolarsi lo spaccio con gli slavi dall&#8217;altre parte del ponte. Lui lo aveva messo in regola e quello gli faceva da fido scudiero. Se lo volevano inculare, lui glielo diceva e Toni li rifotteva. Prima o poi glielo avrebbero fatto fuori.<br />
Due caffe&#8217;, gli dice.<br />
Allora Renato, e&#8217; stasera eh?<br />
Si.<br />
La sera di ferragosto per quel quartiere sarebbe stata la notte dei cristalli, Giuliano aveva previsto tutto. Ci aveva pensato per mesi, che lui poteva anche sembrare un buzzurro, ma aveva la testa. Sapeva quello che voleva. Dare dei segnali, lo aveva anche letto in un po&#8217; di libri. Dare dei segnali. Era quello che voleva fare, comunicare, esprimere un&#8217;opinione, rendere noto che.<br />
Pero&#8217; mentre lui preparava tutto, prevedendo tempismi e automatismi per fare una cosa anche di stile, approffittanfo della notte di ferragosto, qualche testa di cazzo aveva parlato, aveva detto qualcosa, a qualcuno, che lo aveva riferito a qualcun altro e allora ecco sta storia degli sbirri, tutti i cazzo di giorni, in giro. Fermi in auto, a passeggiare come dei coglioni da soli, in strade deserte, a mirarli di sera coi fari accesi a qualche metro dal bar. E lui lo sapeva che qualche giorno prima lo avevano seguito e si era, diciamo, scocciato.<br />
Allora la sera del 14 agosto glielo aveva detto a uno di questi su ste macchine, Non mi dovete rompere la minchia, aveva detto abbassandosi al finestrino di una fiat parcheggiata in piazzetta.<br />
Giuliano, gli aveva risposto uno dei due, di cosa ti dovresti preoccupare?<br />
E dimmelo tu che te lo dico io, gli aveva risposto Giuliano.<br />
Poi se ne era andato. Voglio vedere se pure a ferragosto sti sbirri di merda si fanno vedere, stava pensando mentre si accendeva una sigaretta.</p>
<p>Allora, Gino, stasera qui come le altre sere. I fuochi iniziano a mezzanotte, partiamo da qui. Glielo sussurro&#8217;, Gino annui&#8217;, Giuliano si alzo&#8217; e se ne ando&#8217; verso l&#8217;agenzia ippica, che era chiusa, ma voleva un po&#8217; vedere chi ci passava.</p>
<p>.<br />
Mentre Giuliano andava al bar, devio&#8217; piu&#8217; volte per strade e stradine e vide piu&#8217; volte i propri uomini indaffarati nei preparativi. Un sacco di uomini, ma per una roba d&#8217;altri tempi. Una banda della madonna.<br />
Cinque auto, venti uomini in tutto, puntava almeno a dieci negozi, importanti. Aveva ricordato ad ogni squadra quali non servivano e aveva specificato una scala di preferenza dei negozi.<br />
Su dieci puntava poi a mantenerne almeno quattro. E avrebbe pagato tutti, sommandoli al resto che avrebbe tirato su con Toni, nell&#8217;indotto di questo business, pensava.<br />
Durante la tarda serata le cinque macchine, rubate il giorno stesso, si muovevano tra le vie del quartiere. All&#8217;interno tutto cio&#8217; che serviva. Le macchine vennero posteggiate in prossimita&#8217; degli obiettivi prefissati. Tutto questo con due persone alla guida e una di palo a controllare presenze sgradite e particolari.<br />
I particolari, i particolari erano importanti, ripeteva Giuliano ai suoi uomini. Poi a mezzanotte la notte dei cristalli.<br />
Molti erano gia&#8217; al bar. La serata inizio&#8217; bene. Toni chiama Giuliano sul retro e gli presenta un tale Mauro, un tipo sfigato di sessant&#8217;anni.<br />
Il suo no, gli fa Toni.<br />
E cosa ci guadagno, gli fa Giuliano.<br />
Daglieli.<br />
Lo sfigato Mauro gli da&#8217; una busta, dentro dei soldi.<br />
Toni gli indica l&#8217;uscita.<br />
Tremila, dice Giuliano.<br />
E&#8217; un acconto, dice Toni.<br />
E io me ne prendo cinquecento, mi pare giusto, dice ancora Toni.<br />
Toni, dice Giuliano, come la banda di quelli la&#8217;, stecca para. E si infila la busta nella tasca dei jeans.</p>
<p>Giuliano beve per tutta la sera, e&#8217; galvanizzato dalla sua idea, poi quando sono le undici e mezza la gente comincia ad allontanarsi. Giuliano si fa un giro appena dietro al bar, passa dal tabacchino automatico, ritorna indietro deviando. Non vede nessuna macchina sospetta, niente di niente.<br />
Giuliano pensa in grande, e&#8217; convinto che solo con gesti decisivi ci si imponga ed e&#8217; convinto che si possa ancora fare. Costa solo di piu&#8217;, gli ricordava suo zio, ma si puo&#8217; ancora creare qualche isola felice per la mala, costa solo di piu&#8217;.<br />
Giuliano pensava a quanto avesse ragione, magari ora lo sbirro che ti capita e&#8217; laureato, mica come prima, gli diceva suo zio.<br />
E poi Giuliano si sentiva anche un po&#8217; razzista, gli davano fastidio tutte quele bande di stranieri che si conquistavano il campo solo perche&#8217; facevano paura.<br />
Lui si era rotto i coglioni e aveva iniziato il suo piccolo giro di estorsioni, che li&#8217; il campo era aperto. Negozi grossi, orologerie, orefici, tabacchi, bar con grossi incassi, i cui proprietari dovevano capire come funzionava, da adesso.<br />
Torno&#8217; al bar, Toni tiro&#8217; giu&#8217; la serranda e uscirono sul retro, si salutarono rapidamente, andavano in aggiunta a due gruppi diversi.<br />
A mezzanotte sul cielo di Milano scatto&#8217; il primo fuoco, cui ne seguirono altri per almeno cinque minuti, via via piu&#8217; radi.<br />
Tre minuti in cui sfasciare almeno dieci vetrine, dieci negozi cui mandare un segnale, cui comunicare un nuovo andazzo.<br />
Giuliano e la sua banda erano emissari di informazioni, quella sera. In tre vie del quartiere al ribombo dei fuochi poco distanti, corrisposero vetri in frantumi e qualche allarme in azione.<br />
Rieccheggio&#8217; qualche frenata, di cinque macchine pulite che caricavano rapidamente altre persone.<br />
Qualcuno le vide caricare gente incappucciata, gente che mollava a terra un piccone e che saliva su quelle auto. Ma dall&#8217;alto la targa si vede poco, dall&#8217;alto delle finestre ce&#8217; il rimbombo dei fuochi in cielo.<br />
Una guerra di rumori, un segnale da lanciare. Giuliano sale in macchina rapido e la macchina parte veloce, ma dopo un paio di curve la guida rallenta e Giuliano puo&#8217;, in un vicolo deserto, fare scendere il ragazzo alla guida e ripartire verso Monza, da amici.<br />
Scende dalla macchina che ha parcheggiato nel vialetto davanti alla casa. Si stira, guarda verso Milano, sente la busta con i soldi nella tasca e sorride, pensando alla sua abilita&#8217; di comunicatore. Non gli erano mai dispiaciuti gli anni Ottanta che emergevano dai ricordi di suo zio.</p>
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		<title>14 agosto</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Aug 2005 13:31:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il quartiere me lo sono scelto dopo qualche giorno di indagine. Ho girato un po&#8217;, ma li&#8217; c&#8217;e&#8217; il numero piu&#8217; alto di portoni aperti e nei portoni il numero piu&#8217; alto di cassette postali ricolme di lettere, pubblicita&#8217; e robe del genere. Ho fatto qualche giro e ho visualizzato il numero, il 17. In [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il quartiere me lo sono scelto dopo qualche giorno di indagine. Ho girato un po&#8217;, ma li&#8217; c&#8217;e&#8217; il numero piu&#8217; alto di portoni aperti e nei portoni il numero piu&#8217; alto di cassette postali ricolme di lettere, pubblicita&#8217; e robe del genere.<br />
Ho fatto qualche giro e ho visualizzato il numero, il 17. In culo alla sfiga, non sono superstizioso. Ho fatto un giro nel pomeriggio per visualizzare anche l&#8217;interno, ho optato per un numero insignificante, il 6.<br />
<span id="more-731"></span><br />
Terzo piano, il 5 e il 7 sicuramente vuoti e il 2, proprio sotto il 6, abitato da un vecchietta che ho personalmente aiutato a portare in casa alcune borse della spesa. Di fronte l&#8217;interno 6 della scala B, anch&#8217;esso vuoto.<br />
Il quartiere alle dieci di notte e&#8217; gia&#8217; immerso nella sua vita serale, fatta di passi corti, urla qua e la&#8217; e un bar, rigorosamente al lavoro.<br />
Intessere relazioni, concludere affari: qui non si va in ferie. La prendo larga che ho tempo, mi fermo a farmi un panino in un bar su una parallela alla strada dove mi dovro&#8217; recare. Speck e brie, cosi&#8217; tanto per. Entrano due ragazze, vistose: una bionda e una mora. Alte come l&#8217;Everest, di bella presenza, credo si dovrebbe dire. Le lascio dentro, esco e mi metto sulla porta a mangiarmi il panino. Al mio fianco tabbozzi di quartiere che quando passano le due tipe, che si dirigono appena fuori verso la piazza, urlano e schiamazzano.<br />
La bionda si gira, si ferma, si tira su la maglietta e mostra le tette.<br />
Apoteosi, un po&#8217; per tutti, compreso il proprietario del bar che esce di corsa, simula un intervento ai tavolini e appena rientrato si suca il cazziatone della moglie.</p>
<p>Pago e mi rimetto in strada, osservando a destra una via insolitamente buia. Ho voglia di sgranchirmi le gambe, faccio due passi in quella direzione. Mentre cammino vedo &#8211; appena oltre la fine della via &#8211; una macchina ferma. Penso sia piuttosto assurdo un parcheggio in mezzo ad un incrocio, pur essendo il 14 agosto.<br />
Mi avvicino all&#8217;auto e intravedo un tipo in macchina e a fianco lui qualcuno leggermente piegato. Penso subito a una serata di street porno quando invece osservo che il tipo rannicchiato sta consultando una carta stradale. Passo li guardo come a dire, chiedetemi pure, invece loro proseguono la ricerca in coppia. Mi allontano. Mi ritornano in mente quando, svoltata la via, sento un ripetersi fastidioso di clacson esasperati.</p>
<p>Dovrei riflettere sui segni, bisognerebbe sempre riflettere sui segni. Non mi ero innervosito ma quasi, sentivo salirmi dentro un po&#8217; di ansia repressa da giorni di abitudine.<br />
Quella era la mia ultima sera e volevo chiudere in bellezza. Decisi di farmi invece una risata dirigendomi verso casa, la mia casa, per quella notte.</p>
<p>Il portone e&#8217; aperto e mi introduco nel piccolo cortiletto facendo tintinnare le chiavi, come un inquilino qualsiasi. Arrivo al terzo piano e con la consueta maestria, che mi e&#8217; propria, entro. Prima cosa, indossare i guanti. Non si sa mai.<br />
Entro e sono in una piccola sala che attraverso: dopo un breve corridoio con cucina, camera e bagno. Ordine assoluto. Vado in bagno. Bestemmio, la sera prima avevo beccato una doccia idromassaggio, qui invece c&#8217;e&#8217; una doccia normale. Solo prodotti per rasarsi, shampoo da supermercato, poca attenzione alla propria cura. Uno spazzolino, un tagliaunghie, segnali femminili zero.<br />
Uno scapolo.<br />
Vado in sala, le persiane sono di quelle nuove, belle strette, quindi accendo la luce. Nei libri si capisce molto di chi abita le case, di solito dopo il bagno e&#8217; la prima cosa che guardo.<br />
Narrativi, gialli per lo piu&#8217;, ma infimi, scadenti se si eccettua alcuni romanzi brossurati, ma di Conan Doyle. Roba che a me non piace granche&#8217;. Poi il libro di Vespa mi fa desistere.<br />
Mi allontano spaurito dalla libreria, osservo una piccola scrivania alla cui destra e&#8217;posizionato un piccolo tavolino con bicchieri e bottiglie. Come nei film. Mi servo un rum e riparto da Vespa.<br />
Libri di gente che ho intravisto in tivu&#8217; al Costanzo show o roba del genere.<br />
Inghiottisco il rum, apro leggermente la finestra, e mi accendo una sigaretta. Mi siedo sulla sedia. Scapolo, amante dei gialli e della tivu&#8217;. Un uomo medio. Mollo la sigaretta sul portacenere e vado in bagno, apro cassetti e trovo boccette varie. Niente che lasci intendere un serial killer, tutto molto normale.</p>
<p>Ritorno in sala, guardo dentro un piccolo ripostiglio tra la porta di ingresso e la libreria: cartacce, borsine, ne tiro su una, c&#8217;e&#8217; la foto di una trebbiatrice o qualcosa del genere, sembra materiale per un agricoltore. Lascio cadere. Dopo bagno e libreria la stanza da letto e&#8217; cio&#8217; che conferma le osservazioni precedenti. La camera e&#8217; infatti in ordine, senza che vi sia appeso nulla ai muri. Un mobiletto quattro cassettoni e un piccolo mobile sul lato destro del letto.<br />
Apro tutti e quattro i cassetti. L&#8217;ultimo mi riserva una sorpresa: sotto i vestiti una cartelletta.<br />
Dentro ci sono un po&#8217; di articoli di giornale, li poso sul letto. Apro il mobiletto: vestiti. Dopo la scoperta dei giornali sono sospettoso: ravano per bene e alla fine viene fuori una pistola. Una HP35 con leva in oro e applicato un silenziatore. Il carrello sembra liso e&#8217; pieno di righe sulla canna. E&#8217; carica. La conosco, e&#8217; un rifacimento di una vecchia pistola resa celebre dalle SS. Un uomo medio, nazista, probabilmente.<br />
Mi alzo rapidamente, prendo i giornali e torno in sala, mi risiedo sulla sedia, apro la cartellina sulla scrivania.<br />
Sono tutti articoli su casi di cronaca nera, tutti tratti da un giornale locale: una piccola esplosione in un bar poco distante, un gioiellere ferito in una sparatoria, rapina in banca e cosi&#8217; via.<br />
Le metto in fila: dal 2003 al 2005, saranno dieci colpi, non di piu&#8217;. Non ci sono sottolineature. Stefano Senesi, presunto abitante di questa casa, chi cazzo sei?<br />
Rileggo piano piano gli articoli: tre rapine in banca, due gioiellerie, tre bar bruciati, due macchine bruciate. Quattro feriti. Somma delle rapine in banca, piu&#8217; o meno trecentomila euro, neanche tanto.<br />
Ecco spiegato il prodotto agricolo. Sticazzi. C&#8217;e del materiale ottimo per estorsioni. Penso che pero&#8217; sarebbe meglio andarsene, il tipo sembra troppo attento a nascondere bene le cose. E invece rimango ancora un po&#8217;, appena il tempo per scorgere la data dell&#8217;ultimo colpo, due giorni prima, sciacquarmi la faccia in bagno e trovarmi davanti Stefano Senise.<br />
Non sembra tanto stranito di trovarmi in casa. Butta a terra un borsa, chiude la porta e mi dice &#8220;Chi ti ha mandato qui?&#8221;.</p>
<p>Faccio segno di no, per dire nessuno, con la testa. Non ho molte vie di uscite, penso al ferro nazista che ho lasciato nel cassetto.<br />
Lui mi guarda e io mi giro e rapido scatto verso la camera, lui con un balzo mi segue, mi tuffo letteralmente sul mobiletto e cerco di prendere la pistola e seccare questo che si mette a fare le esplosioni.<br />
Afferro la pistola, mi giro mentre lui si muove per balzarmi addosso. Sparo, ma si inceppa, non gira, qualcosa del genere, la leva dorata mi guarda come a dire, non sei nazista? non spari!<br />
Riarmo il cane, sperando nel culo e risparo e l&#8217;odore di Stefano Senesi mi assale come uno tsunami di vomito. E&#8217; tutto coincitato, mi alzo prendo la pistola e vado in bagno, torno di la&#8217;, giro il cadavere. Il guanto destra puzza di cenere. Occultare, modificare la scena del delitto e&#8217; sempre una cosa che, comunque vada, un po&#8217; le incula le indagini.<br />
Lo sposto, lo giro, lo rigiro, poi lo metto a pancia in giu&#8217; e gli cerco qualche documento. Niente, lo rigiro a pancia in su&#8217;, l&#8217;ho preso proprio nel collo, gli infilo la pistola nella mano sinistra, perche&#8217; mi pareva avesse posato la borsa con quella mano e lo siedo sulla piccola sedia in direzione del letto.<br />
Il foro sicuramente confermera&#8217; che il proiettile e&#8217; partito dal basso e quindi la posizione eccetera Ma io voglio solo deviare, mica modificare le indagini.<br />
Tanto a me non ci sarebbero mai arrivati. Apro la borsa e trovo il portafoglio. E&#8217; bello gonfio di cartacce, cerco un documento e lo trovo. Senise Stefano, ispettore, questura di Milano. Questa non mi era ancora capitata.</p>
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		<title>13 agosto</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Aug 2005 13:29:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando un bar e&#8217; aperto da poco, inutile che chiuda alla prima possibilita&#8217; di andare in vacanza. Specie se nel bar si devono ricreare dei giri di un certo tenore. E poi tutto il mese ormai, ci sono sti sbirretti parcheggiati in giro. E&#8217; divertente, chi legge il giornale, chi si guarda le unghie, chi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando un bar e&#8217; aperto da poco, inutile che chiuda alla prima possibilita&#8217; di andare in vacanza. Specie se nel bar si devono ricreare dei giri di un certo tenore. E poi tutto il mese ormai, ci sono sti sbirretti parcheggiati in giro. E&#8217; divertente, chi legge il giornale, chi si guarda le unghie, chi chiacchiera stancamente. Sono talmente distratti che manco si accorgono di un ragazzino che sta pisciando sulla ruota della macchina che hanno lasciato parcheggiata qualche metro indietro.<br />
<span id="more-711"></span><br />
Si muovono per il quartire con un passo leggero, cercando di confondersi tra gli avanzi cittadini, senza soldi o senza volonta&#8217;, per andare a farsi un ferragosto in giro.</p>
<p>Gli e&#8217; girato male quest&#8217;anno, o bene, forse: c&#8217;e&#8217; un sacco di gente che gironzola per il quartiere, grazie a un clima sopportabile, tanto che qualcuno osa addirittura una leggera felpa.<br />
Se ci si muove intorno al bar si capiscono molte cose. Invece loro ci devono girare un po&#8217; alla larga e gli altri, quelli del bar, sono in vetrina e lo sanno. Risate, bestemmie, mezze frasi.</p>
<p>Mentre mi bevo il caffe&#8217; i due appena dietro di me stanno osservando il movimento dello sbirro proprio di fronte al bar. E&#8217; un ragazzo, ma lo riconosci subito: marsupio, un marchio di fabbrica, brillantina nei capelli, altro passo obbligato per uno sbirro in borghese, jeans lindi, scarpe da ginnastica intonse e pulite.<br />
E il cellulare sempre in mano, ma soprattutto, e&#8217; evidente che non sanno che cosa fare e che fondamentalmente sono annoiati da queste osservazioni, come le chiamano loro.</p>
<p>Ne ho incrociato uno, non mi ha neanche guardato.<br />
I due dietro di me al bar, si sussurrano qualcosa che non intendo appieno, capisco solo, &#8220;appena gira l&#8217;angolo&#8221;.<br />
Esco e mi siedo nelle piccole sedie messe a disposizione della clientela da un proprietario, un mix tra danny de vito e rafaele cutolo, che si aggira con zoccoli e pantaloni da infermiere tra i tavoli.<br />
Ne ha per tutti.<br />
Quando passa vicino a me, mi guarda e accenna un &#8220;che minchia vuoi&#8221; e io automaticamente ripeto, &#8220;un caffe&#8217;&#8221;.<br />
Entra e urla &#8220;un caffe&#8217; per il comunista&#8221;.<br />
Tutti si girano a guardarmi, io sorrido e loro poco dopo continuano a farsi i propri discorsi. Non devono piacere i comunisti qui. Vorrei parlarne, ma capisco che non e&#8217; anda.<br />
A fianco al mio tavolo una ragazza e due ragazzi. Riesco ad ascoltare interamente il loro discorso.<br />
Al ragazzo alto, con un po&#8217; di barba e&#8217; morto il padre la sera prima e la ragazza lo incalza, &#8220;dovevi ammazzarlo tu&#8221;, &#8220;si me lo aveva chiesto&#8221;, &#8220;come tua madre&#8221;.<br />
Mi alzo che e&#8217; meglio, me lo bevo dentro quel cazzo di caffe&#8217;.<br />
Don Rafe&#8217;- DeVito mi dice che me lo avrebbe portato fuori, dico che e&#8217; uguale. I due che erano affianco a me al banco poco prima sono ancora li&#8217;, poi escono. Ingurgito il caffe&#8217;, pago e li seguo.<br />
Con la coda dell&#8217;occhio &#8211; tecnica consigliata per osservare al meglio &#8211; noto che lo sbirretto sta attraversando la strada e scomparendo piano piano dalla circolazione; i due vanno nella direzione contraria, li seguo.<br />
Parlottano, l&#8217;altro sbirro e&#8217; li&#8217; nella strada opposta, sta guardando il movimento fuori da una macelleria araba, poi sparisce anche lui dal campo visivo.<br />
I due allungano il passo, entrano in un portone. Io mi accendo la sigaretta e penso che e&#8217; un peccato, volevo capire cosa avevano in testa. Non ho fatto ancora il terzo tirillo dalla siga, che fuoriescono, con due bastoni. Si dirigono verso la macchina degli sbirri e senza colpo ferire, mentre uno entra e la accende, l&#8217;altro, un ragazzino, con un bastone sfascia i fanali posteriori, poi passa davanti e pure quelli. Poi rapido sale in macchina e partono.</p>
<p>Io butto la siga e taglio dall&#8217;altra parte per vedere dove spuntano dopo il breve rettilineo, vanno veloci, li vedo da distante, torno indietro, cerco gli sbirri.<br />
Pochi passi e sono di nuovo a ridosso della piazzetta, sento un rumore di auto, davanti a me passa un ragazzino di colore, e&#8217; uno che ha dei giri. Attraversa la strada gli sto per dire, &#8220;occhio&#8221;, ma due passi in strada e la macchina lo centra in pieno.</p>
<p>Va per terra come nei film, saltando leggermente per lo scontro con il cofano. Immagino il silenzio al bar, poco distante.<br />
Cerco il cellulare, i due escono dalla macchina e scappando urlano, &#8220;Lascialo crepare&#8221; e corrono via.<br />
Chiamo l&#8217;ambulanza, un cazzo di soccorso, mi avvicino ed e&#8217; vivo, non sembra stia neanche tanto male.<br />
Mi dice qualcosa, mi avvicino, mentre cerca di rialzarsi, &#8220;Lascia perdere, sto bene&#8221;, dice, si rimette in piedi e dopo un secondo circa, ricade a terra con una lentezza estenuante.<br />
Arriva qualcuno, i pochi rimasti in casa.<br />
Arrivano anche i due sbirretti e una macchina che si ferma. Io mi dileguo abbastanza rapidamente, li&#8217; vicino c&#8217;e&#8217; un ristorante e poco dopo un portone aperto. Mi ci infilo e mi accendo una sigaretta.<br />
Passano altre macchine che rallentano, poi l&#8217;ambulanza, anticipata da quei cazzo di urli della sirena che mi mettono sempre un&#8217;ansia che neanche Taormina in tivu&#8217;. Aspetto una mezzora in quel cortile, poi esco e tutto sembra come prima.<br />
Psycho groupie cocaine crazy,Makes you high, makes you hide, Makes you really want to go- stop.</p>
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		<title>Tornare</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Aug 2005 13:21:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tornare a Milano dopo tanti mesi che non ci sei stato e&#8217; un rito che ha qualcosa di estremamente sensibile. Tornare a Milano significa attraversarla e riprendere contatto con ogni singolo centimetro di asfalto, il novantanove per cento dei quali non sara&#8217; cambiato di una virgola. Arrivare un notte di agosto piovosa e senza stelle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tornare a Milano dopo tanti mesi che non ci sei stato e&#8217; un rito che ha qualcosa di estremamente sensibile. Tornare a Milano significa attraversarla e riprendere contatto con ogni singolo centimetro di asfalto, il novantanove per cento dei quali non sara&#8217; cambiato di una virgola.<br />
<span id="more-651"></span><br />
Arrivare un notte di agosto piovosa e senza stelle ne&#8217; luna, e scendere dal treno dall&#8217;ultimo vagone, il viso bagnato dalla pioggia calda e lenta di milano mentre percorri i primi metri di banchina, primo abbraccio della citta&#8217; in cui sei nato. Lasciar scorrere le righe gialle che contornano la banchina fino a che il grigio scuro del cemento bagnato non diventa un grigio chiaro reso giallognolo dai lampioni antiquati della Centrale. Nel punto di transizione tra i due grigi assaporare le volte di metallo e vetro della stazione e riabbassare lo sguardo per gustare i metri di banchina che ti separano dai tabelloni. Gustare ogni metro di tranquillita&#8217; per prepararti al primo bagno di persone che ti aspettano alla fine del binario, gente di ogni eta&#8217; ed etnia intente a scrutare i tabelloni di arrivi e partenze che li sovrastano, gente che attende persone che sono arrivate con te sullo stesso treno, gente che si sbraccia, che raccoglie la valigia, che litiga, che cerca con lo sguardo, che non trova chi cerca, che soffre in silenzio recuperando in fondo allo sterno un briciolo di dignita&#8217;. Passare indenne la prima folla di Milano prima di averla riconquistata ai propri sensi e&#8217; una prova dura, ma i riti non possono certo essere solo misticismo e poesia.<br />
Una volta superata la barriera delle scale mobili aggirarsi per il perimetro della stazione alla ricerca del tuo tram o del tuo autobus. Scambiare le prime parole con l&#8217;autista del mezzo per assicurarti che nel frattempo non siano cambiate le linee dell&#8217;atm e che prendendo il 9 non ti ritrovi a gratosoglio anziche&#8217; in porta venezia. Nella maggior parte dei casi le parole che ti assalgono anche in una milano deserta nelle notti d&#8217;agosto portano accenti di altri paesi e di altre citta&#8217;. La carenza di accento milanese e&#8217; un elemento che e&#8217; parte del paesaggio urbano.<br />
Osservare la pioggia che non cade piu&#8217; sui tuoi vestiti e sulla tua pelle, sui tuoi capelli, intorpidendoli leggermente con il suo battere, ma che investe i marciapiedi, le strade, i vetri del tram, le pensiline, rinnovandosi costantemente nelle pozzanghere che sembrano testimoniare un ciclo continuo di pioggia che va avanti quasi tutto l&#8217;anno.<br />
Scendere dal tram due fermate prima e inspirare a fondo l&#8217;aria calda e umida dell&#8217;estate milanese, riempirsi i sensi di tutto cio&#8217; che ti ricorda la metropoli, i lampioni, le strade scivolose, il cielo scuro della notte e grigio anche quando dovrebbe essere blu, il silenzio precario e in bilico delle notti milanese, rotto ogni volta che si consolida da un qualche rumore della strada, da un auto, dai passi di un altro milanese vagabondo, dai tuoi stessi passi. Camminare rasente ai muri per evitare di prendere altra acqua e intanto guardare il colore della luce di milano, cosi&#8217; diverso da ogni altra metropoli.<br />
Una volta a casa lasciare lo zaino e cambiare le scarpe fradicie, e poi subito fuori a riprendere contatto con l&#8217;asfalto, con il cemento, le luci, i passaggi, le strade, i palazzi, i giardini, la gente, i rumori, i suoni e i suggerimenti della citta&#8217;.<br />
Camminare fino a porta venezia seguendo la curva del tram, una fermata al volo nei tram deserti e popolati solo di migranti che tornano a casa dal lavoro anche quando il resto della citta&#8217; nevrotica e operosa ha deciso di prendere una pausa.<br />
Osservare come gli africani, gli indiani, i cingalesi, i cinesi abbiano superato gli autoctoni nella gara alla frenesia e alla mole di lavoro: in porta venezia ci sono solo bar eritrei, supermercati indiani, ambulanti cingalesi, ristoranti cinesi. E anche nei negozi non etnici chi ci lavora e&#8217; tutto fuorche&#8217; milanese.<br />
Attorno una babele di lingue ti avvolge e ti sembra di sentire delle inflessioni anche nella lingua madre degli stranieri che ti circondano rendendoti a tua volta straniero appena arrivato in citta&#8217;, testimone delle caratteristiche che milano replica di ogni altra metropoli.<br />
Camminare, camminare e ancora camminare fino a riappacificare il ritmo del cuore al ritmo dei passi sul selciato della metropoli, fino a percepire con ognuno dei sensi che il grigio diffuso della citta&#8217; si e&#8217; esteso alle tue arterie e ai tuoi nervi, ricoprendoli di una sensibilita&#8217; diversa e particolare, di una sintonia totale con il reticolo di strade e quartieri e persone e luci e suoni di milano.</p>
<p>Saltare sul primo autobus e ricostruire un percorso possibile fino a casa, arrivare fino alla porta e infilarsi a letto, lasciando la finestra aperta perche la luce della citta&#8217; ti accompagni nel sonno fino al risveglio. Prima di chiudere gli occhi, sdraiarsi e osservare dal buio cio&#8217; che esiste fuori e cercare nei fantasmi invisibili di quello che entra dalla finestra cio&#8217; che ti lega alla metropoli. Senza avere una risposta razionale da offrire a chi ti leggera&#8217;.</p>
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		<title>E i Carabinieri?</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Jul 2005 13:15:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A Milano hanno seccato due persone. un carabiniere e un dottore. è da un giorno che la menano, ma non si sa ancora se era psicologo o psichiatra, il dottore. era un tipo buono. il suo assassino non si sa ancora chi sia, dice la giornalista di un telegiornale che si chiama studio aperto che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A Milano hanno seccato due persone. un carabiniere e un dottore. è da un giorno che la menano, ma non si sa ancora se era psicologo o psichiatra, il dottore. era un tipo buono. il suo assassino non si sa ancora chi sia, dice la giornalista di un telegiornale che si chiama studio aperto che fanno vedere un sacco di tette con la scusa del gossip.<br />
il medico ucciso era buono. andava a vedere i presepi dei vicini. frequentava la parrocchia.<br />
per non parlare del carabiniere: un continuo menarla con quanto era buono. Sara&#8217;. Mi dispiace molto per la famiglia del dottore.<br />
questo killer, francamente, era gia&#8217; il mio idolo.<br />
ancora il telegiornale.<br />
<span id="more-581"></span><br />
sta parlando il prete dello psichiatra: venite tutti ai funerali. dice il parroco della vittima civile, che era un uomo di chiesa questo e lo chiamavano &#8220;il dottor sorriso&#8221;.<br />
sta parlando un vicino di casa del carabiniere: bla bla bla.<br />
tutti sti tiggi&#8217; li guardo alternandoli ad altre robe in tivvu&#8217;. sto scrivendo su un file, perche&#8217; il film che vedo, intervallato ai tg, e&#8217; degno di attenzione: [dal file asd.kwd]<br />
&#8220;sto guardando un film grandioso che non avevo mai visto. è un film da agosto proprio: colpo gobbo a milano, di carlo vanzina (che non so se è quello romanista che andava a &#8220;controcampo&#8221; due anni fa) con amendola, ricky memphis e la bellucci che fa la caciarona marchigiana. lei arriva lì dai due che devono fare una rapina in una gioielleria che il direttore è smaila. la vecchietta che gli affitta le camere, una milanese simpatica come una merda nel letto. una vecchia, li sgama e vuole partecipare al colpo e gli fa conoscere il tipo che li farà entrare nella gioielleria che poi è quello che fa sempre il mafioso. quello che ha fatto tano badalamenti nei cento passi.<br />
come cazzo si chiama.&#8221;</p>
<p>Il killer e&#8217; introvabile. dopo un po&#8217; esco pensando che alla fine io un killer l&#8217;ho gia&#8217; conosciuto.<br />
un giorno ho conosciuto un tipo, il padre di un mio amico.<br />
questo padre i miei genitori non lo gradivano. lo trovavano un po&#8217; un demente. non parlava quando c&#8217;erano le cene di classe, e soprattutto, era senza moglie. sparita. uccisa. si sussurrava. e mia madre diceva, certo che contraddizione, andare alla riunioni scolastiche e non dire niente. ma della moglie, niente.<br />
da repubblica.it<br />
Doppio omicido a Milano<br />
MILANO &#8211; Sono proseguite per tutta la notte e stamane le ricerche del presunto assassino. Gli inquirenti sono convinti sia ancora a Milano. blabla.<br />
Esco di casa.<br />
Ci sono gli ausiliari del traffico nella zona della mia macchina. che io gli ausiliari del traffico, mi stanno sul cazzo. di brutto. un giorno ho litigato con uno che voleva darmi la multa per dieci minuti di sforo del disco orario. gli ho detto, lei mi dia la multa e io la strappo.<br />
lui mi dice, cavoli suoi. allora io gli inizio a urlare che è uno sbirro mancato e che mi fa schifo che è un servo e che mi stavo incazzando e allora mentre scriveva me ne sono andato.<br />
prima gli ho detto che se mi arrivava la multa a casa. insomma mi sarei incazzato.</p>
<p>Mi avvicino, loro sono in tre. Mi guardo alla spalle e allungo la vista. Non vedo la mia macchina, come al solito. Ci sono delle macchine che impallano la mia.<br />
Col cazzo.<br />
Non c&#8217;e&#8217; proprio, mi hanno fregato la macchina, penso.<br />
Sicuro delle mie certezze chiamo una dozzina di persone per sapere se potevano immaginare dove avessi messo la macchina la sera prima, che ero in compagnia. Ognuno di loro mi dice che non poteva saperlo, begli amici, diocane.<br />
Ora dovro&#8217; avere a che fare con degli sbirri, penso. Cammino per venti minuti senza aver concluso nulla, poi mi arriva l&#8217;illuminazione. L&#8217;ho lasciata in divieto di sosta. Torno indietro che non so perche&#8217; ero in via canonica, mi rifaccio sarpi all&#8217;indietro, via messina e sono al parcheggio giudiziario della morte dei vigili.<br />
me la mena che non mi ricordo la targa. chiamo mia madre, mezzora per farle capire che su un foglietto in un cassetto in camera mia c&#8217;e&#8217; la targa della mia macchina.<br />
la targa c&#8217;e', la macchina no.<br />
Me l&#8217;hanno fregata.</p>
<p>Dopo un&#8217;accurata selezione chiamo quattro dei dodici amici che ho chiamato prima. SI confermano delle merde perche&#8217; nessuno vuole andare al posto mio a fare la denuncia. Se non altro uno di loro mosso a pieta&#8217; mi indica la via della caserma dei carabinieri dove lui aveva fatta denuncia qualche mese prima per non mi ricordo cosa.<br />
Vado e tralascio i particolari della denuncia. Ci ho impiegato una giornata che mi mancava sempre qualcosa, il documento e questo e il libretto. Da piccolo quando vedevo i miei fare i conti o dire &#8220;ah domani vado in posta&#8221;, scappavo. sapevo perfettamente che quelle cose, la burocrazia, le bollette, le cose da compilare non erano per me. ne avevo il terrore, sapevo che non ce l&#8217;avrei mai fatta. non riesco. sara&#8217; colpa di weber.</p>
<p>arturo darsè, darsà, darsò, ha un nome così che l&#8217;ho sentito in radio in un bar, è il tipo che ha fatto fuori il &#8220;dottor sorriso&#8221; e il canazzo. lo stanno cercando in tutta milano. pare sia un mezzo fuori incasinato nella malavita locale. forse quella del dottore era un&#8217;esecuzione e il canazzo non si e&#8217; fatto i cazzi suoi. succede. potrebbe ricolpire. questo tipo è uno pelato.<br />
darsè/à/ò aveva una lista di persone che voleva fare fuori. non si sa precisamente se è lui, però è &#8220;il killer di milano&#8221; e fanno vedere delle interviste agli amici del canazzo. Doveva fare una strage.</p>
<p>L&#8217;indomani sono al lavoro, scrivo stronzate sulla iusabiliti dei siti internet, mi chiamano al telefono i carabinieri. Abbiamo ritrovato la sua macchina in fulvio testi. pero&#8217;. che rapidita&#8217;.<br />
chiamo uno dei miei amici che si sono estinti e glielo dico.<br />
si saranno fatti una scopata e mette giu&#8217;.<br />
sara&#8217;. vado in tram leggendo il giornale che in questi giorni da&#8217; un sacco di spazio a sti psichiatri che parlano di serial killer e seminano il panico. certo uccidere un canazzo e&#8217; pur sempre una bella prova di maturita&#8217;, chiaro che ne parlino, penso.<br />
arrivo alla via. c&#8217;e&#8217; una macchina di ste merde che mi aspetta. io gia&#8217; mi vedo scendere col passo svelto, seguito dagli altri della banda, buttare li&#8217; qualche parola, sfilargli il ferro e spararargli subito in bocca.<br />
invece.<br />
mi avvicino e mi dicono, eccola, non era neanche in divieto di sosta.<br />
ah ah ah.<br />
avranno la mia eta&#8217;. mi squadrano. hanno capito che non siamo amici. facciamo le cose rapidamente, salgo sulla macchina che l&#8217;hanno aperta proprio facile, giro la chiave e si accende. me ne vado senza dirgli un cazzo.<br />
immagino di fare poi marcia indietro, seccarli in un colpo solo stringendoli tutti e due contro la loro macchina di merda. poi scenderei e potrei dare fuoco alla macchina. prima gli devo prendere le pistole.<br />
invece.<br />
torno a casa, parcheggio esattamente dove me l&#8217;hanno fatta la sera prima e me ne torno a casa. che e&#8217; luglio e voglio vedermi la televisione senza pensare a niente che fa caldo e mi sono gia&#8217; innervosito.<br />
Sono il veleno cromato di mille serpenti. un altro giorno senza pane, un altro giorno senza amore.<br />
Al telegiornale ci sono due che conducono. dicono che questo killer e&#8217; molto pericoloso se ha avuto il sangue freddo di stendere un carabiniere. penso che hanno ragione, non e&#8217; facile. pare che la dinamica sia stata che questo canazzo si e&#8217; messo di mezzo e il killer, senza battere ciglio, ha steso prima lui, poi il suo vero bersaglio. pare che il killer abbia gia&#8217; tutta una serie di precedenti; trasmettono un identikit e in effetti e&#8217;un pelato. ne fanno vedere un totale di identikit, coi baffi, barba, berretto, senza.<br />
qualcuno dice che e&#8217; un insofferente.<br />
ah, dicono che durante il delitto alcuni testimoni affermano che avesse un berrettino giallo. e ha fatto la pistola al canazzo.<br />
vabbe&#8217;, lo so. domattina partiro&#8217;. un giorno fuorilegge, un altro giorno di gloria.<br />
quando mi vengono ste frasi mi stupisco di me stesso.<br />
riesco e cammino per le strade di questa citta&#8217; che non mi ama, e&#8217; evidente; la congiura degli oggetti inanimati mi perseguita e qui a milano ha ampliato il suo raggio di azione. mentre prendo le chiavi faccio cadere una giacca appesa. l&#8217;ascensore non va. la chiave non entra nella porta. decido di andare a prendermi qualche cd che ho in macchina. rifaccio la solita strada, arrivo e apro il cofano.<br />
surprise.<br />
quei babbi dei canazzi la macchina non me l&#8217;hanno manco controllata. me l&#8217;hanno rubata, c&#8217;e&#8217; un killer che gira per la citta&#8217;, ma niente. dentro al cofano della mia macchina c&#8217;e&#8217; un berretto giallo. dentro delle chiavi. direi che la situazione si complica, come si dice.<br />
bene, va bene: un killer ha rubato la mia macchina, si e&#8217; fatto un giro, magari ci ha dormito e ha lasciato li&#8217; un berretto e le chiavi. che male c&#8217;e'? non devo temere niente, mi pare.<br />
ributto subito dentro il berretto e le chiavi.<br />
vado al bar. una grappa. quaranta ore a settimana, i puffi allungano la vita e l&#8217;operaio all&#8217;osteria uccide un altro venerdi&#8217;. io potrei uccidere un altro, il venerdi&#8217;, cioe&#8217; oggi.<br />
sono amico di un serial killer, devo approffitarne. potrei proporgli una rapina in banca. e durante questa rapina facciamo i gentili e gli sgargianti con il personale. poi pero&#8217; arriva una guardia a rovinare l&#8217;atmosfera di intimita&#8217;. a quel punto gli spariamo insieme.<br />
invece.<br />
sento un richiamo e che cos&#8217;e'? E&#8217; la realta&#8217;!<br />
Decido di farmi la notte nel bar e poi vicino al posto dove ho parcheggiato la mia macchina. magari torna. magari riesco a non farmi fare fuori e tentero&#8217; di spiegargli che insomma, potremmo trovare un qualche accordo. spengo il cellulare che non vorrei mai suonasse nel momento piu&#8217; sbagliato.<br />
Mi addormento un&#8217;infinita&#8217; di volte. Alla fine mi rompo le palle e me ne torno a casa. L&#8217;ascensore ancora non va. le scale non finiscono mai. Arrivo al mio piano. Anzi no, perche&#8217; mi pare ci sia una luce alla finestra che dovrebbe essere quella della mia camera. ho sbagliato piano. rifaccio una rampa di scale. Eh no. era giusto giu&#8217; di sotto.<br />
torno giu&#8217;, diocane, possibile mi sia dimenticato la luce accesa? cazzo di congiura.<br />
Entro.<br />
Ciao, mi dice, puntandomi alla faccia una roba gigante, che presumo sia una pistola, buonasera, mi dice.<br />
Non mi ricordo precisamente come mi sono chiuso la porta dietro le spalle, sono andato a sedermi sul divano e ho esclamato, ne parliamo?<br />
mah, fa lui, senti hai del cibo qua dentro.<br />
si, ma mi fa segno di stare seduto.<br />
faccio io.<br />
senti, provo a dire, guarda che io ecco e&#8217; difficile da spiegare.<br />
immagino, mi dice.<br />
non ha accenti particolari. noto ora quanto sia grosso. e&#8217; preciso all&#8217;identikit. come cazzo hanno fatto a non beccarlo, non riesco a capire.<br />
senti, mi dice, non ho ancora deciso cosa fare con te, non accellerare le mie decisioni.<br />
prende del formaggio e qualche altra roba che avanza da cinesi di sere scorse. scalda qualcosa nel microonde.<br />
sai chi sono io no?<br />
si, mi hai rubato la macchina.<br />
gia&#8217;.<br />
ho anche steso un caramba e uno stronzo.<br />
lo so.<br />
lo so.<br />
sono in un casino, mi dice, senza guardarmi. quel caramba&#8230;pero&#8217; non ho resistito. nessun rimorso, hai presente?<br />
eh.<br />
diciamo che e&#8217; stato uno scambio di vedute tra me e questo mondo, tutta questa vicenda la interpreto cosi&#8217;.<br />
pero&#8217;.<br />
si siede e inizia a mangiare.<br />
io gia&#8217; mi vedo. mi parte il marte in ariete: usciamo, belli attrezzati e iniziamo una guerra paura con gli sbirri di sta citta&#8217; di merda.<br />
di nuovo con le spalle al muro, dice.<br />
io mi gratto un polpaccio.<br />
io penso questo. e mi guarda.<br />
finisco di mangiare e poi me ne vado, con la tua macchina e tu ti fai i cazzi tuoi.<br />
si, ma non potevi farlo senza avvisarmi?<br />
si, ma avevo fame e le tue serrature, come dire&#8230;<br />
eh, le cambiero&#8217;, dico.<br />
mi prende anche per il culo.<br />
va bene, direi che e&#8217; una buona soluzione. non farmi altre domande, e&#8217; meglio per te.<br />
va bene.<br />
a sto punto vorrei fargli esplicitamente la richiesta di seccare ancora qualche sbirro.<br />
pensi che ti beccheranno, gli chiedo.<br />
si alza, raccoglie le mie chiavi della mia macchina e va verso la porta, stai scherzando, mi dice.</p>
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		<title>Sbirro più Sbirro meno</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Jun 2005 13:09:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti dalle Cripte]]></category>
		<category><![CDATA[Volumi]]></category>

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		<description><![CDATA[Non tutto e&#8217; come sembra. Anzi molte cose sono spesso semplici insegne per chi ci vuole credere. Come quelli che pensano che fare una rapina adesso e&#8217; molto piu&#8217; difficile di trent&#8217;anni fa. E&#8217; la stessa identica cosa, ci vuole lo stesso fegato a fare una dura e hai le stesse identiche probabilita&#8217; di passarla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non tutto e&#8217; come sembra. Anzi molte cose sono spesso semplici insegne per chi ci vuole credere. Come quelli che pensano che fare una rapina adesso e&#8217; molto piu&#8217; difficile di trent&#8217;anni fa. E&#8217; la stessa identica cosa, ci vuole lo stesso fegato a fare una dura e hai le stesse identiche probabilita&#8217; di passarla liscia.<br />
Via Faenza e&#8217; una piccola via dietro la stazione di Santa Maria Novella. Da un lato sbuca sulle trafficate vie del centro, dall&#8217;altro su alcune larghe vie che portano ai viali, passando per una caserma.</p>
<p><span id="more-521"></span></p>
<p>A meta&#8217; della via, una vietta dove il parcheggio e&#8217; solo nominalmente riservato ai residenti collega questo carrugio toscano al parcheggio della stazione.<br />
E&#8217; una via di hotel e case di lusso, se si eccettua qualche ristorante e un bar.<br />
Ero li&#8217; seduto sulla veranda con tavolini e sedie di alluminio dell&#8217;unico bar della via, chiuso per afa. Una sera poco dopo ora di cena.<br />
Nella via non passava nessuno, i turisti appena rientrati negli hotel e gli abitanti appena tornati a casa dal lavoro o in vacanza stavano cucinandosi il meritato pasto, almeno dal loro punto di vista.<br />
Non e&#8217; una via malvagia perche&#8217; nonostante sia nel centro non e&#8217; particolarmente rumorosa , in particolare se non sta passando un anima. Le insegne luminose di hotel e ristoranti non riflettono sul pave&#8217; i loro colori al neon che disturbano la vista, grazie alla luce gialla dei lampioni che bastano e avanzano per tutta la larghezza della via.<br />
Di giorno e&#8217; piu&#8217; rumorosa, motorini, macchine che aggirano i sensi vietati, turisti che entrano e escono dagli alberghi, la musica insopportabile del bar che si estende ben al di la&#8217; della veranda&#8230; Ma basta aspettare l&#8217;ora giusta e tutto cambia, e via Faenza diventa quasi un luogo in cui dimenticare la schiacciante afa fiorentina genialmente miscelata con una delle viabilita&#8217; meno funzionali del mondo, eccetto forse shangai.<br />
In particolare in quei giorni in cui ci passavo le giornate e in cui meta&#8217; della via era bloccata al traffico per lavori in corso di cui io non riuscivo a capire la natura; cioe&#8217;, i cartelli c&#8217;erano, i divieti di sosta anche, ma di buche o di altri elementi che facessero desumere che qualcuno stava sistemando la strada, o gli intonaci, o qualche grondaia, o anche solo l&#8217;illuminazione non ve n&#8217;era traccia.<br />
Ero seduto su questa veranda a fumare una sigaretta nel mio completo preferito, nonostante la stagione suggerisse tenute piu&#8217; sportive, quando il destino decise di farmi un regalo inaspettato: dalla vietta laterale a un certo punto fece capolino il cofano azzurro e bianco di una volante.<br />
E&#8217; bastato un istante per decidere cosa fare: mi sono alzato dalla sedia velocemente mentre la pantera della Polizia di Stato avanzava al rallentatore sulla curva dirigendosi dall&#8217;altro capo della strada rispetto a dove ero seduto io. Lo sbirro che guidava stava guardando dove stava piantando le ruote della macchina, mentre l&#8217;altro era girato dritto verso di me. Indossava un paio di occhiali da sole.<br />
Non sono mai riuscito a sapere se stesse capendo cosa stava per succedere. Ho Aspettato che la macchina si immettesse verso i viali e la caserma, ho estratto la pistola e ho fatto fuoco.<br />
Bang. Bang.<br />
Due colpi precisi hanno attraversato il lunotto posteriore e si sono conficcati nella nuca dei due sbirri che non hanno neanche fatto a tempo a rantolare. Contrariamente a quello che si pensa il lunotto posteriore delle pantere non sempre e&#8217; antiproiettile, anzi quasi mai, senno&#8217; che bisogno avrebbero delle macchine blindate?<br />
E sempre per contraddire il pensiero comune che anni e anni di televisione e telefilm ci hanno infilato nella testa impunemente, gli sbirri sono molto meno attenti di quanto si creda e soprattutto ci impiegano diversi secondi a estrarre la pistola mentre sono seduti in macchina. Se li becchi al volo, non fiateranno neanche.<br />
Ho camminato con calma oltre l&#8217;incrocio. Nonostante i cartelli grandi come una casa a ogni capo della via che rassicurano circa il video controllo della zona che rende i cittadini piu&#8217; sicuri, non c&#8217;e&#8217; nessuna telecamera in via faenza e nell&#8217;altra vietta. Almeno all&#8217;epoca non c&#8217;erano.<br />
Mi sono avvicinato alla macchina che andava troppo lenta per non fermarsi come se il motore si fosse spento normalmente. Ho guardato gli sbirri morti gli ho svuotato addosso il resto del caricatore. Poi sono ritornato sui miei passi e mi sono avviato verso la stazione. Anche se non c&#8217;erano telecamere ammazzare due sbirri a poche decine di metri da una caserma di canazzi puo&#8217; essere pericoloso ed era meglio menare le tolle.<br />
Sbirro piu&#8217;, sbirro meno, non avrei pareggiato i conti neanche se avessi ammazzato mezzo commissariato, ma almeno mi ero tolto uno sfizio nel bel mezzo di uno dei loro bluff per far credere alla gente che fare il criminale e&#8217; molto piu&#8217; difficile di quanto non sia.<br />
Sono anni che non vado in quella citta&#8217; di smog, turisti e vecchie croste osannate da mezzo mondo. Mentre mi allontanavo ricordo di aver pensato che forse alla fine avrebbero messo delle telecamere, ma qualcosa mi dice che ancora oggi non ce n&#8217;e&#8217; neanche una. Se avete voglia andate a controllare. E se vi capita stendete un altro paio di sbirri nella stessa zona, cosi&#8217; i giornali possono costruire un bel caso per tenere distratta la gente dal fatto che accoppare due maiali non e&#8217; poi cosi&#8217; difficile. Buon divertimento.</p>
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