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La Mala ordina: il Genoa in C

01

– La guardia di chi?
– Quella del benzinaio ti dico.
– Ma che minchia dici?
– E allora no.
Eravamo in un bar patrizio del centro, davanti al palazzo ducale, o dietro, che non ho mai capito qual e’ il davanti e quale il dietro.
Luca mi sta parlando di cosa sta inandiando, da una settimana a questa parte. Di fianco a me c’e’ Michela che di solito mi aiuta per casi intricati, non per perizie psichiatriche.

Luca e’ un mio vecchio amico di infanzia, mi aveva chiamato in ufficio qualche giorno prima per darmi questo appuntamento. Ho chiesto ci vedessimo al Bar Fly, che c’e’ un casino terribile sempre, ma vado li’ da solo, mi rinconglionisco con birra e musica altissima e mi concentro e riesco a mettere in fila le informazioni.
Luca mi ha chiamato per dargli una mano, che ha una pista sicura, che ne e’ certo ha messo il naso in qualcosa di grosso, che riguarda la retrocessione in C, per illecito sportivo del Genoa, che la combine e’ una stronzata, non c’entra niente.

Mi sta raccontando la sua vicenda. Io guardo Michela sconsolato. Non so che dirle, un po’ mi vergogno.
– Allora sto ciccione mi prende da parte e mi dice “tu ti devi fare i cazzi tuoi”, pausa
– Capisci?
– Si
– Capisci?
– Si
– E’ evidente che sanno che ho trovato qualcosa, che ho pestato una merda, che sono andato a toccare i segreti del benzinaio e il burattinaio.
Mi giro verso Michela.
Lei mi guarda come a dire, che cazzo dice sto qua?
Il benzinaio e’ genovese, e’ il presidente di una squadra di calcio di un quartiere di Genova, che pero’ e’ in serie A, nonche’ industriale dell’universo, imperatore della terra.
Lei mi guarda con lo sguardo come a dire, oddio sei diventato pazzo pure tu?
Io continuo.
– Il burattinaio e’ un tale, presidente di un’altra squadra di calcio di serie A, nonche’ mega industriale dell’universo imperatore della terra e della luna.
Michela chiama una cameriera.
Ordina un caffe’ e la cameriera la guarda male.
– Ora, le dico, Luca pensa che quei due si siano messi daccordo per fare andare in serie C il Genoa, la gloriosa squadra dellla citta’ di Genova, la Superba, il Grifone! Stavo urlando, mi diedi un contegno.
– Chiaro?
Michela annuisce.
Meno male.
Ora, le dico, Luca e’ talmente convinto di questa cosa che si e’ messo a seguire i due, finche’ il gorilla di uno dei due gli ha intimato di farsi i cazzacci suoi.
Capisci, fa Luca.
Michela sorride.
– Capisci che ti ho fatto perdere tempo? E tu Luca, ma che cazzo dici?
Luca si innervosisce.
– Io lo so che sono loro due.
– Mi dispiace abbiamo pochi elementi per darti una mano, gli dico.
Siamo investigatori privati, non siamo mica dei maghi o degli sbirri. Non accediamo a un cazzo. Siamo dei ficcanaso, mica dei professionisti.
– Senti, e diventa serio, io so che e’ cosi’.
– Va bene, continua con le tue indagini, stai un po’ piu’ distante dal benzinaio e rifatti vivo quando hai qualcosa in piu’ in mano, mi spiace.
– Sei genoano anche tu, mi dice Luca.
Ci salutiamo. Io e Michela ci alziamo e andiamo in ufficio.
Finiamo tardissimo. I nostri amichetti milanesi ci danno un’abile mano a fare un po’ di cose “un po’ cosi'” e poi decidiamo che ce ne andiamo a dormire.
Abbiamo due stanze dietro l’ufficio.
Michela va subito a dormire, io invece resto li’. Mi prendo il secolo decimonono e me ne sto in ufficio a leggerlo con sottofondo la tivu’.
Cerco un po’ su internet di sto benzinaio, in una foto vedo un paio dei suoi gorilla. Uno e’ un pelato rasato nazidimerda. Mi sa che e’ quello che ha intimato a Luca di farsi i cazzacci sua. Leggo un po’ di robe dal web. In effetti e’ intrigante.
Leggo un po’ di dichiarazioni di avvocati, ora come ora il grifone e’ nella merda fino al collo.
Accendo il televideo, devo cambiare settandue posizioni dell’antenna per beccare quello della rai che quello di mediaset fa cagare.
Niente di nuovo, niente di che, se non una notizia nelle brevi, pagina 229.
Napoli, si spera: [omissis], patron della [omissis] investira’ all’ombra del Vesuvio, in caso di ripescaggio.
Decido che l’indomani chiamo Luca.

02

Don Santino si era francamente rotto la minchia. Lo esclamo’ in mille modi, con mille gesti, con altrettanti cambiamenti del colore della sua pelle, delle dimensioni delle vene sul collo.
Gli astanti, quattro rintronati di prima categoria, erano in silenzio assoluto, nessuno osava dire niente.
Don Santino era seduto sull’altalena, fumando una sigaretta. Era dovuto tornare a Genova, a casa di una delle sue figlie a Castelletto e faceva caldo, un minchia di caldo, mentre invece sulle alture di Bosio c’era fresco e c’erano pure quei minchioni di calciatori in ritiro.
E invece! Era dovuto tornare indietro per incontrare sti quattro parassiti che gli dicevano che era stata commessa una grossa cazzata.
– Dove minchia e’ il corpo?
Erano passati almeno tre minuti di silenzio prima che Don Santino riaprisse bocca.
– Alla discarica, hanno fatto in modo che sembri una cosa di froci.
Don Santino scuoteva il capo.
– Dite a quel coglione che passi falsi non possiamo farne, e’ inteso? Quindi che sparisca per quindici giorni.
I quattro si alzarono e se ne andarono. Poco dopo era arrivata la figlia, con il nipote, Romeo, di cinque anni, che Don Santino prese in braccio.
– Presidente ti faccio!
Sua figlia sorride e torna in casa.

03

– Pronto?
Cerco di guardare rapidamente che ore sono. Ma la luce e’ spenta e questo parla e io non capisco. Allora guardo il cellulare e mi perdo il suo incipit. Sono le quattro e mezza di notte.
– Signor Tankian?
Recupero una posizione degna sul letto e avvicino l’orecchio.
– Scusi?
– Parlo col Signor Tankian?
Signor? Chi e’ sto qua?
– Si con chi parlo?
– Sono Castani, l’avvocato.
Bofonchio qualcosa.
– Mi dica, gli dico
– La chiamo per Luca Prati. Lo hanno trovato morto e io lo conoscevo e mi aveva parlato di lei e…
Morto, anzi lo hanno trovato morto. Avevo sognato fino a poco prima di quella vicenda di Luca, preda dei miei viaggi nel dormiveglia.
– Si
– Volevo avvisarla subito, ho pensato fosse un amico intimo e volevo sapere se domattina possiamo vederci.
– Si
– Venga alle nove nel mio ufficio
– Si
Luca morto e l’avvocato Castani che mi chiama. Torno in ufficio, apro il frigobar e mi prendo un succo di pera. L’avvocato Castani, quella merda dell’avvocato Castani che, in mezzo a tanti sbirri e stronzi che difende, trova anche il tempo per la sua passione, il Genoa, assumendone la difesa.
Il Genoa andava in C con la creme degli avvocati a difenderlo. Il processo si basava tutto su una presunta combine, presunta, presunta e da li’ era partito l’attacco della procura genovese. Castani aveva assunto la difesa del Genoa. Bisognava riuscire a giustificare che i soldi dati sotto l’ufficio del presidente, ad un emissario di una squadra di calcio, dopo averla sconfitta in modo discutibile, non erano il “pagamento” del favore, bensi’ un pre contratto. L’esordio di Castani era stato splendido: “da che mondo e’mondo le partite di calcio si comprano prima”. Ero caduto dal ridere quando l’avevo letta quella frase. Ora la situazione invece si faceva un tantinello piu’ delicata. Torno a letto, non dormo, e alle sei e mezzo mi alzo ed esco.

04

Castani sta leggendo delle carte quando entro nel suo ufficio. Dopo i soliti convenevoli, molto gentile il signor Castani, mi fa sedere e mi spiega.
Luca e’ stato trovato morto da una coppietta che si era inoltrata appena dopo Morego, una paesino della Valpolcevera genovese. Superato il paese c’e’ una discarica dove vanno…insomma e hanno trovato il cadavere di Luca. Sparato.
Gli hanno sparato una dozzina di colpi su quasi tutto il corpo, precisa Castani, quasi in preda ad una furia omicida, mi hanno detto alcuni agenti.
Poi mi dice che lo aveva avvisato nella notte il padre di Luca che conosceva da tempo. Era stato a cena a casa loro qualche sera prima e aveva piu’ volte visto Luca in quei giorni. Io stavo pensando che sicuramente Luca gli aveva raccontato delle sue boiate sul benzinaio eccetera e che Castani magari ci aveva pure creduto. E infatti arrivo’ presto al punto, l’avvocato Castani.
Mi fece il riassunto del procedimento che stava seguendo e mi racconto’ di “alcune anomalie”, poi, mi disse, era arrivato Luca.
Io penso che me ne andrei, che mi pare francamente di cattivo gusto, Luca e’ morto e stiamo qui a parlare del Genoa.
– La vedo scettica.
– Si, risposi, sono scettico, Luca mi ha accennato qualcosa.
– Lo so. Ieri sera sono l’ultima persona che l’ha visto, probabilmente appena dopo di lei, per quel motivo l’ho svegliata nel cuore della notte.

Mi trastullo un po’ con una penna che trovo sulla scrivania e lo osservo per vedere se le mie capacita’ millantate danno i risultati sperati.
Castani e’ a posto, non ha un capello messo male, anche la sua scrivania e’ in ordine, sembra un tipo disciplinato, realista, anche duro.
Come fa a credere ai complotti? Io che sono armeno posso credere ai complotti. L’avvocato Castani non puo’ credere ai complotti, altrimenti dovrebbe fare arrestare tutti quelli che difende.
– Magari Luca ci ha visto giusto. Non riesco a immaginare come, ma le chiedo di continuare le indagini.
Mi chiedo quando mai le avevo iniziate, le indagini.
– Luca sapeva qualcosa, ancora l’altro ieri e’ entrato nel bar dove c’erano i guardiaspalle del benzinaio.
Lo chiama cosi’ anche lui.
– Ha sentito i due ceffi che parlavano di affari strani tra il benzinaio e la mala genovese, ne ha seguito uno, ma e’ andato fuori Genova e lo ha perso di vista.
Continuo a chiedermi come sia possibile, quindi, che Luca avesse visto chissa’ che cosa.
– Questo le potra’ sembrare strano ma Luca sapeva qualcosa che non ha detto, perche’ so per certo che dietro questa storia c’e’ qualcosa di strano, anche da parte di qualcuno che invece dovrebbe farsi i fatti propri…vede, io non credo alla mala, ma a qualche potere si. Le sto chiedendo se puo’ fare qualche ricerca per trovare se Luca ha lasciato da qualche parte qualche cosa, deve aver scritto qualcosa, da quache parte su internet, magari.

Una ricerca su una morte non mi era mai capitata, fino a quel giorno, almeno non direttamente, cosi’. Non ci pensavo neanche di accettare di lavorare con Castani, ma mi si erano gia’ accese un po’ di lampadine. Dettai le mie condizioni da gradasso, Castani le accetto’.
Ci saremmo visti l’indomani con le informazioni che gli avevo chiesto.

05

Don Santino poso’ la cornetta del telefono. Guardo’ fuori dalla finestra, Albaro. Eccheminchia, penso’.
Lo aveva chiamato direttamente l’Americano, che poi era di Palermo, per sapere un po’ come andavano le cose.
Questo sbarco a Genova del clan dell’Americano era gestito in prima persona da lui. Era un tipo sveglio l’Americano, a soli cinquant’anni comandava una forza. Don Santino era un soldatino particolare, era un uomo di fiducia, un emissario. L’Americano aveva studiato in America, aveva fatto dei Master, delle cose da persona ricca e intelligente. Si era fatto pure un corso di Criminologia, cosi’ per sapere come ragionano gli sbirri. Poi era tornato in Sicilia ed era scoppiata la guerra, a Padova.
Era la prima citta’ sui cui aveva deciso di esordire l’Americano. Parole semplici, molti fatti. Chi spara di piu’ vince, sembrava questo quello che gli avevano insegnato in America. Era un idealista l’Americano e pure un po’ cinematografico, pensava Don Santino. A Padova era partito subito con lupare e sparatorie e in breve aveva il pizzo da tre quarti della citta’. Poi si era spostato a Milano, dopo la lupara, la droga. Tutto regolare, con societa’ di consulenza finanziaria a coprire tutto, a rinfrescare tutto quel denaro illecito. Era una impresa, quella dell’Americano. Buona parte della citta’ era sua. Con un po’ di ammazzattine aveva fatto sparire a russi e sudamericani i carichi di eroina, intuendone il fatidico rientro nella scala di preferenze tra le droghe. Per un mese i tossici milanesi si sarebbero iniettati il nulla. Dopo un mese i cavalli dell’Americano avevano fatto un autentico show, riversando eroina sul mercato e raccogliendone i frutti in meta’ del tempo che ci impiegano gli altri. Il libero mercato, la concorrenza, pensava Don Santino. Un genio questo americano: tutto frutto della mia capacita’ ad in- for- mar- mi, ripeteva l’Americano. Ora dopo essersi consolidato un po’ anche a Palermo, si toglie gli sfizi. La diplomazia, pensava don Santino, e’ di fatto la politica. Accordarsi, per rosicchiare potere. Accordarsi per scambiarsi favori. E su Napoli era successo il patatrac. Altri clan si erano scassati la minchia. L’Americano rispose da par suo.
Come un giocatore di poker, quale era, convoco’ i nemici in casa sua e gli mise sul piatto un accordo imperdibile. Di soldi, di potere e soprattutto, di stile. Era il momento di comprarsi i gioielli di famiglia. E sul piatto mise Genova. Gli astanti ebbero la sensazione che quell’uomo li leggesse nel pensiero.

L’Americano aveva incalzato don Santino, cercando assicurazione sul buon andamento dell’affare. Don Santino menti’, per la prima volta, dicendo che si, andava tutto bene. In realta’ la sua fronte sudava, anche perche’ faceva un caldo della madonna, e si alzo’ piuttosto perplesso dalla sedia, maledicendo il giorno che aveva incaricato que cretini pezzenti che gli stavano mandando tutto in culo.

06

Io alle combine del calcio ci ho sempre creduto. Non mi pareva strano li avessero beccati, erano stati incauti, avevo pensato. Da piccolo abitavo in un posto in cui c’era un bar. Ci passavano i giocatori del Genoa, perche’ si allenavano li’ vicino, a Sant’Olcese. Ci andavo spesso a vedere gli allenamenti, mi piaceva perche’ vedevo da vicino i giocatori, li sentivo mentre parlavano in campo: mollala, uomo!, vieni, passa, diocane, mettila in banca, quando sei saltato ci passavano mille lire sotto, caprone, asino, testa di cazzo, non giochi mai piu’. le ultime erano degli allenatori.
Un giorno ero in questo bar e entra un giocatore del Genoa. Era un difensore, un torello tutto fisico e piedi discreti, ma lento come la morte, era quello che aveva il classico freno a mano tirato. Gianni, un amico di mio nonno gli fa, ci salviamo o no? Se non ce ne compriamo qualcuna, no, aveva risposto sorridendo.

Non so perche’ partii da Michele. Quel riferimento alla mala mi interessava molto di piu’ che il benzinaio e la combine. La consideravo una ricerca in perdita, quindi tanto vale farsi aggiornare, non si sapeva mai.
Michele mi guardava come si guarda un pazzo. Continuava a ripetere il mio nome, quasi non credesse ai suoi occhi. Ci bevemmo quelle tre o quattro birre che resero la conversazione meno tirata e ufficiosa. Non ci vedevamo da molti anni e dopo esserci raccontati delle stragi che avevano ridotto il nucleo famigliare a noi due, finalmente ci rilassammo. Dopo un paio d’ore a parlare di quasi tutto, Michele mi chiese cosa volevo da lui. Gli raccontai la storia di Luca. Lui mi ascolto’ sfumazzando e dimostrando poco interesse.
– Allora vediamo: questo tuo amico sospetta un legame tra il benzinaio e l’altro tipo con una qualche forma di malavita, perche’ ha sentito i due che parlavano e perche’ avrebbe scritto qualcosa, cosi’ sospetta l’avvocato degli sbirri. E su questo tu, cosa vorresti cercare?
Era una situazione imbarazzante, perche’ non capivo davvero il perche’ delle mie argomentazioni.
– Dimmi un po’ che giri ci sono qui.
Michele sapeva tutto quanto accadeva li’. Piu’ volte ci eravamo scambiati favori, tra di noi, con altri della nostra rete di relazioni. Era un po’ questo, si puo’ dire che lavoravamo tutti insieme, in una sorta di baratto costante, poi seguivano periodi piu’ radi, che sono quelli in cui un po’ tutti si prova a tirare su soldi per poi ridedicarsi a cose ben poco remunerative.
Michele ritorno’ a dire che ero fuori a voler perseguire la ricerca ma mi fece un ampio quadro della suddivisione delle zone di Genova tra varie bande. I suoi favoriti erano i russi. Sono quelli che ammazzano di piu’, mi disse. Poi prosegui’, arrivando all’oggi.
– Qualcosa sta cambiando pero’. Gli italiani stanno facendo strani movimenti, si spostano di zona, robe che se succedevano sei mesi fa, finivano a incaprettarsi per un mese.
– Chi sono?
– Napoletani, siciliani, calabresi. A Genova da tempo gli italiani non inseriti nei gruppi stranieri, si sono per cosi’ dire, federati, quasi che le cupole non considerino la citta’ eccessivamente attraente. Troppi immigrati, troppi stranieri radicati su un territorio che vasto non e’.
– Invece?
– Invece niente, sembra che qui abbiano deciso di darsi manforte. Stanno presidiando in particolare alcune zone, piu’ di prima, si avvicinano al centro, in pratica.
– Su cosa investono?
– La droga, almeno qui in centro, e’ cosa di nigeriani, marocchini e albanesi. Gli italiani ereditano il business calabrese, i videopoker, quando ancora loro qua non c’erano come organizzazione. E si stanno allargando rispetto a droga e prostituzione. Ora sono tornati e principalmente reinvestono, come un tempo. Come solo loro sapevano fare, nel mattone. In effetti questa potrebbe essere una pista.
– In che senso?
– Nel senso che e’ arrivata gente dalla Sicilia, l’ho saputo da radio carcere.
– E quindi?
– Gente dalla Sicilia vuol dire avere un interesse, vuol dire avere delle mire. E se uno dei clan che si muove di piu’ e’ quello di un tale il cui padre era presidente di una squadra di calcio del sud, ecco che hai una pista.
Rimasi scettico. Non voleva dire niente. Che interessi ha la malavita a tirare il Genoa in C? Fosse anche per il Napoli, era uno cosa insensata.
– E’ l’unica che hai.
– Si
Scrissi sul foglio alcuni nomi, ci salutammo, dandoci appuntamento per l’indomani. Michele mi disse che avrebbe cercato informazioni piu’ dettagliate.

07

Quel minchione di Renato, con quella sua voglia di menare le mani. Per nessuna ragione. Non sarebbero mai risaliti a loro, ma poteva essere un errore molto grave. Che qui gli sbirri costano pure, ripenso’.
Bussarono: entrarono un energumeno rasato, grosso come un armadio a due ante e un altro, altrettanto grosso, ma con i capelli neri corti, come un marine. Don Santino gli fece segno di sedersi.
– Antonio, disse indicando il rasato, tu resti a fare la guardia al benzinaio rinconglionito, che non ci faccia scherzi. Tu Renato che ti piace menare le mani, te ne vai un po’ in vacanza, disse indicando l’altro.

Fece una piccola pausa. Si considerava un ottimo oratore, il magistrato dovevo fare, pensava.
– Che minchia ti ha fatto quel cornuto?
– Ci seguiva, Antonio lo meno’ pure, quasi. L’altro giorno e’ entrato nel bar dove eravamo noi. Poi di sera me lo sono ritrovato di nuovo fuori dal bar. Gli ho chiesto che minchia voleva, mi ha detto che sapeva dell’Americano. E quindi l’ho ammazzato. Sembrera’ una roba tra froci, non mi sembrava una cosa grave. Don Santino lo fece terminare. Questa dell’Americano non lo sapeva, gli avevano solo detto che il cornuto aveva detto qualcosa tipo, “vi ho scoperti”, che vuol dire tutto e niente. Invece la storia dell’Americano era diversa.
– Chi minchia era questo qua?
– Gli ho preso tutti i documenti, manco sapranno ancora chi e’…
– Chi e’?
– Un ragazzo Luca qualcosa.
– Va bene, uscite, andatevene.
I due uscirono rapidamente. Don Santino chiamo’ Ciso, gli disse di prendere quel minchia di nome e vedere di indagare un po’. Che per essere delinquenti bisogna essere anche un poco sbirri, penso’ Don Santino.

08

Alle sette di pomeriggio ero gia’ in ufficio. Nel primo pomeriggio Castani mi aveva chiamato, si poteva anticipare l’incontro, perche’ e’ incredibile quante leve muove un avvocato famoso.
Luca lo avevano riconosciuto solo perche’ nel taschino dei jeans aveva la tessera del Genoa Club Rivarolo, rinnovata quel giorno stesso, con nome e cognome. I documenti erano spariti, mi aveva detto Castani.
Dodici colpi di pistola, calibro 28. Mi fece vedere le foto. Due fori, ravvicinati sulle tempie.
Se la scientifica conferma la tempistica dei proiettili si potra’ capire che si tratta degli ultimi due colpi di un’esecuzione vera e propria, aveva detto Castani. Lo avevano trovato con le braghe mezze tirate giu’, mutande comprese, come si trattasse di uno stupro, ma sembrava chiaro che si trattava di un tentativo di depistare. Gli sbirri avrebbero proseguito le indagini, il Pubblico Ministero, mi disse Castani, non sembrava quello migliore per questo genere di cose, quindi avremo saputo poco da loro, ma l’ispettore, un tipo che sgomitava, sembrava determinato. Arrivato in ufficio, sto un’ora in silenzio a pensare. Poi quando arriva Michela la torturo.
– Che Luca si sia inventato tutto o meno, lo hanno comunque ucciso, parto da li’. Si fosse trattato di un tentativo di rapina andato male, un furto, una disgrazia sarebbe stata una casualita’. Invece chi lo ha ucciso ha finto un tentativo di stupro o qualcosa del genere, senza che sul corpo ci siano segni di percosse, unghiate, niente che lasci presagire ad un successivo manicale omicidio. Una chiara messa in scena. Forse anche gli sbirri lo potrebbero avere intuito, era facile. Poi c’e’ la questione dei colpi alla tempia.
– L’esecuzione, dice Michela, mentre scrive un sms.
– Si, ma l’esecuzione avviene prima, secondo me. Poi gli scarica il resto, se a sparare e’ stato uno solo, come pare. Come se gli venisse in mente la manfrina dopo averlo seccato con i due colpi alla tempia, magari in ginocchio.
Michela mi dice, un attimo, che deve leggere un sms.
– Quindi, mi dice.
– Quindi e’ un’esecuzione fatta da uno che e’ abituato a comportarsi cosi’, a sparare due colpi sulla tempia. Poi pero’ si ricorda che ha ammazzato Luca, che non appartiene a nessun clan, quindi depista, non vuole che si risalga a lui. Se Luca fosse stato un gangster col cazzo che lo imbottivano di colpi. Lo lasciavano li’ con i due fori e basta e pure con i documenti. Che si sappiano certe cose, cosi’ ragionano loro. E invece questo non vuole fare sapere in giro che ha effettuato un’esecuzione. Meglio stare schisci.
Michela mi chiese di continuare.
– Quindi se Luca e’ stato ucciso da un mafioso, perche’? Immagino ci fosse del vero in quello che mi ha detto. Magari chissa’ come ha scovato in giro quelle informazioni. E si e’ messo in un giro piu’ grosso di lui.

Poi basta, perche’ c’erano i discorsi di Michele sulla mala a Genova, che dovevo confermare e poi c’era Luca, che non vedevo da anni e non sapevo quasi niente di lui.
Decisi di andare a mangiare in un ristorante cinese, mi alzai e mi diressi alla porta. Volevo chiedere a Michela se pensava che mi fossi rincoglionito. Non le dissi niente e mentre uscivo Michela mi chiede se le posso portare delle nuvole di drago.

09

A Don Santino puzzava da matti quell’omicidio. Aveva mosso mari e monti, l’informazione, per Dio, urlava agli omini che ogni ora andavano e venivano per riferire.
Sembrava di essere a Bagheria, neanche a Genova. E meno male che l’Americano lo aveva richiamato e gli aveva messo il pepe al culo. L’Americano era incazzato nero che aveva saputo che bisognava ungere qualche romano di merda per l’affare, altrimenti era tutto bloc-ca-to aveva scandito l’Americano.
Don Santino si accollo’ anche l’incarico di verificare queste voci e nello stesso tempo era in ansia per la sua menzogna. Che gli puzzava. Il pepe al culo aveva funzionato, uno dei suoi agenti gli aveva confermato l’interesse di magistrato e polizia per l’omicidio e disse che aveva sentito la parola esecuzione al proposito. Don Santino era su tutte le furie. Col cazzo, due colpi alla tempia gli ha sparato! Era inferocito, avesse avuto Renato tra le mani, gli stacco il cuore, urlava. Avanti e indietro. Gli puzzava di esecuzione agli sbirri, in due minuti erano da loro. Chiamo’ Cesi e gli disse di comunicare a quei due coglioni i loro alibi e di prepararsi a rispondere alle domande degli sbirri. Disse di dire a Renato che la vacanza era finita, che era meglio. E che lui era a cena al ristorante tal dei tali e che tra l’altro aveva visto tizio, personaggio decisamente famoso e che avrebbe potuto confermare il suo alibi. Meno male che c’era il fratello di Renato, che era decisamente piu’ sveglio.
Mando’ via Cesi. Arrivarono altri dementi a portargli informazioni. Gli sbirri si muovevano, la casa del ragazzo morto era sigillata, impossibile entrarci ora, vanno e vengono quegli sbirri del cazzo, gli aveva detto uno.
Don Santino era decisamente nervoso. Sperava chiedessero un prezzo e si levassero dai coglioni.

010

Durante la notte mi rilessi per ore il materiale che mi aveva lasciato l’avvocato e poi iniziai a girovagare per internet inserendo i nomi che mi aveva dato Michele nei motori di ricerca. Il mio era un trip decisamente paranoico. Mentre leggevo mi immaginavo i movimenti. Il boss che da stratega decide che il Genoa deve andare in C e fa avviare in qualche modo l’inchiesta, perche’ cosi’ il Napoli va in B e loro ci guadagnano. Non stava in piedi neanche con le stampelle questa versione dei fatti. E il benzinaio in tutto questo cosa c’entra, l’energumeno rasato cosa c’entra, pensavo. Luca era ammattito e probabilmente quell’argomento in questo momento suscita istinti maniacali e paranoici sui tifosi e fa entrare in loop agghiaccianti, tipo questo. Ma poi la mafia a Genova. Storicamente non c’era mai arrivata. O forse bisogna capire cosa intendeva per mafia, che magari si chiama tutto allo stesso modo. La mafia non in quanto organizzazione in se’, ma in quanto metodo, processo. Si arriva e si totalizza quanto piu’ strato sociale possibile per renderlo copartecipe all’attivita’ criminosa, polizia compresa. Questo succedeva oggi, come era sempre successo. Non erano mica criminali i corrieri delle scommesse o i custodi delle bische. Era gente normale che arrotondava. Che gli frega a questa mafia, in quanto metodo, del Genoa. Ne frega eventualmente a chi invece ha dietro di se’ una organizzazione seria, stimabile, che ha bisogno di uno sponsor, di un fiore all’occhiello. E dunque non tanto il Napoli quanto il Genoa, in C lo compri a due noccioline. E entri in citta’ in Carrozza. E hai vinto. E a quel punto la mafia, in quanto metodo, te la offrono le persone normali, su un piatto d’argento, perche’ sei rispettabile, sei un capitale. E come diceva Michele, investi, compri palazzi, ricominci dal mattone e ti reinventi il privato sociale sotto forma di cliniche specialistiche per cocainomani, solo per loro. Stavo viaggiando in la’ con la fantasia. I giornali avevano aperto il giorno dopo con la notizia dell’omicidio, poi piu’ per obbligo che per altro, gia’ il secondo giorno scrivevano di pista passionale. Le veline della questura.
Luca. Luca lavorava come sistemista in una societa’ che forniva hosting per grosse societa’. Mission, vision, solite puttanate. Vado nella sezione clienti del sito. Banche, societa’ finanziarie e poi lei, la T.R.A.
La societa’ del benzinaio.

011.

– Era un ragazzo normale, Don Santino, lavorava con sti compiuterz, ste cose elettroniche, poi andava allo stadio, abbonato al Genoa.
Ecco allora il legame, pensava Don Santino. Minchia che devo fare lo sbirro? penso’.
– Che dicono i nostri agenti?
Stava bevendo un chinotto. Aveva sentito alla televisione che quell’anno c’era il revival del chinotto, piaceva soprattutto ai giovani. Io, pensava, sono giovane. Si tiro’ su dalla sedia e guardo’ attraverso le tende il tramonto verso il mare. Gli ricordo’ la Sicilia e per un attimo ebbe solo voglia di tornare indietro. Cesi stava di fronte a lui: come ogni servo che si rispetti comprese il momento di nostalgia romantica da regno delle due sicilie del capo e non disse niente.
– Allora, lo incalzo’ Don Santino.
L’infame, rispose.
– Dicono che l’ispettore, sto Dottor Tosi, e’ uno che non si compra. Comunque uno dei nostri sta cercando di capire le mosse. E’ probabile che risalgano a Renato comunque, perche’ sul computer del cornuto hanno trovato qualcosa, mi ha detto.
Don Santino fece finta di nulla. Si stava chiedendo se scaricare Renato o meno, se sviare le indagini, se fargli trovare della coca in casa, se fargli trovare delle mutande da uomo nella camera da letto e foto porno.
Provo’ a mettersi nei panni dell’Americano. Era un problema. Potevano beccare uno di loro per omicidio e spremerlo e ormai sapevano come fare. In piu’ Renato era un fesso, non era affidabile.
Intanto l’alibi regge, penso’ e abbiamo qualche giorno in piu’ per muoverci. Le informazioni, gli spari. Se l’alibi non avesse retto, Renato lo dovevano fare fuori. L’Americano avrebbe agito cosi’. La mafia, la mafia, era un’amicizia, di quelle vere. Non si guardava in faccia nessuno. Un’amicizia corretta, se sgarri, mi hai fregato, non siamo piu’ amici. Ando’ in frigo e prese un altro chinotto, poi si appoggio’ sul divano, prese la mappa di Genova. I nuovi stabilimenti del benzinaio, grandi ipermercati. Ipermercati che aprivano per quattro sei mesi, poi chiudevano e si aprivano cinquanta chilometri piu’ in la’. Piazzette, bar, ristoranti, negozi: andava bene a tutti. Spe- cu -la -zio -ne, scandiva l’Americano. Il benzinaio era un dritto, del calcio non gliene fotteva niente. Aveva solo dato una spinta a un pm gia’ in vacanza a giugno e poi aveva accettato i nostri prestiti, le nostre aziende di appalto. Facile.
Riguardo’ la mappa, poi ando’ con lo sguardo verso lo stadio. Dovevano costruirne un altro, era logico. Quel coglione di Camorraro, penso’ don Santino, che ci dia un calcio in culo e si prenda gli europei del 2012. Uno stadio nuovo sarebbe stato obbligato. Don Santino si perse nei suoi ricordi di ragazzo e si addormento’ pesantemente sul divano.

012

L’indomani, da quella merda di Castani avevo avuto altre notizie. Luca sul computer aveva un documento in cui dichiarava di avere subito minacce da tale Antonio Balestracci nonche’ sguardi poco rassicuranti da Renato Portaleppi, guardie del corpo del benzinaio. Questo perche’, a suo parere, il benzinaio era coinvolto nell’affaire Genoa. Dopo di che’ partiva la sua personale versione dei fatti: il benzinaio era intimo amico del PM che aveva avviato le indagini sul Genoa (allegata una foto presa da Internet, da un sito di gossip, di qualche anno prima: il benzinaio con lo zelante PM), i due summenzionati soggetti che lo avevano minacciato erano da sempre nel giro della mafia siciliana. Uno dei due, Antonio Balestracci, era cugino di Mark Balestracci, figlio del Balestracci Marco – qui trasalii- presidente della squadra di calcio [omissis]. Questo, concludeva Piero, dimostra l’interesse di Mark Balestracci, conosciuto come l’Americano, per Genova e il Genoa. Questo, specificava Piero, lo so per certo.
Allegati un totale di articoli di stampa, foto e copia e incolla da vari siti.
Castani mi aveva guardato un po’ di traverso.
– Penso che avesse ragione lei, mi dice.
Non capisco.
– Luca forse si e’ lasciato prendere dalle fantasie. L’ispettore Tosi mi ha confermato che e’ stato molte volte vicino ai due tizi, che comunque stanno cercando per interrogarli. Ma che la pista mafiosa non e’ assolutamente confermata, ne’ dagli informatori, ne’ dai loro colleghi di altre citta’ e che pertanto non hanno intenzionate di indagare in quell’ambito. Del resto mi pare che Luca le spari davvero grosse. A me interessava trovare l’assassino e probabilmente lo troveranno. Per entrambi c’e’ un mandato di cattura convalidato dal PM. Si scoprira’ che uno di quei due, due gangster, si sara’ fatto prendere la mano e lo avra’ ucciso, purtroppo, magari, per semplice dimostrazione di machismo, magari. A quel punto non credo vorranno procedere per associazione di stampo mafioso, per quei due delinquenti. La mafia a Genova non c’e’.
Per me la questione e’ chiusa, ritorno a concentrarmi sul Genoa, domani c’e’ la sentenza del tribunale. Arrivederci.
Uscii senza neanche stupirmi piu’ di tanto. Luca aveva calpestato una merda. Chiamai Billie al telefono, rispose che di si e ci demmo appuntamento entro un quarto d’ora. Mi presi un po’ di pezzi di focaccia, una bottiglia di vino e scesi da piazza de ferrari fino a via della maddalena, facendo un giro piu’ largo, per trascorrere il quarto d’ora.
Billie era una strana studiosa, divisa tra fiction televisive e ricerche improbabili. In particolare si era specializzata sullo studio degli sbirri e quindi, faceva spesso al caso mio. Suono alla porta e dopo settanta cazzo di piani di scale a piedi, sudato arrivo in cima. Billie sorride imitando il mio respisro affannato, prende il sacchetto che ho in mano e mi fa entrare. Come va come non va, sai se per caso esiste il sito della Signora del West, mi chiede Billie. Rispondo che boh penso di si, immagino di si.
– Ho letto su una rivista femminile che gli spettatori di questa fiction stanno boicottando la coca cola.
– E perche’ mai?
– Perche’ e’ tra gli sponsor che hanno deciso di non fare piu’ gli sponsor e quindi la fiction e’ finita.
– Gli americani sono davvero idioti
– Quindi sto bevendo chinotto
La guardai e notai che era in pigiama.
– Ti ho svegliata?
– No
Iniziammo a mangiare la focaccia e arrivai subito al sodo, raccontendole di Luca eccetera. Al termine del racconto comincio’ a fare le sue cazzo di domande.
– L’ispettore Tosi, tu lo hai mai visto?
– No
– E’ un bell’uomo, stile quello che faceva lo sbirro democratico in Milano Violenta, come cazzo si chiama?
– Non lo so
– Vabbe’ e’ un tipo cosi’. Ma non e’ democratico, e’ in area AN e’ nel loro sindacato, ma probabilmente ne fondera’ un altro per candidarsi poi come assessore o chissa’ cos’altro. La sicurezza hai presente? Tolleranza zero. E’ giovane e non e’ corruttibile, quindi non si tratta di una deviazione delle indagini dovuta a corruzione.
– E allora a cosa? Quelli sono due gangster.
– Si quindi probabilmente avranno gia’ alibi belli e pronti, che la polizia verifichera’ e quindi verranno scarcerati.
– E quindi?
– Quindi niente, la faranno franca, semplice. Riguardo al resto, la mafia, il Genoa, mi sembra piuttosto arduo provare questa cosa. Sai come la penso.
– Si
La criminalita’, la delinquenza non e’ una zona d’ombra, ma anzi, una zona piuttosto chiara e visibile, che permea la societa’ dei normali, molto spesso invece protagonisti di fenomeni di illegalita’. Lo sapevo a memoria.
– E dell’Americano?
– E che ne so, io so qualcosa degli sbirri, ma mica vivo in questura.
– Vabbe’ come pensi che gli sbirri si comportino rispetto all’eventuale arrivo di una cupola?
– Non pensano affatto che esista questo rischio. Guarda che queste cose sono pubbliche. Pensano che lo spaccio sia in mano agli africani, che i pregiudicati italiani convivano con delinquenze straniere e che gli altri italiani pregiudicati operino indipendentemente da una cupola e in ogni caso non riferentesi ad essa.
– Cioe’
– Cioe’ si fanno i cazzi loro, non danno fastidio e manco sanno dov’e’ Palermo sulla cartna geografica.
– E questo quando?
– Nell’ultimo rapporto, di due mesi fa. Per loro la mafia non esiste, in quanto organizzazzione, a Genova. Non c’e’ mai stata.
– E il calcio?
– Il calcio sono gli ultras per loro.
– E non e’ possibile che la PS di Genova rassicuri in questo senso coprendo qualcosa, per fare contento qualcuno?
– Tipo chi?
– Non so un grosso industriale genovese che ha i suoi bei giri
– Non credo. In questo momento la PS di Genova e’ un bollitore piuttosto pericoloso. Dopo il G8 hanno gli occhi di tutti puntati addosso, sono nervosi e se avessere un affare del genere tra le mani, lo prenderebbero. Non guarderebbero in faccia nessuno a sto giro. Loro sono sbirri. Hanno un dovere, difendersi.
– Non sono daccordo. Quando mai. Con questi al governo stanno tranquilli.
– Invece no. Stanno polemizzando ogni giorno con il Governo. Non vogliono la devolution, vogliono piu’ soldi, vogliono piu’ promozioni.
– Vabbe’ quindi un cazzo, ovunque la giri, non becchi un cazzo.
– Non e’ il momento per certe cose. La criminalita’ continuano a dire, e’ in calo. Ora hanno altre gatte da pelare, indovina quali?
Me ne andai poco dopo.

013

Don Santino rimirava il quadro della figlia appeso in salotto. Una distesa di mare, profumato o almeno pareva a lui. Si avvicino’ per guardare piu’ da vicino gli spruzzi delle onde, immaginandosene la freschezza.
Era in questa posizione di intimo raccoglimento quando squillo’ il telefono.
Rimase al telefono una buona mezzora e poi mise giu’.

Sembrava tutto risolto. Il Tribunale da li’ a poco avrebbe confermato la serie C per il Genoa, lui lo sapeva gia’ dalla sera prima e ora una telefonata lo aveva rincuorato; una mezzora e ciao, ci sarebbe stato qualche casino, poi si sarebbero un po’ abbassate le acque e a settembre sarebbe spuntato l’acquirente. Prima avrebbero mandato avanti una lepre, ma questo era un segreto. Poi, dopo il fuoco fatuo, l’Americano aveva trovato un birillo da mettere come presidente, un amministratore delegato di una non so quale cazzo di societa’ di informatica in cui l’Americano aveva il suo perche’, non di Genova, ma allineato, diciamo.
Che giocatore di biliardo, pensava. Una boccia via l’altra, immaginando perfettamente tutti i movimenti e i passaggi degli altri. Un piano grandioso. Che stile, l’Americano. A quattro lire undici coglioni, un nuovo stadio, un bell’impianto tipo ipermercato. Lun-gi-mi-ran-za, aveva scandito l’Americano.
Genoa in C, iniziati a lavori del benzinaio, rimaneva da fare i conti, che quei cazzoni del calcio gli erano costati da matti.
La mattinata era comunque iniziata bene: i due coglioni erano stati chiamati in questura e messi dentro.
Testimoni, il documento del cornuto, ma che cristo! Neanche uno straccio di prove e infatti con qualche mossa arguta dell’avvocato in mattinata erano gia’ liberi, dopo la conferma dei loro alibi.
Senza una prova! Che minchia si era preoccupato a fare. Continuava a ungere e spremere i propri agenti, cosi’ giusto per. La freddezza non era mai stata il suo forte, ma quell’omicidio del cazzo lo aveva disturbato.
Ancora qualche giorno poi sarebbe andato in vacanza dove le sue membra si sarebbe riposate, col cazzo in eterno, pero’. In profondita’, don Santino, si sentiva un poeta.

014

Tornai in ufficio. Iniziai a fare ricerche su Luca. Dai fascicoli avevo preso una sua mail, quella del lavoro. Non sapevo niente di lui, non sapevo neanche se avesse una mail personale che magari in qualche modo saremmo riusciti a vedere. Non avevo potuto vedere l’ hard disk e dal rapporto degli sbirri si evinceva che avevano acceso e spento.
Il nome della sua home era “edbori” e immaginai fosse quello uno dei suoi possibili nick. Luca mi sapeva di uno che scriveva sui muri, sui forum e che sicuramente aveva un blog. Edbori era come chiamavamo da ragazzini Edberg, il suo tennista preferito. Giocavamo qualche volta insieme a tennis e lui mi faceva incazzare che il mio idolo era Lendel e lui, Luca, giocava in servendvollei come Edberg, che alcuni cronisti chiamavano, alla svedese, Edbori (come Stromberi al posto di Stromberg…).
Passai circa quattro ore davanti al pc.
Scriveva come edbori su vari muri di tifoseria genoana, che per altro leggevo anche io, ma il suo nick non lo avevo mai notato, sara’ che non diceva niente di che, se non che era evidente che volevano salvare il napoli e che sicuramente sarebbe scoppiata una merda eccetera. Dicevano tutti piu’ o meno cose piu’ o meno apocalittiche e trovare la piu’ strana non era difficile.
Pero’ mi persi in quel fiume di parole che riportano alla luce qualcosa di fortemente irrazionale e passionale. mi fermai a guardare le foto del vecchio stadio.
Che merda in C. Allora ripresi a cercare di Luca. Ho guardato migliai di blog, ma il suo, se mai ce l’aveva, non l’ho trovato.
Verso le undici di sera ho ripreso la ricerca. Poi ho avuto una piccola botta di culo, meritata dopo tutte le cose che mi ero dovuto leggere.
Ho trovato una lettera con nome e cognome, Luca Prati, ad un server in uno dei miliardi di forum che questi hanno. Li insultava pesantemente perche’ erano delle merde e prometteva il cambio di hosting per il suo dominio, www.bacicciacrepa.net
Ctrl T, Ctrl C, Ctrl V e mi viene fuori una pagina con scritto presto in linea, con la foto della Nord.
La sua mail era di tre giorni prima, la registrazione del dominio risaliva a dieci giorni prima.
Mandai una mail a chi so io e andai a dormire con qualche speranza.

015

L’indomani mattina chiesi a Michela di avvisarmi quando avessero dato la sentenza e andai a trovare i camerieri del ristorante di lusso dove Mark Balestracci, il non pelato dei due nazi, avrebbe passato la serata di qualche giorno fa, quella in cui venne ucciso Luca. Poi avrei verificato anche quella dell’altro, ma era un bowling e dovevo andarci di sera.
Al ristorante tutti mi dicono che si era lui e che lo avevano detto anche agli sbirri.
Si era lui, si era lui, si era lui. Poi finalmente arriva il caposala, un ciccione con il braccialetto con un sacco di colori, della squadra di calcio della delegazione genovese.
Mi innervosisco un po’, lo leggo come un segnale, mi giro quasi a vedere centinaia di avvoltoi in procinto di divorarmi.
E’ molto gentile, suda, ma si da’ l’acqua di colonia, un odio vistoso scresce in me. Il cocktail e’ un po’ schifoso anche perche’ si asciuga con le mani la fronte e insomma.
No, non aveva parlato con la polizia, era in festa ieri.
Si certo era qui. Lui era la prima volta che lo vedevo, mi dice, lei no, e’ famosa la ragazza che era con lui.
Entriamo in cucina, la oltrepassiamo e andiamo sul retro che c’e’ ombra.
Mi chiede per quale giornale scrivo e gli dico Libero e non fa una piega.
– Quindi questa ragazza chi e’?
– Eh ora sai che non me lo ricordo? Belin, e’ di una fiction.
– Quale fiction?
– Quella della rai che lei e’ la figlia del padre che poi si mettono insieme.
– Beautiful, chiedo
– Ma no! E’ italiana, genovese, ma e’ famosa.
– Va bene, taglio corto, lasciamo perdere.
Feci ancora qualche domanda e me ne andai. Salito in macchina trovo l’sms di Michela. Siamo in C.
Chiamo Billie, le chiedo lumi su sta attrice, mi dice che fa mente locale e mi mandera’ una mail. Vabbe’.
Devo tornare a casa che ho da guardare un po’ di cose sul sito del benzinaio. Mi sentivo in stato di trance.

016

E invece, pensava, Don Santino, e invece. Neanche il tempo di godere della conclusione di quell’affare del giudice, una sola notte di pace e gia’ l’indomani era di nuovo una guerra.
Aveva pensato che ormai fosse finito tutto e invece. Qualche testa di cazzo aveva capito qualcosa ed ecco li’ il patatrac.
In fondo le cose si sarebbero concluse meglio ancora, ma ne andava della vita di un ragazzo, di un incauto, di un testa di cazzo.
A Don Santino gli dispiaceva davvero di aver dato quell’ordine, quasi come lo avesse dovuto dare per un suo famigliare. Una cosa fatta bene, che avrebbe rimesso a posto le cose. L’indomani mattina gli sbirri avrebbero trovato tutto pronto. La pista dei froci confermata, un sacco di informazioni e una piccola firma, che chi voleva intendere intendesse. Era un modo per dire, ha fatto una cazzata, ci abbiamo pensato noi, arrivederci.
Gli sbirri lo cercavano, avevano scoperto l’alibi del cazzo di Mark, grazie a quella stronza che era con lui. Bravo il fratellino, che aveva condannato a morte Mark. A farsi fotografare con delle sciaccquette del nord.
Mamma mia, pensava, che fatica.
Gli sbirri lo cercavano, ma non lo avrebbero trovato. Si era rotto la minchia, Renato doveva essere fottuto.
Aveva sbagliato. Incarico’ due uomini con istruzioni precise.
Senti’ l’Americano poco dopo.
Tutto a posto, naturalmente, certamente, non vedo l’ora.
Poco dopo la lepre venne dichiarata alla stampa. Che genio, l’Americano.

017

Billie mi aveva risolto il caso, si puo’ dire. Alle cinque circa mi e’ arrivata la sua mail.
Francesca Tardi, protagnosita della fiction, “Prospettive terribili”, in compagnia del tuo sospetto, mi aveva scritto Billie.
Apro il file, una jpg gigante, cazzo, di un articolo scannerizzato. In effetti e’ lui, Renato Portaleppi.
Leggo la didascalia. E il tipo si chiama Giulio Portaleppi, ingegnere siciliano da qualche tempo a Genova.
Mando una mail a Castani con scritto arrivederci, e esco dall’ufficio.
Giro per un’ora circa in macchina ascoltando la radio. Si era fatto sotto un imprenditore ligure, per rilevare il Genoa.
Mi immagino i tifosi. Mi immagino Luca, a ripetermi, lo capisci, lo capisci. Lo avevano seccato per un’overdose di complottismo forse, o forse ci aveva visto giusto. Mi arriva un sms, torno rapido a casa.
Altre mail.
Grazie, firmato Castani.
E poi una mail molto interessante. Le mail che Luca aveva intercettato al benzinaio, messe su un server a nome di bacicciacrepa.net.
Giro anche queste a Castani con scritto a mai piu’. Non mi ha ancora risposto.
Ne’ mi rispondera’. La visione di Luca non era poi cosi’ sbagliata, ma le mail parlavano chiaro. Accordi, il nome dell’Americano che compariva piu’ volte, alcune allusioni. Certo le prove non esistevano. Avrebbero beccato Renato Portaleppi e fine delle trasmissioni.

018

L’indomani mattina sono al campo di allenamento. Osservo i ragazzi trotterellare. Quando passano vicino alla rete dove sono sistemato li guardo con intensita’. Al capitano quando passa gli dico, andiamo cazzo, andiamo.
Loro mi guardano come uno degli ennesimi svitati che gli gironzolano attorno. Corrono, alcuni in disparte fanno esercizi, il mister e’ in mezzo, fa ondeggiare il fischietto, pensando che e’ stato proprio sfigato.
Dietro di me ci sono un vecchietto con un ragazzino, una donna e ancora dietro molti tifosi sulle gradinate.
Quando cominciano a prendere il pallone partono anche un po’ di applausi. Osservo i gesti tecnici, alcuni sono davvero bravi.
Poi finalmente una cazzo di partitella. La fanno a undici. Hanno tutti la divisa da allenamento, chi con la casacchina, chi no. Uno di loro, solo uno, ha la divisa a quarti rossoblu. Per un po’ vado avanti e indietro attaccato alla rete, seguendo le azioni, poi risento l’odore della macchina di mio nonno e me ne vado.

Minchia, pensava don Santino, finalmente se ne’ andato.
E finalmente Romeo poteva mettersi vicino alla rete e seguire la partita. Quel cornuto con quella faccia da coglione era stato tutto il tempo avanti e indietro a seguire l’allenamento e ci gridava ai giocatori, che Romeo si era spaventato.
Sua figlia aveva detto di lasciare perdere, ma don Santino si stava realmente incazzando.
Lo sapeva quel cornuto chi era lui? Cosi’ continua a ripetere sua figlia, poi se ne era andato, finalmente.
Con Romeo andava avanti e indietro, dicendo bravo bravo a questo o a quell’altro demente in calzoncini.
Poi si ruppe la minchia e poso’ Romeo tra le braccia della figlia e ando’ a sedersi all’ombra, fuori dall’impianto.
Si accese una sigaretta guardando da fuori il campo e percependo appena qualche urletto da dentro. Sorrideva, perche’ si sentiva parte di un progetto, di un piano, in cui lui aveva avuto un ruolo di primo ordine.
L’Americano si era congratulato personalmente con lui.
Quel cornuto di prima era ancora li’ in macchina e lo guardava. Ora gli vado a chiedere che minchia si guarda, penso’, ma un attimo prima di alzarsi dal gradino, la macchina se ne ando’.

August 20th, 2005

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