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Milano e le Barche

Era una calda mattina di meta’ giugno. L’effetto serra era ancora poco noto nei giornali a meta’ degli anni 80 per poter essere usato come termine di paragone, ma se avesse potuto saperlo, Diego avrebbe detto che quella giornata era la prova definitiva delle teorie ecologiste.
Non volava una mosca a Milano. Non sentivi un alito di vento neanche soffiando contro uno specchio o accendendo il ventilatore. Quasi sembrava che qualsiasi brezza si levasse, meccanica, elettrica o naturale che fosse, venisse inghiottita istantaneamente dall’afa e dall’umidita’. Forse la percentuale di acqua nell’aria era cosi’ alta da necessitare un continuo input di vapore per riuscire a evitare che tutti gli esseri umani si trasformassero in pesci e cominciassero a dover respirare con branchie anziche’ polmoni.

Dall’alto del settimo piano dell’appartamento dei suoi genitori in via Rapisardi, piena Bruzzano, Diego poteva vedere quasi tutto il quartiere, incluso il cortile dove giocava a pallone tutto il giorno (eccetto ovviamente i minuti in cui la portinaia al soldo di quegli stracciapalle dei signori Chiarini veniva a cercare di requisire il pallone): il distributore di benzina, i giardinetti dietro la sua scuola dove l’altra settimana aveva perso il portafoglio pedalando a perdifiato sulla sua Grillo nuova di pacca, fino ad arrivare alla scuola elementare di via dei Braschi, dove ogni mattina puntuale si recava… Almeno fino a questo giugno, gloriosa data nella quale ha finalmente conseguito la licenza elementare.
Quando era piu’ piccolo, non che adesso sia proprio vecchio, ma dieci anni sono sempre piu’ di cinque, pensava che salendo sul davanzale del balcone potesse toccare le nuvole che passavano sopra la casa dei suoi genitori. Ci ha anche provato una volta, ma dopo aver notato la reazione di sua madre a meta’ tra terrore e preparativi di una guerra nucleare (con lui come obiettivo principale), ha deciso che non era il caso di sperimentare la consistenza delle nubi. Ci avrebbe sempre potuto provare successivamente, mentre se sua madre scatenava una guerra nucleare contro di lui, aveva seri dubbi di poterci mai arrivare piu’ avanti nella sua vita.

Non avendo nulla da fare quella mattina, Diego decise che un giro in quartiere a vedere se beccava qualche amico con cui giocare poteva essere una buona idea. Drammaticamente il caldo aveva invece convinto tutti gli altri a boccheggiare davanti alla televisione guardando ciao ciao e bim bum bam. Sfiga. Diego allora decise di continuare a vagabondare per il quartiere, fino a che dopo tre ore di cazzeggio nei pochi giardini rimasti e nel cortile della Cascina Anna, diroccata e misteriosa, era ora di tornare a casa, sempre per evitare la famosa connection nucleare di cui sopra.
Alle 18.15 appuntamento fisso con Kenshiro su Telereporter, con Frida la rana e tutto il resto, e poi cena con mamma, e papa’. Tutto sommato una giornata
ordinaria.
Fortunatamente c’e’ ancora la sera. Mamma e papa’ uscivano con gli amici per andare al cinema e quindi Diego aveva ancora parecchio tempo per fare le capriole sul divano , passatempo ripetitivo e forse privo di obiettivi ragionevoli, ma che da sempre aveva considerato molto divertente. Se si eccettua quella volta in cui saltando sul divano aveva tirato una ginocchiata allo stereo AKAI di suo padre, spezzando un tasto e conficcandoselo nel ginocchio. Li non era stato molto divertente, ma tutto sommato un incidente puo’ sempre capitare….

Verso le 11 di quella giornata di meta’ giugno la temperatura stava scendendo vertiginosamente, come se i vapori assorbiti nella giornata filassero velocissimi verso il cielo, a incontrare le nuvole fresche e scure della notte. Tutto il vento che era mancato nella giornata stava riemergendo da luoghi che Diego non conosceva e a cui pero’ era grato, se non altro per la temperatura piu’ clemente che gli consentiva di saltellare per casa senza grondare di sudore.
Iniziava ad avere sonno, le nubi nere si addensavano sull’orizzonte del piccolo feudo di Bruzzano, giusto al di sopra dei palazzoni di via Rapisardi 15, lampi che iniziavano a illuminare il cortile e le strade intorno, il tuono a seguire pochi secondi dopo.
In effetti quelle nubi non sembravano naturali, avevano qualcosa di imgombrante e di magico, qualcosa che pareva trascendere un semplice temporale estivo in arrivo. Non ebbe il tempo di preoccuparsene eccessivamente, mentre si addormentava con il rumore della pioggia che cominciava a cadere, simile a una cascata infinita che restituiva alla terra tutto cio’ che la terra le aveva regalato durante quella giornata di caldo terribile.

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Il giorno dopo Diego si sveglio’ con una strana sensazione, come se ci fosse qualcosa che non quadrava in tutto cio’ che lo circondava, una strana luce, o forse uno strano modo in cui i suoni si propagavano nell’aria attorno a lui. Era scuro, come se fosse ancora notte, ma lui non si svegliava mai prima delle dieci di mattina, non se sua madre non lo stressava per andare a scuola, che essendo finita la settimana prima non era piu’ una preoccupazione.
E se erano le dieci dove erano i suoi genitori?
C’era definitivamente qualcosa che non quadrava. Forse era il caso di alzarsi.
Pero’ aveva paura. Non sa di che cosa, pero’ alla fine era un bambino di dieci anni, ed era perfettamente normale che avesse paura di qualcosa che non capiva e che interrompeva la sua routine quotidiana. Poteva sempre essere che i mostri che lui sapeva vivere sotto il suo letto avessero deciso di nascondere il sole per tendergli un agguato durante il giorno anziche’ durante la notte quando era protetto dai suoi giocattoli, che come tutti sanno di notte si animano per difendere i propri padroni. Certo poteva essere cosi’. Pero’ gli scappava la pipi’ e doveva alzarsi.
Incrociando le dita usci’ dalle coperte correndo verso il bagno.
I suoi non c’erano, questo era certo. Erano sicuramente al supermercato. Non poteva che essere cosi’. Fu un ultimo particolare mentre era davanti al cesso che trasformo’ la paura infantile in panico senza se e senza ma: mentre alzava lo sguardo dal gabinetto verso la finestra del bagno, si rese conto che fuori non c’era il cielo ma il mare.

Acqua, acqua dappertutto, e adesso capiva il motivo della luce fioca che pervadeva la casa, e dei suoni attutiti. Il mondo era stato sommerso?
E allora perche’ respirava ancora?
Si avvicino’ alla finestra e fuori lo spettacolo era incredibile: pezzi di case, auto, legname, biciclette, televisori, palloni che fluttuavano in quell’oceano nuovo di pacca, i platani del suo cortile che si agitavano lenti nella corrente come enormi alghe di fondale. E i pesci! pesci da tutte le parti, pesci domestici, pesci multicolore, come se tutti i negozi di animali di Milano avessero liberato dagli acquari finalemente tutte quelle creature senza gambe e con le pinne. Figata.
Ma perche’ respirava ancora ?
La risposta era sul bordo della finestra: avvicinandosi al pavimento noto’ con stupore che la base delle ante era cosparsa di una sostanza simile al silicone. Si giro’ di scatto verso i GI-Joe e il lego e gli sembro’ di scorgere un sorriso. Aveva come l’impressione che diverse cose gli sarebbero sembrate strane quel giorno.
Un pensiero rapido mutuato dai telefilm di Mac Giver gli trapasso’ il cervello: l’aria nella casa dei suoi sarebbe finita presto. Era il caso di pensare a come uscire. Seduto sul pavimento Diego cercava di farsi venire un’idea.

Pochi minuti dopo nascosto dietro lo stipite della porta della cucina, sul lato della finestra del soggiorno, Diego stava armando la sua fionda. Sperava onestamente che i telefilm non dicessero cazzate perche’ aveva la netta sensazione che avrebbe potuto rimetterci le penne.
La pallina di piombo di due cm di diametro si conficco’ nel vetro del soggiorno che rapidamente inizio’ a creparsi, lasciando passare dei rivoli d’acqua, poi dei fiumiciattoli e infine un onda incredibile di metri cubi di acqua. Diego si aggrappava allo stipite, sperando che l’onda finisse, secondo dopo secondo. Per sua fortuna pare che il pelo dell’acqua di quell’enorme lago che era diventato il suo cortile fosse esattamente a livello del bordo superiore della finestra del soggiorno dei suoi. Questo significo’ che appena l’onda si fu placata, Diego pote’ uscire nuotando dal balcone per dirigersi in mare aperto.

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Milano sottacqua fino al settimo piano (quasi all’ottavo) non era uno spettacolo ordinario. La luce del sole estivo che era tornata a picchiare come un martello si rifletteva sul pelo dell’acqua dando una luce tutta nuova ai palazzi di Bruzzano e degli altri quartieri. Milano non era piu’ grigia, ma azzura, verde e luminosa, come se bastassero diversi metri cubi d’acqua a trasformare una metropoli in una localita’ turistica. Anche se in effetti il panorama assomigliava molto di piu’ a Conan e Lana, il cartone animato che piace tanto alle sue compagne di classe (e anche a lui, ma non glielo avrebbe mai detto).
La cosa piu’ incredibile per Diego pero’ fu vedere gia’ alcune barche che si muovevano sinuosamente e lentamente tra i palazzi, almeno tra quelli piu’ alti di sette piani, dato che tutti gli altri erano sommersi.
Si isso’ sulla barca di un signore anziano e dal viso simpatico, di quei vecchietti che anziche’ spaccarti le palle ti fanno ridere e ti raccontano le storie e ti regalano il ghiacciolo. Il signore lo aiuto’ con uno sguardo preoccupato.
– Dove abitavi ?
– In quel palazzo li’
– E i tuoi ?
– Non c’erano in casa quando mi sono svegliato
Aggrotta le ciglia come a disapprovare qualcosa che a Diego non e’ neanche balenato nel cervello.
– E come hai fatto a uscire da casa ?
– I miei giocattoli mi avevano siliconato le finestre e io le ho aperte con un colpo di fionda.
Il vecchio signore fece una smorfia che Diego non capiva se significasse che non gli credeva o che gli credeva e che disapprovava la sua incoscienza.
Ma non aveva molta importanza.
Adesso che il vecchio glielo aveva ricordato, Diego si ritrovo’ a chiedere che razza di fine avessero fatto tutte le persone che abitavano nei palazzi, i suoi amici, le sue maestre, la signora bidella… E i suoi genitori.
Non aveva il coraggio di chiederlo.
Il signore parve capire che cosa gli passava per la testa e disse con tono grave:
– Se sono stati abbastanza furbi da capire cosa stava succedendo sono saliti su dei dirigibili allestiti dalla Protezione Civile in fretta e furia, altrimenti…
Non concluse la frase, e a Diego gia’ veniva il groppo in gola, se non avesse alzato lo sguardo e notato che in mezzo alle nuvole c’erano decine e decine di enormi palloni ovali ancorati ai palazzi piu’ alti della citta’.
Diego si immaginava gia’ che ogni dirigibile – li aveva chiamati cosi’ il signore no? – avrebbe avuto i suoi colori, i suoi stendardi, i suoi eroi. Si sentiva catapultato in uno dei cartoni animati sul medioevo e i draghi e atlantide e…

Aguzzando la vista noto’ delle persone lungo le scalette che collegavano i dirigibili ai palazzi.
– Chi sono ?
– Rifornitori – rispose laconico il vecchio – Portano i viveri che sono rimasti nelle case, nei magazzini e nei negozi, dal fondo fino ai dirigibili.
Diego era stupito dalla velocita’ con cui si erano adattati tutti a questa nuova Milano sommersa, alla vita su un dirigibile, allo spostamento in barca, ai viveri umidi e alle scialuppe. Gli sembrava quasi impossibile. Eppure era li’ davanti ai suoi occhi, sui suoi vestiti fradici, nel vecchio che gli parlava, e nel vetro rotto della finestra dei suoi genitori… gia’ dei suoi genitori… chissa’ dov’erano adesso…
– Non pensarci – disse d’un tratto il vecchio – Gli scienziati dicono che sara’ temporaneo e che presto tutto tornera’ come prima, o quasi. Cmq adesso andiamo a un centro per le persone smarrite e troveranno i tuoi genitori. Quasi sicuramente sono vivi.
– Grazie – riusci a rispondere Diego con la gola stretta da una morsa di lacrime.

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E cosi’ Diego si trovo’ ad attraversare Milano sommersa, prima Bruzzano, poi Affori, poi un’enorme canale che forse prima era via Pellegrino Rossi fino ad arrivare in piazza maciacchini che era praticamente un enorme lago, considerato che nessun palazzo intorno alla piazza superava i 5 piani.
Diego guardava il vecchio signore che continuava a muovere la sua barca, mentre a lato scorrevano i dirigibili, come se Milano fosse diventato un enorme luna park di bambini di cemento con attaccati al polso dei palloncini. Si, insomma, una metafora non molto incoraggiante, ma Diego e’ sempre un bambino di Milano, che cosa si pretende da lui…
A un certo punto l’attenzione di Diego torna a focalizzarsi sulla realta’… anche se gli fa specie chiamarla cosi’… Perche’ da lago Maciacchini passano alle rapide di via valtellina e via farini fino a sfociare in piazza Castello. Diego e’ senza parole: il Castello e’ completamente sommerso, solo il maschio certrale si erge in mezzo all’acqua, circondato da gondole, barche, navi, motoscafi, catamarani e anche da qualche veicolo strano a meta’ tra una macchina e un acquascooter. Collegata da una scala di corda ampia e confortevole che parte dal maschio, una specie di piattaforma sospesa sopra il castello, come se avessero semplicemente pensato che ricostruire la citta’ a partire da un 5-10 metri sopra il livello del mare , cioe’ del nuovo mare, fosse la cosa piu’ naturale del mondo da farsi. Diego non era sicuro che lo fosse.

Dopo una mezz’ora passata a compilare fogli aiutato dal vecchietto, i tizi dell’ufficio (veramente insopportabili) avevano chiesot al signore se era disponibile a tenere il ragazzo, ovvero Diego, fino a che i suoi genitori non fossero stati trovati, qualche giorno non di piu’.
Con grande stupore di Diego il vecchio aveva accettato.

Passavano i giorni e dei genitori di Diego neanche l’ombra. Diego non disperava, ma nelle ore serali, prima di coricarsi sul fondo della barca, il groppo in gola si faceva sentire, e non aveva neanche i suoi giocattoli ad aiutarlo. Quando il vecchio lo sentiva singhiozzare, gli dava un te dal sapore forte e intenso, che gli faceva dimenticare tutto e lo faceva addormentare sereno.
Man mano che i giorni passavano Milano assumeva una dimensione tutta sua, con piattaforme sospese, dirigibili a ogni angolo, i primi business che volavano ronzando da un dirigibile all’altro carichi di provviste. I soliti intraprendenti avevano iniziato a organizzare delle gite sottomarine, dove portavano gli stranieri a vedere la vecchia Milano sotto il pelo dell’acqua, stando bene attenti a non incontrare un luccio che staccasse la mano a qualche facoltoso cliente. Bastava far visitare al giapponese di turno un normalissimo appartamento pieno d’acqua per sbarcare un lunario dignitoso.
La vita di Diego continuava, convinto che da un momento all’altro sarebbero spuntati mamma e papa’ per portarlo sul dirigibile arancione, che secondo lui era il piu’ bello, e non solo per il colore, ma anche perche’ stava sopra quello che un tempo era il quartiere Garibaldi, attaccato a due enormi grattacieli a specchi che ancora riflettevano la luce del sole al tramonto e il dirigibile allo stesso tempo creando la sensazione che Milano avesse due soli.

Ancora non capiva come avesse potuto succedere una cosa simile, ma forse non aveva senso chiederlo. Dopotutto mentre vivi non ha molto senso chiederti se vivi per davvero o e’ un sogno, perche’ intanto stai vivendo qualcosa, per lo meno. Insomma la filosofia non e’ mai stata il forte di Diego, anche perche’ a dieci anni preferisce il pallone che non le questioni esistenziali.
E come dargli torto ?

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Un giorno Diego stava navigando come al solito con il vecchio signore dalle parti di piazza Duomo, che ormai era praticamente diventato un porto, ogni guglia un attracco per questa o quella nave e questo o quel dirigibile. La galleria era stata trasformata in un gigantesco acquario, e i turisti potevano guardarlo camminando direttamente sulla cupola di vetro a piedi nudi. Mentre passavano vicino a piazza mercanti Diego noto’ che le nuvole si stavano novamente addensando e non era una ipotesi simpatica quella di trovarsi in un luogo senza riparo durante le tempeste che sembravano servire a ricordare a Milano quello che l’aveva trasformata in quello che era ora.
Mentre Diego , che stava per compiere undici anni, si guardava intorno in cerca di un ansa a cui attaccare la nave e un muro a cui agganciare la tenda trasversale dove passare la tempesta, si accorse che il vecchio stava perdendo l’equilibrio.

C’era qualcosa di strano nella scena. Gli ricordava un po’ quella mattina in cui fuggi’ dalla casa dei suoi con la fionda attraverso la finestra del soggiorno. Era come se tutto accadesse sotto forma di incidente, mentre i protagonisti accompagnavano gli eventi come se sapessero qualcosa che lui non sapeva.
Coincidenze.
E anche in questo momento mentre il cielo diventava quasi nero e i fulmini iniziavano a saettare lungo il perimetro di Milano, il vecchio cadeva nell’acqua, intabarrato nel suo giaccone, con una specie di luccichio negli occhi perniente rassicurante che Diego non capiva. Certo pero’ non poteva mica lasciare che il vecchio affogasse. Cosa avrebbe fatto senza di lui? Era diventata una sua seconda famiglia, in attesa di ritrovare la prima e non voleva perderla.

Cosi’ fece un ansa con la corda per l’ormeggio della barca e la lancio’ verso il vecchio che cadeva in acqua, riuscendo a agganciarne il piede. MacGiver sarebbe stato fiero di lui… Se il vecchio non pesasse come una palla di piombo catapultandolo nell’acqua e verso il fondale, insieme alla corda e anche alle sue buone intenzioni. Diego fece appena in tempo a prendere un respiro profondo prima di trovarsi sommerso, con una tempesta sopra la testa e un vecchio signore che lo trascinava sul fondo.
La cosa curiosa era che il percorso del vecchio non era lineare, come un filo a piombo, ma era come se venisse richiamato da un punto del fondale. La strizza di Diego a questo punto iniziava a diventare curiosita’ e prima di lasciarci le penne voleva almeno capire dove lo stava portando il vecchio o chi per lui.

Alla fine della corsa Diego si trovo’ faccia a faccia con un pozzo in piazza Mercanti, un pozzo che ricordava solo vagamente e che adesso sembrava essere il posto piu’ ovvio dove arrivare. Sul pozzo c’era un enorme coperchio di piombo sul quale era appollaiato il vecchio le cui gambe e braccia erano diventate delle specie di pinne, mentre gli occhi erano diventati delle biglie nere come le profondita’ dell’oceano e rilucevano sott’acqua con una specie di luce bianca e sottile, che quasi feriva gli occhi gia’ provati dalla corrente di Diego.
Nonostante questo Diego si sforzo di avvicinarsi al coperchio del pozzo che piu’ si avvicinava e piu’ sembrava un tappo. Si’, si’, un tappo di un enorme lavandino, un tappo tra una dimensione e l’altra, tra la Milano sommersa e la Milano di cemento e afa. Un tappo che altre volte era stato sottile e che ora sembrava spesso a sufficienza da reggere , ma sottile a sufficienza perche’ lui lo sollevasse facendo inghiottire al pozzo quella Milano nuova e tutta l’acqua della Pianura Padana.

Diego aveva bisogno di pensare e si fermo’ sott’acqua qualche istante, mentre la tempesta impazzava in superficie. Lentamente a un certo punto, senza guardare il vecchio tritone appollaiato, ritornato a Milano da chissa’ quale meandro della fantasia di un bambino fluviale. Aveva deciso. Alla fine questa Milano gli piaceva infinitamente di piu’ dell’altra in cui aveva gia’ vissuto dieci anni e non vedeva il motivo per cui non avrebbe dovuto provare a vedere che cosa sarebbe successo qui, in questo luogo strano e familiare al tempo stesso. La sua famiglia l’avrebbe trovato comunque prima o poi, in un isola non troppo distante da questi laghi, dopo l’ultima stella a destra gli pareva… O forse era solo suggestione.

Il tappo sarebbe rimasto li’, e mentre tornava alla superficie Diego sentiva l’approvazione del vecchio tritone sul fondo, dei pesci e dei serpenti di mare che erano tornati ad abitare Milano, dei bambini sui dirigibili e dei grandi sulle piattaforme, dei televisori che non c’erano piu’ e degli alberi che erano riusciti finalemnte a diventare alghe per provare com’era. Sentiva di avere fatto qualcosa di buono e di magico, e sentiva che non se ne sarebbe pentito. Mentre affiorava oltre la superficie dell’acqua boccheggiando per un po’ di ossigeno, la tempesta era finita e il sole stava facendo capolino tra le nubi, dando a tutto quell’aspetto colorato e cangiante che aveva visto per la prima volta nella sua vita quella mattina di meta’ giugno quando aveva dieci anni ed era uscito dalla casa dei suoi al settimo piano nuotando. Si isso’ sulla barca con entrambe le braccia e impugno’ il lungo bastone per imprimere una mossa alla barca. Mentre si allontanava verso la periferia nord della Milano sommersa, si giro’ verso il centro e disse a bassa voce:
– Grazie vecchia.

June 26th, 2005

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