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Banditi e Pezzi

Eh ti, bambin, te parlet semper delle dure… le dure de chi, le dure de la’, ma te capis’ nagot. te’l disi mi! te set un bauscia come to padre….
Le dure eranno mica uno scherzo, te’l dis vun che le ha fatte, bambin! La gente ci lasciava le penne sul serio, non come nei racconti che leggi o nei film che vanno tanto di moda adesso anche se li hanno fatti trent’anni fa. Te set’ che vuol dire morta? Stecchita? Lo hai mai visto un morto? Io si, per cui sta buono li e sculta…

Eravamo in quattro: io, lo shuz, il bamba e il nuvolari. Tutti e tre eravamo di Milano, tranne lo shuz, che era del posto. Fare le rapine negli anni 70 non era difficile, ma c’erano posti e posti, e per noi delle batterie fare la cosa piu’ difficile era una sfida che non potevamo non bancarci. Valeva la pena anche se non c’era da guadagnarci un cazzo di niente. E farle in citta’ o nei paesini vicino alle citta’ era una cosa, ma farle in alcune regioni in cui delle dure non sapevano un cazzo poteva essere un incubo oppure liscio come l’olio. Non c’era modo di saperlo prima.

Lo shuz ci diceva che in sud tirolo nessuno faceva le dure.
– Ma che cazzo dici shuz? Figurati se nessuno fa le rape a Bolzano! E perche’?
– Primo perche’ nei paesini ti riconoscono subito come un forestiero che non parli tedesco e alla fine ti tengono d’occhio. Secondo perche’ dove pensi di poterle fare se non a Bolzano, e una volta che l’hai fatta dove scappi? Sulle montagne? Facile, gli sbirri ti aspettano dall’altro lato del passo e ce l’hai nel culo, non e’ mica la barbagia, e’ il Tirolo!
– Se vabbe’… Scommettiamo?
– Beh, forse se ci vengo anche io….
– Ma va la’! Crucco del menga… te set propri un ganasa!
Fu cosi’ che decidemmo di fare una dura lassu’ a Bolzano. Se ce la facevamo, lo shuz gli toccava di mangiar polenta un mese. Il caso che non ce la facessimo non necessitava di una contropartita. Questo era chiaro a tutti, ma se non fosse stato cosi’ perche’ mai avremmo dovuto fare quello che stavamo facendo?
Il piano era semplice: si andava su, con il nuvolari alla guida della macchina che avrei dovuto recuperare io fuori milano. Arrivati su si puntava alla Banca di Roma in centro a Bolzano, vicino al Tribunale. Poi si puntava dritti verso il Friuli. Lo shuz sosteneva di conoscere una strada che ci avrebbe garantito il tempo necessario a tenere a distanza gli sbirri e a passare un paio di valli verso il trentino, dove sbucare per poi portarsi di nuovo in veneto e da li’ in lombardia.
Se non eravamo costretti a bucherellare nessuno sgherro potevamo farcela. Ma c’era da correre sui monti, e nessuno di noi era sicuro che ce l’avrebbe fatta. Ma eravamo o no una delle batterie della Comasina?

Beccare la macchina a Cormano fu come bere un bicchier d’acqua. Ormai ero esperto e con le macchine di una volta era quasi una barzelletta una volta che avevi capito i due trucchi del mestiere. Poi bastava scegliere con attenzione la macchina e la zona e non se ne sarebbe accorto nessuno per almeno una ventina di ore. Il tempo necessario a cambiare la targa con un’altra macchina a milano e aggiungere il giusto tempo ad eventuali controlli.
Alle nove di sera ero in piazza a raccattare il nuvolari, che senza neanche parlare mi prese le chiavi di mano mettendomi a cuccia sul sedile del passeggero. Nel giro di due ore recuperammmo anche il bamba e lo shuz. Entrambi erano accavallati e avevano un pezzo anche per me. nuvolari guidava e non ne doveva aver bisogno. Poco dopo l’una eravamo nei dintorni di Bolzano e lo shuz ci indico’ la strada per arrivare a un’area di sosta dove dormire la notte. Meglio non infilarci in un cazzo di albergo, dove la gente avrebbe notato subito tre stranieri.
La mattina prendemmo e camminammo per tutta la strada che incrociava le superstrade fino ad arrivare dopo un paio di svolte al tribunale. Che posto di merda: come se non bastasse il fatto che a ognuno di noi rinverdiva l’idea che da un momenot all’altro avremmo potuto guardare il mondo da dietro un set di sbarre, il tribunale di Bolzano si rivelava una vera merda, con dei bassorilievi che anche a voler essere fascisti non si capiva come li si potesse apprezzare. In ogni caso solo il bamba di noi aveva delle simpatie da quel lato della politica e non ci teneva molto a farlo notare a me e al nuvolari che tutto sommato alla sezione del PCI ci eravamo cresciuti insieme ai nostri genitori. In ogni caso il bassorilievo del duce a cavallo con il braccio teso e gli eritrei magri che lo temono faceva sorridere chiunque avesse studiato storia entro la terza elementare.
Poco piu’ avanti c’era la Banca di Roma: un bell’edificio nuovo, con un paio di guardie che sembravano sicure del fatto loro. Davanti alla banca partivano due vie che andavano verso altrettante superstrade. Lo shuz ripassava mentalmente le strade dove era passato ormai dieci anni prima, quando si era trasferito a Milano attirato dalla speranza di una vita piu’ interessante che a Bolzano.
Finito il sopralluogo decidemmo di fare un giro in superstrada per vedere dove cazzo saremmo finiti il giorno successivo. Il viadotto era pieno di gallerie e circondato dalle montagne. Con un passo a lato della strada eri gia’ in mezzo ai boschi e se conoscevi le strade potevi arrivare lontano. Se il fiato ti reggeva. Sarebbe stata dura.

A sera ritornammo verso Trento per bere qualcosa e poi alla piazzola. Alle sei di sera la banca chiudeva, e il tribunale era ormai deserto che giudici e avvocati lavorano alacremente a mandarti in gabbia solo fino alle tre del pomeriggio, tanto per non sciuparsi troppo. Se tutto andava bene alle sette potevamo essere sulle strade di montagna e camminando tutta la notte potevamo evitare il congelamento e arrivare a destinazione, nelle valli che ci avrebbero dovuto garantire la copertura.
Nuvolari ci porto’ fino all’inizio della strada principale, poi si mise appena dopo la banca, parcheggiato di fronte a un ufficio chiuso. Io, il bamba e lo shuz dovevamo fare tutto in fretta: disarmare le guardie approfittando del fatto che shuz avrebbe parlato loro in tedesco in modo da evitare fraintendimenti, recuperare l’incasso del giorno dai cassieri, filare. Se nessuno faceva lo stronzo la parte difficile sarebbe stato solo correre in montagna. Il resto del lavoro non era diverso da decine di altre rapine che avevamo fatto in batteria nei mesi precedenti.
Per fortuna filo’ tutto liscio e nel giro di dieci minuti eravamo in macchina, ridendo delle guardie legate alla porta girevole nuova di pacca della banca. Nuvolari era un maestro del cambio di marcia. Poteva portarti con una calma glaciale fino ai bordi della citta’ e poi trasformare una strada di campagna in un circuito di F1. E cosi’ fece. Appena usciti dalla citta’ inizio a spingere sull’acceleratore ma forse non fu una grande idea, perche’ in men che non si dica avevamo i canazzi alle calcagna. Inizziammo a salire cercando di seminarli e schivando le pallottole che iniziavano a fioccare a ogni segnale di alt non rispettato.
A un certo punto non c’era niente da fare.
– Shuz, dove cazzo ci infiliamo. – gli dissi sperando che avesse un’idea dignitosa. Anche perche’ se non ce l’aveva eravamo decisamente fottuti.
– In macchina da nessuna parte.
– Senti shuz, se non ti fai venire un’idea subito tra pochi km questi ci tirano.
– Possiamo provare a piedi….
– A piedi ? – gli grida il bamba – A piedi? E che cazzo facciamo scendiamo dicendo “arimo” e poi ci lanciamo nella macchia? Ma sei scemo o cosa?
– Vedete, qui nella guncina c’e’ una tradizione non scritta. Nessuno si infila nei boschi che danno su questa montagna giu’ fino al ruscello di notte. Nessuno. Se ci riusciamo a infilare li’ gli sbirri ci aspettano di la’ dalla galleria. E noi si puo’ tranquillamente andare dall’altra parte e sperare che si rompano le palle di aspettare che usciamo dai boschi la’ dove ci aspettano. Pero’ … Non so… Non e’ che mi fidi molto…
– Ma vaffanculo, shuz, un posto dove non entrano gli sbirri e’ il posto che ci serve. Che cazzo fai ti metti a credere alle leggende di tuo nonno? Accavallato, con il bottino nel bagagliaio e braccato? Dai, disciules.

Fu cosi’ che decidemmo di buttare la macchina di traverso in mezzo alla strada, con il muso incollato al guard-rail. Scendemmo alla velocita’ della luce e ci fiondammo dietro la macchina per fare un fuoco di copertura che tenesse gli sgherri lontani abbastanza da dileguarci nel sentiero su cui ci portava Shuz. Una vera e propria situazione di merda, come dei topi in trappola. E li’, colpo di genio del bamba, che a questo punto ci tocco’ di cambiargli soprannome: piazzo’ l’automatica incastrata nel volante che puntava attraverso il finestrino anteriore, con un elastico da portapacchi fisso’ il grilletto in posizione tirata bloccandolo sulla portiera opposta. Cosi’ ogni tot senza una sequenza precisa partivano raffiche che tenevano a debita distanza i canazzi che ci intimavano di arrenderci. Quando si resero conto che non c’era piu’ un cazzo di nessuno, noi eravamo gia’ scesi lungo il crepaccio fino al ruscello, per poi continuare verso valle. L’idea di base di shuz era di farci passare la valle in basso e poi risalire nell’altra valle, per girare intorno alla montagna e scendere in paese, prendere una macchina e andare verso il veneto. In effetti cosi’ come te lo sto raccontando non sembra un grande colpo ben studiato, ma ti assicuro che era uno di quelli nei quali ci siamo prodigati nella logistica del colpo e nella preparazione. Pero’ la sfiga non conosce confini. Dimmi te se ci si devono mettere dietro per un eccesso di velocita’ di notte su una superstrada tirolese!

In ogni caso il sentiero scelto dallo shuz era veramente buio. Si buttava nel bosco di fianco alla superstrada scendendo subito verso valle passando in un tunnel nella base dell’autostrada, probabilmente un deposito per il materiale della strada. In ogni caso shuz aveva ragione: gli sbirri non ci seguivano. Dopo un po’ mentre eravamo gia’ un po’ a valle sentivamo le macchine che si portavano con le sirene dall’altro lato della montagna.
La cosa ci galvanizzo’ parecchio e cominciammo a scendere piu’ velocemente per toglierci dalle palle prima che il sole sorgesse dando la possibilita’ a tutta la pula del trentino di cercarci palmo a palmo nella provincia di Bolzano. Il sentiero tra le rocce scendeva parecchio ripido per un paio di chilometri, nel buio pesto… gli unici rumori che si sentivano erano gli uccelli notturni e le cicale: un casino pazzesco, che quasi ti stordiva. Non c’era luna quella notte ed era un bordello pazzesco vedere dove stavamo mettendo i piedi. Camminavamo incollati allo shuz sperando che la sua memoria di adolescente non lo tradisse.
A un certo punto lo perdemmo di vista. Ti assicuro che avevamo affontato sbirri, sparatorie, mafiosi, gente di ogni risma che voleva farci la pelle, ma rimanere da soli di notte in quel cazzo di bosco con l’unica prospettiva di buttarci in bocca agli sbirri o ai canazzi non era esattamente qualcosa che ci metteva a nostro agio.
– Dove cazzo sei shuz?
– Dai non fare il coglione, esci fuori e tiriamoci fuori da questa merda!
– Forse la’ in fondo.
Il nuvolari si lancio a capofitto dietro quello che gli sembrava una luce. Io e il bamba lo seguivamo ormai non piu’ appesantiti dai pezzi. Subito dietro una svolta appena dieci metri sopra una lastra di roccia che si gettava diretta nel torrente, vedemmo il nuvolari che si infilava dentro una porta di legno vecchia e marcia che era stata fissata con dei cardini di ferro alla roccia. Ci stavamo gia’ chiedendo che cazzo stesse facendo se non lo avessimo visto uscire a razzo dal buco ricavato nella roccia. Era pallido come un cencio e ci mettemmo non poco a farlo parlare. Non lo avevamo mai visto cosi’ e devo ammettere che ci mise un bel po’ di sgaggia addosso. Quasi dovemmo menarlo quando lo shuz emerse dalla caverna, con il nuvolari che gridava che era morto e che non poteva camminare ancora. Pensammo che gli avesse dato di volta il cervello, lo trascinammo fino al torrente e gli pucciammo la testa nell’acqua gelida: a quel punto sembro’ ritornare in se’.
– Giuàn, te gu di’ che era morto stecchito. Io ho visto lo shuz in quella cazzo di caverna mezzo squartato, come se lo avessero beccato degli uccellacci del malaugurio. Me sun caga’ adoss’. Pero’ l’ho visto.
– Ma che cazzo dici nuvolari, non e’ che avrai la febbre e ci tocca di portarti a spalla fino al veneto ? guarda che ci servi in forma per guidare tra un paio d’ore…
Pero’, bambin, il nuvolari era veramente spaventato, come non l’avevo visto neanche nei momenti piu’ duri della nostra vita di batteria. A quel punto per tranquillizzare entrambi, dato che anche lo shuz non sembrava troppo contento di essere additato come un morto che cammina, io e il bamba decidemmo di dare un occhio alla cazzo di cripta. Entrammo brandendo l’accendino del bamba e ci guardammo intorno: nella roccia era stata scavata una specie di stanza che nei tempi andati serviva chissa’ a che cosa. Sulle pareti c’era scritto un po’ di tutto, con qualche data del 1800 o della guerra. Stavamo per uscire per dire a quei due deficienti che le leggende del nonno di shuz dovevano avergli giocato uno brutto scherzo e che forse ormai erano diventati troppo vecchi per le dure, quando facemmo l’errrore di puntare l’accendino scarico del bamba per terra. Per fortuna si scarico’ quasi subito, ma quello che c’era per terra ci basto’ per uscire e dire a shuz e nuvolari che era meglio darsi una mossa e che la caverna era vuota. Ogni dettaglio in piu’ era meglio tenerlo per noi… Il pavimento della piccola stanza scavata nella roccia era cosparso di scheletri quasi interi. Gia’… quasi, perche’ nella maggior parte dei casi agli scheletri mancava una parte del corpo. Ma questo poteva pure essere tranquillamente un resto della guerra che anche qui in Tirolo aveva mietuto parecchie vittime, nel pieno del territorio tedesco non doveva essere stato facile fare i partigiani. Quello che mise anche noi di pessimo umore fu che non tutti gli scheletri erano proprio scheletri… Diciamo che diversi erano piu’ corpi mutilati che scheletri. Io mi ricordo solo un corpo con gli occhi azzurri che mi guardava tenendosi la spalla sinistra da cui era stato strappato un braccio. E strappato non e’ un eufemismo in questo caso.

Beh, comunque non potevamo certo stare li’ a capire che cazzo era successo in quella merdosa caverna. Per cui gli dicemmo che non c’era un cazzo e che erano fuori di testa, ma non so se fummo davvero convincenti, perche’ lo shuz aveva uno sguardo strano che non mi lasciava tranquillo.
Proseguimmo lungo il torrente senza neanche un raggio di luce, e con le cicale che ormai mi stavano portando alla pazzia. Seguendo shuz a un certo punto attraversammo il torrente e in basso iniziammo a sentire dei rumori e delle voci. A questo punto ci toccava di capire che cazzo stava succedendo: sulla destra c’era una vecchia torre romana, seppi solo dopo che si chiamava la Torre di Druso, appollaiata su una piccola collinetta. D’istinto mi misi a salire verso la torre, scavalcando la recinzione di una chiesetta che stava giusto attaccata alla base della collinetta su cui era stata costruita la torre. Ero a meta’ del muro di recinzione quando mi girai a guardare e vidi che dietro di me c’era solo il bamba, mentre nuvolari e lo shuz mi guardavano atterriti.
– Diocane muovetevi! Andiamo su diamo un occhio e decidiamo che cazzo fare.
– Non ci salgo li’ giovanni, non ci si sale…
– Ma che cazzo dici shuz? Muovi il culo che se pensi che ce la smazziamo io e il bamba puoi anche andare a fare in culo e non farti vedere mai piu’
Il nuvolari era silenzioso. Dopo dieci minuti di discussione a me e al bamba ci tocco’ di scendere per andare a prenderli di forza. Alla fine con quattro spintoni arrivammo fino al muro della chiesetta e ci buttammo dentro. Fu in quel momento che le cicale smisero di fare quel rumore di inferno. Me lo spiegai con la vicinanza della strada.

Una volta attraversato il cortiletto della chiesa ci portammo alla base della collinetta. La chiesetta era sprangata dall’interno e la cosa ci convinse che non eravamo interessati a saperne di piu’. Shuz provo’ a spiegarci qualcosa sottovoce ma preferi’ zittirlo con un vaffanculo ed evitare di sapere cose che non ci avrebbero reso la vita piu’ facile. Per quanto ne so la chiesetta e’ ancora li’ e ancora chiusa. Se alla fine di questa storia ti regge vai a darci un occhio. Puoi anche dormire nella villa che c’e’ di fianco alla chiesa, che tanto e’ disabitata, nonostante sia costata un patrimonio. La gente e’ strana, no?
In ogni caso salimmo sulla torre passando per una porticina alla base in mezzo a vigneti incolti che dominano quel pezzo di terra. Le scale che portavano in alto erano marce e non c’era un filo di luce. Forse per colpa dei mattoni sentivamo piu’ freddo all’interno che fuori nella notte bolzanina. Shuz e nuvolari erano due lenzuoli, mentre io e il bamba facevamo finta di non sperare che questa torre non avesse nulla a che vedere con i corpi mutilati che avevamo visto lungo il sentiero.
Arrivammo in cima rapidamente guardandoci le spalle da una sensazione di merda e dal pianerottolo dove qualche secolo prima i romani guardavano l’arrivo dei reti e dei germani ci mettemmo a capire che cazzo succedeva sulla strada: macchine degli sbirri ovunque, un posto di blocco in piena regola. Solo shuz di noi era accavallato dato che i nostri ferri erano rimasti alla macchina, e a questo punto non si metteva male, ma peggio. Io e il bamba ci guardammo cercando di farci venire un’idea, ma la testa era vuota.
– Merda.
– Merda. – mi fece eco il bamba
– Che cazzo facciamo adesso, shuz? Non ce l’avevi mica detto che il sentiero riportava sulla superstrada. Mo ci tocca ritornare verso la montagna… Diocane.
Shuz non parlava e guardava verso la finestra che dava a nord, nella direzione opposta agli sbirri.
– Shuz, diocane, rispondi che qui tra un po’ siamo nella merda fino al collo!
A un certo punto shuz si giro’ e spiano’ il ferro contro nuvolari, gridando come un ossesso delle robe in tedesco che ovviamente nessuno di noi capiva. Prima ancora che potessimo intervenire, sentimmo partire il primo colpo. Nuvolari ando’ giu’ secco senza neanche capire perche’, mentre shuz cominciava a sparare a destra e a manca, facendo tra le altre cose un bordello che ci avrebbero sentito fino a Milano.
Io e il bamba non perdemmo tempo a chiederci un cazzo. Ci lanciammo giu’ dalle scale marce sentendo i gradini che si sbriciolavano dietro di noi. Arrivati a terra passammo di fronte alla chiesetta per saltare il muro. Non sono mai riuscito a ricordare con chiarezza se la porta della chiesetta fosse o meno socchiusa. Ci ho pensato tanto in questi anni e non sono mai riuscito a mettere a fuoco quel particolare. Le cicale erano ancora zitte ma c’era un rumore strano che mi si fermava nelle orecchie… Stavo per girarmi e tornare indietro sperando che shuz avesse finito le pallottole, quando senti il corpo del bamba cadermi su un piede. O almeno era una parte del corpo del bamba, io vedevo solo il braccio. Ma il bamba non stava gridando e io non avevo voglia di controllare.
Nel giro di mezzo secondo ero oltre il muro con uno dei due sacchi pieni di lira, chiedendomi ogni passo come cazzo avrei fatto a schivare il quintale di piombo che mi si stava per rovesciare addosso. Le urla di shuz e di qualcos’altro mi convinsero che era meglio provare a passare gli sbirri che tornare indietro e finire come i miei tre soci.
Arrivato alla fine del viottolo mi avvicinai al bordo della strada, cercando disperatamente un cespuglio, un sottopasso, un pertugio sulla riva del torrente. Non c’era un cazzo. Pero’ era tutto molto silenzioso. O meglio, erano tornate le cicale. E shuz non sparava ne’ urlava piu’. Sporsi il naso dall’angolo del viottolo che dava sulla superstrada. Non c’era nessuno. Nulla.
Mi buttai a rotta di collo verso la strada tanto non ci credevo. Misi la mano sull’asfalto… Freddo. Cercai tracce di qualche presenza di un posto di blocco ma non ce n’era manco mezza. Non rimaneva molto da fare: mi avviai verso est per cercare una macchina da rubare nel primo paese e portarmi in veneto il piu’ in fretta possibile. Il tirolo mi aveva gia’ dato abbastanza guai, anche se avevo vinto la scommessa…
Appena prima di incamminarmi mi voltai a guardare la Torre di Druso. Era silenziosa come la vidi la prima volta un paio di ore prima e le sue finestre erano buie e spente. Ma io sapevo che li’ dentro c’erano ancora i miei soci, o quel che ne rimaneva. E forse non erano esattamente soli.

July 25th, 2005

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