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Luglio col Bene che ti Voglio

[Il Mostro dell’Estate]

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Che gli insofferenti continuino a correre.

01. AFA

E pensare che quest’anno ci avevano creduto tutti: è bastata una settimana di cielo azzurro, sole e vento per far immaginare a metà degli abitanti di questa metropoli schifosa che l’afa li avrebbe risparmiati per un’estate. E’ stata un’illusione che è durata lo spazio di un paio di settimane: una mattina si sono svegliati e si sono trovati con il solito cielo azzurro sporco tendente al grigio o al massimo al bianco, i soliti 37 gradi ufficiali e 45 percepiti, la solita aria umida e densa che ti toglie il respiro e ti fa venire voglia di vivere in un luogo deserto all’altezza di qualsiasi latitudine.
Ogni mattina ti svegli e ti sembra di non poter sopravvivere altre 24 ore: ti sei svegliato almeno cinque volte pensando che fosse già mattino e constatando con disperazione che invece erano solo le tre, le quattro, le cinque di notte nonostante i 28 gradi e il novantanove per cento di acqua presente nell’aria che ansimi. Il sudore è il compagno più fedele, la follia la reazione più naturale. Ma in luoghi così feroci è bene stare attenti a conoscere esattamente quando, dove e con chi lasciare libera la propria pazzia, e quando, dove e con chi trattenerla.

Via Fara è una via a senso unico vicino alla Stazione Centrale. E’ assediata dagli uffici ma conserva ancora quel minimo di negozietti carissimi e spesso privi della cosa che ti serve che rende possibile a chi ci abita non dover prendere la macchina per andare fino in periferia a prendere il pane. L’unica salvezza per gli autoctoni è il negozio china che ha tutto ciò che manca agli altri negozi: siano lodati i musi gialli.
La via è stretta, e ha macchine parcheggiate su entrambi i lati: sforzandosi molto, due auto possono passare una di fianco all’altra senza sfregiare le reciproche carrozzerie, né quella delle vetture in sosta. Due macchine sì, una macchina e un furgone no: questa è la regola.

Mi guardo nello specchietto retrovisore: sono invecchiato, le rughe mi solcano il viso, la fronte, e anche la pelata che ha conquistato centimetro dopo centimetro il mio cranio. Non ho i capelli bianco latte come i vecchi con i soldi, ma una zazzera grigia e ruvida che sembra unirsi con le basette e la barba sfatta. Sembro un vecchio derelitto. Sono un vecchio derelitto. Sudo. La mia camicia bianca a righine azzurre è una merda, e in questo momento una merda piena di macchie umide e puzzolenti. Mi devo fermare a prendere una bottiglia d’acqua o muoio. Accosto.

Mentre sto per scendere sento già il primo clacson furente.
Un’auto blu, una bella mercedes di quelle che usano quelli che se la fanno pagare da altri la macchina, mi sta dietro e non riesce a passare. O meglio: non vuole passare e preferisce rompermi il cazzo.
Fortunatamente a dieci metri ho un parcheggio: è sulle strisce gialle fottute, ma per due minuti dovrei riuscire a evitare scassamenti di palle dai nuovi plenipotenziari della strada: gli ausiliari della sosta. Sono le creature più arroganti della giungla asfaltata, tronfi di un potere grande come l’unghia di un mignolo e di solito soggetti alla violenza di chi giustamente ritiene di inculcargli un ripasso del senso della frase “non rompere i coglioni”.
Rischierò.

Riavvio l’auto tra il frastuono assordante del clacson di questo bovino a due zampe dotato di una macchina che non merita. Avanzo dieci metri con la freccia. La mercedes blu mi sta attaccata al parafango. “Come cazzo faccio a parcheggiare se mi stai attaccato?”
Mentre mi giro per dirglielo, lento come tutti i vecchi rincoglioniti schiacciati dall’afa estiva milanese, lo vedo scendere dalla macchina. E’ alto e grosso, grasso ma non troppo, robusto direbbe mia nonna, con una camicia bianca senza macchie e senza paura, e i jeans. E’ un gorilla. Con la coda dell’occhio noto che l’auto è vuota se si eccettua l’autista. Stanno andando a prendere qualcuno, il loro padrone.

L’autista continua a strombazzare con quel suo clacson di merda, mentre il bisonte viene a passi rapidi e pesanti verso la mia macchina, tra lo sguardo attonito della gente sul marciapiede. C’è anche una zecca con la coda e il pizzetto che lo apostrofa, ma il bisonte sta vedendo rosso: la possibilità di umiliare un vecchietto lo esalta, lo fa sentire forte e potente, lo fa sentire uomo in una maniera primitiva, tipo neanderthal.
Apre la portiera dal lato opposto al mio e inizia a gridare: urla, sputa e insulta. Lo guardo attonito. Mi ha proprio rotto il cazzo.

Mentre lui continua a sbraitare, io mi piego verso il cruscotto e lo apro. Tiro fuori il mio vecchio pezzo e lo appoggio sul sedile, poi alzo lo sguardo a incrociare il suo. Sono un vecchio incartapecorito, ma lo sguardo da assassino non si perde mai, è qualcosa che custodisci in luoghi in cui le rughe e l’età non arrivano.
Il bisonte si sgonfia. Adesso qualche macchia sulla camicia ce l’ha, e anche un po’ di paura. Chiude la porta e risale in fretta e furia sull’auto. Urla qualcosa all’autista e questo mette la retro spostandosi quanto basta per superarmi.

Mentre mi passano di fianco lo sguardo del bisonte è tutto per me. Sa di aver sbagliato.

02. DISCOVERY

Ho cambiato idea, non parcheggio più. Non ho più neanche sete: ah, l’istinto del predatore, che cosa stupenda. L’adrenalina mi fa sentire più giovane di trent’anni. Forse anche di quaranta.
L’auto blu prosegue lungo via Fara, fino al semaforo con via Pirelli. L’autista mi guarda e i suoi occhi mi parlano: “Guarda te questo vecchio stronzo!”. Invece gli occhi del bisonte sono diversi. Glielo avrà detto al suo amichetto autista? Mi sa di no.

Girano in via Pirelli verso l’isola. Io li seguo e sulla curva incrocio di nuovo lo sguardo del bisonte bianco, ora ridotto a mucca… O forse dovrei dire bufala?
L’afa trasuda dall’asfalto con quell’effetto che confonde lo sguardo, che rende tremolanti le figure al di là del calore che emana dal selciato. Io non sento più caldo, non sento più la mia merdosissima camicia e le rughe, e la zazzera grigia. Non sento più niente. Sento solo il terrore del bisonte reso mansueto.

Adesso sono io a stare attaccato al loro parafango di acciaio brillante. Al semaforo con via Melchiorre Gioia mi affianco alla loro sinistra. In giro non c’è nessuno, pare di stare in “Sfida all’OK Corral”: mancano solo i cespugli di sterpi che rotolano. Eppure non è agosto, ma solo un caldissimo e schifosissimo luglio milanese. Non mi giro a guardare l’autista.

La strada di fronte a noi è larga almeno due corsie fino alla rotonda rifatta in via Restelli, dove il parcheggio selvaggio rende meno facile il passaggio. In compenso appena dopo la fermata della metro, dall’altra parte dell’incrocio rispetto a dove stiamo noi, c’è un parcheggio sotto un cartellone pubblicitario formato venti metri per dieci da almeno due anni patrimonio incontrovertibile della Telecom, o di Alice, insomma adesso ci sono le tette della Canalis formato famiglia. Mica male, alla fine.

Verde. Ci avviamo affiancati. La mercedes blu con autista e bisonte a destra, io vecchio rincoglionito, il mio ferro vecchio e il mio vecchio ferro a sinistra.
Appena prima dell’entrata del parcheggio accelero e sterzo verso l’auto di lusso tirata a lucido che fa appena in tempo a frenare e girare nel parcheggio. Buoni riflessi per essere un coglione che sta per morire.

Esco dall’auto con la pistola spianata. Due colpi e il parabrezza va in frantumi. Che sfiga: neanche lo sguardo del bisonte ho potuto gustarmi. E’ un attimo: grilletto, click click, bang bang. Morti.
“Sì, lo so”, penso, “ho fatto una cazzata”. Però anche loro se la sono voluta. “Se il caldo ti fa sclerare vai al mare, stronzo”. In un attimo tutti i negozianti sono fuori e io mi sono già infilato nella macchina. Parto sgommando verso il fondo di via Restelli e appena sono nelle viuzze che portano verso nord rallento. Torno a essere un vecchio rincoglionito che si va a nascondere in periferia.

Alle volte basta poco per sentirsi giovani. Poveri stronzi.

03. INTUITO

“Hanno ammazzato uno dei nostri, era in borghese, si tratta di Mimmo Fassano, hai presente? Si quello che stava indagando proprio su…si, esatto, lui. Senta, Commissario Capo Crispino, ho fiducia in lei, e vorrei si occupasse direttamente del caso. E’ l’unico che potrebbe avere l’esperienza per risolvere in fretta le cose. Non ci serve per forza un arresto, sa che d’estate la gente ha bisogno di velocità e crudezza. Non si faccia problemi, ma trovi quel bastardo”.

Il Questore che chiama. Il Questore che chiama lui, Crispino. Commissario Capo Crispino.
Quando rimette il telefono al suo posto pensa che non è più l’uomo di un tempo. Crispino pensa che il mondo sia una merda, ma non per forza è necessario assaggiarla, ripensa ancora. Crispino avrebbe voluto qualche stimolo in più negli ultimi anni. Stava pensando a mollare. Stava pensando che era giunto il momento di ritirarsi. Stava esattamente riflettendo su questo: su quanto una vita spesa ad aspettare, possa continuare ad aspettare. Se non la ravvivi. “Crispino, quanto ti stai annoiando?”, si chiedeva da qualche tempo. Amava parlare di sé in terza persona, amava distinguersi dai colleghi, amava guardarli come a dire, si si, fate, disfate, sapeste quante cose ho fatto io nella mia vita. Ma la riservatezza era la sua arma. La timidezza il suo colbacco invernale.

La sfrontatezza, qualcosa da riservare solo per gli scatti di vita. Ma ora, no. Lontani i tempi degli occhi della tigre, inestimabile il valore di certi legami. Ma la sua carriera era la carriera di un italiano medio. Crispino è l’italiano medio. Crispino è italiano. Crispino guarda la sua scrivania, osserva tutto quanto gli sta attorno. E’ un tipo attento, coltiva l’insana passione per i particolari. Per questo la sua vita è sempre stata doppia, per questo la sua vita è sempre stata su quella sottile linea di sospetto e perdita di tutto, che gli ha permesso di colorarla di interesse, di rischi, di adrenalina, di fumose riunioni in bunker a Beirut, di lancinanti urla di giovani negre in Somalia, di terrificanti esplosioni. Vicino a casa. L’Italia è interessante. A Crispino dopo la telefonata del questore sorge un dubbio. Che ci sia un risveglio improvviso non se lo sarebbe aspettato.

La sua vita era ormai su binari regolari. Le informazioni. Lui, le informazioni, la loro importanza, l’aveva capita vent’anni fa. Lui aveva già cassetti pieni di informazioni. Crispino poteva vivere di rendita. Crispino poteva fare il Commissario grigio e triste di quella città di merda, perché ormai la sua rendita era lì. I suo cassetti sono pieni. I suoi cassetti trasudano segreti. I suo cassetti sono peggio degli ak47 polverosi e a rischio inceppo, nelle mani dei servizi russi in Cecenia. I suoi cassetti puzzano di morte, di merda, di soldi.

Il Questore che lo chiama. A Crispino non è mai sembrato strano niente.
Lui è uno che sa sempre catalogare, sa sempre capire, sa cogliere le similitudini e le metafore. Sotto la polvere di quel Commissariato ha costruito i suoi cassetti, tra le pieghe delle carte, la sua vita, tra la sua vita, le sue altre vite. Chiama Antonio Ferrero e gli dice di portargli subito tutte le cartacce sul caso. “Se ti rompono la minchia”, gli dice, “digli pure che è il Questore a parlare”. Passa meno di un’ora, durante la quale Crispino telefona. Crispino chiede. Crispino sa che le prime impressioni sono quelle che contano. Crispino, quando gli arrivano i rapporti della Scientifica, sa già tutto. Ha i capelli bianchi, si porta la mano alla tasca destra dei pantaloni, inforca gli occhiali, ma sa già tutto. Ci vede lungo. Ci vede chiaro. Capisce senza scoprire, agisce senza domandare. Sente puzza anche in un campo di rose. Sente odori di passati che riaffiorano.

Vede, distintamente, una chioma grigia, una barba incolta e sei belle lettere. MANPAD. Sa l’inglese e non avrebbe potuto fare altrimenti. Anche l’inglese, in commissariato, nascosto come tante altre cose. Main portable defence system, il più grande mercato illegale di armi. Ne avevano incrociato una buona razione, piccole, con pallottole speciali. Erano quelle richieste in dotazione dai turchi ai servizi inglesi. Gli albioni, per aggirare stupidi embarghi nazionali, a quelle casse preziose facevano fare più giri della merda nei tubi. I proiettili erano unici, i turchi dovevano sistemare alcuni armeni e curdi. Ma era un momento difficile per loro. Era il momento dell’attenzione internazionale sui diritti umani. Era il momento della costruzione delle basi dell’Europa. Era il momento in cui la guerra è finita. Era un momento in cui bisogna essere arguti, spregiudicati, ma camminando attaccati ai muri. Gli inglesi le portavano da Panama al Pakistan, da lì in Libano. Lì avveniva il contatto. Ma al contatto c’erano arrivati prima lui e quell’altro. Amavano i diversivi. Amavano aggiungere un tocco di magia. Amavano mettere la loro firma. Amavano inchiodare chi decidevano di accusare della loro firma. Amavano non soffrire di nessun senso umano. Il senso umano non fa per noi. Essere umano non fa per noi. Noi facciamo cazzate, perché sappiamo porvi rimedio. Noi sbagliamo, da professionisti.

Due pistole, dieci caricatori la cui traccia sarebbe stata inesplorabile per chiunque, tranne per lui. Crispino ne sapeva di cose. Crispino aveva il cinismo che sa trasformare una sorpresa in un’occasione vitale e ardente. Crispino chiama ancora Ferrero e gli fa un discorso molto pacato. “Portami quel tale”, gli dice senza alzare gli occhi dai rapporti della scientifica, “Peppino O Nennè.
Lo trovi in Garigliano. Che abbia o non abbia niente addosso, portalo qui. Tanto prima o poi qualcosa avrebbe fatto. Niente domande, fai in fretta”. Ci vogliono venti minuti circa. Nel frattempo Crispino apre qualche cassetto. Nel frattempo Crispino legge i rapporti di un anno prima. Nel frattempo la vita di una carabiniere e di un poliziotto si ricongiungono nella sua memoria. Crispino ha tanti ricordi. La vita è fatta di ricordi. Di morti, di vivi. E del destino che ritorna. Quando non si ha più niente da fare, pensa Crispino, bisogna per forza
recuperare qualcosa dal passato.

Uguale. Identico. Ci manca che abbia lo stesso accento. Crispino osserva Peppino O Nennè. Crispino ha un piano. Peppino O Nennè, come tutti i balordi, capisce. Come tutti i balordi capisce il destino più tragico di ogni balordo. La situazione in cui la fortuna o le peripezie di una vita in bilico, ma mai seriamente in pericolo, non bastano più. Capitare nel posto sbagliato, al momento sbagliato. E tira giù una bestemmia, mentre Crispino con il dito, gli indica la manovra servile dell’avvicinamento ai suoi occhi.

04. CRISTOSANTO!

Crispino guida pacato e per niente nervoso. Certi posti sembrano lontani e invece sono insospettabilmente vicini. Case, appartamenti, stanze: più sono vicine ai poliziotti, più è facile da gestire, per Crispino. A lui piace gestire le cose in modo complicato. A lui piace renderle semplici. A lui piace porre la propria firma, il proprio segno, il proprio marchio.
Se quel coglione non si fosse trovato in quel posto lo avrebbe cercato in un altro e poi in un altro ancora. Avevano centinaia di luoghi sconosciuti ai più. Non aveva neanche provato con l’appartamento a 50 metri dalla Questura. Sapeva che il rischio è qualcosa che va calcolato, soppesato. D’estate meglio non rischiare. Mezz’ora da Milano, direzione Castelnuovo, una piccola cascina nascosta dai cantieri dell’autostrada, sulla carta, più grande e veloce del mondo.

Ascolta la musica provenire dalla radio, Crispino. Canticchia. “Mi piacciono i tuoi quadri grigi, le luci gialle, i tuoi cortei oh Milano, sono contento che ci sei”. Era la sua canzone. “Ti lascio tutti i miei progetti le mie vendette e la mia età oh non tradirmi sono vecchio e il tempo va. Vincenzo io ti inseguirò sei troppo stupido per vivereeeeeeee”. Stava urlando, ridendo e riflettendo. Pensando a stanze troppo poco squallide, per consumare momenti così importanti. Mancava poco. Si accende una sigaretta. Milano ormai era una contessa miseria, quel fascino delle sue strade lo aveva perso parecchie notti fa. E con le strade il fascino sembravano averlo perso anche i suoi protagonisti. Ma non lui. Lui era riuscito a fare qualcosa di importante in quella città. Era sopravvissuto e ne aveva goduto. Ne aveva cavalcato ogni onda, purché fosse più alta delle altre.

Ancora una piccola svolta, poi una decina di chilometri su una strada secondaria. Controlla nel cruscotto: chiavi, pila, ferro. Rallenta. Quando si rincontra un vecchio amico è come rincontrare una vecchia fiamma: agitazione, ricerca di parole per dirlo, voglio di sorridere in modo naturale. Si avvicina con la macchina a uno spiazzo, un centinaio di metri da un sentiero che si infittiva nel bosco. La cascina lui andava a metterla a posto ogni mese. Tanti ricordi, qualche cartaccia che hai visto mai dovesse servire, armi e munizioni di una vita fa, vecchie foto, vecchie amanti, vecchi stanchi. Lui e quell’altro quella cascina l’avevano conosciuta trent’anni prima. Avevano fatto un servizio in epoca in cui gli anarchici lì ci nascondevano gli obiettori totali. Brava gente gli anarchici, talmente generosi che quasi gli dispiaceva ogni volta fregarli. Ma gli anarchici, da che mondo è mondo, li hanno sempre bastonati, tutti.

“Quasi quasi”, pensa, “lo faccio cagare addosso”, poi invece sceglie i segnali convenuti. La porta pesante si apre, si accende una luce fioca che rischiara appena l’entrata. Mattoni, pietre, vecchie madie e mobili. A Crispino viene in mente sua nonna che faceva la pasta, cantando “Sul mare luccica”. Invece si trova di fronte quel mentecatto di Lupo.

- Minchia, esclama il fuggiasco
– Minchia lo dico io, gli fa eco Crispino.

Si abbracciano così, senza dirsi altro. Un gesto inconsueto, ma l’età leviga anche gli spigoli più profondi di ogni persona. Poi, quasi in imbarazzo si separano. Si scrutano, si guardano, si osservano, percorrono tutto il proprio corpo con gli occhi come uno scanner.

- Brutta testa di minchia, che cosa ti è successo? Ti è passato sopra un treno? Sembri invecchiato di duecento anni
– Minchia…
– Eh minchia, Lupo! Lupo! Lupo! Quante volte ti devo fare morire prima che la finisci di uccidere sbirri e caramba? Che è? Ne fai fuori ancora uno e hai fatto strage, lo sai? E che minchia ti ha preso? Non puoi startene da qualche parte e farti i cazzi tuoi? Devi sparare, sparare, sparare? Non siamo mica messi come un tempo lo sai? Quante volte devo fare finta di ammazzarti, me lo dici?
– Minchia, come la fai grossa!
– Eh vabbè, dammi da bere và.
– Minchia, hai tenuto a posto qui, eh!
– Lupo, guarda che mica tutti sono dei balordi impenitenti come te, io certe bellezze della vita non me lo sono mai volute perdere. Ho un piano, ma dobbiamo muoverci, capito?
– Che piano?
– Un piano che ti salvo il culo di nuovo!
– Eh, di nuovo…
– Di nuovo!
– Crispino ricordati che la volta in cui ti ho salvato il culo io è stata quella più importante!
– Sì sì, senti tuo cugino come sta?
– E’ in Australia.
– E lo so! Lupo che cazzo dici, lo so! Mi chiedevo se lo avevi sentito.
– No.
– Sempre lì a inventare cazzate?
– Dice che ha inventato un nuovo gioco del lotto, che diventerà miliardario.
– Sì, vabbè.
– Dice che ha trovato non so cosa.
– Si come no? Lupo l’unica cosa che doveva trovare tuo cugino è una bella merda nel letto.
– Crispino ricordati che pure lui…
– Pure lui cosa? Lupo non dire cazzate. Per colpa sua tu mi hai dovuto salvare e se non andava in Australia, io uccidevo lui un anno fa, altro che!
– Sarà, senti ma il piano?
– E piano piano. Senti ma quella volta là, dimmi la verità, cosa ti disse u Zu Carmelo prima che gli sparavi tra gli occhi?
– Crispino perché vuoi saperlo?
– Sto scrivendo un romanzo.
– Minchia, scrittore!
– Ah Lupo, guarda che mò complico il piano e sono cazzi tuoi.
– Niente mi disse comunque, i mafiosi quando muoiono, lo sanno un attimo prima.
– E perché lui lo sapeva scusa, li abbiamo inculati alla grande, ricordi?
– Si, ma ci stavano per fottere.
– Eccerto! Tuo cugino, quel coglione!
– Guarda che ti sbagli, lì a fare la cazzata fu qualcun altro.
– E chi?
– Un tuo collega, Commissario Capo.
– Ah Lupo, non dire puttanate, tuo cugino cercò il contatto un attimo prima che tutto saltasse in aria, e se tu non gli piantavi la pallottola, quelli spostavano tutto ed ecco lì che vincevano loro.
– Crispino, ne parliamo mentre andiamo? Avrei voglia di chiudere questa di storia, hai detto che hai un piano, no?
– Sì sì, ho un piano, vedrai che ti diverti, testa di minchia. Ma mentre andiamo ti racconto di quella sera. Faceva caldo, te le ricordi le canzoni? Ah ah faceva caldo, un fottuto caldo, Lupo, sai che giorno è oggi?
– Il 27 luglio.
– Ci credi alle coincidenze?
– Sì.
– E allora ascolta, rincoglionito!

05. BANG! PAC!

20 luglio 1993, ore 17,27

Il mandante a volto coperto riceve il commissario nella sua villa. Una donna dai capelli lunghi prende per mano un paio di bambini e li porta via. Vicino c’è un altro uomo. Sono amici inseparabili. Si guardano e il capo comincia a parlare. Di mafia, di collaborazioni, di patti tra Stato e Mafia. Al Commissario frega poco. A lui interessano due cose: fare male e raccogliere informazioni. “Lo Stato”, gli dice il capo, “è dovuto scendere a patti. Ma la mafia non vuole fare esplosioni, preferisce tenerli sulla corda. Noi siamo gli outsider, noi siamo quelli che non vogliono la Seconda repubblica, noi siamo quelli che vogliono Milano, noi siamo i mandanti a volto coperto, noi siamo. Noi esistiamo. Noi vogliamo”. Parla di procedure, di simboli e addirittura della macchina. Voglio quella, quella e nient’altro che quella: colore, numeri nella targa, posizione. Il capo vuole i morti. Il capo vuole il potere. Crispino ascolta e decide che quello è il cavallo giusto. Quello è il cavallo vincente. Quello era il nuovo futuro. “Però”, gli dice il capo, “lei ai suoi colleghi dei servizi non dica niente. Vuole lavorare per me o per il Presidente della Repubblica?”. Crispino non aveva alcun dubbio. Lui odiava lo Stato. Lui era lo Stato.

22 luglio 1993, ore 14, 45

Lupo si avvicina alla macchina. E’ una Fiat Uno, corrisponde alle indicazioni di Crispino. Apre facilmente la portiera, la accende e parte. Accende anche la radio. Parlando del nuovo sindaco di Milano. Ce l’hanno con i terroni e con i negri. Percorre circa un chilometro, fa un giro per vedere che non ci sia nessuno nelle vicinanze del garage, poi fa il segnale convenuto. La saracinesca si apre, due picciotti gli fanno segno, entra. Un carico di tritolo era arrivato una settimana prima. Lo stesso dei due cagacazzo, gli avevano detto i picciotti. Crispino entra. C’è anche suo cugino, il laccio, il legame, l’elastico. Fottere certa gente è rischioso, ma le indicazioni erano state chiare. Abbiamo un nuovo capo, gli aveva detto Crispino.

25 luglio 1993, ore 19.54

Carmelo guarda Crispino, Crispino guarda Lupo, Lupo guarda suo cugino. Carmelo è inflessibile, “Niente scherzi”, dice. “Qui comandiamo noi. Qui siamo noi a gestire la cosa, voi vi dovrete tenere alla larga. Grazie per la macchina, grazie per l’obiettivo. A zio Totò piace l’arte. Non vuole che esploda proprio un cazzo. E’ un segnale, chiaro? Non vogliamo casini, ora. Capirete, noi siamo in fase pre elettorale, aspettiamo di capire i cavalli buoni”.
Crispino guarda Zu Carmelo e capisce. Che tra loro il capo non possono dividerselo. Quella macchina deve saltare, così vuole il capo, così vuole il suo amico, così vuole l’Italia.
L’Italia vuole soffrire, l’Italia non sopporta la fine della Prima Repubblica, l’Italia vuole un nuovo capo, fresco, vivace, scintillante. L’Italia vuole nuovi sogni. E i sogni, spesso, sono solo la parte allegra di un lieve e impercettibile incubo. Crispino guarda Carmelo, Carmelo guarda Lupo, Lupo guarda suo cugino. E’ lui il problema, pensa Crispino. Il cugino di Lupo è mafia, non è servizi, non è sbirro, non è Stato, non è informazione e violenza. E’ mafia. E’ diverso. Ha un tornaconto immediato, percettibile, misurabile. Soldi.

26 luglio 1993, 0re 22.45

Il mandante dal volto coperto lo riceve ancora una volta nella sua villa. C’è anche il futuro sindaco di Milano, gli assicura, ridendo, il suo nuovo capo. “Commissario, niente scherzi. Lei avrà un grande futuro, ma dipende da me, lo capisce? Le spiego: noi siamo la nuova Italia, la Mafia è la vecchia Italia, lei vuole essere vecchio o nuovo? Io sono il Potere, lei Crispino, vuole essere assolto o condannato?”.

26 luglio 1993, ore 23.55

Lupo e Crispino si incontrano proprio lì vicino. La macchina che dovrà uscire dal parcheggio all’ora convenuta è lì davanti a loro. Crispino ha mosso tutti i suoi ganci. Ha fatto campagna elettorale. Ha fatto saluti massonici per dieci giorni di fila. Mentre Lupo incontrava negli hangar nascosti di Linate ogni genere di feccia umana. Un’altra auto, un altro cofano. Altro Tritolo. Dovevano farlo prima, Lupo ne conveniva. Stiamo fottendo la mafia. Noi siamo i vincenti, noi vinceremo. “Mio cugino non sa niente”, sussurrò Lupo. “Non deve sapere niente”, sussurrò Crispino. Crispino aveva incontrato generali, politici, faccendieri, giornalisti. La Mafia era il target, lo Stato era la vittima, la Nuova Italia avrebbe vinto. Milano sarebbe tornata loro. Milano che tirava le monete al suo ex padrone ne aveva trovato un altro. Un successore, un nuovo Delfino, un nuovo Re. Crispino amava i decisionisti. Crispino amava i messaggi in codice. Crispino amava il Pac. Come ogni milanese.

27 luglio 1993, ore 20.21

Lupo guarda Zu Carmelo. Carmelo lo fissa e gli dice: “Vi siete messi dalla parte sbagliata”. Lupo ha già messo quel cornuto cantante di suo cugino al riparo. Lui è un uomo che ci tiene alla famiglia. Trovare un passaporto senza numero per un uomo dei servizi è una passeggiata. Crispino non lo sa. Le cose si sono complicate ultimamente. Crispino ha agito, Lupo ha trovato quello che doveva trovare, suo cugino ha parlato troppo. Ma la Famiglia è più dell’Amicizia e poi se suo cugino inventava quel cazzo di lotto, basta morti, basta ferri, basta. Ed ecco che Zu Carmelo deve morire. E’ un pesce piccolo, perché la Mafia a Milano voleva avvertire. Loro, invece, volevano decidere. Lupo gli spara e esce dal vicoletto. Ste manie dei siciliani. Chi spara per primo vince. Sono vicini proprio al luogo. Alcuni uomini staranno già controllando dall’alto. La macchina starà già arrivando. Lupo deve muoversi, ma ecco l’intoppo. Quel negretto lo stava guardando, proprio mentre si infilava il ferro nelle braghe. Quel negretto rischiava di rovinare tutto. Lupo non gli dà il tempo. Il marocchino finisce lungo per terra, rapido, veloce. Cade come un sacco. Lupo lo prende e gli viene l’idea. Crispino avrebbe apprezzato il suo modus operandi.

27 luglio 1993, ore 22.55
“Chi minchia sono? Chi minchia sono?”, urla Crispino. Due tipi sono vicini alla loro Fiat Uno. Che cazzo stanno facendo, urla Crispino. Li guarda dal loro punto di osservazione. Gli altri stanno zitti, Lupo chissà dove cazzo è e la macchina è a rischio.

Sembra dormire. Ma non dorme. Lupo osserva il marocchino. La prima vittima del nuovo sindaco l’ha firmata lui. Uccidere per uccidere. Potere per il Potere.

27 luglio 1993, ore 23.15

Il vigile del fuoco si avvicina alla Fiat Uno. Ce ne sono due. Una poco più in là. Ma quella verso la quale si sta dirigendo fuma. C’è del fumo. Si guarda indietro, chiama alcuni colleghi. Si avvicina, alzano il cofano. “C’è una bomba”, riescono appena a urlare.

28 luglio 1993, ore 03.00
(ANSA) Una nuova strage notturna con autobomba ha insanguinato l’Italia. Questa volta è accaduto a Milano, dove vi sono stati cinque morti e sette feriti. E’ stato un boato temendo quello che ha scosso il capoluogo lombardo alle 23,15. Proveniva dal centro della città, da via Palestro, una strada che costeggia i giardini di Porta Venezia e sulla quale si affaccia la Villa Reale, sede della Galleria municipale d’arte moderna e del Padiglione d’arte contemporanea.
Dei cinque morti, tre sono vigili del fuoco, uno è un vigile urbano, e il quinto un immigrato nordafricano, un marocchino che probabilmente si stava sistemando a passare la notte sul marciapiede, davanti ai giardini. Altre sette persone, in maggioranza vigili del fuoco e urbani, sono rimaste ferite.
Pochi minuti prima dello scoppio quella Fiat uno era stata segnalata da una coppia di giovani di passaggio ad una pattuglia di vigili urbani. Del fumo, infatti, usciva dalla vettura. Pensando ad un principio di incendi, i vigili hanno chiamato con l’autoradio i pompieri che hanno subito mandato sul posto un’autopompa. Tre vigili del fuoco si sono avvicinati all’auto e hanno cercato di aprire il cofano e si sono resi conto che si trattava di un’autobomba.
Non si sa in base a quali elementi l’hanno capito. Forse hanno visto che stava bruciando proprio una miccia, o forse hanno notato l’involucro con dentro l’esplosivo. Non lo possono però dire, perché sono tutti morti. Uno di loro è stato comunque sentito gridare: “C’è una bomba”. Ma non hanno fatto in tempo a salvarsi.

06. PRENDI IL MORTO E VAI…

L’ufficio di Crispino è sempre ordinato. Lupo se lo ricorda pure nei momenti peggiori. Si è sempre chiesto come cazzo facesse a tenere tutto in ordine. Sono entrati in questura con disinvoltura, poi il tunnel fino alla zona degli uffici dei dirigenti. Crispino ha un ufficio tutto suo, vicino alle scale, lontano dagli altri. A Crispino piace farsi i cazzi suoi.

Crispino mi guarda per lunghi minuti senza dire un cazzo. Poi sbotta:
– Bene, sistemiamo sta cazzo di faccenda, Lupo. Prima il lavoro sporco. Vieni con me… Ah, tieni, ti servirà questa.

Mi passa una cintura fine e resistente, una garrota. Io capisco. Sbuffo senza fare arrivare nulla fino al mio viso. Sbuffo mentalmente, si potrebbe dire.
Crispino mi porta a una guardiola nel seminterrato. Pare che sappia come attraversare la Questura senza incontrare nessuno. E’ notte e la questura è silensiosa. Milano è silenziosa, schiacciata dal caldo della notte estiva che non ti fa respirare. Anche alla cella nessuno sta guardando un poveraccio, con i capelli brizzolati intorno a una calvizie per nulla precoce. Il cranio rugoso e la camicia chiara a righine mi sono familiari. E’ più basso di me.

Crispino apre la porta della cella e mi manda dentro.
– Vedi di muoverti. Che non è che ho tutta la notte!
– Ma non potevi sistemarlo tu?
– Come? Tu fai le stronzate e io devo sistemarle? Già ti sto facendo un favore di troppo. Sei costato più tu allo Stato che Totò Riina. Ti ricordi? Gli piace l’arte! Sì sì…
– Che palle!

Entro. La porta si chiude con un tonfo metallico sordo e pesante. Guardo il derelitto di fronte a me, già pestato a dovere. Mentre mi avvicino accenna solo un lamento flebile. Strangolarlo con la cintura che mi ha dato Crispino è come sparare sulla Croce Rossa, solo che è meno divertente. Mi fa schifo. Mi fa schifo lui e la sua disperazione, la sua sfiga. Una volta facevo lavori più divertenti, ma ormai sono vecchio e mi devo accontentare di ammazzare dei disgraziati. Che palle.

Rientriamo nell’ufficio di Crispino senza parlare.
– Tieni, Lupo, truccati un po’. E vedi di sembrare africano!
– Ma come africano?
– Eh, sì, dovrò farti lasciare la città in qualche modo no?
– Ma mica penserai che mi travesto da negro, vero?
– Invece sì. Devo farti uscire dalla città sano e salvo. Che ne so se qualcuno qui in Questura si fa venire strane idee? E poi, credi che non ti abbia visto? Credi che non ti abbia visto buttare per terra quel marocchino? Tu pensi davvero che a me sfugga qualcosa? Questo è il mio regalo, Lupo.

Bastardo. Non mi ricordo un cazzo di quella notte, allora ha apprezzato, penso. Ma ora è diverso. Come passare dalla Cadillac a un rottame con due ruote. Sbuffo, rogno, mi giro dove Crispino mi indica un lavandino e uno specchio. Prendo i trucchi e le protesi di gomma, la tinta per i capelli e le lenti a contatto. Ci impiego mezz’ora ma alla fine il risultato è dignitoso. Almeno non sembro io.

Torno a sedermi e noto che Crispino ha passato tutto il tempo a guardarmi senza mutare espressione del volto. Quanto mi fa incazzare quando ha questi atteggiamenti alla Humphrey Bogart: sembra che non conosca la storia della polizia italiana degli ultimi cinquant’anni. Altro che divi del cinema: zotici con la pistola, tutti quanti, incluso me.

Crispino alza il telefono:

- Salve, Agliardi, sono Crispino, dalla Questura… Sì, buona sera. Tutto bene? Sì, ecco, volevo darle una notizia da pubblicare, ce l’ha un taccuino? Sì, cioè un computer… E’ la stessa cosa, non mi faccia perdere tempo. Allora scriva: “E’ stato ritrovato morto nella cella nella quale si trovava in custodia durante gli accertamenti Peppino Caruso, detto O’Nenné – con l’accento, mi raccomando – , noto pregiudicato affiliato al clan dei calabresi e già più volte arrestato e detenuto per spaccio di droga. Il Caruso – vabbé lo sai lei come si scrive in un lancio ansa, è lei il giornalista, no? – era stato fermato dagli agenti in quanto rispondente all’identikit dell’omicida di via Restelli. Durante la perquisizione effettuata questa notte nella sua abitazione, gli agenti hanno ritrovato un’arma compatibile con quella che ha ucciso due persone nel quartiere isola questa mattina. Sulle cause della morte in cella si stanno svolgendo accertamenti, ma l’ipotesi più accreditata è quella di un malore o di un suicidio”. Va bene? Grazie, tanti saluti alla famiglia, buona notte.

Crispino mette giù la cornetta e mi guarda.
– Così da domani non se ne parla più! Il Questore è contento e i giornalisti non gli romperanno le palle. Tu te ne vai fuori città e non ci vediamo più e io posso tornare a pensare alla pensione. Adesso levati quel cazzo di trucco e vai a Torino. Contatta questo numero di telefono e presentati come Mario D’Intorno.

La mia mandibola deve essere caduta per terra.
– Crispino, che cazzo dici? Perché adesso mi fai levare il trucco?
– Ma scusa, pensavi veramente che ti mandavo in giro truccato da negro? Dai, sei proprio diventato un vecchio rincoglionito!
– Ma…
– Niente ma. In qualche modo tutto il disturbo dovevi pure ripagarmelo, no? Non sai quanto mi sono divertito a vederti nei panni di un marocchino. Sai quante scartoffie dovrò compilare? Consideralo un risarcimento!

Sono ammutolito. Crispino ha ragione. Sono solo un vecchio rincoglionito. Prima o poi anziché trovare qualcuno che mi pari il culo, troverò una pallottola e allora finirà la storia di Lupo.
Mi avvicino al lavandino e lavo via il trucco. Stacco le protesi e mi levo le lenti. Almeno la tinta rende la mia zazzera grigia e stopposa un po’ meno inguardabile.

Dopo dieci minuti ho finito. Crispino mi passa dei vestiti puliti. Ovviamente della mia taglia. Mi sento più vecchio. L’adrenalina per aver steso il bufalo è già tutta consumata, come una dose di cocaina troppo piccola per un cervello abituato ad abusarne tutti i giorni.

Crispino mi riconduce lungo i cunicoli della Questura fino all’uscita. Nessuno ci guarda in faccia. Tutti gli agenti che incrociamo sembrano evitare lo sguardo pimpante di Crispino, non saprei dire se per rispetto o per timore. In ogni caso, anche l’agente all’ingresso si guarda bene dal chiedermi i documenti.

Cammino sul marciapiede di via San Marco, allungando un po’ la strada verso la Stazione Centrale, assaporando gli ultimi, afosi, terribili, caldissimi, irrespirabili momenti che vivrò a Milano. Ripensandoci, ne è valsa la pena.

PICCOLE NOTE

Da wikipedia

La Procura di Firenze ha indagato per molti anni (fino all’agosto 1998) sui mandanti a volto coperto delle stragi:

* del 14/5/93 a Maurizio Costanzo (via Fauro, Roma)
* attentato agli Uffizi del 27/5/93 (via de’ Georgofili, Firenze)
* attentato al Padiglione di Arte Contemporanea del 27/7/93 (Via Palestro, Milano)
* di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano (Roma, 28/7/93)
* allo stadio Olimpico (dicembre 93 – gennaio 94)
* a Formello-Roma (attenato a Salvatore Cotorno, 14/4/94)

La procura di Firenze iscrisse nel registro degli indagati Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri (con il soprannome AUTORE 1 e AUTORE 2), considerati mandanti delle suddette stragi. Il Pm di Firenze chiese l’archiviazione del procedimento al termine delle indagini preliminari, accolta dal GIP territoriale benché “le indagini svolte abbiano consentito l’acquisizione di risultati significativi” e sebbene “l’ipotesi iniziale abbia mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità”. A Caltanissetta Berlusconi e Dell’Utri furono iscritti nel registro degli indagati come mandanti delle stragi di Via D’amelio (Paolo Borsellino) e Capaci (Giovanni Falcone).

Un mostro per l’estate
Massimo Carlotto
il manifesto, 27 luglio 2004

Quelli come Luciano Liboni li ho sempre definiti gli «insofferenti». Insofferenti a tutto: alla società, alle regole, alle divise e alle logiche della malavita organizzata. Alcuni li ho conosciuti personalmente. Negli anni Settanta soprattutto, oggi sono una razza in via di estinzione. Come il lupo Liboni, appunto. K. si è beccato un proiettile nella schiena mentre fuggiva con un barchino nei canali veneziani. T., stanco di fuggire, decise di affrontare i carabinieri impugnando una mitraglietta. S., ferito dopo l’ennesima rapina terminò le munizioni, anche l’ultima cartuccia che aveva riservato per se stesso, e adesso sul suo fascicolo c’è un timbro rosso con la scritta «fine pena: mai». F., il più fortunato, riuscì ad arrivare in India e di lui sono arrivate solo voci. La più ottimista narra dell’incontro con una ricca americana e di una villa con piscina a Los Angeles. Quella più realista descrive un vicolo e una siringa piantata in un braccio. In comune gli insofferenti hanno il destino fottuto. O morti, o in galera. Per morirci o per uscirne quando ormai è troppo tardi. Anche Liboni, il cinghiale, il lupo, che giornali e televisioni hanno trasformato nel giallo dell’estate, è fottuto. Lui lo sa meglio di tutti. Per questo spara. Ma non da ora. Sono due anni che tira il grilletto per non farsi prendere. Ha deciso che in galera non ci torna più. Meglio la bocca che sa d’asfalto e una pozza di sangue che si allarga sotto il corpo che essere rinchiuso di nuovo. C’è chi accetta il carcere come un incidente di percorso della professione criminale e chi, invece, dice basta. Liboni sa di essere un morto che fugge. La regola numero uno dell’ambiente è mai sparare a uno sbirro. Altrimenti sono dolori. E lui ha sparato per uccidere: due colpi. Tanto per essere sicuri. Se finisce in manette, prima del carcere, rischia di cadere dalle scale e farsi male sul serio. E poi il processo in corte d’assise. Una proforma per pronunciare la parola ergastolo. E alla sua età speranze di uscire non ce ne sono proprio. Se ingaggia un altro conflitto a fuoco ha ben poche possibilità di uscirne vivo. Ormai è un bersaglio. Se venisse ucciso da un geometra-giustiziere voglioso solo di provare sul campo la sua nuova Glock calibro 40, nessuno avrebbe nulla da ridire. Scriverebbero che il lupo o il cinghiale è stato abbattuto.
Il circo mediatico montato su questo caso è pronto a tutto. Già si leggono notizie vergognosamente prive di senso. L’epilogo ne sarà il trionfo. In attesa della parola fine si scandaglia il passato. Ma è inutile cercare spiegazioni psicologiche sull’agire degli «insofferenti». Sono solo scelte solitarie di ribellione votate alla sconfitta. E Liboni è un perdente che non riscuote nessuna simpatia. Nelle redazioni si fanno i salti mortali per costruire un personaggio dalle attitudini criminali di alto profilo. In realtà è lampante che il lupo è solo un balordo specializzato in uffici postali, con qualche conoscenza in quella mala che ha frequentato nelle patrie galere o nei bar di provincia.
Il fatto è che è difficile spiegare agli italiani che nell’era dell’antiterrorismo, degli aeroporti blindati, dei super poliziotti, delle guerre preventive, non si riesca ad arrestare una mezza tacca. E allora si esagera, si vagheggiano rapporti internazionali. E si sprecano fiumi di inchiostro sulla lucidità criminale del latitante. Uno che spara in testa a un benzinaio perché scoperto su un’auto rubata è solo un pericoloso cretino. Da allora Liboni non è migliorato. Ha imboccato la sua strada senza uscita. Corre come un cinghiale nella macchia. Nella prima pianura lo aspettano i cacciatori con i fucili puntati. Vivo o morto sarà il trofeo dell’estate.

da http://www.corriere.it/vivimilano/ultima_ora/ultimora.jsp?id={F1936AC5-5810-4886-B421-17E3BCAF73D0}

10 lug 20:05
Milano: marocchino trovato morto in cella Questura

MILANO – Un cittadino marocchino di 32 anni, arrestato ieri alla Stazione Centrale di Milano per spaccio di droga, e’ stato trovato morto questa mattina nella cella della Questura in cui si trovava, in attesa di essere condotto davanti a un giudice. Sulla vicenda e’ stata aperta un’inchiesta, benche’ sul corpo dell’uomo non siano stati trovati segni di violenza. Le autorita’ hanno disposto l’autopsia: non si esclude che l’uomo possa aver ingerito un involucro contenente droga o che abbia avuto un malore causato dall’assunzione di sostanze stupefacenti. (Agr)

July 27th, 2007

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