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La Ragazza è Senza Nome

La ragazza è senza nome e porta una gonna corta e larga bianca. Va di moda a Shanghai, a Beijing è un lusso, una specie di avanguardia. Si guarda in giro, l’uomo la stava seguendo, ma è entrata in una zona fatta di viuzze strette, tra vecchie case di pietra, ancora lucide, ma in cui il passare degli anni si può ancora toccare, specie allungando furtivamente le mani sui portoni leggermente aperti. Panni stesi, vapori, odore di cibo. Probabilmente l’uomo ha deciso di starle più a distanza, hanno molti modi per pedinare la gente, questo sembra fare il proprio lavoro con metodo. Fa troppo caldo, all’una a Beijing il caldo ti asciuga le ossa, talmente è secco e assordante il calore del sole. Ma almeno si vede, il sole. Avrebbe bisogno di guardarsi allo specchio, contemplare la propria pelle, è preoccupata di avere le occhiaie e invece vorrebbe essere scintillante come nelle notti migliori di Shanghai. E sente le proprie labbra screpolate, ma non ha tempo di usare il suo burro di cacao, le sue creme per le mani e per il viso, deve agire e ragionare in fretta.Osserva qualche turista, chiede un’informazione a una vecchia signora che trova indaffarata a scendere da una bicicletta che sta in piedi per miracolo. La ragazza pensa che gli abitanti di Beijing siano quasi provinciali nella loro vita calma, nelle loro passeggiate languide e nelle loro stanche letture dei giornali inseriti nei grandi espositori per strada, nei parchi, nelle piazze. Non capisce il gusto di leggere di politica. Non capisce cosa abbiano da capire. Specie quando la loro città cambia ogni giorno, sotto i colpi delle gru e dei martelli che spaccano le pietre dei marciapiedi, per ridurne le dimensioni e aumentare il verde. La società armoniosa deve essere più verde. Un cinese può essere motivato solo dai soldi, non dall’ambiente.

La donna, vecchia e vestita con dei larghi pantaloni porta ai piedi un paio di ex ciabatte, ha lunghi baffi e rughe a solcare zigomi e fronte, dopo anni di vento asciutto, mattina e sera, tutto quanto il giorno, un’ora per mangiare un’ora per dormire. Indossa una camicia sudicia e sfregandosi le mani sulla vita, le conferma che la zona delle case vecchie riporta direttamente nella via parallela alla Città Proibita. E’ l’informazione che le serve. Prova a superare diversi turisti, qualche ragazzo in bicicletta che stancamente consuma un gelato, di quelli che vendono in Tien An Men, quelli che è impossibile mangiarli senza sporcarsi, poi si ferma un attimo. Cambia posizione alla propria borsa, le tira la camicetta, nera, che attillata le stringe i fianchi, lo stomaco e quel poco di seno che si ritrova. Le piacciono le camicie nere: anche se sono sporche, non si vede.

Si riporta sulla via principale, uno sguardo a destra, uno a sinistra. Il poliziotto in borghese non c’è. In compenso una dozzina di soldati percorrono la via a passo di marcia. Uno davanti, dieci dietro, e uno in fondo a chiudere la fila. Sembrano talmente concentrati che è sicura, certa, non costituiranno un problema per lei. Riesce a immagazzinare una quantità di dati impressionante, pensa sia una cosa genetica del suo popolo, come i lunghi capelli lisci, fini e sottili e incandescenti al contatto e riprende a camminare. Ha intenzione di circumnavigare l’area, ma ha bisogno che trascorra qualche ora. E’ troppo presto, caldo, afoso e l’inseguitore è troppo vicino. Ha bisogno di un diversivo, qualcosa che metta in difficoltà il suo strenuo uomo in borghese. Quando ci si avvicina a certe zone, pensa, i mille poliziotti si agitano, temono il peggio. Lei, invece, ha bisogno che intuisca le sue intenzioni, che pensi sia una farabutta, ma non una criminale. Meglio sgualdrina, che criminale. Ha fame, forse ha bisogno di pranzare. Non ha fatto colazione, scesa dal treno si è diretta in Tien An Men, aveva bisogno di capire per bene il flusso dei turisti.

E’ stata la seconda volta che ha visto la piazza, la nostra piazza, le viene da pensare. Non ha provato niente. Lei non sarebbe mai stata una di quelle o di quelli che vanno in giro con il piccolo e unto ritratto di Mao in macchina, pendente come un vecchio dio impiccato, divenuto una superstizione, come se insieme a Servire il Popolo, dicesse anche, E ricordati, guida con prudenza, il Popolo te ne sarà grato. Non ha provato niente, neanche al pensiero della Città Proibita. Niente, neanche un po’ di interesse per una storia che non le appartiene, lei è una di quelle che storia non ne ha, o è talmente breve che basterebbe la prima pagina del libretto rosso per racchiuderla tutta. La parola del Presidente, il Timoniere, Mao Ze Dong, al Popolo Cinese. Fine.

Lei, anche quella mattina in Tien An Men, ha visto solo fumo e un ragazzo portato via, qualche tempo prima, nel piazzale della sua scuola. Lui era tra una dozzina di poliziotti, inginocchiato e costretto a tenere la testa alta per farsi guardare da tutti, mentre al centro si dava vita al falò del male, droga bruciata, sogni infranti, banalità quotidiana che ritorna. Poi il suo nome ha smesso di esistere, dopo due giorni di condanna di giornali e dei loro stupidi e folli dazibao. Oh c’è il suo nome sul giornale, le donne andavano ripetendo nel vialetto del suo cortile, nel suo piccolo villaggio. Le donne andavano e venivano parlando di Yu Hao. Potremo mai superare l’onta, si chiedevano. Un condannato a morte, nella nostra casa. Le donne andavano e venivano pregando il Cielo e accarezzando i Leoni a protezione del Cortile.

Lei è una delle poche persone che né durante la scuola primaria, né durante quella secondaria, alla mattina, poco prima dei consueti esercizi ginnici, ha mai alzato la bandiera della Repubblica Popolare. Per uno scherzo del destino è nata il 30 settembre, esattamente un giorno prima del compleanno più importante del continente, la data di nascita della Repubblica. Se è vero che i numeri sono importanti, la sua vita era destinata al fallimento. Mai avuto il privilegio di issare la bandiera rossa e di essere, per qualche minuto, invidiata dai compagni di classe. I suoi genitori erano molto preoccupati di questo. E ancora di più quando il suo fidanzato è stato condannato a morte. Senza futuro, senza speranza, vattene, non sei nostra figlia. Una delle tante uniche figlie ripudiate con una scusa qualsiasi. Quando per il padre e la madre è troppo tardi per pagare il Governo e avere un altro figlio. Specie con il rischio che possa essere un’altra inutile ragazza. Si era guardata i suoi capelli, e si era chiesta se mai, quando sarebbero diventati bianchi e quando le pieghe dell’età le avrebbero solcato le mani e i fianchi allargandoli, sarebbe mai tornata lì. La risposta era un no, calmo e insipido, come la pianta d’aglio, senza soia a condirla.


E poi e poi, se ti scopri a ricordare,
Ti accorgerai che non te ne importa niente.
E capirai che una sera o una stagione
Son come lampi, luci accese e dopo spente.

Sa troppo poco di inglese, ma forse quello che ha appena visto scendere dal taxi potrebbe essere la sua soluzione. Una come lei non si può accompagnare a qualcuno di elegante, né a qualcuno di vistosamente straniero. Passano certe facce, gli occidentali pensano che qui in China si possono vestire o comportare come vogliono. Gente in pantaloncini corti nei templi, donne mezze nude nei pub. Cappelli, ciabatte, foulard, tutte cose che è convinta non userebbero mai nei loro paesi, nella loro vita quotidiana. E soprattutto non andrebbero mai da Hooter. Ma in China ognuno si sente libero, tranne i cinesi. Ma questo quando si è qui non conta, tutti a dire che bello il vostro paese, poi tornano e parlano di censura, ma quando sono qua tutto è bello, libero, avete voglia di vivere, si vede, le aveva detto un ragazzo in un pub qualche tempo prima. Che mondo stava guardando quel coglione col berretto da baseball? Mettitelo in culo. Pigu.

Il tipo le era di nuovo dietro, poteva scorgerlo. Non poteva sapere le sue intenzioni. Forse vuole solo capire cosa ho intenzione di fare, forse è meglio rimandare, forse non riuscirò a seminarlo, pensava. Un mio passo, due suoi passi. Ma la distanza è la stessa. Diversa porzione di Cielo. Chissà quando è nato quell’uomo, chissà da dove viene. Si chiese, in un impeto di curiosità raro, per lei, chi avesse deciso il suo pedinamento. Essere la ragazza di un condannato a morte, appena giustiziato, era un motivo valido per farla seguire da un poliziotto? Per quanto tempo? E del resto, lo sapeva bene, avevano i loro motivi, giusti, corretti. Si grattò la mano, faceva un caldo troppo asciutto, doveva trovare un luogo dove pranzare, aveva fame. Aveva voglia di fave, di zampe di gallina, di sangue di pollo, di lunghe verdure stese al fuoco. Voleva un bicchiere d’acqua calda, che le durasse qualche ora e che alla fine, nel fondo del bicchiere, le desse la risposta che voleva.

Il ragazzo sceso dal taxi sembrava fare al caso suo: castano, alto, ma non troppo, jeans blu scuri e maglietta bianca. Probabilmente ha scritto qualcosa davanti, come al solito, ma poteva essere una buona soluzione. Un occidentale può fare qualsiasi cosa, perfino accompagnare una temibile e pericolosa potenziale delinquente, proprio vicino al suo obiettivo. Non sapeva granché di inglese, non aveva idea di come poterlo fermare e soprattutto accelerare il suo battito cardiaco, fargli capire che in fondo, se l’avesse trattata bene, ne avrebbe potuto, come dire, godere.

Il ragazzo si guarda intorno. Occidentali con la testa sempre in su, con il loro grosso naso a trasudare cultura millenaria. E calpestare le merde dei cani cinesi, che non esistono solo tagliati a fette nei piatti dei ristoranti cantonesi. Sono piccoli, ridicoli, vestiti come bambini. La politica del figlio unico sublimata da un animale. Cammina stanco, lavoro e lavoro e forse ha la sua giornata libera a Beijing. Sicuramente sarà lieto di offrire la sua compagnia a una bella ragazza desiderosa di lui. E allora accelera il passo, i suoi battiti contano le parole giuste per dirlo. Alcuni gli si avvicinano, lo strattonano un po’. Non deve essere uno sveglio, tanto meglio. Bu yao, dice. Lei vorrebbe ridere, invece capisce, gli si avvicina, lo porta via, gli tiene la mano. Questi occidentali. Prendi la mia mano china girl e dimmi che futuro avrò. Amaro, come il bambù tostato all’aperto.

Il tempo inizia a scorrere veloce. Wo yao qu forbidden city. Ma certo. Rapido cambio di marcia, il ragazzo è trascinato, divertito, quasi non ci crede. Avvinghiato a una bellezza così tipicamente cinese. Passano davanti a due occidentali vestiti di nero, uno mangia del cioccolato, quell’altro forse fuma, non si capisce. Cioccolato. Nuova cosa per i cinesi, hanno dovuto creare una parola che non rende giustizia alla fantasia linguistica cinese. qiao ke li, ciacolì a Shanghai. Sicuramente destano maggiore sospetto di lei, specie per la cioccolata. Rapidi ma con calma, qualche parola, attraversano il parchetto silenzioso e crogiolante acqua santa, da lì si vedono i tetti sontuosi di alcune stanze, e si può immaginare l’immensa bellezza di quel luogo. Devono uscire sulla propria sinistra, fine del mondo dei sogni dei giardini, si torna alla dura realtà fatta di asfalto che brucia, macchine che vanno rapide e non si possono fermare. La piazza divisa in due, da un respiro così profondo che puoi sentirlo ansimare quando ci si avvicina. E’ qualcuno che bussa. Ma non era invitato. Metri, quanti? Cento metri, sguardo indietro, sguardo dappertutto. Nessuno intorno, via libera, quella che si chiama, via libera. Rapida, ma con estrema cautela. In Cina o ti armi di pazienza o non sopravvivi. Il tempo scorre lento, come anche il sangue nelle vene. Lentezza e incerto movimento. Voi siete qui, recita il cartello che tenta di inquadrare i passi, di irreggimentare i respiri, gli sguardi. Come se tutti, prima o poi dovesse farlo: guardate quest’uomo. Quest’uomo vi ha amati. Voi amate quest’uomo. E’ troppo lontana, ma dopo pochi metri, muovendosi senza toccare e scontrare nessuno, forse, arriva. Manca poco. Pazienza, accelerazione, pazienza: è il ritmo della China. Sente il rumore interno nella propria borsa, come avesse cuffie con musica alta, come fosse solo lei, lì. Picture, dice il ragazzo. Dopo, che ne dici? Dopo, dentro no? Ok ok. Nessun occidentale si permetterebbe di non assecondare una cinese innamorata. Troppo ghiotto il premio finale. Tre piccoli ponticelli. I primi due sono per entrare, il terzo è solo per uscire. I soldati dallo sguardo ferreo e puntato sull’avvenire, guardano migliaia di obiettivi, altro che. Mentre loro sono fermi e ritti il ragazzo e la ragazza attraversano con calma il passaggio, sono in mezzo a tanti altri. Picture, qui? No facciamola dentro, anzi, una volta capita l’esatta posizione, la migliore studiata, ci fumiamo una sigaretta? Lui, l’occidentale, sorride e indica l’uomo che guarda e sovrasta. Chiaramente è quello il punto migliore per toccare la sua attenzione, così benevola. Amatelo.

Perché no, dice lui, fumiamoci una sigaretta con Mao. Lei sorride e ne è felice. Perché il momento è quello e non ce ne saranno altri. Fatalismo millenario, superstizione maligna. La mano nella borsa, ora è l’attimo più importante, quello rivisto centinaia di volte in treno, riflesso sui vetri che costeggiavano risaie, case di pietre, donne sommerse da sacchi di riso, uomini in bicicletta, cicca spenta nella bocca, sguardo assetato, ma meglio in prossimità di Beijing che in qualche sperduta landa. Farmer, gente zotica, zozza e ignorante. Deboli e semplici vite. Lighter, please? Ci deve mettere qualche secondo, vibrare la fiamma più intensa, forse una, se riesce due, tutte e due. Fiamma alta, fazzoletto, bianco. Quasi sembra un flash, perché anche il sole sembra puntare lì, poi un rapido, ma con estrema cautela, movimento del braccio. Lo ha studiato nei minimi particolari. La posizione, il getto, la direzione. Quell’uomo brucia. Urla. La faccia dello straniero non gli interessa e scaglia la seconda bottiglia. Quanti passi riuscirà a fare? Dieci, cinque. Nemmeno tre. Ma la seconda bottiglia brucia di nuovo. Quell’uomo brucia, urla, quell’uomo brucia. Al terzo passo lo sussurra, appena. Io non ti amo.


Ah signore se potesse tutto il male
che mi consuma
mutare la spada tua in un giro di scale armoniche ascendenti
o in una strada che via mi conducesse.
Ma non vale niente che io faccia che resista o che cada
tu non capisci è questo il grande lutto che oscura le mie vesti
ma voglio dirti la verità dal lato brutto a cui non si rimedia
tu non capisci è questo il grande mare
io non ti amo

è questa

la tragedia.


2007-05-12

Sfregiato con una molotov il grande ritratto di Mao Zedong che campeggia a Piazza Tiananmen. Autore del gesto, in una piazza presidiata come al solito da numerosi agenti in borghese, un uiguro di 35 anni, Gu Haiou, disoccupato e originario di Urumqi, il capoluogo della provincia nordoccidentale dello Xinjang con una forte presenza musulmana, che è stato arrestato.

July 19th, 2007

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