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14 agosto

Il quartiere me lo sono scelto dopo qualche giorno di indagine. Ho girato un po’, ma li’ c’e’ il numero piu’ alto di portoni aperti e nei portoni il numero piu’ alto di cassette postali ricolme di lettere, pubblicita’ e robe del genere.
Ho fatto qualche giro e ho visualizzato il numero, il 17. In culo alla sfiga, non sono superstizioso. Ho fatto un giro nel pomeriggio per visualizzare anche l’interno, ho optato per un numero insignificante, il 6.

Terzo piano, il 5 e il 7 sicuramente vuoti e il 2, proprio sotto il 6, abitato da un vecchietta che ho personalmente aiutato a portare in casa alcune borse della spesa. Di fronte l’interno 6 della scala B, anch’esso vuoto.
Il quartiere alle dieci di notte e’ gia’ immerso nella sua vita serale, fatta di passi corti, urla qua e la’ e un bar, rigorosamente al lavoro.
Intessere relazioni, concludere affari: qui non si va in ferie. La prendo larga che ho tempo, mi fermo a farmi un panino in un bar su una parallela alla strada dove mi dovro’ recare. Speck e brie, cosi’ tanto per. Entrano due ragazze, vistose: una bionda e una mora. Alte come l’Everest, di bella presenza, credo si dovrebbe dire. Le lascio dentro, esco e mi metto sulla porta a mangiarmi il panino. Al mio fianco tabbozzi di quartiere che quando passano le due tipe, che si dirigono appena fuori verso la piazza, urlano e schiamazzano.
La bionda si gira, si ferma, si tira su la maglietta e mostra le tette.
Apoteosi, un po’ per tutti, compreso il proprietario del bar che esce di corsa, simula un intervento ai tavolini e appena rientrato si suca il cazziatone della moglie.

Pago e mi rimetto in strada, osservando a destra una via insolitamente buia. Ho voglia di sgranchirmi le gambe, faccio due passi in quella direzione. Mentre cammino vedo – appena oltre la fine della via – una macchina ferma. Penso sia piuttosto assurdo un parcheggio in mezzo ad un incrocio, pur essendo il 14 agosto.
Mi avvicino all’auto e intravedo un tipo in macchina e a fianco lui qualcuno leggermente piegato. Penso subito a una serata di street porno quando invece osservo che il tipo rannicchiato sta consultando una carta stradale. Passo li guardo come a dire, chiedetemi pure, invece loro proseguono la ricerca in coppia. Mi allontano. Mi ritornano in mente quando, svoltata la via, sento un ripetersi fastidioso di clacson esasperati.

Dovrei riflettere sui segni, bisognerebbe sempre riflettere sui segni. Non mi ero innervosito ma quasi, sentivo salirmi dentro un po’ di ansia repressa da giorni di abitudine.
Quella era la mia ultima sera e volevo chiudere in bellezza. Decisi di farmi invece una risata dirigendomi verso casa, la mia casa, per quella notte.

Il portone e’ aperto e mi introduco nel piccolo cortiletto facendo tintinnare le chiavi, come un inquilino qualsiasi. Arrivo al terzo piano e con la consueta maestria, che mi e’ propria, entro. Prima cosa, indossare i guanti. Non si sa mai.
Entro e sono in una piccola sala che attraverso: dopo un breve corridoio con cucina, camera e bagno. Ordine assoluto. Vado in bagno. Bestemmio, la sera prima avevo beccato una doccia idromassaggio, qui invece c’e’ una doccia normale. Solo prodotti per rasarsi, shampoo da supermercato, poca attenzione alla propria cura. Uno spazzolino, un tagliaunghie, segnali femminili zero.
Uno scapolo.
Vado in sala, le persiane sono di quelle nuove, belle strette, quindi accendo la luce. Nei libri si capisce molto di chi abita le case, di solito dopo il bagno e’ la prima cosa che guardo.
Narrativi, gialli per lo piu’, ma infimi, scadenti se si eccettua alcuni romanzi brossurati, ma di Conan Doyle. Roba che a me non piace granche’. Poi il libro di Vespa mi fa desistere.
Mi allontano spaurito dalla libreria, osservo una piccola scrivania alla cui destra e’posizionato un piccolo tavolino con bicchieri e bottiglie. Come nei film. Mi servo un rum e riparto da Vespa.
Libri di gente che ho intravisto in tivu’ al Costanzo show o roba del genere.
Inghiottisco il rum, apro leggermente la finestra, e mi accendo una sigaretta. Mi siedo sulla sedia. Scapolo, amante dei gialli e della tivu’. Un uomo medio. Mollo la sigaretta sul portacenere e vado in bagno, apro cassetti e trovo boccette varie. Niente che lasci intendere un serial killer, tutto molto normale.

Ritorno in sala, guardo dentro un piccolo ripostiglio tra la porta di ingresso e la libreria: cartacce, borsine, ne tiro su una, c’e’ la foto di una trebbiatrice o qualcosa del genere, sembra materiale per un agricoltore. Lascio cadere. Dopo bagno e libreria la stanza da letto e’ cio’ che conferma le osservazioni precedenti. La camera e’ infatti in ordine, senza che vi sia appeso nulla ai muri. Un mobiletto quattro cassettoni e un piccolo mobile sul lato destro del letto.
Apro tutti e quattro i cassetti. L’ultimo mi riserva una sorpresa: sotto i vestiti una cartelletta.
Dentro ci sono un po’ di articoli di giornale, li poso sul letto. Apro il mobiletto: vestiti. Dopo la scoperta dei giornali sono sospettoso: ravano per bene e alla fine viene fuori una pistola. Una HP35 con leva in oro e applicato un silenziatore. Il carrello sembra liso e’ pieno di righe sulla canna. E’ carica. La conosco, e’ un rifacimento di una vecchia pistola resa celebre dalle SS. Un uomo medio, nazista, probabilmente.
Mi alzo rapidamente, prendo i giornali e torno in sala, mi risiedo sulla sedia, apro la cartellina sulla scrivania.
Sono tutti articoli su casi di cronaca nera, tutti tratti da un giornale locale: una piccola esplosione in un bar poco distante, un gioiellere ferito in una sparatoria, rapina in banca e cosi’ via.
Le metto in fila: dal 2003 al 2005, saranno dieci colpi, non di piu’. Non ci sono sottolineature. Stefano Senesi, presunto abitante di questa casa, chi cazzo sei?
Rileggo piano piano gli articoli: tre rapine in banca, due gioiellerie, tre bar bruciati, due macchine bruciate. Quattro feriti. Somma delle rapine in banca, piu’ o meno trecentomila euro, neanche tanto.
Ecco spiegato il prodotto agricolo. Sticazzi. C’e del materiale ottimo per estorsioni. Penso che pero’ sarebbe meglio andarsene, il tipo sembra troppo attento a nascondere bene le cose. E invece rimango ancora un po’, appena il tempo per scorgere la data dell’ultimo colpo, due giorni prima, sciacquarmi la faccia in bagno e trovarmi davanti Stefano Senise.
Non sembra tanto stranito di trovarmi in casa. Butta a terra un borsa, chiude la porta e mi dice “Chi ti ha mandato qui?”.

Faccio segno di no, per dire nessuno, con la testa. Non ho molte vie di uscite, penso al ferro nazista che ho lasciato nel cassetto.
Lui mi guarda e io mi giro e rapido scatto verso la camera, lui con un balzo mi segue, mi tuffo letteralmente sul mobiletto e cerco di prendere la pistola e seccare questo che si mette a fare le esplosioni.
Afferro la pistola, mi giro mentre lui si muove per balzarmi addosso. Sparo, ma si inceppa, non gira, qualcosa del genere, la leva dorata mi guarda come a dire, non sei nazista? non spari!
Riarmo il cane, sperando nel culo e risparo e l’odore di Stefano Senesi mi assale come uno tsunami di vomito. E’ tutto coincitato, mi alzo prendo la pistola e vado in bagno, torno di la’, giro il cadavere. Il guanto destra puzza di cenere. Occultare, modificare la scena del delitto e’ sempre una cosa che, comunque vada, un po’ le incula le indagini.
Lo sposto, lo giro, lo rigiro, poi lo metto a pancia in giu’ e gli cerco qualche documento. Niente, lo rigiro a pancia in su’, l’ho preso proprio nel collo, gli infilo la pistola nella mano sinistra, perche’ mi pareva avesse posato la borsa con quella mano e lo siedo sulla piccola sedia in direzione del letto.
Il foro sicuramente confermera’ che il proiettile e’ partito dal basso e quindi la posizione eccetera Ma io voglio solo deviare, mica modificare le indagini.
Tanto a me non ci sarebbero mai arrivati. Apro la borsa e trovo il portafoglio. E’ bello gonfio di cartacce, cerco un documento e lo trovo. Senise Stefano, ispettore, questura di Milano. Questa non mi era ancora capitata.

August 14th, 2005

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