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Bei Tempi

Dammi quei cazzo di soldi.
La puttana continuava a guardarlo con aria di sfida: le diede un calcio sulle ginocchia e quando fu a terra, tiro’ fuori dalla borsa i soldi.
Le sputo’ addosso e usci’ dall’angusta entrata del piccolo appartamento. Sole. chinga tu madre, sole di merda.
Amava il vento, il cielo grigio, e un’ombra chiara a legittimare i suoi occhiali da sole.
Sto sole di merda, pensava mentre cercava riparo tra le mura di vicolo san bernardo, poi pollaiuli, san lorenzo. Fuori dal suo territorio si sentiva piu’ rilassato, niente controlli, niente paranoie, sbirri che puoi guardare in faccia con aria tranquilla, senza mettere mano al ferro.

Discesa rapida, verso il molo. Un bel caffe’. Gira a sinistra, sotto i portici, avanza e proprio di fronte al mercato di piazza cavour i tavolini fuori vuoti.
Si tocca la pancia che ha fame. Ha un panzone schifoso, pensa. Quando era in uruguay, montevideo, cerro, era un figurino, come gli diceva sua sorella. Poi era diventato un cesso d’uomo e con la pistola in realta’ non aveva mai avuto grande dimestichezza.
Due panisse, divorate in un secondo.
Ritorna stancamente al bar. E’ incazzato nervoso, incazzato.
C’e’ anche ombra pensa. Al banco. Un caffe’.
La ragazza lo guarda appena, sta smadonnando contro qualcosa. Urla e sbraita col fidanzato, che spunta dal retro, dove ha ingaggiato una sfida con una scatola di brioches.
In strada il solito viavai. Davanti a lui passa per la terza volta una ragazza. Occhiali da sole, braccia conserte, rapidi movimenti della testa.
Sta aspettando un torello, pensa. Ha grande spirito di osservazione. Al Cerro sapeva tutto di tutti, non si faceva mai i cazzi propri. Il suo giro di estorsioni lo aveva iniziato cosi’, minacciando di rivelare scopate, sniffate, traffici di armi, prostitute, sigarette.
Poi quei cazzo di rossi lo avevano inculato. Uno di loro gli aveva infilato la canna della pistola talmente in gola che si ricorda ancora, aveva pensato di morire li’.
Poi lo hanno lasciato. Su una nave carica di merda. Per sta citta’. Genova, manco sapevo che esistesse.
Posa la tazzina, sfila una sigaretta MS, morbide, l’accende. In quell’impercettibile istante in cui gli occhi si distraggono dal punto rosso che spunta dalla cima del cigarro e ripuntano davanti, in una lenta virata verso l’alto, sente un rumore stridulo. Una frenata. Si gira ormai al terzo sparo. Ne vede solo due, a volto scoperto, non fa tempo a osservarli che gia’ gli danno la schiena.
Due uomini sono a terra, un terzo e’ in auto, riverso sul volante. Spiegato il clacson che lo stava facendo uscire fuori di senno. Si alza, facendo cadere la tazzina sul tavolo, corre verso l’auto. Si gira, vede altri due allontanarsi rapidamente a piedi, salire su un’auto e via, tranquillamente. I capelli lunghi e il passo erano della ragazza ansiosa di prima.
Gente che urla.
Cazzo. Cosa e’ sta roba.
Non ci pensa un attimo e rapidamente, cercando di non dare nell’occhio, avanza verso levante, salendo le scale e piano piano, recuperando fiato, espirare inspirare, rallenta la sua marcia. Si ferma sul cortile della chiesa di santa maria di castello.
C’e’ una madonna che ha una mano con sei dita, raffigurata in quella chiesa. Lo legge su un’insegna appena fuori dal muro.
Chissa’ che poteri, pensa.
Si siede su un muretto, vede uscire gente dal portone, finge di allacciarsi le scarpe per chinare la testa.
Di sotto, a qualche centinaio di metri, si sentono le sirene degli sbirri.
Un agguato. Sicuro. Meglio starne fuori. Si accende una sigaretta, punta una panchina nel giardino qualche metro in su.
Si addormenta in una decina di minuti.
Sogna di lui al cerro, con sua sorella, mentre camminano tra i cassonetti in fiamme, cosi’ come quando si va a fare shopping. Mentre camminano una macchina si ferma e gli sparano, sua sorella cade, lui cerca di prendere la pistola ma non la trova, la cerca ovunque, sul corpo della sorella e inizia sventrarla per trovare quella cazzo di pistola, ma niente. Arrivano su di lui e si sveglia.

Tutta colpa di quella puttana. Se non le avesse rotto il cazzo coi suoi piagnistei, sarebbe stato tranquillo e magari se la sarebbe pure scopata.
Invece si era innervosito.
Risultato: da tre ore in questura per quel cazzo di omidicio. Brigate rosse, sai che me ne fotte, pensava. Lo avevano beccato grazie a quella stronza del bar che lo aveva descritto ad alcuni sbirri. Tra cui quel figlio di troia della mobile cui passava un po’ di informazioni su qualche spacciatore, in modo da poter garantirsi i suoi traffici. Detestava la droga, lui.
Arriva lo sbirro, vicino a lui un uomo vestito bene. E’ il mio avvocato, pensa.
Ci manca che mi inculano per quei comunisti di merda, pensa. Lo sanno tutti come la penso io, pensa. Non c’entro un cazzo.
Ciao, fa lo sbirro.
Lui muove appena la testa.
L’altro, quel fighetto sfigato che gli dira’ che cazzo deve fare per cavarsela con cinquant’anni, anziche’ milleduecento, si leva gli occhiali.
Senta, lei dove era eccetera eccetera.
Avvocato, urla, io non c’entro una minchia con sti qui.
Stia calmo, vogliamo solo sapere cosa ha visto.
E’ un magistrato, gli fa lo sbirro.
Speriamo ci vorrai dare una mano, fa quello vestito bene.
Dirne una per farne capire cento. Ecco cosa aveva capito.
La situazione cambiava.
Si limito’ a raccontare la sua sosta al bar, gli spari, gente che scappava e si di schiena si, era riuscito a vedere i lineamenti di un tipo. si lo aveva visto. lo ripete due volte.
Per ora basta, la chiameremo per un confronto tra sospetti.
Va bene, posso fumare?
Levati dal cazzo, dice lo sbirro.
Ci vediamo.
Certo.

E’ lui.
Non era difficile visto che lo avevano messo, quel Maria, Naria, Salcazzaria come cazzo si chiamava, tra cinque sbirri che in pratica conosceva tutti.
Esce soddisfatto.
Sono proprio un panzone figlio di troia, pensa.
In culo ai rossi. Le nubi parevano scostarsi dall’orizzonte e per una volta fu felice di poter guardare senza gli occhiali scuri, quella palla infuocata lassu’.
Bei tempi, penso’.

August 12th, 2005

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