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Lupi e Sciacalli

Camminare per le strade di Genova una sera di quasi estate fa un effetto strano. Un momento sei sommerso di persone, odori, lingue, colori e il secondo dopo potresti essere l’unico abitante di una antica citta’ disabitata. E’ per questo che e’ cosi’ sottile a Genova il velo tra quello che si percepisce
e quello che si vede, tra le realta’ possibili e quelle praticabili. Ed e’ per questo che mi aggiro per queste strade, annusando l’aria e riempiendo i polmoni di quella poca magia che resta.

Piazza Banchi e’ animata solo da quei tre o quattro vagabondi accompagnati dal solito cane e da un paio di cartocci di vino. Degli “lavori in corso” ne rovinano il viso aperto, una qualita’ cosi’ rara in questo luogo di carruggi.

– Ogni volta che scavano dieci centimetri sembrano trovare un pezzo di antichita’ incredibile, belin. Ma se Zena ha praticamente iniziato ad esistere nel mille e cento. Bah!
Costeggio le sottili reti metalliche degli scavi e arrivo nell’affollatissima Caricamento, i bar con musica di ogni etnia e le panchine ingombre di persone… Una nuova cazbah per una citta’ che ne ha viste mille e una…
Sedersi sulla panchina, guardare le persone passare, sedersi, bere, scambiare due parole, aspettare un gancio, ripartire, tornare, occhi puntati su di te, puntati sugli altri, puntati sui canazzi che stazionano fissi lontano dalle panchine, vicino ai loro blindati sotto la sopraelevata, come a guardare il Porto Antico dall’invasore barbaro, ultimi baluardi dell’italica virtu’.
Antico poi… come se uno chiunque di quelli che l’hanno ammodernato avesse una piu’ pallida idea di cosa vuol dire antico.

Antico vuol dire ricordarsi quando le decine di piazze di Zena erano altrettanti bazar, piccole roccaforti in una citta’ di mille mercanti. Odori che si mischiano sotto ripa, urla e carbone, coltelli e sangue, sudore. Un enorme porto collegato a mille feudi, ogni ora un nuovo equilibrio a stabilire dove fosse
saggio andare e dove no. E il porto antico era il cuore del carbone, il centro delle chiatte e delle navi che trasportavano di tutto… All’epoca era semplicemente il porto.
Guardate ora… il Porto Antico e’ sinonimo di pessime trovate architettoniche piu’ note per il nome di chi le ha progettate che per la loro bellezza, spiazzi, quattro panchine e due barche a vela di presunti facoltosi in realta’ indebitati fino al collo. Il mare e’ capace di raccontare molte miserie umane.

Dopo questa abbuffata di spazi aperti torno verso i vicoli e mi perdo per qualche tempo nella loro tela: il Curto, veloce attraverso San Lorenzo fino ai vicoli a Levante, le Vigne, la Maddalena, e poi giu’ per altri vicoli fino a tornare in Orefici. Sono cosi’ cambiate queste vie… Se oggi sembrano anguste
anche solo cinquanta anni fa sembravano crepe nei muri dove il bene e il male si insinuava, dove incontrare un tesoro o la morte come se fossero la stessa cosa.
Forse era piu’ oscura, Zena, ma i suoi scrigni rimanevano occulti regali che costavano arte e fatica. Oggi sembra che tutto debba essere immediatamente accessibile, pronto, subito, adesso. Oggi e’ il tempo dell’oggi, Ieri era il tempo del mentre. Forse a tutti questi umani dovrebbero semplicemente togliere papille gustative e gli altri sensi, renderli delle salsiccie di carne ambulanti funzionali alla riproduzione di qualcosa che non si capisce bene neanche perche’ esista.

E se sei capace di vedere le loro ombre parlano, e quando quello che puoi percepire diventa diverso da quello che puoi vedere ti accorgi di come il novana per cento di quelli che incontri non sono nient’altro che quello. A un livello superiore non sono nient’altro che pezzi di carne. Ma Genova nelle sue pieghe e’
abitata da molto di piu’ che pezzi di carne. Ed e’ per questo che sono qui.

Sono passate ore e finalmente la luce ha lasciato la citta’, se non sotto forma di qualche lampione qui e li’. Caricamente inizia a svuotarsi e nel giro di dieci minuti Genova piena di vita diventa una citta’ deserta, una versione calda e moderna di Londra di fine Ottocento: al posto delle lanterne a gas dei
lampioni a basso consumo. Per il resto stessa luce soffusa, stesso silenzio innaturale che amplifica i tuoi passi e quelli delle persone che ti incrociano rapidamente. Ogni creatura che incontri potrebbe non essere quello che credi.
E lo puoi vedere. Non piu’ solo percepire.

I miei occhi scuri si adattano alla notte e alla luna crescente che illumina molto fiocamente ogni spiraglio delle crepe di Zena.
I carabinieri si allontanano dal blindato per venire verso il centro storico. Un tempo gli sgherri non erano cosi’ stupidi… Sapevano dove andare e dove no. Si accontentavano di essere un simbolo inutile dei signorotti locali, e di lasciare gli affari dei carruggi a chi ci viveva, a Zena, alla Lanterna e ai grifoni.

Parlano concitatamente alla radio, ricevono ordini e fanno si’ con la testa. Li guardo da dietro le reti degli scavi di piazza Banchi mentre si avvicinano a passo rapido. Mentre passano oltre verso via Orefici mi squadrano ma non riescono a trovare nessun appiglio per fermarsi a curiosare troppo su di me.
Camminano veloci, un orecchio teso sulla radio, l’altro verso il capo squadra: tre di loro indossano la tenuta antisommossa, il capo squadra la semplice divisa da canazzo, in camicia per il caldo, le braccia ingombre di cartacce e di una cartelletta il cui uso mi e’ impossibile comprendere.
I tre in tenuta hanno il culo largo e le braccia muscolose, sanno menare le mani, ma quanto a correre non se ne parla. Il pensare poi e’ fuori discussione, lo puoi leggere nei loro occhi tanto quanto puoi leggere l’abuso che fanno delle loro mani nelle dita tozze e nel palmo largo. Il capo squadra non vale neanche la pena di osservarlo.
Nonostante ora abbiano armi da fuoco, un tempo era piu’ difficile tenere testa agli sgherri che comunque erano soldati e non ragazzini gonfi e goffi o quarantenni con la pancetta convinti che una divisa e una pistola fa la differenza tra il bene e il male.

Comincia l’inseguimento: e’ il momento migliore. Cammino veloce per i vicoli, prima a maglie larghe, reincrociando i quattro imbecilli in divisa scura e banda rossa sui pantaloni solo ogni quattro o cinque svolte. Poi stringo il cerchio lentamente, un rito come un altro per alimentare la poca magia che vive ancora nelle strade delle citta’, nelle memorie delle persone e dei luoghi, nelle leggende dimenticate, nelle possibili percezioni cancellate da troppe pagine che raccontano quello che si vede e non quello che si sente.

Tre svolte e ci incrociamo di nuovo all’altezza di Vico degli Indoratori; due svolte e ci incrociamo a piazza San Lorenzo; siamo all’ultima svolta a chiudere il cerchio e completare il rito.
Inspiro e i polmoni si riempono della brezza che sale dal mare, della luce dei lampioni, della puzza di piscio dei vicoli.
Se potessero vedermi dietro di loro vedrebbero una figura esile e vestita di scuro, una figura come tante dentro i vicoli, nulla di cui preoccuparsi, sicuri che il loro status di sgherri sia una garanzia sufficiente. Se potessero sentire vedrebbero il lupo, i canini aguzzi e lucidi, il pelo nero folto e dritto sulla mia schiena, gli occhi scuri vicino alla preda.
Se potessero vedere quello che vedo io non vedrebbero allo specchio nient’altro che quattro sciacalli spelacchiati, un piccolo branco, forte solo del suo numero e della brutalita’ del muoversi in gruppo. Nessuno di loro vale il poco tempo dedicato a un rito primitivo.

Il loro sangue si. Il loro sangue e’ sempre linfa che ritorna alla terra. E incidentalmente anche alle creature che la popolano silenziose da troppo tempo. Un silenzio che affievolisce la loro stessa esistenza, annebbiata da sensi spenti di un umanita’ poco incline ad ascoltare cio’ che gli parla dal profondo delle viscere.

Se potessero vedermi, vedrebbero il lupo adesso. Ma e’ solo un attimo. Un istante e’ il tempo che ci vuole per tagliare la gola di quattro sgherri e nutrirsi della loro carne e del loro sangue. Un istante e’ il tempo che ci vuole per dissetarsi del loro sguardo di terrore di fronte all’unico momento della loro vita in cui hanno vissuto e guardato la realta’ con tutti i loro sensi e non solo con quelli nascosti sotto una divisa e una fondina e quel poco di cervello che avevano.

Il sangue scompare tra le fessure della pavimentazione dei carruggi. Un bipede esile e vestito di scuro si asciuga una goccia di liquido denso e rosso agli angoli della bocca e riemerge nella fioca luce dei lampioni di via San Lorenzo.
I suoi passi lenti e misurati eccheggiano nella notte di Zena fino a De Ferrari, su fino a Corvetto e poi verso i monti, ancora piu’ su, nel silenzio dei boschi e delle loro ombre notturne senza elettricita’.

June 12th, 2005

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