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Cielito Lindo

Gianni tiro’ fuori una bottiglia di bianco ghiacciato. Si avventarono tutti sui bicchieri. Piero li fermo’. Aspettate, dobbiamo capire tutto bene, poi si beve.
Erano in sei e lui, Piero, era il capo.
Stavano tutti zitti.
Parla Francesco, il magro. Cioe’?
Cioe’, dice Piero, e’ cambiato qualcosa.
Cosa, quasi un coro.
Allora, prima di farci il venezuelano dobbiamo fare un altro colpo.

E perche’ diocane?
Era Sante, bestemmiatore di professione, detto Gesu’ per quello.
Perche’ abbiamo bisogno di Lucio per farci il venezuelano e lui e i suoi ci vogliono mettere alla prova con un colpetto. Ora comandano loro, non ce ne’.
Vabbe’ io mi fido di te, dimmi che cazzo dobbiamo fare. Era Carla, detta “la marotta”, la malata, perche’ aveva sempre il raffreddore e si accompagnava sempre con un immmancabile fazzoletto.
Allora, loro ci hanno dato l’obiettivo, dobbiamo farcelo noi pero’. Non vogliono niente, vogliono solo vedere se siamo capaci.
Che cazzo vogliono sti stronzi? Porco il loro dio io li apro quei sudamericani del cazzo, e giu’ bestemmie.
Piero si versa dell’acqua.
Giovani, disse, qui siamo tutti “legere” da quattro soldi, vogliamo farci il colpo del venezuelano? Le regole sono queste.
Quanti soldi?
Pochi.
Tipo?
Boh cinquemila euro.
Non sono un cazzo! Era Tito, il fratello di Filippo, detto Rumore.
Infatti non aveva ancora aperto la bocca.
Piero, per cinquemila euro dobbiamo rischiare un colpo prima di uno da almeno duecentomila?
Ragazzi le regole sono queste: o facciamo sto colpo o gli ecuadoregni ci seccano se ci facciamo il venezuelano, quella e’ zona loro.
Piero cerco’ di manetenere la calma, pensava sarebbe stato piu’ semplice.
Allora ecuador ci chiede il 10 sul venezuela ed eravamo daccordo. poi loro hanno detto che pero’ non si fidano di noi.
Brutte merde, mi stanno gia’ sul cazzo, Piero, io il dieci a loro non glielo do’. Tito, il solito testa di cazzo, pensa Piero.
Allora non se ne fa un cazzo, ci facciamo il venezuelano e poi scappiamo che quelli ci seccano.
Mise sul tavolo una articolo di repubblica di genova di qualche mese prima.
“regolamento di conti” eccetera, lupara, mitra arsenali eccetera. Insomma una prova di forza degli ecuadoregni.
Piero aveva seguito per mesi il venezuelano che passava una volta ogni due settimana a ritirare gli incassi delle bische di videopoker, era un colpo facile, girava da solo, abitava in una via silenziosa, senza auto, niente telecamere, insomma un colpo facile. Lucio, il capo degli ecuadoregni di sanpie, gli aveva confermato il giro d’affari: duecentomila hombre, aveva esclamato.
Piero sapeva come muoversi, era stato spesso la mente di alcuni ecuadoregni che sistemavano conti con napoletani eccetera. Lui era stato fin da subito con loro: napoletani e calabresi erano dei teste di cazzo senza ritegno, gli ecuadoregni al contrario avevano ancora un senso della comunita’. Lui era uno di loro. Lucio lo aveva nelle grazie e lo sapeva. Poi pero’ viene il giorno che uno si vuole mettere in proprio, insomma. La sua zona sarebbe stata rivarolo, bolzaneto, fino a san quirico, pontedecimo, con licenza a murta e morego che c’erano delle belle villette e magari ci sarebbe pure scappato il rapimento. Aveva idee grandiose, frutto di letture che insomma…Piero lascio’ cadere i pensieri “in grande”.
Aveva, come si dice, le idee moooolto chiare.
Hush hush pero’, non si dice un cazzo in giro, neanche ai propri compagni.
Li’ c’erano i calabresi e gli ecuadoregni potevano dargli una mano. Finita la manovalanza era passato a batter cassa da Lucio, il capo.
Voglio farmi il venezuelano, duecentomilaeuro e mi compro armi e uomini per iniziare a prendermi la zona di la’.
Ci sto e ti do’ una mano, quei calabresi mi stanno sulle balle, disse Lucio che era piu’ genovese di lui a dire il vero.
Poi qualche giorno dopo Lucio gli aveva chiesto quella prova. Piero aveva accettato, era un colpo facile: un tipo usciva dal suo locale tutte le sere con i soldi ficcati in una busta gialla che si infilava sotto il casco, poi prendeva il motorino e se ne andava a casa, in san giovanni bosco a sampierdarena.
Piero se lo era studiato ed era facile. Sospettava qualcosa che Lucio non gli avesse detto.
E infatti era pronto a sparare, ma agli altri non lo aveva detto: erano gia’ abbastanza caldi senza che gli dicesse niente.
Lui aveva un’idea e voleva portarsela avanti senza menate. Gli altri erano dei delinquenti, lui no. Lui aveva un piano.
Era certo che Lucio volesse che gli facessero fuori il tipo dei soldi sotto il casco, non sapeva perche’.
Era pronto a regararglielo, poi il venezuelano e a quel punto sarebbero stati pari e Piero sapeva di potersi giocare alcune carte che l’ecuadoregno non conosceva.

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Ci aveva messo un’ora circa a convincere gli altri ma alla fine era tutto ok.
Piero e Tito (lo voleva sempre vicino a se’ perche’ era troppo caldo per lasciarlo da solo) su una macchina al molo ad aspettare che il tipo partisse.
Gesu’ e Rumore su una macchina sporca nei pressi del portone dove sarebbe dovuto arrivare. Il piano: Piero e Tito seguivano il tipo; arrivato in san giovanni bosco, Gesu’ sarebbe sceso dall’auto e si sarebbe fermato davanti al portone. Da dietro sarebbero arrivati Piero e Tito. Scesi dalla macchina lo avrebbero affrontato in tre. Gli avrebbero preso i soldini, poi con l’auto con Rumore dentro ad aspettarli, via fino a Teglia, li’ avrebbero lasciata la macchina in una viuzza e sarebbero saliti sull’auto pulita che la marotta e Francesco avrebbero portato li’.
Lucio gli aveva detto che tre auto erano troppe, Piero aveva risposta che dovevano cominciare ad abituarsi a usare molte auto. Era un allenamento no?
Armi? Il tipo magari e’ armato…calabria unita, aveva chiesto Lucio.
Una mitraglietta io, aveva detto Piero e qualche .38 gli altri. Non avevano di piu’.
Se ti serve qualcosa hermano, aveva detto Lucio.
Lucio, aveva risposto Piero, io da te voglio che non rompi il cazzo dopo il venezuelano e basta.
Vai con Dio, aveva sorriso Lucio.

Il tipetto era uscito alle due di notte da quel cazzo di locale. Tito si era fumato duecento sigarette, Piero si era canticchiato tutta la discografia di De Andre’ nell’attesa.
Era arrivato a khorakane’, quando Tito aveva esclamato uhuhuhu. Era il momento.
Il giovanotto si era messo sulla vespa guardandosi intorno, ma con aria distratta, due secondi proprio ed era partito.
Piero ingrana la prima e lo segue a distanza ragionevole.
Hai visto se si e’ messo la busta sotto al casco?
Ehm, fece Tito.
Ecco, cazzo che distrazione.
Squilla il telefono.
Gesu’.
Piero, c’e’ una tipa qui, non e’ che la ganza lo aspetta?
Piero ci penso’ su un secondo. No problem, disse.
Non disse niente a Tito. Tutto tranquillo.
Bene, fece Tito accendendosi l’ennesima camel della morte.
Senza stracciate di cazzo di semafori ci sarebbero voluti cinque minuti, ma quel venerdi’ sera anche alle due i semafori ancora funzionavano.
Ci impiegarono dieci minuti circa, in via cantore li beccarono tutti rossi. Tito stava zitto e si concentrava, Piero faceva andare rapidamente il cervello. Se la tipa aspettava il tipo era una complicazione che poteva anche fare saltare tutto. Dopo via cantore, via rolando, svolta a destra, poi a sinistra, verso il campetto di don bosco.
Il tipo parcheggio’ la vespa proprio poco prima del suo portone, come al solito.
Piero vide, pochi metri piu’ in la’ Gesu’ passeggiare lentamente, avvicinandosi.
La tipa era li’ sul portone e stava andando incontro al ragazzo.
Piero mollo’ rapido l’auto, scesero e provo’ un fremito mentre si infilava il passamontagna.
Silenziosamente, ma in modo deciso gli furono addosso tutti e tre con tempismo perfetto.
Sta troia?
Piero tranquillizza con un cenno del capo Tito.
Li circondano quando sono in pratica poco vicini alla luce che proveniva dall’interno del portone.
La ragazza ha un mezzo svenimento, lui si appoggia al muro.
Dammi i soldi, dice Piero, mostrando la mitraglietta.
Avrebbe voluto dire qualcosa tipo, poi andate su e scopate in allegria e vivi, se non altro.
Ma quelle erano troppo frasi da film e sapeva che in quelle circostanze il suo umorismo si bloccava.
Diocane sti soldi?
Gesu’, ha parlato, penso’ Piero.
Il ragazzo agguanta la ragazza e urla che non ha un cazzo.
Intanto non urlare, gli fa Tito, piazzandogli il cannone sulla tempia destra e prendendogli il collo con una mossa da uomo tigre.
Piero gli sfila rapidamente il casco.
Dentro non c’era proprio un cazzo.
I soldi? dice.
I soldi? ridice.
Mugolii.
Tito!
Tito molla la presa.
Non li ho presi io stasera, ansima il ragazzetto.
Diocane.
Era Gesu’.
Chi cazzo sono quelli?
Piero si gira. Tre uomini, in nero, grossi, moooolto grossi, si dirigono verso di loro.
Tito non aspetta un secondo di piu’, molla il ragazzo, si mette a riparo dal portone e urla “viaaaaa” e spara.
Piero spara pure lui e insieme ai due mollano i ragazzini e si dirigono verso la loro macchina. I tre tipi arrivano da via rolando, dalla parte opposta alla loro.
Sparano. Gesu’ viene colpito di striscio o almeno dice, ma ormai sono alla macchina.
Bastardi, urla Tito, bastardi, Piero tu e i tuoi cazzo di amici.
Partono, fanno in senso vietato la via che li aveva portati li’, riscendono su via rolando e passano a tutta velocita’ davanti a Rumore che poco dopo, avendo intuito qualcosa dagli spari, accende e parte.
Gesu’ dice che perde sangue, dice che lo hanno preso di striscio. tira giu’ una trentina di santi e poi dice che si e’ suggestionato.
Dove cazzo andiamo?
Piero perde la pazienza.
Erano gia’ in via Fillak.
Torna indietro, urla.
Cosa?
Torna indietro e fermati davanti al Maracana’.
La gelateria di Lucio.
Ma che cazzo dici?
Ti ho detto di tornare indietro e fa per mettere le mani sul volante.
Tito obbedisce, tornano indietro, quasi su due ruote si fermano davanti al Maracana’.
Piero scende, ha ancora il passamontagna. La saracinesca e’ giu’, ma l’altra vetrina e’ sgombra.
Piero si piazza davanti e spolvera la vetrina.
Un casino inenarrabile.
Allarmi, gente dalla finestra, urla.
Arrivano di corsa i tre di prima, trafelati, gli urlano qualcosa.
Piero riconosce Lucio, gli sembra proprio lui, in mezzo agli altri due: passo pesante e panza che spunta. E dire che il nero stringe.
Che cazzo fai, urla.
E’ incazzato nero.
Piero sta fermo di fronte a loro, con il mitra spianato.
Sei una merda. E spara, spara e spara.
I tre cadono uno dietro l’altro.
Poi sale in macchina.
Tito e’ inebetito. Vai diocane, vai, urla Piero.
Il suo disegno, sta pensando al suo disegno, al suo cazzo di piano. Ora era un bel casino.
Sparire, dovevano sparire.
Arrivano a teglia e incrociano un bel po’ di sbirri.
Mollano l’auto.
La marotta li vede salire in macchina trafelati.
Dove vado? dice.
Al cimitero, risponde Tito.
Gesu’ si lamenta.
La marotta urla bestemmia non ne vuole sapere. Piero scende, apre la portiera la scarica per terra, le infila dietro e si mette a guidare.
Cerca di andare piano, sbirri che continuano a scendere verso il centro.
Rumore? chiede Francesco, fino a quel momento rintronato da tutto quel casino.
Arrivera’ se la cavera’, fa Piero.
Tito prova a fare un suo personale resoconto: ci hanno inculato, gli amici di Piero, begli amici Piero, davvero begli amici.
Piero sta zitto e guida. Fa mente locale. Ha fatto una cazzata e ora su di loro ci sara’ mezza sbirranza di genova e pure tutto l’ecuador. Arrivati a Bolzaneto si fermano.
Ognuno a casa sua, dice Piero, ci vediamo tra qualche giorno, non uscite di casa.
Scendono tutti in silenzio, li aveva persi, ne era certo.
Poco male, erano degli idioti, pensa.
Rimane in macchina una decina di minuti poi si muove verso Morigallo, dove aveva preso un box. Non lo conosceva nessuno quel posto, aveva imparato che un rifugio deve essere segreto fino alla fine.
Una branda, qualche vestito e un po’ di cibo. Una settimana, non di piu’, lo avrebbe sopportato.
Arriva davanti al box, su una strada secondaria della superstrada che porta all’ipermercato arcobaleno.
Molla l’auto a un centinaio di metri circa dalla stradina, se la fa a piedi.
Entra nel box e, sorpresa, Lucio e’ seduto su una poltroncina che aveva preso da casa dei suoi nonni.
Ha un pistola sulle gambe.
Prima di ammazzarti, hermano, voglio che mi offri da bere.
Gli spiega.
Quel colpo lo preparavano anche i venezuelani. radio carcere, hai presente? gli dice.
No, continua, che cazzo vuoi sapere tu? Che ti sei messo in testa di fare cose che hai solo letto. La strada hermano, la strada non e’ di chi la calpesta per andare in libreria, lo sai?
Piero e’ in piedi, sta cercando di pensare rapidamente, ma capisce che non ha vie di fuga possibili.
Che dire, continua Lucio, volevo che mi facessi un favore e me lo hai fatto. Ma hai commesso un errore hermano, un grosso errore.
Un capo la calma non la perde mai. E soprattutto devi pensare che chi ti da’ una mano e’ il tuo alleato, ti devi fidare. E invece.
Si rigira la pistola tra le mani.
Sto vino Piero?
Piero si muove al rallentatore, recupera una bottiglia di rosso, la apre lentamente.
Non fare scherzi, hai presente quello che ti dicevo prima?
Lucio toglie la sicura.
Piero verso in un bicchiere di carta il vino. Lo passa a Lucio.
Ahhhhhhhhh.
Lucio beve.
Bene hermano. Ora ti devo matare lo sai? Mi hai fatto uno sgarro che insomma un capo non puo’ sopportare. Quello non e’ solo la mia cazzo di gelateria. Hai idea di quello che c’e’ nel retro di quel fottuto negozio Piero? O almeno, alle mie figlie ci pensi? Senza gelato, poverine.
Si alza, Piero si gira di spalle.
Vedi hermano? Sei troppo colto tu. Dove lo hai letto che un boss non spara alle spalle?
Lucio inserisce il silenziatore, una placca metallica di dodici centimetri, il suo arnese preferito.
Ah, sussurra all’orecchio di Piero, il nascondiglio segreto e’ segreto, non si lascia il nome vero all’agenzia dei calabresi, Piero!
Quanti errori, gli dice e spara.

August 12th, 2005

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