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13 agosto

Quando un bar e’ aperto da poco, inutile che chiuda alla prima possibilita’ di andare in vacanza. Specie se nel bar si devono ricreare dei giri di un certo tenore. E poi tutto il mese ormai, ci sono sti sbirretti parcheggiati in giro. E’ divertente, chi legge il giornale, chi si guarda le unghie, chi chiacchiera stancamente. Sono talmente distratti che manco si accorgono di un ragazzino che sta pisciando sulla ruota della macchina che hanno lasciato parcheggiata qualche metro indietro.

Si muovono per il quartire con un passo leggero, cercando di confondersi tra gli avanzi cittadini, senza soldi o senza volonta’, per andare a farsi un ferragosto in giro.

Gli e’ girato male quest’anno, o bene, forse: c’e’ un sacco di gente che gironzola per il quartiere, grazie a un clima sopportabile, tanto che qualcuno osa addirittura una leggera felpa.
Se ci si muove intorno al bar si capiscono molte cose. Invece loro ci devono girare un po’ alla larga e gli altri, quelli del bar, sono in vetrina e lo sanno. Risate, bestemmie, mezze frasi.

Mentre mi bevo il caffe’ i due appena dietro di me stanno osservando il movimento dello sbirro proprio di fronte al bar. E’ un ragazzo, ma lo riconosci subito: marsupio, un marchio di fabbrica, brillantina nei capelli, altro passo obbligato per uno sbirro in borghese, jeans lindi, scarpe da ginnastica intonse e pulite.
E il cellulare sempre in mano, ma soprattutto, e’ evidente che non sanno che cosa fare e che fondamentalmente sono annoiati da queste osservazioni, come le chiamano loro.

Ne ho incrociato uno, non mi ha neanche guardato.
I due dietro di me al bar, si sussurrano qualcosa che non intendo appieno, capisco solo, “appena gira l’angolo”.
Esco e mi siedo nelle piccole sedie messe a disposizione della clientela da un proprietario, un mix tra danny de vito e rafaele cutolo, che si aggira con zoccoli e pantaloni da infermiere tra i tavoli.
Ne ha per tutti.
Quando passa vicino a me, mi guarda e accenna un “che minchia vuoi” e io automaticamente ripeto, “un caffe'”.
Entra e urla “un caffe’ per il comunista”.
Tutti si girano a guardarmi, io sorrido e loro poco dopo continuano a farsi i propri discorsi. Non devono piacere i comunisti qui. Vorrei parlarne, ma capisco che non e’ anda.
A fianco al mio tavolo una ragazza e due ragazzi. Riesco ad ascoltare interamente il loro discorso.
Al ragazzo alto, con un po’ di barba e’ morto il padre la sera prima e la ragazza lo incalza, “dovevi ammazzarlo tu”, “si me lo aveva chiesto”, “come tua madre”.
Mi alzo che e’ meglio, me lo bevo dentro quel cazzo di caffe’.
Don Rafe’- DeVito mi dice che me lo avrebbe portato fuori, dico che e’ uguale. I due che erano affianco a me al banco poco prima sono ancora li’, poi escono. Ingurgito il caffe’, pago e li seguo.
Con la coda dell’occhio – tecnica consigliata per osservare al meglio – noto che lo sbirretto sta attraversando la strada e scomparendo piano piano dalla circolazione; i due vanno nella direzione contraria, li seguo.
Parlottano, l’altro sbirro e’ li’ nella strada opposta, sta guardando il movimento fuori da una macelleria araba, poi sparisce anche lui dal campo visivo.
I due allungano il passo, entrano in un portone. Io mi accendo la sigaretta e penso che e’ un peccato, volevo capire cosa avevano in testa. Non ho fatto ancora il terzo tirillo dalla siga, che fuoriescono, con due bastoni. Si dirigono verso la macchina degli sbirri e senza colpo ferire, mentre uno entra e la accende, l’altro, un ragazzino, con un bastone sfascia i fanali posteriori, poi passa davanti e pure quelli. Poi rapido sale in macchina e partono.

Io butto la siga e taglio dall’altra parte per vedere dove spuntano dopo il breve rettilineo, vanno veloci, li vedo da distante, torno indietro, cerco gli sbirri.
Pochi passi e sono di nuovo a ridosso della piazzetta, sento un rumore di auto, davanti a me passa un ragazzino di colore, e’ uno che ha dei giri. Attraversa la strada gli sto per dire, “occhio”, ma due passi in strada e la macchina lo centra in pieno.

Va per terra come nei film, saltando leggermente per lo scontro con il cofano. Immagino il silenzio al bar, poco distante.
Cerco il cellulare, i due escono dalla macchina e scappando urlano, “Lascialo crepare” e corrono via.
Chiamo l’ambulanza, un cazzo di soccorso, mi avvicino ed e’ vivo, non sembra stia neanche tanto male.
Mi dice qualcosa, mi avvicino, mentre cerca di rialzarsi, “Lascia perdere, sto bene”, dice, si rimette in piedi e dopo un secondo circa, ricade a terra con una lentezza estenuante.
Arriva qualcuno, i pochi rimasti in casa.
Arrivano anche i due sbirretti e una macchina che si ferma. Io mi dileguo abbastanza rapidamente, li’ vicino c’e’ un ristorante e poco dopo un portone aperto. Mi ci infilo e mi accendo una sigaretta.
Passano altre macchine che rallentano, poi l’ambulanza, anticipata da quei cazzo di urli della sirena che mi mettono sempre un’ansia che neanche Taormina in tivu’. Aspetto una mezzora in quel cortile, poi esco e tutto sembra come prima.
Psycho groupie cocaine crazy,Makes you high, makes you hide, Makes you really want to go- stop.

August 13th, 2005

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