«  ||  »

Chiuso per Amore del Vento

Le citta’ non dimenticano. Cambiano pelle, crescono, aggiungono strade, quartieri, infrastrutture, ma non dimenticano.
Genova nel 2005 e’ una citta’ diversa mille volte da Zena nel 1211, ma ogni singolo trascorso rimane li’, adagiato su quello precedente, un volto sopra l’altro, senza sosta. Come nella mia memoria rimangono strade che non esistono piu’, piazze che hanno cambiato mille nomi, carruggi che sono diventati quasi viali e crepe che sono diventate carruggi, affreschi che sono scomparsi, sostituiti da soggetti piu’ recenti, o addirittura croste dell’ultima ora, buone per turisti squattrinati e guide da quattro soldi, cosi’ nella memoria della Lanterna rimane ogni passaggio, fin nell’ultimo dettaglio, vivido quanto piu’ vive sono state le emozioni che si sono legate a ogni frammento di una citta’ scomparsa nelle pieghe del tempo.

Ci sono punti in ogni citta’ in cui questi ricordi sono talmente vicini e sottili da poterli attraversare tutti allungano una mano, fino a raggiungere i campi che c’erano prima che la citta’ fosse citta’, e in alcuni casi prima ancora, quando al posto di un campo c’era solo energia.
Ci sono punti in ogni citta’ in cui la memoria e’ piu’ viva, in cui le pagine del tempo sono piu’ facili da sfogliare, in cui i diversi punti di vista che una citta’ offre possono essere scelti a piacimento, come un campionario di lenti a contatto colorate.
Sono giorni che cerco uno di questi punti a Genova. Credetemi quando vi dico che non e’ facile girare tranquillamente per le strade di una citta’ moderna per uno come me. Ci sono alcuni particolari che le persone tendono a notare.
Gli sguardi si sprecano e nonostante l’abitudine genovese, come di ogni altro porto, ad averne viste di tutti i colori, un cristiano di un metro e novanta che vagabonda giorno e notte con lo sguardo perso in particolari che gli altri non notano riesce spesso a sorpassare la soglia di attenzione del popolo di Zena.
Stranamente pero’ nessuno sente il bisogno di rivolgermi la parola o di menzionare la mia presenza agli altri, come se il loro istinto raccontasse a ogni genovese che rappresento per loro una piccola piega nella memoria, il tocco di un passato che normalmente non riescono a percepire, neanche quando il
silenzio nei carruggi e’ cosi’ vuoto da poter ascoltare l’eco di passi di cent’anni prima.

.:::.

Purtroppo non e’ sempre cosi’.
E’ una assolata domenica di giugno. Sto camminando da ore nei carruggi senza trovare cio’ che cerco disperatamente da mesi, da anni, da un tempo che non riesco a quantificare.
All’improvviso una voce roca e sbilenca mi ferma.
– Guardate questo! Cosa ci fa un tipo tutto vestito di seta bianca nel bel mezzo della Maddalena? Non te l’ha detto la mamma che questo e’ un brutto posto.
Ve lo avevo detto che c’erano alcuni particolari che le persone tendono a notare, no?
– E in quel sacchetto di metallo cosa c’e’ ? Ci sono dei soldi vero ? Un bel gruzzolo per qualche dose ci scappa di sicuro, vero raga’?
Mi accorgo in quel momento che il cretino non e’ da solo, ma che e’ riuscito a portarsi appresso anche una battona magra e strafatta e due magrebini dai denti storti. Insieme i quattro puzzano come un camion di letame… Come se non bastasse l’odore della Maddalena aizzato dalla calura estiva. Che palle.
– Allora? Ti decidi o no? Guarda che ce la bossiamo, non pensare di potertela cavare. Qui non ci passano molti sbirri, non a quest’ora e non di domenica! E’ meglio per te se ci molli il grano e te ne vai a fare in culo.
Questo e’ proprio un demente. A giudicare dalla compagnia non deve essere il solo nel gruppo. Sbirri… Come se me ne fregasse qualcosa…
Un formicolio mi afferra la nuca. Sono vicino. Qui vicino c’e’ quello che sto cercando. Non c’e’ tempo. Le porte non restano aperte per sempre, sono attimi, momenti in cui i volti di una citta’ si avvicina fino a baciarsi. Se perdo questa occasione potrei dover aspettare ancora molto tempo prima di trovare un
altro passaggio.
Il cretino tossico mi sta vomitando addosso altre stronzate. Hai rotto il cazzo.
Forse lo pensa anche lui, perche’ sta impugnando un coltellino, probabilmente proporzionale al suo cervello, il che non depone a favore della sua pericolosita’. E’ il momento di chiudere questo siparietto.

Un passo per avvicinarmi al cretino. Sento piu’ forte la sua puzza. Alcol e sporcizia. Vedo il suo tremito, la paura di chi pensa che basti un po’ di roba mischiata a stronzate televisive per ottenere quattro soldi da impauriti passanti. Sento la sua paura, la sento nell’alone scuro che si ingigantisce intorno alle spalle, al collo, alla testa, nel bianco lattiginoso degli occhi che si dilatano.
Non mi ricordo neanche di aver sfoderato tutti i novanta centimetri di acciaio di aragona dalla cintola. Sento solamente l’elsa nella mia mano sinistra, fredda e ruvida, solida.
Un bamboccio mi guarda da vico dietro al coro delle vigne, mentre chiunque altro ci fosse nel vicolo della Maddalena e’ scomparso. So cosa sta vedendo. So che se lo ricordera’. So che se per questo tossico e’ la fine, per il bamboccio e’ l’inizio di un percorso di sogni, la dimostrazione che la magia non e’ del tutto morta nel 2005. Solo un po’ cambiata. Solo un po’ diversa da quella che ti immagineresti. E dire che non sono nemmeno esattamente un mago, sono una breccia nel tempo, un frammento passato da un velo all’altro di una citta’. Ma questa e’ un’altra storia.

Vede una figura affusolata e alta, luminosa come il sole che si rifrange sulle onde, una figura pallida e tirata, da troppo tempo lontana dal balsamo delle leggende di cui si nutre. Vede l’orizzonte oltre le mura della Lanterna, lontano dal porto. Un abito bianco di seta, lungo fino ai piedi, oltre i piedi, con
impossibili riflessi azzurri, verdi, grigi; una cintura di metallo argentato come il borsello a cui faceva riferimento il tossico, alla vista del bamboccio e’ come se fossero fatti della luce della luna; la spada nella mano sinistra un riflesso nelle profondita’ del mare. Il bamboccio vede la cresta di un onda.
Vede me.

E’ questione di attimi, la lama affondata fino all’elsa nel corpo del cretino, il sangue che sgorga a fiotti dalla bocca e solo dopo dalla ferita nell’addome. sgorga e scende lungo la lama fermandosi sull’elsa e gocciolando sul selciato sporco e irregolare della Maddalena. Fino a che premo sulla ferita va tutto
bene. Ci vuole un po’ di esperienza: quando sfili la lama devi scartare di lato per evitare che il fiotto trattenuto troppo a lungo ti becchi in pieno. Il tipo e’ morto prima ancora che i suoi neuroni troppo provati glielo comunichino.

Neanche il tempo di girarmi e i suoi compari sono gia’ parte delle ombre di altri carruggi. Il bamboccio mi guarda come se capisse per la prima volta il mare e Zena, come se vedesse attraverso alcuni strati, nel passato della citta’ che non puo’ conoscere e non puo’ neanche aver studiato, per quel poco che si
ritrova nei libri. Forse conservera’ tutto questo e fara’ vivere un po’ piu’ a lungo la magia. Forse la odiera’ con tanta forza da costringere a scomparire intere fette di una Genova troppo antica per appartenergli se non in strati troppo profondi della percezione e dell’anima.

L’adrenalina ancora altissima, rinfodero la spada e mi giro per tornare verso il Porto Antico. Ed e’ allora che la vedo… che imbecille che sono…

.::::.

Ci sono passato davanti un miliardo di volte. Su e giu’ dalla Maddalena per mille motivi, alla ricerca di qualcosa o anche solo alla deriva per vedere se qualcosa scopriva te.
E’ un piccolo negozio di un artigiano che costruisce modellini e dipinge quadri.
Piccoli modelli di barche, e treni e oggetti di ogni tipo. In legno e ferro, dettagli maniacali. E’ un ometto basso con i baffi e la parlata cento per cento genovese, che sembra conoscere tutti e tutte nei carruggi.
Ho passato ore ad osservarlo mentre lavorava alla luce gialla di una lampada da tavolo, a rimirare i modelli nella piccola vetrina, cosi’ affollata di ricordi e di oggetti che avrebbero dovuto attirare la mia attenzione.
Ripenso alla scintilla nei suoi occhi, e a quella sua capacita’ di non passare inosservato, anche a qualcuno che ha visto troppi secoli e troppi volti di questa citta’ come me.
Come cazzo ho fatto a non accorgermene prima. Che imbecille!
Adesso e’ li’, al posto della vetrina dovrebbe esserci una saracinesca, ma in realta’ c’e’ un ovale contornato da una cornice di ferro battuto e legno instarsiato, colorata con colori pastosi e forti: tonalita’ di blu e bianco che non si vedono ormai da tempo immemore nei manufatti umani.
E oltre l’ovale si sente lo sciabordio di barche da troppo tempo bandite dal porto di Zena, e carruggi piu’ sporchi e pieni di terra di quanto siano ora, piu’ stretti, crepe nella faccia di un vecchio balordo.
E’ un attimo. Attraverso l’ovale e torno ad essere la cresta di un onda.
Appena prima che la porta si richiuda dietro di me, sorrido della piccola poesia disegnata sulla saracinesca: “chiuso per amore del vento, vado a navigare”.
E’ una calda assolata domenica di giugno a Zena, il mare e’ profondo e il vento spira da sud caldo e leggero, increspando la superficie dell’acqua. Sono di nuovo a casa.

June 13th, 2005

Comments are closed.

Creative
    Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.5 License.

Per la grafica del sito e delle impaginazioni in PDF: thanks to nois3lab.v3 (cc) 2001