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Break Fast War

Dopo un mese era ormai diventata una routine. Svegliarsi la mattina nella camera dell’hotel a quattro stelle, vestirsi in fretta, scendere e fare colazione. Il buffet, un panino, una brioche, un po’ di marmellata di ciliegie (che non si riusciva mai a sapere in anticipo in quale dei contenitori di ceramica bianca sarebbe stata messa), un po’ di burro, lo yogurt, il the alla menta, un bicchiere di apfelsaft.

Ed e’ proprio nel bel mezzo delle routine che la realta’ si anima con i fantasmi dell’immaginazione, o forse sarebbe piu’ credibile dire che le immagini dei sogni ancora freschi nella mente iniziano a imporsi sulla realta’ trasformandola in qualcosa che non e’ ma che potrebbe essere.

Seduto sulle poltroncine gialle imbottite dello Sheraton, davanti a bassi tavoli di vetro cosparsi di qualche rivista tanto per dare l’impressione di ospitare persone dedite alla lettura e quindi implicitamente intelligenti, una mattina stavo osservando i business men e gli insopportabili avventori dell’hotel avvicinarsi fedelmente alla sala colazioni. Trenta-cinquant’anni, giacca, cravatta, bronze’ anche se siamo a novembre a Bolzano, sicumera e incrollabile fede nel denaro e nella propria carriera. Vuoto intorno.
Le persone normalmente sfilano dall’ascensore lungo il corridoio di fronte al banco della reception (e di fronte ai divani gialli imbottiti ipnotizzati dal mega schermo al plasma che narrano le tradizioni e i costumi di pesca di un paesino sul Talvera), infilandosi in una porta a due ante che porta alla sala per le colazioni. La porta da’ su un corridoio fiancheggiato da diversi comparti del buffet, a sinistra dolce, a destra salato. Oltre il confine destro del corridoio i tavoli ingombri di vettovaglie gia’ predisposte per il frugale o meno pasto mattutino.

C’era qualcosa di strano nell’aria. Qualcosa che mi risultava difficile definire. Le persone si stavano disponendo in maniera improbabile. Normalmente le persone in una sala da pranzo o in un qualsiasi luogo in cui debbano condividere lo spazio vitale con altri, si dispongono secondo la logica della genetica delle popolazioni e dei processi di speciazione: prima si occupano i luoghi piu’ distanti possibili dagli altri esemplari della stessa specie, progressivamente dimezzando le distanze fino a essere disposti in maniera uniforme nello spazio disponibile, come una specie di coltre vivente.
Quel giorno no. Alcuni si andavano disponendo sul lato piu’ vicino alla porta, altri verso il fondo, nei pressi dell’ingresso alle cucine. Io, sentendomi perfettamente in sintonia con la biologia per una volta nella vita, mi diressi al tavolo vicino alla finestra al centro della sala, equidistante dalle pareti lungo le quali si stavano stranamente assiepando gli homo sapiens finanzis.
Da quella posizione favorita potevo osservare la lenta ma inesorabile trasformazione della realta’ in qualcos’altro.

Il primo segnale fu decisamente la disposizione delle posate e degli oggetti di ceramica sui tavoli. Diciamo che non mi pareva particolarmente normale il fatto che le persone, indipendentemente da quale lato della stanza fossero, assiepassero le posate su un lato del tavolo, concentrando piattini e tazzine, piatti e bicchieri sull’altro lato. Vuoti. Soprattutto non mi sembrava normale il fatto che le persone con nonchalance continuassero a portarsi nei pressi dei vari buffet, saccheggiando ogni oggetto di ceramica o vetro che si trovasse per sbaglio sui tavoli coperti da tovaglie bianche o sui carrelli di alluminio.
Anche l’espressione sul viso delle persone sembrava non essere esattamente quella che mi aspettavo dalla mia esperienza di quel mese allo Sheraton. Al posto di sorrisi, tirati ma pur sempre sorrisi, i denti delle persone erano serrati in una specie di ghigno, lo sguardo perso verso l’interno della propria testa come ad osservare una replica di uno spettacolo gustato gia’ diverse volte nella propria immaginazione. Il mio problema era che proprio non riuscivo a pensare a quegli individui di una specie cosi’ diversa dalla mia anche se cosi’ prossima come dotati di una immaginazione che non fosse legata a una scopata, una spiaggia, quattro spicci, e una serie di altri cliche’ da cartolina di Sosua.

A un certo punto mi accorsi che questi pensieri mi avevano distratto. O almeno dovevano aver portato la mia attenzione per quello che stava succedendo a un livello diverso da quello della vista e dell’udito. Perche’ anche ripensandoci in seguito non mi ricordo di aver visto partire la prima tazzina.
Mi ricordo di aver osservato come in una specie di fermo immagine qualcosa di bianco e convesso al centro della sala, centro in tutte le direzione che lo spazio ha da offrire: equidistante dalle pareti, dal pavimento e dal soffito. Mi ricordo che il mio sguardo si e’ trasformato in una specie di obiettivo che zoomava sull’oggetto, inequivocabilmente una tazzina da caffe’.
Da dove fosse partita esattamente era difficile dirlo, ma la direzione in cui volava era chiaramente da destra verso sinistra. L’offensiva partiva dallo schieramento posizionato vicino alle cucine. Ovviamente. I rifornimenti di munizioni erano a portata di mano.

Poi, come una specie di temporale che esplode al rallentatore, ecco volare altre tazzine, tazze, piatti, bicchieri, brocche di ceramica, teiere, piattini per il burro. Un turbine di vetro e ceramica che oscurava la luce dei lampadari.
Un ragazzo sui trent’anni, in giacca e cravatta si dedicava a lanci di tazzine mirati, diretti inequivocabilmente a un suo omologo posizionato proprio a ridosso del carello delle vettovaglie, a destra dell’ingresso alle cucine. Un tentativo inequivocabile di tagliare le linee dei rifornimenti al nemico.
Sul lato piu’ vicino alla hall dell’hotel, una signora in tailleur rosa confetto, i capelli acconciati recentemnte e per nulla scalfiti evidentemente dalla notte, ricca di sonno e povera di sesso, lanciava piattini come shuriken al quinto schermo di shinobi. Di fianco a lei una ragazzina di vent’anni piu’ giovane di lei, figlia o segretaria o entrambe non e’ dato sapere, le passava alacremente i proiettili, uno dopo l’altro.
E subito dopo la cacofonia dei frantumi di servizi da colazione sparsi per tutta la sala, arrivarono le urla che accompagnavano questa improvvisata guerra di colazione tra colletti bianchi. “Prendi questo maledetto cuciniere!” “Infilati in bocca questa tazzina, partigiano della hall!” “Infedele del decafeinato!” “Traditore della colazione all’americana!”
Ogni grido accompagnato dal lancio cocciuto di ogni cosa che capitasse a tiro a chi stava profferendo la frase.

Dal mio tavolo al centro dell’uragano continuavo a non capire che cosa stesse prendendo a tutti questi disperati adoratori della societa’ moderna. Non capivo se fosse un momento di nevrosi collettiva, o semplicemente uno scherzo a mio danno. La mia capacita’ di capire che cosa succedeva peggioro’ notevolmente quando mi accorsi che le facce di chi stava partecipando alla guerra si iniziavano a trasfigurare, ad alcuni cresceva una barba nera e incolta, ad altri un naso spropositato ingombro di porri e bitorzoli, ad altri ancora forse erano cresciuti degli arti supplementari, o almeno cosi’ a me pareva. Ad ogni insulto la bocca si arricchiva di un dente storto o di un ciuffo di peli che ne rendeva ancora piu’ irriconoscibile le sembianze, ad ogni lancio un braccio si allungava un po’ di piu’ come se una creatura stesse emergendo attraverso gli atti di guerra perpetrati con le tazzine.

Il rumore si fece via via piu’ intenso, fino a diventare intollerabile, fino a impedirmi di bere il mio the in santa pace. Era veramente troppo.
Chiusi gli occhi e contai fino a dieci.
Quando li riaprii non c’era nessuno nella sala vuota e i cui tavoli erano gia’ stati ripuliti di tutti i preparativi per la colazione. Ero in ritardo e non avevo ancora finito il mio the.
“Time to go to work” mugugnai tra me e me, in inglese come mi capita a volte di fare quando i pensieri formulati in inglese sembrano rispondere meglio all’immagine che vorrei tradurre in parole e che alberga nel cervello sulla punta della lingua.
“So long for the clash of civilizations.”

E mi avviai verso la macchina del mio capo che mi aspettava fuori dallo Sheraton per andare a lavorare.

February 12th, 2006

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