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Il Fiato Corto della Temperanza

Un fotografo stava vivacemente richiamando uno sbirro, girato di schiena e intento a sfumazzare una sigaretta con la mano destra, tenendo la sinistra lievemente appoggiata al palo, che reggeva il nastro, messo per chiudere la zona a ficcanso e non addetti ai lavori.
Paolo Romani, mani in tasca e sguardo beffardo, osservava appoggiato alla portiera della sua auto, parcheggiata poco lontano dalla casa. Paolo Romani, professione cronista sportivo, sapeva aspettare e sapeva capire il momento buono per ottenere informazioni. In poco tempo, questa la considerava una sua abilita’, come dire, conclamata, sapeva osservare un numero di particolari piuttosto elevato e, prendendosi un poco di tempo, rielaborarli per capire il modo giusto per intervenire.

Lo aveva imparato nello sport, nelle file di microfoni e taccuini che, dopo ogni partita, si accalcavano sui volti di allenatori, atleti e presidenti, un attimo dopo il fischio finale e lo aveva saputo applicare alla propria vita.
Paolo Romani era finito a fare quel lavoro per caso; il suo sogno, mille anni prima, era diventare avvocato o qualcosa del genere, nemmeno ricordava piu’ la sua vita precedente e aveva costruito la sua intera carriera su due elementi, che gli restavano ancora: l’ironia e la calma. Giovane cronista sportivo, di fatto, si era inventato un genere. Alla sua prima esperienza per il quotidiano sportivo piu’ importante del paese, per una gara della serie A calcistica, doveva accompagnare un noto trombone, un re dell’ospitata televisiva. Tu fai le interviste a fine partita, gli aveva detto e Paolo Romani, persona educata, fino al momento in cui non veniva a conoscenza di tutti i punti deboli dell’avversario, aveva annuito come a dire, nessun problema. Gli era servito poco tempo, una manciata di secondi, per capire che, se quella era la strada per diventare cronista sportivo, le sue gambe, non l’avrebbero mai percorsa. Una persona mite, pensava di se’ Paolo Romani, non vincera’ mai la gara a mettere le mani avanti, rispetto ad un esercito di giornalisti inferociti. D’altra parte, non poteva non osservare come le domande poste agli interlocutori, al termine della partita, non producessero che risposte inutili, scontate e stucchevoli. Il problema era, pensava Paolo Romani, che se il pubblico le leggeva, bisognava farle.
Quella prima volta cerco’ disperatamente di rivolgere almeno una domanda, ma non ci riusci’. Era tornato in redazione con il trombone, tutto eccitato per aver guardato il match a fianco di qualche uomo politico, mentre lui invece rifletteva su come tirare su tante sillabe che componessero il numero richiesto dal suo specchietto, “il dopo partita”. Aveva optato per reinventarsi di sana pianta le domande, ricordando quelle degli altri giornalisti e aveva iniziato a pensare a qualche modo per arginare la sua inettitudine verso quel lavoro. Paolo Romani, alla fine, era divenuto soddisfatto del suo mestiere: riteneva di poterlo piegare alle proprie necessita’ naturali, a quelli che comunemente sono chiamati, sogni. Paolo Romani era una persona normale, nessuno lo notava mai, nessuno ne avrebbe mai scorto caratteristiche per le quali lo avrebbe ricordato, all’improvviso, tempo dopo averlo incontrato per la prima volta. Paolo Romani aveva alcune peculiarita’, personali e storiche, conosciute solo a lui stesso e che mai avrebbero travalicato il recinto dei suoi pensieri, per arrivare ad essere espressi a parole. Pensava, piuttosto, a mantenere quest’aria di normalita’ che lo faceva sembrare come una persona che, alla fine stancamente, seppure giovane, aveva fatto di necessita’ virtu’, accettando un lavoro che, forse, perche’ era solo un dubbio, non era esattamente quello che sognava di fare. Nulla di piu’ falso, pensava Paolo Romani: era contento del suo lavoro invece, che gli avrebbe permesso una virata speciale, prima o poi, nella sua vita e aveva smesso di rimuginare sui presunti pensieri delle altre persone. Quel lavoro era intimamente connesso a qualcosa che, sapeva, sarebbe avvenuto, prima o poi. Rivalsa non era la parola adatta a descrivere questo potenziale accadimento: Paolo Romani era preciso e lucido e chiamava le cose con il suo vero nome e rivalsa non era la parola giusta.
Sapeva cosa significa informarsi, sapere rumors, gli umori, le vie e le strettoie di quel mondo: le sapeva, perche’ gli servivano. Questo gli bastava per considerare quel lavoro, importante.
Dopo anni di parole, ormai, Paolo Romani era considerato una sorta di intellettuale del calcio, garantendo all’ego del giovane cronista una buona quotazione e permettendogli tanti sfizi che altrimenti non avrebbe gustato. Poco contava il suo passato, i suoi sogni: l’individualismo lo aveva da tempo avvolto nel suo tiepido e rilassato calore; quando sarebbe arrivata la tempesta, si sarebbe trattato di capire se bastava, o meno, quel cappotto.
Paolo Romani aveva deciso, giovane cronista, di andare a vedere le partite di calcio a fianco degli allenatori in panchina. Non lo conosceva nessuno, si era fatto dare dal proprio giornale un pass come fotografo e, armato di macchina digitale e pettorina ad hoc, aveva iniziato a piazzarsi al fianco di uno dei due allenatori. Un buon osservatore ha, prima di tutto, una buona memoria.
Si era inventato una rubrica, “a bordo campo” dove confrontava le frasi, i gesti e le imprecazioni del mister, con le sue dichiarazioni rilasciate in sala stampa. Funziono’. Una televisione gli propose di scrivere un format per le trasmissioni televisive che seguivano il calcio, Paolo Romani scrisse, incasso’ e divento’ redattore.
A quel punto si occupo’ di calcio e comincio’ a fare quello che viene definito spesso, giornalismo d’inchiesta. Un paio di indagini sul doping risultarono molto ben elaborate, in termini di raccolta di informazioni e di esposizioni di dubbi e ben presto divenne un giornalista “scomodo”, ma che scriveva sul giornale sportivo piu’ popolare del paese.
Una buona carriera e Paolo Romani, lo sapeva. Era una persona normale, lievemente in subbuglio psichico, che, in una notte di settembre, sostava insieme ad altri giornalisti e fotografi, davanti ad una casa da cui era stato portato via il corpo di una ragazza morta e altre quattro persone, vive. La casa era quella di un noto calciatore e lui, Paolo Romani, non poteva mancare. Il calciatore non era un campione strapagato. Ma, a sentire il suo nome e a vedere li’ l’ispettore Rei, a Paolo Romani, si erano drizzate le antenne.

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Paolo Romani, a dire il vero, da circa un anno non affrontava inchieste degne di questo nome. Il mondo del calcio, dopo alcuni scossoni, sembrava essere garantito da un sistema di alleanze che ne preservavano la vita, non considerando importanti le richieste di un ritorno ad una “normalita'”, che il mondo del calcio aveva perso ormai da decenni. Il giovane redattore, stanco di occuparsi di vicende per lo piu’ eteree, legate a intrecciare dati delle societa’ calcistiche, con dati di societa’ quotate in borsa, aveva bisogno come il pane di qualche pista nuova, di qualche spunto degno di questo nome, affinche’ giungesse a quella rivalsa, o meglio vendetta, che da tempo preparava e non da solo. Il suo stile non era quello accusatorio e demagogico: nelle sue inchieste raramente metteva alla berlina i protagonisti di giri loschi e extra legali. Si limitava ad una cronaca fredda, non senza ironia, che appariva in grado di sistematizzare tanti passaggi, ricordati dal pubblico, ma mai messi in fila con il rigore di Paolo Romani, un vero gentleman dello smarronamento, come lo chiamava Ivano Bertani, cronista di nera e suo alleato storico.
Con un rammarico che gli rodeva lo stomaco quasi ogni notte, Paolo Romani aveva fatto un salto presso la villa di S. P., mezza punta di qualita’ della seconda squadra della sua citta’: un mezzo giocatore, per i vecchietti da bar, un grande talento per Paolo Romani, avvocato da tempo di cause perse. Il ragazzo aveva piedi buoni e grande visione di gioco, calciava indifferentemente di destro e sinistro e aveva grandi colpi. L’unico grande difetto era la sua boria: bastava un colpo di tacco e per il resto della partita spariva. Quindi, di conseguenza, non godeva della massima stima, specie tra i tifosi, pur essendo titolare inamovibile della sua squadra che – per la verita’ – rispecchiava la personalita’ del giovane numero dieci: un exploit e almeno cinque sconfitte consecutive.
Paolo Romani da tempo seguiva con attenzione alcune cose che, come dire, cominciavano a formare un quadro piuttosto vario. In assenza di ispirazione, si era sentito spinto verso un lido sicuro, che ben rispondeva alla sua curiosita’ e ostinazione, ovvero il giro delle scommesse dei calciatori. Aveva tempo da perdere.
Il vizio piu’ antico, nel mondo del calcio, degli addetti ai lavori. Paolo Romani aveva chiamato in proprio aiuto anche un suo vecchio amico: insieme avevano messo in piedi un software, che altro non faceva se non catalogare informazioni e permettere ricerche incrociate, secondo alcuni canoni di richieste, specificati da Paolo Romani.
Si ricordava spesso il primo tasto di invio, una volta effettuata una query, a quel database che lui stesso aveva provveduto a riempire, in mesi e mesi di data entry clandestino, in redazione.
Paolo Romani si era limitato a inserire formazioni e curriculum di calciatori e aveva, sulla base della propria esperienza, inserito un focus di partite che potevano essere considerate sospette. Di ogni singola partita, sulla base dei calciatori, era riuscito a ottenere tutti i “ceppi”, in cui calciatori avevano militato insieme precedentemente, ma erano avversari in quella gara, richiamando altri incontri in cui si erano scontrati. Empiricamente Paolo Romani aveva notato che le partite, a suo modo di vedere piu’ sospette, registravano anche il numero piu’ alto di giocatori avversari, che avevano precedentemente militato nella stessa squadra, allenatori compresi. Il nuovo business del calcio, che prevedeva presidenti imprenditori del calcio e non piu’ imprenditori della citta’ che diventavano padroni delle squadre locali, aveva creato un sommovimento, per quel che riguardava il calcio mercato, che spesso prevedeva il passaggio di interi blocchi di squadre da una societa’ all’altra. Mentre fino a vent’anni fa era un’ipotesi piuttosto remota o quantomeno limitata, il passaggo di un presidente da una squadra all’altra, oggi sembrava piuttosto una moda. Cosi’ se i presidenti piangevano miseria e chiedevano abbassamenti degli ingaggi dei calciatori, a fronte delle entrate televisive e dei loro interessi speculari al calcio, i calciatori, in qualche modo, erano corsi ai ripari, sfruttando questa nuova moda degli spostamenti in blocco. Tentavano di fare ulteriore cassa, in attesa di tempi grami. Aveva provato a fare la stessa ricerca anche su campionati precedenti, in particolare su quelle partite che erano state anche indagate per sospetto di combine, salvo essere poi archiviate.
Paolo Romani aveva registrato il dato, poi da almeno quattro mesi non si era piu’ occupato di questo. Si parlava per lo piu’ di arbitri e aveva dovuto dedicarsi ad altro. E infine, quella sera, quella strana morte, in casa del “loco”, S.P.

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Gli “accomodamenti” delle partite erano vecchie come il cucco, come avrebbe detto qualche zio di Paolo Romani. Lui stesso, diciassettene centravanti di una squadra di prima categoria, ne aveva assaggiato il gusto. La sua prima partita da titolare era stata uno zero a zero vergognoso, frutto di un accordo pre partita tra i due mister. Con un punto la squadra di Paolo Romani era salva, all’altra squadra poco interessava, essendo ormai salva da tempo. Paolo Romani voleva giocarsela quella partita, l’esordio; si limito’ a qualche tiro da zero a zero e a maledire la sfortuna.

Del resto, con il passare del tempo, si era trovato lui stesso a proporre accordi agli avversari. Era una pratica oltremodo consolidata, piu’ frutto del buon senso e della voglia di sfangarsi un rischio, che non una pratica losca. Nelle serie inferiori, tutto si decide nei minuti di riscaldamento, senza premeditazione. Se ci si aggiungono i soldi, pensava Paolo Romani, il gioco diventava decisamente piu’ succulento e le partite accomodate non costituivano, a suo dire, una percentuale infima. Au contrair, era una pratica che si sviscerava fin dalle prime giornate. Per mandare via un allenatore, per contestare un presidente, per bloccare le proteste dei tifosi. Squadre che ottenevano risultati non previsti e soprattutto partite che, per chi ha giocato a calcio, non potevano passare inosservate.
Con questo animo, nuovamente proteso alla ricerca, Paolo Romani dopo una buona mezz’ora di sosta, aveva mosso i primi passi. L’ispettore Rei infatti, si era affacciato poco dopo il nastro che recintava la zona e il cronista, lentamente, pronto a fermarsi al minimo accenno, si avvicino’ all’ispettore.
Rei lo riconobbe e abbozzo’ un ghigno.
Ho avuto una telefonata anonima che mi ha portato qui, disse l’ispettore. Questo non e’ un mio caso, puntualizzo’, salvo rivelare che c’era stata una morta, una ragazza, morta di overdose; altro non fece sapere. Paolo Romani chiese, gentilmente, se poteva entrare a dare un’occhiata in casa, anche accompagnato “da un suo collega”, sottolineo’. L’ispettore fece subito no con la testa e si allontano’ bruscamente. Paolo Romani rimase li’ fiducioso, non aveva appuntamenti, non aveva granche’ da fare quella sera. Osservo’ da distante i movimenti degli sbirri che entravano e uscivano dalla villetta. La luna rischiarava la zona, specchiandosi sui fari che erano stati accesi poco fuori dall’entrata. Sembrava essere saltata la luce nell’intero palazzo. Paolo Romani decise di fumarsi una sigaretta, in attesa che il rigore dell’ispettore Rei si affievolisse con l’andare della notte.

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L’ispettore Rei dal canto suo, non era considerato, da Paolo Romani, un personaggio la cui conoscenza dovesse rendere particolarmente orgoglioso. L’ispettore Rei, Paolo Romani e non solo lui, lo conosceva molto bene. Era giunto in quel posto, una classica citta’ italiana di provincia, direttamente dalla capitale, poco distante. Non era, evidentemente, una promozione, quello lo aveva portato li’. In realta’, la localita’ di punizione non viveva certamente le vibrazioni malavitose della capitale, ma non per questo era esente da situazioni a rischio. L’ispettore Rei era da poco entrato nella Polizia quando il corpo venne riformato; il giovane sbirro comprese fin da subito il peso e l’importanza di certi equilibrismi di potere e si iscrisse al sindacato piu’ importante delle forze di polizia. Ottenne ben presto tutta una serie di favori che lo portarono, dopo alcuni casi risolti brillantemente, e Paolo Romani ne sapeva qualcosa, a incappare in un osso duro. Un delitto di cui non riusciva a trovare il colpevole. Venne infine accusato un serbo, si era nei primi anni novanta e si cominciava a ritenere l’immigrazione dall’est un problema; contro il serbo l’ispettore Rei aveva accumulato parecchie prove, consegnate all’Autorita’ Giudiziaria che aveva proceduto a incriminare il giovane e sottoporlo a processo. Dopo quattro anni di carcere il “mostro” venne rilasciato, perche’ il caso si riapriva. Il giudice che prese questa decisione, nella motivazione si limito’ a registrare un dato inquietante: qualche autorita’ delle forze dell’ordine, aveva “mentito”. Paolo Romani avrebbe usato un altro termine: “reiterazione”. Prove false, verbali immaginari che fecero tremare i vertici della polizia locale e nazionale. L’ispettore Rei, barricato dietro al suo mandato sindacale e sotto la coperta delle ottime relazioni politiche che sapeva intrattenere, osservo’ le teste di molti colleghi cadere. Sembrava che tutti si fossero dimenticati di lui. Anni dopo, poco prima di quella notte, era incappato in un piccolo incidente. Aveva avuto una lite in un bar, proprio con un calciatore, incontrato per caso nel locale. L’ispettore Rei addebito’ le colpe al calciatore, scagionato da amici e persone presenti nel locale. Qualcuno poteva ricordarsi di quell’ispettore bugiardo e i superiori decisero di trasferirlo, poco distante dalla capitale. Paolo Romani lo ricordava bene, molto bene, e sapeva che l’ispettore viveva ancora li’, non troppo distante, tra l’altro, da casa sua.
La capacita’ di attendere, pensava Paolo Romani, era indubitabilmente una virtu’.

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Paolo Romani, un tempo, non avrebbe potuto dire di odiare, come in quel momento, le forze dell’ordine. Non si sarebbe espresso in questo modo; il suo animo sarebbe stato presumibilmente piu’ portato a esprimere proposte, piuttosto che negazioni. Avrebbe detto, pensava, che nella sua idea di societa’, non ci sarebbe stato posto per le forze dell’ordine. Le considerava inutili, ancora prima che dannose. Non era un sincero democratico, che accettava lo status quo e intravedeva un spiraglio democratico anche tra gli sbirri, ma d’altro canto faceva ben poco per renderli inutili realmente.
Aveva vinto da tempo, dieci anni in pratica, i rimorsi per quello che avrebbe dovuto fare. Viveva troppo bene ormai per permettersi degli slanci da radical chic e aveva la temperanza di un progetto su cui soffiare il proprio fragoroso fiato, pensava. Andava dicendo in giro, quasi a far credere di odiare la propria condizione, che preferiva prendere atto che senza alcune comodita’ ormai non se la sentiva di stare e, cospargendosi il capo di cenere, tentare con il suo lavoro di iniettare qualche elemento di contraddizione. Sapeva bene che anche questo non bastava e, in qualche modo, aveva deciso di saldare il debito con quanto piu’ era importante in quel momento.
Paolo Romani sentiva di essere affetto da due tempi nella sua vita: il tempo dell’immediatezza, dell’entusiasmo per parole e ragionamenti, che tramutava nel suo lavoro e nella sua vita, fatta di osservazione e catalogazione e tempi lunghi, e i momenti della sordida e personale tristezza, per i suoi tempi a scadenza e perche’ si sentiva incatenato al passato. In quei momenti, un calciatore ad una festa alla cocaina e l’ispettore, bastavano a fare percepire quelle fasi, come istanti che avrebbe ricordato. Doveva puntare su di se’, per annientare le sue mancate derive, storicamente, collettive. In quel momento, guardando l’andirivieni degli sbirri, aveva voglia di ferire il loro falso darsi da fare, la loro potenziale onnipotenza, la loro estenuante presunzione. Non avrebbe detto di odiarli, ma sicuramente avrebbe approvato un sentimento di odio espresso da qualcosa, uno sparo, forse. Paolo Romani non sopportava la velocita’ e quel buttare su un camion alla rinfusa, vestiti, sacchetti con oggetti dentro, probabilmente requisiti nella casa, lo infastidiva a tal punto che per qualche secondo decise di andarsene.
Fu la voce dell’Ispettore Rei a scuoterlo, mentre osservava il piazzale, ormai svuotato da giornalisti e fotografi. Puo’ entrare, gli disse, porgendogli la mano.
Paolo Romani rimase sconcertato e mentre pensava al da farsi, gli suono’ il cellulare. L’imbarazzo fu stroncato dalla chiamata, dal giornale volevano sapere qualcosa. Disse che avrebbe chiamato tra poco e chiacchierando circa la pervasivita’ dei cellulari entro’ con l’Ispettore Rei nella casa, spezzando un gelo appena attutito dalla folata di calore, emanata dai caloriferi dell’appartamento.

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L’ispettore Rei, mentre lo introduceva oltre la porta, all’interno di un piccolo ingresso, contraddistinto ancora una volta da una porta, gli stava dicendo che lo stava facendo entrare, semplicemente perche’ sapeva che del caso se ne sarebbe occupato il suo collega, della cronaca nera, quindi poteva pure farlo entrare a dare un’occhiata. Paolo Romani aveva visto Ivano Bertani, il giovane cronista di nera, poco prima, indaffarato a parlare con un agente. Ivano Bertani era una antico amico di Paolo Romani: nella nuova vita, frequentavano insieme gli stessi posti, ma sul lavoro tendevano a nascondere la propria amicizia. Tra i due, rituali quanto solo due post romantici possono esserlo, era consolidato quel gioco, tanto segreto e privato e dalle finalita’ note solo a loro due, quanto utile all’interno di una redazione di due giornali, dello stesso editore. Oltre al giornale sportivo di Paolo Romani, l’editore, gestito da finanziarie di consulenti che poco sapevano di editoria, possedeva anche uno dei principali quotidiani italiani. Ivano Bertani si occupava di cronaca nera, un piano sopra la redazione sportiva, presso cui pensava e si adoperava a sopravvivere, a suo modo, Paolo Romani.
L’ispettore con un ghigno sul volto, ammiro’ lo sguardo confuso del suo interlocutore. Paolo Romani, non aveva ancora colto il beffardo sguardo del’ispettore. Non si poteva dire fosse un fesso, Paolo Romani, ma allo stesso tempo non era una lince: ci metteva sempre un po’ di tempo per accorgersi di essere preso per i fondelli. Mi fido sempre, diceva. L’ispettore forse lo sapeva, cosi’ aspetto’ che la mano destra di Paolo Romani si appoggiasse alla maniglia, con una calma che venne comunque registrata dall’uomo dell’ordine, per ribadirgli il suo sordido scherzo: non pensera’ mica che la faccio entrare, a lei, disse. Paolo Romani capi’ quanto era stato stupido a credere che quell’uomo potesse aiutarlo e senti’ crescere quel sentimento di fastidio che poco prima aveva contrapposto al sentimento di odio, che in quel momento si impadroniva di se’. Volevo, aggiunse l’ispettore, ricordarle solamente che e’ meglio che si faccia i fatti suoi, che qui, aggiunse, non e’ successo niente di sporco.

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Rientrato in redazione, Paolo Romani venne a conoscenza di qualche informazione circa il fatto verificatosi in quella casa. L’ansa usciva gia’ con i primi resoconti della vicenda. Una festa, girava della droga, la ragazza era morte di overdose. Con il passare del tempo, che Paolo Romani aveva deciso di consacrare ad attendere il suo amico, erano aumentati i particolari. La ragazza sarebbe morta per un cocktail di cocaina e calmanti. Piu’ tardi si seppe che gli inquirenti avevano lasciato liberi il calciatore e un altro partecipante alla festa. Non avevano reso dichiarazioni, in ogni caso ci penso’ la questura a tirarli fuori dai guai: non c’entravano, non avevano ne’ fatto uso, ne’ portato loro la droga in quel posto. Piu’ tardi anche gli altri due venivano lasciati andare: avevano usato la droga, ma era stata la ragazza a portarla e morirne. Finalmente alle due di notte un’agenzia interessante: la ragazza morta era senza documenti, nessuno dei presenti la conosceva tranne uno: era stato Mario Goggi, noto manager sportivo, a portarla in casa, “dopo averla conosciuta ad una festa”, in un noto locale della capitale. La polizia aveva gia’ compiuto interrogatori, che confermavano il fatto. L’overdose era certa, nessun mistero, a parte il nome di quella ragazza che, a leggere tra le righe, veniva gia’ descritta come una poco di buono, una mezza baldracca. Paolo Romani riflette’ a fondo su queste veline della questura: gli apparivano veritiere, tranne il dato del nome e cognome. Era presumibile lo sapessero gia’ e stessere facendo accertamenti, in attesa del referto medico che avrebbe confermato la morte per overdose e placato il clamore iniziale.
Paolo Romani scese al piano inferiore, pensando di potersene andare anche a dormire: stava pensando che doveva ripassare gli atti, gia’ letti e riletti, del processo che – due estati prima – aveva assolto alcuni calciatori, sei, su casi di calcio scommesse. Meglio quello, rispetto alla morte di una ragazza in casa di un calciatore, che peraltro sembrava completamente estraneo al caso.
Striscio’ come faceva spesso di fronte a corridoi vuoti e si diresse alla macchina del caffe’, il suo totem in quelle stanze cosi’ apersonali. Era lo spazio della chiacchiera e della socialita’, che spesso Paolo Romani evitava, specie negli ultimi tempi e che, sentiva, sarebbe inesorabilmente aumentato. Aveva registrato una strana indifferenza verso le persone, che aumentava con il lento passare dei giorni e il rapido chiudersi nel suo fulcro di pensiero, che aveva raggiunto un livello, che poteva sinceramente dirsi apicale, per usare un termine caro agli uomini come l’ispettore Di Rea. Come sempre gli accadeva, quando un percorso si andava formando lentamente nella sua testa, sembrava che solo quello e l’essere assorto, potessero farlo vivere bene. Il resto sembrava solo ed esclusivamente tempo perso, rubato a quel progetto, al “progetto”. Il caso delle scommesse, quella sera, si era rifatto prepotentemente vivo, nella sua testa, nella sua sensazione di stringere, a breve, qualcosa di importante, non proprio in termini giornalistici.
Paolo Romani stava pensando alla circostanza nella quale il nome di uno dei quattro personaggi in quella casa, aveva ridestato la sua attenzione, come se il suo amico, Ivano Bertani, avesse deciso di muoversi all’improvviso, da solo. Ci volle poco tempo per ricordare; alle sue spalle una voce lo richiamo’ dai suoi pensieri a ritroso, ricordandogli, in qualche modo, di non essere solo.
Ho un progettino per noi, senti’ dire alla voce beffarda, di Ivano Bertani. Si guardarono per un secondo e dai loro occhi parti’ un sorriso, che era decisamente qualcosa di piu’, di un inizio di discussione. Appariva gia’ piu’ come un ragionamento condiviso.
Sara De Brau, brasiliana, ospite di una ragazza italiana che ha affittato la stanza a giovani universitarie. Si faceva passare da studentessa di letteratura straniera, ma era in citta’ da pochi giorni. Era lei la ragazza morta. Da pochi giorni in quella citta’ e subito, carica di coca, stava pensando Paolo Romani, e’ ospite di un calciatore piuttosto famoso, portata li’ da uno degli emergenti signori del calcio italiano.
Ivano Bertani, quasi a confermare i suoi pensieri, prosegui’: ho trovato una sua amica, una brasiliana, terrorizzata, nell’appartamento affianco. Ho promesso di non fare il suo nome, e’ senza permesso di soggiorno. Paolo Romani apprezzo’ le capacita’ dell’amico, alzando il piccolo bicchiere con il caffe’, come per brindare. E’ qui sotto, in macchina, vieni, gli disse, appoggiando una sua mano sulla schiena di Paolo Romani, come a spingerlo verso qualcosa, che non era un semplice soddisfazione di una curiosita’.

Monica, la giovane ragazza brasiliana, era accovacciata sui sedili posteriori dell’auto di Ivano Bertani. Aveva il volto piccolo, il viso bianco e i capelli biondi leggermente lunghi, che le cadevano sul volto, a nascondere due occhi chiari, come Paolo Romani non ricordava di avere mai visto. La saluto’ salendo in auto, mentre il suo amico, rapido, ingranava la prima facendo partire la piccola utilitaria. Si fermarono poco dopo, in un vecchio bar dove i due, spesso, trovavano il tempo di chiacchierare e discutere sul da farsi, intendendo con questo, il da farsi nella vita, non tanto del lavoro.

Paolo Romani pensava che la fine dei loro discorsi la conoscevano gia’ da tempo, ma non per questo rinunciavano a progetti che partivano e finivano al termine delle quattro o cinque birre, che erano soliti consumare. Monica entro’ insieme a loro nel bar, era guardinga e visibilmente spaventata: al muoversi tranquillo e rilassato di Bertani, strideva il legnoso e impacciato cammino di Paolo Romani. Era sempre troppo imbarazzato in presenza di donne di cui non sapeva nulla, quasi a immaginare i propri punti deboli, ingigantiti dallo sguardo azzurro e sognante della ragazza. Indossava una maglietta a maniche corte nera, che ne metteva in risalto il corpo esile. Jeans blu e scarpe da ginnastica, nere. Paolo Romani cerco’ di resistere per non fare transitare il suo sguardo, eccessivamente intendeva, sul seno di Monica, cercando di concentrarsi sul suo volto che, una volta seduti al tavolino, quasi nel retro del locale, dimostrava paura e confusione.
Fu Ivano Bertani a prendere in mano la situazione e le sorprese, per Paolo Romani, non erano finite con l’arrivo dei due nella stanza caffe’ della redazione.
Il giovane cronista di nera, infatti, racconto’ di aver trovato la ragazza nell’appartamento a fianco a quello della De Brau, in procinto di uscire di casa. A quel punto Monica, voce sottile e leggermente imbarazzata, con un italiano decisamente buono, interruppe il cronista e prosegui’ il discorso da sola.
Stava uscendo di casa perche’ qualche ora prima Sara le aveva spedito un messaggio dicendole di raggiungerla in quella villetta. Nient’altro. Paolo Romani le disse che, quindi, presumibilmente sarebbero risalite a lei, dai tabulati del celluare dell’amica. Monica abbozzo’ una reazione, che a Romani parve lievemente violenta. Il cellulare, disse la ragazza, non era suo, era rubato, cosi’ come la scheda e difficilmente sarebbero potuti risalire a lei che, nel momento in cui aveva ricevuto il messaggio, era in giro per la citta’ e quindi, disse mostrando una certa esperienza, non rintracciabile geograficamente nel suo appartamento. Era tornata a casa, disse, per posare una borsa e recuperare alcune cose.
Ci aveva messo tanto, disse, perche’ si era mezza addormentata una volta giunta a casa. Ora, disse, voglio scappare e lo avrebbe fatto, aggiunse, appena avesse salutato i suoi due interlocutori.
Finalmente, penso’ Paolo Romani, si venne al dunque: cosa ci faceva Sara in quella casa?
Monica disse che un paio di giorni prima, Sara le aveva parlato di un incontro importante, con una persona che doveva darle dei soldi. Di piu’ non sapeva. Ivano Bertani e Paolo Romani si guardarono: era sicuramente Mario Goggi, il contatto di Sara. Monica accenno’ a qualche giro poco chiaro, almeno cosi’ sospettava e fece dondolare i suoi occhi sulle quattro pupille concetrate dei suoi due commensali. Poco dopo si alzo’, ando’ al bancone, chiese che le venisse chiamato un taxi e usci’ rapida, quanto era entrata nella vita dei due uomini, seduti al tavolo ad ammirare la leggiadria dei suoi passi. Ivano Bertani sorrise e fece un gesto, come a telefonare. Sui due, su quel bar, cadde una fragorosa risata.

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Paolo Romani, di per se’, stava pensando alle coincidenze. Un uomo di affari, come Mario Goggi, era uscito illeso da un processo sportivo a carico di due assistiti, accusati, insieme ad altri quattro calciatori, di avere accomodato alcune partite. Sette partite, per la precisione, ma un giro di match molto piu’ alto se si contavano le partite di cui uno o piu’ dei sei imputati, conosceva in anticipo i risultati. Mario Goggi era stato chiamato come persona informata sui fatti. Fece un esame ridicolo, omettendo di conoscere bene persone, i suoi assistiti come procuratore, che conosceva da almeno dieci anni: quanto al fantomatico “settimo uomo”, denominato “l’ultras”, non disse niente. Il cronsta non ne fu stupito, ma il nome aleggiava prepotentemente e portava a compiere ricerche tra coloro che ricercavano.
Paolo Romani guardo’ per un attimo il suo interlocutore e decise che era venuto il momento della condivisione. Si sentiva, in quei momenti, quasi eccitato, come fosse il momento di godimento sofferto, che spesso provava nell’orgasmo. Dal canto suo l’amico Ivano Bertani sembrava il cacciatore che scorge la preda disarmata. Ma al contrario del cacciatore, Ivano Bertani aveva molto da dare alla sua presunta preda.
Come dire, aveva esordito, un caso interessante. Paolo Romani senti’ il proprio viso sagomare uno sguardo perplesso, come a chiedere il perche’ di quella affermazione; Ivano Bertani comincio’ il suo racconto. Aveva parlato con l’ispettore Rei, e a quel nome i due sguardi si incrociarono in modo piuttosto determinato, che gli aveva confermato la presumibile morte per overdose, ma un agente, suo informatore in questo caso, era uno che voleva parlare e per questo non aveva esitato, gli aveva detto molto chiaramente che c’era sotto qualcosa.
Anche in questo caso Paolo Romani abbozzo’ una domanda, ma Ivano Bertani aveva proseguito. In effetti, continuava, sembrerebbe che ci sia qualcosa sotto, se e’ vero, come sapeva, che il calciatore S.P. era ancora sotto torchio. In questo caso Paolo Romani diede voce al pensiero e obietto’, ricordando l’agenzia di stampa che affermava il contrario. Ivano Bertani mosse rapidamente la mano destra davanti a se’. E’ una notizia inventata per togliersi dalle palle i giornalisti, non ti preoccupare, disse, e’ tutto sotto controllo. Lui e’ ancora li’, disse il cronista di nera. Si giro’ leggermente come a guardarsi le spalle, ho i miei informatori, disse, ma ho promesso di non scrivere nulla, prosegui’, lo sanno solo in pochi che S.P. e’ sospettato di omicidio. Uno dei testimoni ha affermato che e’ stato lui a insistere perche’ la ragazza prendesse dei calmanti, che probabilmente sono la causa della morte. Paolo Romani fu destato dal torpore che quel racconto gli stava creando. Stabiliva, nel suo animo, associazioni, inquietudini e piccole gemme di memoria, che lo aiutavano a seguire il discorso dell’amico, come fossero delle bussole, nel corso di una sistemazione, come di una grande pulizia di casa. Dal caos, le cose si sistemavano nelle proprie caselle. Aveva bisogno di una piccola, piccolissima, spinta. Fu l’amico a dargliela, con una proverbiale domanda retorica, tu non ne sai niente vero, chiese.
Paolo Romani sorrise, anche senza l’asso nella manica, che sarebbe arrivato, sicuramente in societa’ con Ivano Bertani.
Sciolse cifre e numeri, citando testualmente alcune affermazioni: S.P. militava nella squadra di due dei sei calciatori del tanto famoso processo, ma la giustizia sportiva non lo aveva minimamente impensierito. Non una intercettazione, una mezza frase: mai compariva nei tabulati della massa giocatori coinvolti. Nel campionato in corso, ormai al suo giro di boa, S. P. aveva avuto parte di risultati sospetti, addirittura procurando un rigore contro la sua squadra nell’ultimo deludente due a zero. Risultato: allenatore licenziato e la partita dopo la squadra in mano ai “senatori”. S. P. da quell’anno era “gestito” da Goggi.
Insomma si frequentavano ultimamente, Goggi aveva messo il proprio quartier generale nella capitale e faceva la spola con la piccola citta’ vicino. Aveva affittato anche una casa. Era conosciuto come amante delle belle donne e non stupiva la sua conoscenza con la povera Sara. Del resto S.P., al contrario, sembrava tanto stravagante in campo, quanto tranquillo nella sua vita privata.
Insomma, poche cose, ma entrambi sentirono crescere un’ansia lievemente animalesca; se lo avessero potuto esprimere a parole, avrebbero detto di sentirsi, in qualche modo, infastiditi. Non che fosse grave, ma per due anime sufficientemente miti, quell’anelito di nervosismo, sembro’ rappresentare un fatto fuori dalla consuetudine.

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Paolo Romani dormi’ male per i cinque giorni che seguirono. Sentiva i passi sparsi, i profumi ardenti della ragazza, Sara.
Sapevano di lei, dei suoi ricatti nei confronti di quegli uomini, sapevano che Sara, ex amante di uno dei calciatori assolti, sapeva molte cose.
Paolo Romani l’aveva accompagnata nelle ultime ore, di quello che non immaginava potesse divenire una disgrazia di tale specie, ma percepiva la propria freddezza, la propria voglia esclusiva di sofferenza altrui e percepiva il male avanzare. Pensava alle sue ricerche, a quei dati che andavano ad incrociare Goggi e i calciatori e le sue parole durante l’interrogatorio, le sue trame per incriminare, le sue, del cronista sportivo, infiltrazioni tra loro. Dopo qualche giorno infine, il caso si era placato e ufficialmente risolto. La ragazza, Sara De Brau, erano risaliti a lei da amiche varie trovando nella casa i documenti, era morta per un’overdose di cocaina e calmanti. S. P. non c’entrava nulla: le voci che si erano ripercorse nei giorni precedenti non avevano fondamento. Era innocente: la ragazza, era stata dipinta come una tossica che vaneggiava di pastiglie preziose e che infine si era chiusa in camera, dove era deceduta, da sola. Le indagini erano state svolte dall’Ispettore Donnarumma, con l’ispettore Rei, che in silenzio era tornato a svolgere le sue indagini sulla malavita locale, come si leggeva in un trafiletto, in basso a destra, del giornale locale. Paolo Romani aveva appreso tutto questo con la consueta calma e apparente apatia; non sembrava mai sconvolgerlo nulla di quanto usciva dall’industria giornalistica nazionale, di cui conosceva manovre e intrighi e recupero fonti. Nel frattempo, il piano aveva avuto inizio: aveva appena consegnato un altro suo articolo, nel quale tentava di esaminare, partendo da distante, il ciclo sul calcio scommesse, precisando, nell’incipit, che si trattava di un esercizio di stile, di un “se fosse”. Era partito dagli anni 80, ritagliando figurine a parole dei protagonisti, degli affari, di quegli anni di scandalo scommesse made in patrya: sarebbero arrivato alla ragazza, alla sua morte.
Non era difficile intuire un percorso sotterraneo che univa parti della societa’, coinvolte in vitali abbracci, per sopravvivere a se stesse. Paolo Romani si sentiva trasportato da quella inchiesta, preso com’era a tendere un oreccio alle notizie che giungevano dal suo amico Ivano Bertani. Entrambi, apparentemente concentrati su altro, registravano, escogitavano, ritagliavano e discutevano di tutte le possibili ipotesi, come se trovare un assassino in quel caso, volesse dire salvarsi e salvare qualcosa o qualcuno. Entrambi, nelle loro serate da manovali di castelli in aria, maturarono pensieri che li portarono, senza saperlo l’uno dell’altro, ad annullare ogni scampolo di vita sociale, in una simbiosi che, agli occhi inesperti dei parolai, sarebbe apparso equivoco.
I loro occhi, ognuno nella propria stanza, sprizzavano qualcosa che avrebbero stentato a definire odio. Anni prima avevano deciso di consacrare la propria amicizia ad altro che non fosse la tristezza e la rovina da cui erano partiti. Chi trova la morte, aveva detto un ispirato Ivano Bertani, dieci anni prima circa, non puo’ che vendicarsi, dopo: il trapasso, diceva, ricordiamoci del trapasso. Paolo Romani, meno slanciato dell’amico aveva pensato fosse vero, salvo non averne mai avuto l’opportunita’, stretto tra il passato e un futuro fatto di viaggi immaginifici, come un don chisciotte, in un mondo non suo.
Negli ultimi giorni Paolo Romani aveva accavallato un numero inquietante, a suo modo di vedere, di interviste e pareri. La sua rubrica “ci scommetto” aveva avuto buone critiche, le sue brevi, quanto ricche, biografie avevano ridestato antichi simboli e passati modi di vivere. Paolo Romani viveva tutto questo come un instancabile servitore delle proprie vittime.

Trattava con grazia ogni personaggio, seminando stilettate a piu’ livelli, alti, comprensibili a pochi: godeva a sentirsi avanguardia, nobile tracollo dell’individuo solo, abile amante del paradosso contemplativo.
Ad uno di questi incontri gli capito’ tra le mani, e’ il caso di dirlo, un noto calciatore, un mediano tutto corsa e piedi ruvidi, ma con il carico di almeno una decina di gol stagionali, tra campionato e coppe. Tra una frase e l’altra, tra il nome di un calciatore degli anni ’80 e un presidente ignorante di un’altra epoca, capito’ che il giovane calciatore, come a fare una confidenza, disse a Paolo Romani, di avere visto quella ragazza, quella zoccola che e’ morta, disse, in quel locale. Solo qualche giorno prima Paolo Romani si sarebbe sentito fremere per la notizia ricevuta. Per Paolo Romani, prima di aver scovato il jolly, quando meno se l’aspettavano lui e il suo amico, si sarebbe esaltato all’idea di fomentare la propria terribile e ostinata indagine, come solo puo’ essere la ricerca di un assassinio in un caso gia’ risolto, senza colpa di alcuno, se non della vittima.
Invece, Paolo Romani sembro’ quasi fare finta di niente e con molta calma, dopo essere andato in bagno e avere accesso il piccolo registratore, trofeo di una delle piccole intrusioni di Ivano Bertani in questura, sempre accompagnato da agenti facili al richiamo della mazzetta, si fece rilasciare pochi, ma salienti, particolari. Sorrideva al pensiero di un vecchio amico, tutto infervorato per i segreti della programmazione neo linguistica: Paolo Romani, non aveva mai avuto problemi per fare parlare le persone. Il giovane calciatore non fu una preda memorabile per il sogno maieutico di Paolo Romani, ma servi’ a qualcosa: a confermare il loro piano.
La ragazza aveva parlato con il giovane, aveva detto di tenere Goggi per le palle e di essere carica “di bamba”. Il giovane ricordava altro: la ragazza le aveva detto di essere stata caricata da una “mezza sega” che l’adorava e che girava con cravatte degli ultras, “come un coglione di vent’anni”. Goggi, diceva, c’entra qualcosa con quella morte.
Paolo Romani aveva capito bene dove portava l’avidita’ di quel mediano cosi’ disponibile a parlare: una stoccata a Goggi, che forse non lo aveva ritenuto degno del suo harem di giovani promesse e un invito ad occuparsi di lui, da parte di un giornalista noto e che puo’ fare si che un sei in pagella, diventi un sette. Paolo Romani in quei casi scuoteva il capo a ripensarci.
E’ quel tipo, il signorotto di cinquant’anni che le aveva venduto anche “delle pasticche”, aveva aggiunto, sordido, il calciatore.

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Dieci giorni dopo, Ivano Bertani parlava lento, in quella stanza semibuia che aveva adibito a piccolo studio. Paolo Romani gli sedeva di fronte, sigaretta in bocca e pensieri nel cervello. Si immaginava di sezionarlo, il proprio cervello, per andare a cercare quello stimolo maligno, che cominciava ad aleggiare nei loro discorsi. Ormai, i due, pensavano solo a come diventare l’incubo dell’uomo responsabile di quella morte e di altre vicende. Veniva da lontano il ricordo di quella foga, nell’immaginare il modo di rovinare l’esistenza di un essere umano. D’altro canto entrambi avevano da tempo accettato l’idea del trapasso come parola fine al loro complicato vivere.
Ivano Bertani fu piuttosto coinciso nella sue spiegazioni, altrettanto lo fu il suo amico. Da tempo, ormai, non avevano contatti esterni, se non lavorativi; quel famoso cappotto di cui sognava Paolo Romani, quella vestigia calda per affrontare la mancanza di risorse reali, se la teneva stretta, pronto all’ultimo colpo di coda che la nicchia di se’ poteva garantirgli, la vendetta.
Ivano Bertani disse che alla festa in quel locale c’era anche Matricoli, medico di una societa’ sportiva, indagato e poi assolto per doping. Era lui, presumbilmente, ad aver consegnato all’uomo la cocaina e le pasticche, dei calmanti, che avrebbero ucciso la giovane ragazza. I due ne erano certi, era questa la versione che avrebbero scritto. A confermare questo, le teorie di Paolo Romani, molto sicuro di quanto andava raccontando quella sera al proprio amico. Era quell’uomo il responsabile di tutto e sapevano bene chi fosse. Nel giro di scommesse precedentemente studiato, nell’ombra c’era un “settimo uomo”, colui che legava e teneva i fili, “l’ultras”, come veniva definito dagli altri indagati. “Non facciamo sto casino, quella squadra no, altrimenti l’ultras si incazza”, questa era la frase che Paolo Romani aveva recitato e letto dagli atti, al suo amico, che ghignando, la ripeteva.
Erano passate ormai due settimane dalla morte di Sara De Brau e ormai non ne parlava piu’ nessuno: i protagonisti di quella notte avevano ripreso, ognuno a modo loro, la normalita’ delle loro vite. Gli unici cui e’ cambiata la vita, sorrise Ivano Bertani, siamo noi. Paolo Romani domando’ ancora una volta, ne siamo certi?
Certo, aveva detto il suo amico. Avevano preparato un piccolo pacco regalo: dentro le foto di Sara De Brau e un piccola scatola, che conteneva le pastiglie risultate mortali. Dentro al pacco il gagliardetto della squadra, supposta del cuore, come a dire, sappiamo chi sei.
Uscendo Paolo Romani era andato dalla parte opposta della citta’, era entrato in un ufficio postale e aveva spedito il pacco. Primo passo: fatto.
Tornando a casa si sentiva profondamente turbato: stavano compiendo qualcosa che fino a poco tempo prima mai avrebbe potuto pensare, ma d’altro canto, aveva deciso da tempo che la sua vita si sarebbe dovuta muovere in un disequilibrio costante tra vita di facciata e vita nascosta, a mettere insieme i pezzi, a muovere persone, cose, immagini, atti, gesti. Avevano accumulato un potere non da poco e, ora, era giunto il momento di muoverlo, cosi’ come avevano mosso tante altre persone, disposte perfino a farsi menare da sconosciuti. L’uomo di mezza eta’ che aveva passato la coca e le pastiglie alla ragazza era stato visto da un numero sufficiente di persone per essere riconosciuto. Non esistevano dubbi sulla possibilita’ che fosse lui il settimo uomo, l’ultras, dell’inchiesta di anni prima: erano stati mesi di instancabile convincimento e irretimento in quella rete virtuale che, improvvisamente, agli occhi di qualche giudice sarebbe apparsa in tutta la sua chiarezza, probante, tra l’altro. Non aveva dimenticato niente.
Da una settimana si erano attrezzati a mandare pacchi e lettere al misterioso signore e si accostavano con la macchina poco fuori dall’ufficio dell”ultras” a cercare di vedere, scorgere, quasi impercettibilmente il suo fastidio, il suo, preciso, sentirsi braccato. Lo seguivano, lo pedinavano, sapevano tutto di lui. Lo stavano, lentamente, torturando e gli stavano sminuzzando le sue certezze, prima fra tutti, lo immaginavano, quella di non c’entrare niente con quella storia.

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Paolo Romani e Ivano Bertani erano giunti alla fine del castello di prove: l’uomo, l’ultras, era stato visto in compagnia della ragazza in un albergo di periferia, la ragazza era stranamente nervosa, agli occhi del portiere, mentre lui, l’uomo, sembrava sottilmente, interpretando le parole del portiere, impaziente di concludere qualche affare. Poi a un certo punto era uscito dall’albergo, sconvolto e urlante al cellulare che gliel’avrebbe fatta pagare. Su un giornale scandalistico erano uscite foto di Goggi con la ragazza morta: il caso sembrava avere un sussulto, era l’ora di scrivere la parola fine. Paolo Romani termino’ il proprio elaborato, dodicimila caratteri, mettendo in ordine le cose e tirando le fila, andando dritto come un treno contro di lui, il fantomatico ultras.
Qualche giorno prima, Ivano Bertani aveva scritto un articolo sulla polizia locale, trovando l’ultimo anello della catena. Aveva fatto delle interviste ai famigliari dei poliziotti, consegnando al giornale un articolo di bassa lega, tutto puntato sul pettegolezzo e i luoghi comuni. “Gli anni settanta? Tanti morti, ma per noi una bella epoca”, diceva la moglie di un noto ispettore, che poi passava in rassegna le passioni sportive del marito e faceva sfoggio dell’abbigliamento a tema calcistico-squadra del cuore, cravatte, calze, boxer, tovaglie, lenzuola, del suo splendido compagno di una vita.
Era tutto splendidamente incrociato e Paolo Romani ebbe un fremito quando scrisse, finalmente, il nome. Nella cartella che aveva spedito a chi di dovere aveva inserito anche i loro pedinamenti, le loro intercettazioni e tutto cio’ che confermava il giro losco e che si conludeva con l’omicidio della giovane ragazza. Una storia veramente schifosa, talmente demagogica, che quasi Paolo Romani non ci credeva. La legge offre mille modi, per fregare un uomo. La cosa piu’ imbarazzante, per l’ultras, sarebbe stato quello di trovarsi in un drammatico puzzle, i cui pezzi pero’, nel tempo, erano sistemati ad arte, ma da altri.
Immaginava il trambusto in questura, immaginava la sua faccia: l’ispettore Rei subiva la vendetta: una morte era un prezzo perfino scontato, per quello che avrebbe dovuto realmente pagare.
Paolo Romani prese la sua borsa, controllo’ di avere tutti i documenti e penso’, godendo, all’abilita’ di Ivano Bertani, che aveva convinto le persone del giro a inguaiare l’ultras e a disseminare falsi indizi che avrebbero, necessariamente, portato a lui.
In alcuni casi il rotolare improvviso dell’innocenza di un uomo e’ molto rapido: specie se unto da anni di lavoro ai fianchi e dai particolari che l’amico aveva saputo orchestrare. Paolo Romani sullo sport, Ivano Bertani sulla nera e un magistrato compiacente: era il momento di sparire per sempre da quella vita.
Poco prima di prendere il tram, verso la stazione che lo avrebbe condotto all’aereoporto, butto’ in un cestino dell’immondizia un sacco contente i vestiti e la cravatta del suo ultimo travestimento e prosegui’ senza piu’ uno scopo apparente, nella propria vita.

October 7th, 2005

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