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A vöeri no

Venti franchi non erano poco nel giugno 1894, lo sapeva. Il capo quella mattina non aveva esagerato più del solito a rimbrottarlo e ricordargli che nella vita bisogna lavorare.
Pensava del resto che questa volta non se la sarebbe cavata con pochi mesi di prigione. Uscendo, si girò ancora una volta verso la panetteria, attraversò la strada e si incamminò verso un negozio. Il paesaggio non gli ricordava Milano neanche per un po’. Il gesto invece si, gli ricordava l’Italia, i compagni, la fuga, le urla.
Faceva caldo, sudava, ma lievemente. Aveva il tipico sudore dell’agitazione: caldo, freddo, poi ancora caldo. Le mani sudate, gli occhi costantemente ad asciugarsi con rapidi movimenti della maglietta.

Si era guardato un po attorno, sospettoso, come tutti sapessero quanto si apprestava a fare. Era entrato e aveva deciso di andare subito al dunque, come se fosse naturale quello che stava per fare.
Aveva chiesto il coltello. Non si preoccupava di fingere o nascondersi. Lo disse ad alta voce: Ma questa lama e’ di Toledo?
Certo, gli aveva detto il padrone di quel sudicio e puzzolente negozio, certo che è di Toledo, non vedi il luccicare della lama, la forza che emana. Sapeva per certo che non era di Toledo, ma gli sarebbe bastato. Salutò il bottegaio e si incamminò ancora. Non gli era difficile sapere di vedere tutte quelle cose per l’ultima volta. Sapeva di andarsene, ma ancora di più sapeva che non sarebbe tornato più in quei posti.
Per una volta decideva di restringere a proprio modo la propria libertà. Poi treno, sonno stanco e scomodo su una panchina, tristezza, alito nauseante, freddezza delle mani, sudori freddi, convinzione che scema, convinzione che sale. Può capitare ad un giovane.
Lione, bella città.
Non avendo potuto prendere il secondo treno, che costano queste macchine, aveva dovuto fare l’ultimo pezzo di strada a piedi, aveva ottenuto acqua e qualcosa da mangiare dai contadini.
Vai a vederlo, gli chiedevano, il presidente Carnot, Sadi Carnot certo, gli rispondeva. Grand’uomo. Sapeva perché quelle persone erano così. Le parole erano importanti, gli opuscoli glielo avevano insegnato, è con le parole che la gente la freghi, è con la violenza delle parole e la freddezza delle baionette che la gente la zittisci, pensava. Riflessioni e dinamite.
Abbruttiti dal lavoro, inneggiano a una assassino. Si ma è ricco, aveva osato dire a un contadino sporco con dei calli alle mani che faceva male solo guardarli. Si ma sono i ricchi che ci danno da mangiare.
Sulla strada quelle parole lo trafiggevano come se quella lama di Toledo fosse già conficcata nel suo fianco . Poche ore, poca strada, tanta gente, per salutare il Presidente, per ringraziarlo della fame che gli stava facendo fare, per ringraziarlo degli ultimi morti innocenti, per ringraziarlo di esistere.
Lui, assetato e con l’arsura sulle labbra, si mette tra la folla, ascolta l’inno, le urla, ma non si stordisce, guadagna posizioni, sente sotto la propria mano il giornale e sotto il giornale sente il gelido calore della lama. Passa la carrozza, è il momento.
Ma che fa quel pazzo, cosa fa con quel giornale in mano, levati che non vediamo, matto. Ancora nessuno aveva capito.
Ancora nessuno, durante i pochi secondi che ci mette una testa a crollare sul suo corpo, aveva capito.

Poi un urlo, qualcosa sulla rivoluzione, poi un uomo, fermo in mezzo alla folla, poi il sangue, a colorare di rosso quel giornale, poi i gendarmi, poi il fate largo, fatelo respirare, poi il silenzio e infine l’urlo, Il Presidente è morto.
L’urlo sciagurato di una vecchia, protesa a terra, piangente.
Poi la prigione, il grigiore l’esempio da additare. Il giovane si comporta bene, argomenta le proprie motivazioni, è ironico e tranquillo.
Il Papa e il re insieme? Non li avrei mai uccisi, perché non escono mai insieme.
Qualcuno si stupisce. Non è pazzo. Qualcuno dice: è forte, è duro, è insensibile, non si rende conto. Non ha paura della morte. Non è vero, pensa lui, non è vero.

Poi con precauzione dal boia fu legato,
E in piazza di Lione fu quindi trasportato

Freddo, rapida spazzolata di capelli, ripido sguardo verso l’alto, asfittico, ultimo tragico respiro, silenziosa attesa, guardinga attenzione, meticolosa preparazione, prontezza esclusiva, per lui, vendicatore inascoltato, beatificato, seguito da molti, perfino per chi in America preparava gia’ i bagagli, dopo celebrato, volti accaniti, indici puntati, sguardi obliqui, una lama in alto, immensa, non di Toledo, ma quanto era più grossa della sua, conforti religiosi evitati, sicurezza, paura, sguardo fisso e ancora mani fredde, piedi ghiacciati, muscoli inermi.
Può succedere ad un giovane che va contro l’ordine costituito. Può succedere a chi sfida con solo una falsa lama. Può succedere anche a un garzone. Può succedere a certi.
La lama è lassù. Lui fa un passo indietro. Viva lanarchia!. Qualcuno, spiando dall’esterno lo sente e con ostentata saggezza esclama, E’ troppo tardi per pentirsi.
Qualcuno, in silenzio, dietro tutte le spie, ascolta e piange. Sente le mani fredde, come immagina quelle di quella testa a terra. Troppo tardi per pentirsi. Non vuole che quella frase cada come la lama, ancora una volta, su quel collo.
Si avvicina, la voce tace, è la voce di una giovane donna, scalza. Decide di parlare, di dire una frase importante. Dalla bocca arsa esce solo un No, in mezzo a migliaia di, Stai zitta. Poi se ne va, rapida. Avrebbe voluto dire un’altra cosa. Pensa alla resistenza di quel ragazzo, pensa al sangue del presidente. Non c’era paragone tra l’esercito del Presidente e una finta lama di Toledo. Decise cosa avrebbe dovuto dire, ma era troppo tardi.
La lama sta per cadere, A vöeri no, esclama il giovane.

Spettacolo di gioia Francia lo manifesta
Gridando evviva il boia che gli troncò la testa
Gente tiranna e senza cuor che sprezza e ride laltrui dolor

A Sante Geronimo Caserio, caduto per mano del boia di Francia nel settembre 1894, per aver ucciso il Presidente Sadi Carnot.

August 4th, 2005

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