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L’Attesa

Per descrivere certe passioni, bisogna muoversi nel confine incerto, se mai esiste, tra personale e politico. Perché alla fine la certezza è di ritrovarsi di fronte a una sentenza che chiude molto più di un processo. Che apre nuove scatole, con dentro altre scatole e altre scatole ancora. E in ognuna di esse c’è una storia da scrivere. E ci sarà da cambiarle ancora, le storie, immaginandone diverse. Alla nostra verità di parte sulla Diaz e sul g8. La realtà, non è di questo mondo.

Un anno e più non è uno scherzo, può renderti diverso,
un anno è la fotografia, di te stesso che vai via.
Ha i suoi motivi la paura, dovrei saperlo già da un po’.

Il posto ha un nome che quei tre hanno provato a farsi spiegare. O forse erano altri, in altre composizioni: altri volti, parole, passato. Storie mai incrociate, parole sospese in un tempo freddo, con il calore proveniente solo da una piccola stufa. Odore di legna e di foglie morte. La loro compagnia è una novità della serata: un incontro in un posto, uno spostamento, poco dopo, in un altro. Si erano già ritrovati vicini, senza saperlo. Si erano già ritrovati a osservarsi, senza capirsi. Ognuno dei tre pensa, cataloga, mette in fila, tesse trame, cerca sensi. Ognuno, bisogna precisarlo, riferisce solo a se stesso, perché pare sia finita da tempo la fase del gioco di squadra.

Il posto ha un nome. Il nome può voler dire: casino. O anche: il posto giusto. Anche per aspettare, pensa il primo uomo seduto. Sta comodo su un divano avvolto da una coperta rossa: è duro e leggero, come i pensieri e un nome su una lista, una riga da tirare, un piacere da togliersi. Lui, pensa, è l’altro: quello fregato. Quello, a breve, braccato.
Il secondo uomo non capisce niente delle canzoni: due tipi cantano accompagnati da fisarmonica e chitarra. E’ un suono caldo e scuro, rude e bugiardo. Il secondo uomo sta pensando alla differenza che può esistere tra alcuni concetti espressi a parole. In alcuni casi, per esempio, si dice confusione. In altri, paura. In alti ancora, percorsi molto più banali: una presa in giro, forse. La sua attesa, in ogni caso, sta per finire.
Il primo uomo ha ordinato un liquore composto da vari liquori. Pare sia forte. L’ha scelto non perché debba abbandonarsi a pensieri contraddittori. Ha voglia di dolcezza e gli piace il colore rosso scuro che prende il bicchiere. Con acqua calda a creare un torpore che svanisce in fretta. Fa freddo. Tira fuori il cellulare: è l’ora. Magari la tipa può dargli una dritta. Succedono cose strane, in Italia e quella ragazza sembra saperne alcune parti fondamentali. Gli aveva parlato di percorsi, strade, riti. Confusione.
Il secondo uomo è meno preoccupato. In generale, non che non abbia pensieri. E’ che improvvisamente le cose succedono. E si perde il sonno a pensare a quando sono cominciate. E’ pur vero che a tornare indietro si capisce meglio il presente. Guarda il primo uomo: lui si che è preoccupato. Eppure quella frase l’ha sentita dire proprio da lui. E ha capito di essere nel posto giusto. Quando il passato si può cambiare, la gloria è vicina anche agli sprovvisti del fato.
La donna beve e canta. Capisce alcune parole della canzone, non tutte. Ha un bel grattacapo cui pensare. Vive nel riflesso dell’attesa del uomo. Vorrebbe raccontargli altre attese, vorrebbe spiegarsi. Non lo ha mai fatto. Lo scarto d’età, d’altronde, con il tempo si complica. Ora lo ha visto: ha commesso il primo errore. Quella ragazza, lei sa, non potrà chiarirgli nulla. E’ già tutto piuttosto evidente invece, pensa. Proprio per quel pensiero, come avesse capito che tutto è abbastanza, lei ha deciso che lascerà perdere. Quella ragazza, dall’altra parte, farà di tutto: per non aiutarlo. Lei, la donna, invece: avrebbe potuto fare qualcosa. Quando gli uomini commettono certi errori, perdono in un istante tutto. Sono sempre errori .
Il secondo uomo non sta capendo. Si era fermato a pensare a quello stato in cui hai la percezione della sofferenza. Non ci poteva mica fare niente. Il primo uomo gli avrebbe detto una cosa chiara e tonda, se avesse potuto leggergli nel pensiero: pensi solo a te, gli avrebbe detto. Da che pulpito, avrebbe immaginato il secondo uomo. Quelli come il primo uomo, lui, li conosceva bene. Ne aveva visto un sacco nella sua vita. Delusi, frustrati e pronti a giudicare. Scacciò il pensiero e guardò lei, che guardava lui. Questa cosa, pensa, non deve succedere. Non stasera.
Il primo uomo sospira. Si era accorto di avere tenuto per lunghi istanti lo sguardo fisso. Gli capitava spesso ultimamente. E non ricordava cosa pensava in quegli attimi. Forse quella donna avrebbe potuto aiutarlo, o dargli qualche indizio da seguire. Parole, parole, da buttare. Si chiedeva questo, in fondo: c’è un’altra soluzione oltre a quella soluzione? Allora si è messo a guardarla. E lei guarda lui.
La donna sa già come andrà a finire: quello che stasera è un pensiero, domani sarà una pulsione. La delusione non ammorbidisce, ne è sempre stata certa. Era uscita scorticata viva e si era riguadagnata la pelle abbandonando la ragione. Non c’è ragione né mai ci sarà. C’è la necessità di ricostruirsi la pelle. Per questo gli ha portato il secondo uomo. Gli ha voluto regalare una cosa. Un tempo era stata nella sua stessa situazione. Ma un tempo la storia si raccontava. Ora neanche si sa di viverla. Uomini.
Il primo uomo guarda davanti a sé e osserva la donna. Accenna un sorriso. Poi guarda il secondo uomo. Cerca di ricordare quando lo ha conosciuto, senza sapere neanche il perché. Il secondo uomo ai suoi occhi sembra irrequieto, ma determinato, come si stesse concludendo qualcosa. Un lavoro, un problema, una missione.
Il secondo uomo si chiede che cazzo ha da guardare il primo uomo. E ripensa alla sua storia: ricercatore della prima università che gli era venuta in mente. Venezia: mai stato. Aveva anche studiato tre mesi per arrivare preparato. In fondo l’idea non era stata male. Gli piacevano i diversivi. In alcuni casi si dice: colpi di fortuna.
Il primo uomo pensa di essere pronto. Sa già come finirà. Dal cellulare nessun segnale e non è una novità. Disadattato. Confondere le cose non è da lui, ma c’è rimasto in mezzo, come si suol dire. Incastrato, senza sapere bene perché. Sente l’atmosfera delle grandi decisioni: se sarà come immagina, dovrà fermare la sua rincorsa. Per un po’ di tempo, almeno. Avrebbe bisogno di: qualcuno che gli spiegasse le cose, in un altro modo.
Il secondo uomo comincia a battere il tempo col piede, a terra. La chitarra si è fatta rapida e spinge verso accordi tambureggianti. La fisarmonica si muove scattante, a cercare suoni improvvisi, da adattare alla nuova velocità del ritmo. Lui guarda il primo uomo e pensa che è il momento di uscire a fare una pisciata. E una telefonata.
La donna vede il movimento del secondo uomo e si scosta, per farlo passare, senza neanche guardarlo in faccia. Quello che ci voleva, pensa. Rimanere soli, un attimo. Qualche istante per accorciare le distanze e provare a ricacciare indietro il pensiero. Da quanto non ci pensa, si ripete. Da quanto non ne parlo, sussurra. Il secondo uomo è ormai verso la porta, la donna si avvicina al tavolo e guarda il primo uomo davanti a sé. E come ogni volta che una persona ha voglia di spiegarsi, comincia il discorso con una domanda. Ascoltare, per parlare: non tutti lo capiscono.
Il primo uomo inizia, senza sosta: è che la gente non sa, dietro quale dolore si nasconde una notte, esordisce. E non si possono sapere i peripli che una vita prende, cercando di mantenere intatto un modo di essere. Finché ti accorgi di essere cambiato, perché hanno voluto cambiarti, forse. E sai che andrai incontro solo a oblio e delusioni, incomprensioni, solitudini, mestizia, rabbia, pazzia. Ma in fondo, mi chiedo, aggiunge: è una via di fuga, o un’ulteriore accettazione delle cose? Si ferma e riprende a parlare: leggo di giudizi: e ora qualcuno si rimetterà a fare questo e quello, a seguire strategie suicide, quando invece è meglio lasciare perdere. E’ questo che non so fare, aggiunge l’uomo, lasciare perdere. La vita, ribadisce, forse è solo questo: verificare i propri limiti, scegliendo. E più scegli e più sei insofferente. E più sei insofferente, più ti accorgi di esserlo. E guai se avessi un coltello, termina, per tagliare.
La donna osserva le mani, le braccia, i movimenti del primo uomo. La vita è un calcolo razionale dei limiti, quando li consideriamo irrazionali. E lei lo ha messo di fronte alla possibilità di capirne uno, tutto suo. Tra qualche ora, pensa, il primo uomo saprà di diventare un braccato. Può eliminare fin da subito un nemico: il secondo uomo. La donna si chiede se ne avrà la forza, la disperazione. E si augura di no. Ma sa bene che in quella notte, per lei, non ci sarà dolcezza. Non darà niente a un corpo alla ricerca di una meta irrealizzabile. Ha già dato ascoltando. Ora tocca solo a lui.
Il secondo uomo ora ha un problema: la telefonata è stata chiara: cancellare. Eliminare. Togliere di mezzo. Levare dal cazzo, annientare, spaccare tutto. La ragazza con cui ha parlato era stata chiara: il primo uomo mi ha cercata. Ha capito. Vuole sapere. Quindi, aveva risposto il secondo uomo? Quindi, aveva risposto quella ragazza, cancellare, please. Il problema a quel punto era la donna. Tra quei due qualcosa doveva essere successo. Forse proprio la notte in cui lui si era addormentato e non aveva seguito quei due per le viuzze. Ogni tanto li vedeva prendersi la mano, nelle notti passate. E quella notte, ne era certo, la dolcezza doveva vincere per quei due. Due idee, mica due persone. La notizia che stava per arrivare avrebbe sviluppato traiettorie strane, rapide e desiderose di calore. Si toccò sotto la spalla destra. Era lì, calda, pulsante, attiva, pronta. Il secondo uomo entra nel bar e li vede. Stanno parlando. Se è come pensa, ha un fottuto problema.
La donna osserva l’entrata: intravede il secondo uomo farsi avanti. Guarda il primo uomo e gli dice, semplicemente: quello è un tuo nemico. Il primo uomo la guarda. E’ bianco, spettrale, non ha più le parole pronte. Nessuna citazione, frase, ricordo, frammento. Sorseggia la bevanda e capisce: non si scherza mica più. Le chiede in che senso stia parlando. E lei rapida, le sussurra un nome. Un ricordo della memoria, lontano per interi giorni e riaffiorato solo in quegli istanti che precedevano la notizia tanto attesa e già sospettata. La donna decide che sarebbe andata via, subito.
Il primo uomo osserva la donna e poi il secondo uomo. Sta per entrare. Ha il passo deciso, si tocca sotto la spalla e il primo uomo capisce. Attorno a loro ci sono tre persone, non di più. Il primo uomo pensa, rapido: al tribunale, alle sue uscite, agli strani incontri, ai personaggi che si muovono in silenzio, senza riflettori. Uomini che agiscono, cambiano, motivano e determinano. Uomini che fanno la storia. Uomini come il secondo uomo.
Il secondo uomo entra e fa in tempo a vedere la donna che si alza e se ne va, senza salutare nessuno. Guarda fissa davanti a sé: ha gli occhi sbarrati. Il secondo uomo si mette di fronte al tavolo. Il primo uomo lo guarda. Si osservano ed è fin troppo chiaro: hanno capito tutto. Potrebbe fare un bel casino, ma decide di sorridere, il secondo uomo. La situazione si mette bene, pensa. Il primo uomo ha già capito: non c’è uscita. Loro sono dappertutto. E’ una guerra.
Non l’hanno mica ancora capito, pensa il secondo uomo, mentre si siede, sorridendo.
La donna cammina, appoggiando i piedi a terra con un ritmo tutto suo. Ha visto, ha pensato, ha sognato: le catenelle, i sospiri, i sorrisi, i pianti, le botte, la violenza, il male. E a breve tutto diventerà storia: dimenticata, mai raccontata. Finirà nel buco nero della vulgata comune. Diventerà un’altra cosa, un’altra storia.

November 17th, 2008

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