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Settembre andiamo, è tempo di migrare (parte I)

[il mostro dell’autunno]

Il testo integrale è disponibile anche nei formati: PDFRTFTXT. Buona lettura. Ah, ogni riferimento a fatti, cose, persone, eventi realmente esistiti è puramente casuale. Noi abbiamo molta fantasia.

uno

Movimento al Quarzo.
Cassa in Acciaio.
Logo D&G in rilievo sul lato della Cassa.Quadrante con Pavè di Strass.
Indici con Pietre.
Vetro Minerale.
Fondo serrato da 4 viti.
Impermeabilità = fino a 50mt.
Cinturino in Pelle con fibbia personalizzata D&G.
Nero.

Al suo polso, 300 euro, perché era un amico di una tizia del negozio.
Si era toccato il viso. “Gelatina alla Menta Erbolario”, 40 euro: godersi per due o tre minuti prima della rasatura il rinfresco, mi raccomando, diceva l’etichetta. Poi, dopo la lametta, il “Fluido Dopobarba Periplo” con l’estratto di Germe di Grano per recuperare il giusto equilibrio lipidico, con il prezioso apporto nutritivo degli oli, d’Oliva e di Limnate, del Timo, tonificante e purificante, e dell’Alloro, emolliente ed astringente.
Unghie corte, di fresca limatura. Si era fatto fare una manicure a “Un posto al sole”, il suo solarium di fiducia. Pare ci andassero anche Recoba e l’arbitro Cesari. Un posto chic. Era dell’ex portiere della sua squadra, quando era ragazzino.
La mano era scesa ai pantaloni, Jeans Valentino: Denim (tessuto originale delle tute da lavoro divenuti jeans), Delavè (lavati con il cloro), vita con passanti, bottoni nascosti, cinque tasche, strappi. Costosissimi, 230 euro.
Cintura grigio scura Alexander McQueen, 90 euro.
Camicia chic a strisce diagonali, nere e gialle, Calvin Klein. 198 euro.
A tenere indietro i suoi capelli neri, lisci e lunghi, un braccialetto da 120 euro, Fendi.
La mano sul pacco. Ci siamo. Ci siamo, ci siamo tutti.
Un lieve tocco del dito sul piccolo tasto del telecomando che aveva in mano. La Smart, arancione e grigia, si era chiusa in se stessa e nei suoi abitacoli di pelle grigia. Si era guardato le scarpe. Pulite. E ci credo: Mocassini Armani Bianchi, di Pelle, Suola di gomma, Fiocco, un piccolo tacco, 2 centimetri. 220 euro.
Aveva camminato pochi metri ed era entrato nell’albergo. L’unico albergo a 3 stelle nelle vicinanze. L’ingresso era ampio, solito lampadario gigante, ma l’arredamento era da buttare, aveva pensato. Colori a casaccio, furnitures per niente di marca, anzi, tappeti un po’ consunti. Solo gli specchi sembravano godere di una pulizia che appariva negata al resto. Si era avvicinato alla Reception.
Quando si muoveva per servizio, di solito, a riceverlo negli alberghi c’era un personal concierge. A Roma, l’ultima volta lo avevano scorrazzato con l’auto dell’albergo, situato in un lussuoso Palazzo Anni Venti, arredato con un gusto inglese che aveva trovato decisamente elegante. 225 euro a notte.
Questa nuova missione invece puzzava di muffa, di stantio, di poca classe. Un paesotto a qualche chilometro da Milano, luogo di villani e pendolari. E puttane sulle strade. E falò. E un normale albergo 3 stelle. 55 euro a notte. Una reception raffazzonata e per altro senza alcun gusto, umore, personalità. Dietro, una ragazza con la solita assurda divisa, un po’ sporca, un po’ stropicciata.
Mentre lui si era avvicinato, lei si era allontanata per un istante. Le aveva scorto le calze: niente vellutata fibra di lycra, ma piuttosto delle squallide collant rilassanti color pelle. Le scarpe qualcosa di ancora peggio: banalissimi stivaletti, finta pelle, verniciatura pessima, roba cinese. Si era appoggiato al bancone, passando una mano sul finto marmo, leggermente impolverato.
Sulla scrivania appena dietro, confusione di fogli, foglietti, ricevute, appunti, chiavi. Altre ragazze, facce da schiaffi, si muovono confuse. Meglio pagare in contanti, qui, pensa.
La ragazza si era avvicinata. Denti giallognoli, piccole rughe intorno agli occhi, capelli con doppie punte, un ferma capelli made in Pechino anch’esso, tre braccialetti scintillanti: banchetto di negri, senza ombra di dubbio. Unghie con lo smalto pasticciato, dita grassocce e leggermente sudate. Profumo: meglio provare a non sentirlo. Non era certamente un Red Door di Elizabeth Arden.
– Mi dica, – aveva esordito la ragazza.
Voce bassa, ventitré anni al massimo, ma già da buttare.
Lui si sta guardando allo specchio posto alle spalle della ragazza, in mezzo ai mobili, squallidi, dove riposavano chiavi, squallide e poco fini rispetto alle card magnetiche. Aveva aperto leggermente la bocca in un sorriso. Denti bianchi, bianchissimi specie se inseriti e ammirati nel colorito scuro dato dalle lampade. Nessuna ruga, fronte tirata. Labbra carnose il giusto e leggermente baciate dall’”Istant Moisture Lip Balm”, balsamo per labbra super ammorbidente, arricchito di sostanze dalle proprietà particolarmente idratanti, per alleviare le labbra aride, screpolate ed irritate in ogni condizione atmosferica. 50 euro.
– Sono Elvis Re, ho una prenotazione per tre giorni.

due

Elvis Re era una persona abituata a pensare per elenchi, liste di appuntamenti, impegni da smarcare, negozi da visitare, cose. Da fare, da pensare, da aggiustare.
Ritirata la chiave dalla Reception, terzo piano, stanza 303, muovendosi verso l’ascensore si sforzò di immaginare davanti a sé tutto quello che avrebbe dovuto fare da lì a poco.
Doccia, preparare le macchine fotografiche, chiamare il contatto a Milano, scendere in paese, annusare l’aria. Nient’altro per il primo giorno. Annusare, scrutare, osservare, raccogliere informazioni. Avrebbe anche scattato qualche foto, ma non per uso giornalistico, come del resto accadeva da tempo. Il suo mestiere, fotografo, si scontrava spesso con la sua reale fonte di entrate economiche, l’informatore.
Informatore sui generis.
Il fatto di saper unire conoscenze, qualche relazione, scatti e una buona dose di faccia di culo a gossip di ogni risma lo aveva catapultato nel mercato delle informazioni. Aveva strappato l’offerta migliore in termini economici, ma peggiore in termini di autostima. Come fotografo non era nessuno. Mai uno scatto decisivo, mai una prima pagina. Solo tante didascalie nelle pagine interne, nei pezzi di riempimento.
Lui avrebbe voluto, prima o poi, sfondare. Lui se lo sentiva che avrebbe potuto sfondare. Lui, pensava, aveva i numeri, l’arroganza e la voglia. Per ora era, lui, le sue palle e il suo culo, completamente nelle mani di Zio Mario, il responsabile dell’ufficio in via Buenos Aires a Milano.
Lì, i Servizi o chi per loro, guidavano la formazione della comunicazione, ne gestivano e garantivano il flusso e, soprattutto, formavano archivi di proporzioni folli. Zio Mario: lo avrebbe dovuto chiamare da lì a poco.
Se sei invischiato con i Servizi non puoi diventare famoso, almeno non all’inizio. Elvis Re però ci teneva agli orologi, ai vestiti chic, alle camice alla moda, ai pantaloni tendenza.
E soprattutto, Elvis Re, era ancora tutto sommato giovane. Trent’anni – in un paese in cui se non hai più di settant’anni non conti un cazzo – era un’età decisamente giovane. Pieno di vecchi in sto paese. Lo dicevano tutti, il problema era che i vecchi tenevano ancora tutte le redini del gioco. E lui avrebbe aspettato, nessun problema. Come quei comici di Italia Uno, “Tu mi dici cosa devo fare, e io lo faccio”. E aspetto.
Il problema era che in alcuni momenti, in alcuni attimi, pensava di essersi ampiamente rotto il cazzo di aspettare.
Nel frattempo la lista scorreva lentamente nella sua mente, mentre l’ascensore sembrava non volerne sapere di arrivare al piano terra. La luce del pulsante per la chiamata finalmente si era accesa e qualcosa sembrava cominciare a muoversi. Altre persone si erano affiancate a Elvis Re, in attesa, di fronte alla porta.
Un istante prima che la porta si aprisse era arrivato l’urlo. Elvis lo aveva sentito e aveva riconosciuto all’istante la voce rauca di quella stronza della Reception. Le persone con lui in coda si erano girate in fretta, tutti nella stessa direzione.
L’atrio dell’albergo per un attimo sembrava avere fermato ogni sua attività. Tutti fermi, a guardare lei, la ragazzina, appoggiata al banco con le braccia e singhiozzante. Urlava, frasi sconnesse.
Ben presto tutte le comari e gli schiavi dell’albergo erano venuti fuori da ogni buco e antro della sala d’aspetto.
Elvis si era mosso, aveva saputo muoversi, con rapidità e con sguardo interrogativo, ma stando bene attento a non farsi calpestare i suoi mocassini bianchi.
Si era avvicinato cautamente alla ragazza. Era già circondata da coetanei, tutti con quella stupida divisa, intenti a dire di fare largo, di lasciarla respirare, di portarle un bicchiere d’acqua.
Elvis e altri ospiti si erano fatti per un attimo in disparte. Poi era arrivato il direttore, trafelato, sudato sulle tempie. Un completo che sembrava la brutta copia di un brutto completo da uomo Coveri.
C’era trambusto, gente che telefonava, urlava.
Poi era arrivata la voce, “E’ morta una sua amica”.
Poi era arrivata la voce che l’amica della ragazza brutta della reception era anche un’amica di altre ragazze.
Poi anche il direttore era sembrato disperato, la conosceva, andava dicendo in giro.
– Cosa è successo, mi scusi, – era andato a chiedergli Elvis.
– Una disgrazia, una disgrazia, cosa le hanno fatto, una ragazza così buona, così brava.
Ed era scappato via, mani sul volto, capelli spettinati, occhi gonfi.
Elvis stava ragionando.
Non era successo niente nell’albergo, chi era morto non era nell’albergo. La sua ossessione era sempre la stessa: che l’albergo fosse un luogo calmo, dove non girassero poliziotti, giornalisti, rotture di cazzo.
Il casino doveva essere da qualche altra parte.
Poi aveva udito il nome.
Un ragazzo, uno dell’albergo, era impegnato in una conversazione al cellulare. Forse era intento a dire a qualche amico cosa era successo.
“Laura Pietri, la fidanzata di Pietro. Pietro Mossa!”.
Elvis Re aveva avuto un fremito e si era allontanato.
Aveva appoggiato la borsa su un tavolo del bar, proprio vicino all’ascensore. L’aveva appoggiata molto vicino a lui. C’erano i preziosi cd. Aveva estratto un piccolo plico di fogli, infilato in una rivista di gossip.
Aveva scorso rapidamente l’elenco che aveva preparato.
Aveva focalizzato ogni singola voce.
Aveva trovato in fretta la pagina.
Aveva letto rapidamente i nomi.
Pietro Mossa. Il pollo. Laura Pietri, un’informazione a inizio rapporto, una di quelle che aveva già pensato essere una buona pista.
Pietro Mossa, il suo obiettivo.
Elvis Re, in quel momento, non sapeva se avrebbe dovuto capire meglio cosa fosse successo, o fare la prima chiamata. Nokia N-90, sim dalla provenienza sospetta. 710 euro.
Aveva deciso di chiamare, subito. Prima si era allontanato, uscendo velocemente, dopo aver raccolto la borsa, ed evitando gli schiamazzi che, in ogni caso, andavano via via scemando.

– Sì, – era stata la risposta.
– Sono io. Il nostro pollastrello…
– Sì – era stato l’intercalare.
– Gli è appena morta la morosa.
Il direttore e tutti sembravano straziati. “Come era buona”. “Come era brava, cosa le hanno fatto”. Elvis Re aveva avuto una sottile e vibrante certezza.
– Mi sa che l’hanno uccisa, – aveva aggiunto.
– In questo caso saremmo agevolati, – aveva detto la voce.
– In che senso? – aveva chiesto Elvis.
– Che sia stato lui, o no.
– Sì?
– Deve essere stato lui.
– Sì. – Aveva detto Elvis.
– Intesi?
– Sì.
– Chiamami quando hai qualcosa di più chiaro, domani, e vediamo di cominciare a muoverci.
– Sì.
– Bene, direi.
A Elvis, dopo aver spento il cellulare, una piccola luce nella sua testa aveva preso a illuminarsi.

Tre

– Mi ricordo quella volta che eravamo andate al suo compleanno, quand’era?
– Mi pare fosse per il suo decimo compleanno…
– Ah sì, sì. E ti ricordi, la torta era caduta, ma lei era stata così buona. E gentile.
– Gentilissima.
– Incredibile, capisci, le hanno spaccato la testa?
– Guarda, una cosa terribile, brutta, da persone cattive. I nostri zii sono disperati, quando l’abbiamo saputo noi…noi eravamo disperate, non ci sono altre parole. Tutto il paese è disperato, anche le persone che non la conoscevano, è una cosa terribile.
– Specie per noi, la sua famiglia. I suoi genitori, ma anche nostra madre e nostro padre, e noi, naturalmente. Io e mia sorella siamo terrorizzate, in verità.
– Sì perché lei è sempre stata il nostro riferimento, solo da poco eravamo riuscite a stabilire una relazione, sai uscivamo insieme, andavamo al cinema, qualche volta siamo uscite anche con tutti e due, con lei e Pietro, però…
– Però con lui, sembrava fosse geloso di lei, ora io non è che sto dicendo che…
– No infatti, deve essere stato qualcuno che per qualche ragione la odiava.
– Infatti, troppo brutale.
– Certo sembra di essere in un film, chi sarà l’assassino, sinceramente guarda, io sono anche spaventata, perché da quello che hanno detto i poliziotti, Laura conosceva il suo assassino…
– Magari è qualcuno malato, che ci riprova, che magari conosciamo bene anche noi.
– Hai sentito come è stata ammazzata?
– Eh, in pratica, pare che l’assassino abbia suonato a casa, lei ha aperto e lui da dietro le ha spaccato la testa. Con cosa non si sa, perché l’arma del delitto ancora non è stata trovata.
– Arma del delitto…
– Oddio! Sembra davvero di essere in un film.
– Sembra che possa averla uccisa con un martello, con qualcosa di duro e forte alla testa, le ha spaccato la testa.
– Poi l’ha sollevata per i piedi, ha fatto la stradina dell’ingresso all’indietro, hai presente no, dove abitava Laura? Al fianco della porta della villetta c’è il garage. Era vuoto, perché i sui genitori avevano preso la macchina. C’era solo qualche scatolone di vecchi giornali e vecchi giocattoli, alcuni sono nostri, ci dicevano sempre di andarli a riprendere e poi…L’ha trascinata lì dentro, l’ha messa in fondo, che al buio del garage mica si vedeva senza accendere la luce, ha chiuso tutto e poi è tornato su, ha pulito tutto, pare anche si sia lavato le mani nella fontanella in mezzo al giardino, hai presente quello dove Laura aveva piantato un albero di arance? Lì vicino c’è una fontanella, poi è fuggito. Nessuno ha visto nulla, i nostri zii hanno detto che i poliziotti sembravano molto preoccupati.
– Terribile, le hanno spaccato la testa. E Pietro è stato il primo a vederla.
– Dovevano andare a pranzo insieme, è andato a chiamarla, ha trovato la porta aperta, senza chiusura del lucchetto, ha visto chiazze di sangue rimaste, perché l’assassino ha lasciato qualche traccia, è andato giù, ha aperto il garage e l’ha trovata.
– Poverino.
– Starà malissimo.
– Ma non è stato lui.
– No, penso proprio di no. Ora, non che non fosse strano.
– Ci vuole molto sangue freddo per fare quello.
– Lui non ha il sangue freddo.
– No, decisamente no.
– Povera Laura.
– Noi le volevamo molto bene, pare che la notizia stamattina sia uscita su tutti i giornali, prima passando da casa sua c’erano tutti i giornalisti, i pullman della Rai e di Canale Cinque.
– Laura ci aveva accompagnate al provino per Il Grande fratello, era sempre gentile con noi.
– Sarà pieno di trasmissioni televisive.
– Sai no che noi abbiamo sempre sperato di entrare nel mondo della televisione? Certo ora, povera Laura.
– Noi le volevamo bene, ma abbiamo visto, stamattina abbiamo cercato come delle matte, non abbiamo neanche una foto con lei. Ne abbiamo con tutti, perfino una con Pietro, ma non con lei.
– E insomma, noi volevamo mettere a casa sua una nostra foto che ci ricordasse dei tanti momenti che abbiamo passato insieme, magari la riprendono anche in tivù.
– Per noi sarebbe importante poter fare vedere a Laura, anche se è in paradiso, che le vogliamo bene, la pensiamo e vorremmo ancora poter uscire insieme.
– Allora abbiamo trovato questa nostra foto…
– E questa sua, vedi, sono perfette.
– Perché se tu riuscissi a metterle insieme saremmo tutte girate dalla stessa parte, credo sarebbe proprio una bella foto!
– Ci sarebbe, forse, da colorare di blu anche la sua maglia, vedi, così sembreremmo tutte e tre con la stessa maglia.
– Un segno di grande vicinanza, non trovi?
– Vedi poi le nostre teste, le facce, sembrerebbero guardarsi e ridere.
– Ci piaceva tanto ridere con lei, era una ragazza solare.
– Ridevamo tantissimo.
– Insomma tu riusciresti a fare questo fotomontaggio? Le abbiamo digitali, ovviamente. Questa ce l’aveva spedita Laura da Amsterdam, dove era andata a trovare Pietro, qualche settimana fa.
– Essendo sul computer è più facile, no?
– Pensi di sì, no? Allora ce lo faresti questo favore? Te ne saremmo grate.
– E anche Laura.
– Perfetto, ti mandiamo le foto subito, ciao Mara, grazie di averci aiutato.
– Ciao, andiamo a truccarci.
– Andiamo dagli zii.
– Ciao.

quattro

Elvis Re non aveva un I-Pod. Aveva un I-Pod in una splendida e splendente custodia di Louis Vuitton, classico monogram. Ascoltava ogni genere di musica. In quel momento i Tokio Hotel. Gli piacevano quei pischelli tedeschi. Gli piaceva il suono un po’ confuso, e quell’album in particolare. Gli piaceva non capire un cazzo dei testi in inglese.
In realtà non gli piacevano granché. Li ascoltava solo perché una biondina, letterina, gli pareva di ricordare, sbavava per quelli. Sono dei super – emo, gli aveva detto. Elvis Re non sapeva cosa fosse un “emo”.
Però era stato al gioco. Per scopare, bene o male, bisogna informarsi, come in qualsiasi altra attività umana.
E lui dapprima l’aveva inebriata con un colpo da vecchia volpe: le aveva regalato il profumo, nuovo nuovo, lanciato in orbita dalla Kate Moss. “Kate” si chiamava il profumo: rosa mixata con il sandalo, il giglio, il patchouli e il nontiscordardime, una rosa nera come simbolo. Altro che “emo”.
Poi aveva deciso di concederle qualcosa nel gioco dell’amore.
In realtà lui puntava solo a presenziare in qualche festa. La biondina pensava la stessa cosa di Elvis Re.
Entrambi pensavano che l’altro potesse aiutarli a svoltare. Una scopata del resto, non ha mai ucciso nessuno, pensava Elvis.
Il problema era che lui viveva in quella situazione limite: informatore e fotografo fallito. Passo dopo passo. Senza scatto.
Cos baby after all, You’ll never forget my name. Aveva distolto l’attenzione, ora doveva fare il suo lavoro, non realizzare il suo sogno. Ossessivo.
Aveva preso un caffè nel bar a qualche centinaio di metri dalla casa della vittima, un bar lercio dove non si parlava d’altro che dell’omicidio della povera Laura. Da Milano ancora nessun segnale, ma ora era lui a dover raccogliere, seminare, spargere, chiedere, informarsi, costruire idee, illazioni, mettere subbuglio, tirare i fili e mandare tutti affanculo.
Quando si era affacciato nella via che conduceva alla villetta della povera vittima, la lampadina della sera prima era tornata a fargli visita nel suo cervello. Era una coda mai vista, forse solo a Cogne, di pullman televisivi, di postazioni mobili, di giornalisti al cellulare, curiosi. Poi vide le tutine bianche. Il Ris. La cosa si faceva interessante. Dove c’erano i Ris c’era il caso, il caso dell’anno ogni settimana, palinsesti che cambiavano, opinioni, parole, caos.
Tirò fuori la sua macchina, aveva avuto la sensazione di baciarla, come i calciatori baciano il pallone poco prima del rigore decisivo. Aveva cominciato a fare scatti. Scatti che chissà quanti altri fotografi avevano già fatto. A lui servivano, riscaldamento. Passo passo.
Aveva superato il piccolo scoglio costituito dalle troupe televisive e si era affiancato a tanti turisti tenuti a distanza dal centro dell’attenzione, la casa della vittima, da poliziotti a braccia larghe.
– Fermi, non spingete, non c’è niente da guardare.
Le solite frasi, la solita atmosfera.
Elvis Re scattava, cambiò obiettivo e arrivò tranquillamente all’entrata della villetta. Quattro persone. Un uomo. Due ragazze. Una donna. Un uomo più anziano.
Un uomo: il pollo, Pietro Mossa. Capelli biondi a caschetto, da paggetto o da Pietro Maso lombardo, camicia, gli pareva una Trussardi anni 90, jeans Levis, irregular, scarpe Timberland, Classic Boat, colore: beige. Terribili. Ci mancavano delle All Stars e c’era tutto il peggio della calzatura anni 90. Sembrava uscito direttamente dal 1994. Occhiali da sole Rayban, modello Rb. L’unico elemento che salvava il ragazzo agli occhi di Elvis Re.
Le due ragazze: due more, sembravano identiche. Capelli lunghi, in una coda ordinata. Una era vestita con camicetta rosa maniche corte Krizia, bermuda a tubo di jeans, bianchi, Krizia. Non poteva vedere le scarpe. L’altra, identica, cambiavano solo i colori: camicetta rossa, bermuda a tubo neri.
Gli altri due dovevano essere la madre e il padre di Laura. Sembravano tutti segnati dal dolore. La signora scuoteva la testa, si guardava intorno, sembrava decisamente intontita.
Un poliziotto spezzò la catena dei suoi colleghi. Doveva essere il capo. Elvis Re tolse l’obiettivo dai quattro e lo diresse su di lui. Rapido si era mosso verso l’entrata della casa, aveva salutato i genitori, non aveva degnato di uno sguardo le due ragazze e si era rivolto a Pietro Mossa.
Questo aveva preso ad annuire, a fare segni e gesti con le mani. Poi il capo era tornato indietro, aveva confabulato con alcuni dei suoi e si era messo al telefono. Elvis era tornato con l’obiettivo sull’entrata. Lo aveva spostato leggermente alla sinistra dei quattro. C’era un’entrata. La porta era quella di un garage. L’apertura era Basculanti Berry, come il garage di casa sua. Uomini in tuta bianca andavano e venivano. Elvis Re aveva bisogno di capirne di più. Dai poliziotti non sarebbe arrivato nulla, almeno a lui. Doveva tornare indietro e mettersi in mezzo ai giornalisti e vedere di capirci qualcosa.
Aveva appena deciso di tirare giù la macchina fotografica e muoversi, quando le due ragazze identiche avevano salutato le altre persone lì con loro e si erano dirette verso l’uscita del piccolo giardino. Riposò l’obiettivo su di loro. Erano arrivati altri giornalisti, si era alzato un piccolo mormorio.
Le ragazze stavano camminando, lentamente, guardando e fissando le camere.
Elvis Re stava cercando di vedere solo i quattro occhi. Gli parve che per un istante le due gemelle avessero cominciato a guardare proprio il suo obiettivo. L’obiettivo di Elvis Re.
Colse in quegli occhi qualcosa di strano.
Era un blu scuro, pupille grandi.
Lo stavano guardando e sembravano ammiccare.
Il vocabolario non aveva concesso altra parola che quella a Elvis Re.
Le due ammiccavano come in televisione.
Stavano andando via. Elvis Re era convinto si sarebbero incontrati ancora.
Aveva fatto un dietro front e la sua sorpresa non si era esaurita, neanche quando aveva visto Raimondo Cremonesi. Il suo cronista preferito.
Il Re dei cronisti. Uno che non guardava in faccia nessuno.
Il Re degli smerdatori. Corrotto, pagato da mezza Italia. Elvis ne conosceva alcuni segreti. Era il momento dei Re, aveva pensato.
Occhi negli occhi, ancora.
Elvis aveva pensato che in pochi secondi aveva guardato negli occhi tre paraculi di estrema rilevanza. Poi li aveva messi in fila, rapido e preciso, nel suo cervello. Il primo era Raimondo Cremonesi.

cinque

Per Elvis Re era venuto il momento di dedicarsi seriamente alla sua missione. Da Milano erano stati piuttosto chiari.
La prima cosa era il suo nome.
La seconda le scarpe. Si era sentito orgoglioso quando aveva letto la marca.
All Stars.
La terza il computer.
La quarta era trovare il Re dei Cronisti, confezionargli un bel pippotto sotto il bancone, fargli odorare la fragranza e strappargli un’assicurazione sulla pista giusta.
La quinta era riuscire a convincere il Re dei Cronisti e prendersi, per un’altra fottuta volta, la prima pagina.
La sesta era tornarsene in albergo a dormire, dormire bene, riposare e l’indomani mattina andare prima di ogni altra persona sul luogo del delitto.
La settimana era che qualcosa se lo sentiva. La settima cosa era come la prima: il suo nome, Elvis Re.
Non era stato difficile. Raimondo Cremonesi non iniziava a scrivere prima delle dieci di sera. Era famoso per questo. Prima di iniziare a scrivere finiva in qualche bar vicino ai luoghi dove si trovava per lavoro. Dopo i primi tre negroni, si diceva, gli veniva una frase.
Al quarto, l’incipit.
Se trovava da pippare doveva farlo con al fianco il suo computer, perché l’ispirazione era irrefrenabile. A suo modo, Raimondo Cremonesi, era un poeta della cronaca nera.
A Elvis fregava poco o niente il suo stile. A Elvis interessava la fama di Cremonesi e il suo potere all’interno del suo giornale .
I poliziotti potevano fare tutte le conferenze stampa del mondo: se Raimondo Cremonesi scriveva che la pista era “quella”, tutti i galoppini cronisti gli andavano dietro. Il più delle volte preannunciava gli interrogativi che poi gli stessi poliziotti avrebbero usato per scoprire il colpevole. Si diceva, di Cremonesi, che se lui fosse stato il Questore, a Milano non ci sarebbero mai più stati omicidi impuniti.
A Elvis interessava solo la sua fama, i suoi vizi, il suo lancio dell’indomani. A Elvis cominciava a interessare più la prima pagina, che il suo reale compito. A Elvis il sapore del doppio gioco cominciava a inebriargli la mente.
Cremonesi era seduto al tavolino del bar dove Elvis, la mattina, aveva consumato il suo rapido caffè, prima di giungere davanti alla casa della povera Laura. Sorseggiava il suo Negroni – Elvis aveva sperato si trattasse solo del primo – e fissava il tavolo. Aveva la sua consueta camicia blu comprata all’Oviesse, i suoi jeans, la sua barba e capelli bianchi. A Elvis interessavano i suoi occhi.
Quando Cremonesi li aveva alzati lui era lì, appoggiato al bancone, a fissarlo. Cremonesi lo aveva guardato e poco prima che girasse gli occhi per riposare lo sguardo al tavolo, Elvis aveva parlato.
– Se ti offro un altro Negroni, mi ascolti?
Cremonesi aveva alzato rapidamente la testa, si era passato la mano destra sulla barba, aveva finito rapidamente il Negroni e si era rivolto a Elvis.
– Perché no, questo l’ho finito.
Elvis aveva sorriso, aveva portato la mano a toccare il suo zaino con l’attrezzatura, lo faceva troppo spesso, aveva pensato, aveva fatto un cenno al barista. Due, aveva indicato con la mano.
Aveva deciso di andare al sodo. Le informazioni buone, del resto, le aveva lui. Non Cremonesi. Lui, Elvis Re. E aveva anche delle altre cose, buone, aveva pensato guardando in faccia il suo dirimpettaio.
– Sentiamo Cremonesi, quale idea si è fatto il Re della cronaca su questo efferato omicidio?
Cremonesi lo aveva guardato un istante senza dire niente. Aveva aspettato che i Negroni si posassero sul tavolo, aveva preso il suo bicchiere, aveva mosso rapidamente lo stecchino posto all’interno, aveva bevuto.
– Perché te lo dovrei dire?
Elvis stava bevendo e quasi gli andava tutto per traverso. Si era immaginato un’altra risposta. La strada improvvisamente gli apparve straordinariamente in salita, come gli ultimi chilometri di una tappa pirenaica. Va bene, si era detto Elvis. Va bene. Quell’uomo non voleva sfoderare ora i segreti di cui era a conoscenza. Elvis pensava che doveva convincerlo, con le buone. Non si fidava al cento per cento di lui.
– Ho delle cose che credo potranno interessarti. Tu scrivi, io metto le foto. Che ne dici?
Lo aveva detto tutto d’un fiato. Aveva di fronte uno squalo, un serpente, un dragone. Si era dovuto concentrare. Ancora prima che Cremonesi potesse aprire bocca, aveva aperto lo zaino, aveva preso dei fogli e li aveva sbattuti sul tavolo.
Cremonesi si era guardato subito attorno, lo aveva fulminato con lo sguardo. Non si stava chiedendo, aveva pensato Elvis, cosa fossero quelle foto e quei verbali. Si stava chiedendo, aveva concluso Elvis, come mai ad averli era lui, uno sfigato fotografo, e non lui, il Re dei Cronisti.
Elvis aveva scorto un punto debole, una via verso tutto quello che gli uomini vogliono: essere compiaciuti.
– Raimondo, questo materiale non poteva arrivarti. Non fare domande. Sei comunque il primo che le vede. Sei il prescelto.
Elvis ci stava prendendo gusto. Ogni cronista di nera vive in un mondo tutto suo. Uno come Cremonesi aveva visto un mondo fatto di deviazioni, insabbiamenti, documenti, che erano apparsi e scomparsi. Cremonesi forse ci avrebbe creduto, avrebbe messo da parte la permalosità, lo schiaffo morale, e avrebbe accettato.
– Non possiamo parlarne qui.
Si era alzato subito, aveva indicato a Elvis le foto.
– Prendile, andiamo da me.
Elvis aveva pagato e con un bel sorriso era uscito dal bar. La prima pagina, stavolta, sarebbe stata tutta sua.

sei

Elvis Re metteva in ordine le cose.
Quello che Cremonesi non avrebbe dovuto sapere: il suo ruolo lì, chi era Pietro Mossa e che cosa dipendeva da lui.
Non doveva sapere che quello sfigato chierichetto di Pietro Mossa era finito nelle grinfie dei Servizi.
Non doveva sapere che Pietro Mossa da lì a qualche settimana sarebbe stato convocato alla stazione di Polizia di Milano.
Non doveva sapere che Pietro Mossa qualche mese prima era proprio nelle vicinanze di un rapimento compiuto in pieno giorno.
Non doveva sapere che nell’ambito delle indagini la Polizia lo avrebbe chiamato.
Non doveva sapere che Pietro Mossa probabilmente aveva visto una faccia che proprio non doveva vedere.
Cremonesi, il Re della cronaca, non doveva sapere che lui, Elvis, era stato mandato lì per smerdarlo, per setacciare come un topo di fogna nelle sue viscere più puzzolenti per carpirne un segreto malato.
I Servizi non uccidevano più come un tempo, gli aveva detto un insolitamente ciarliero Zio Mario.
I Servizi oggi le persone le ammazzano con le informazioni, gli aveva detto.
E’ più comodo e meno incasinato coprire dopo le tracce e depistare.
Mica come negli anni Settanta, aveva chiosato Zio Mario.
A Elvis delle stragi e di quegli anni proprio non gliene fregava un cazzo. Lui non era un soldato. Lui era nato nel 1977. Lui non era politicizzato. Lui aveva in mente una sola cosa: la prima pagina. Poi qualcosa da bere, una bella casa, dei bei vestiti, interviste e tante fighe in cui infilare il suo obiettivo. Elvis non lo faceva per la causa, lo faceva solo per una fottuta ragione, i soldi. L’unica cosa che conta, pensava.
Raimondo Cremonesi, seduto sul divanetto della sua stanza d’albergo, stava osservando le fotografie che Elvis aveva appoggiato sul tavolino di fronte. Un attimo prima due Negroni avevano fatto capolino nella stanza del giornalista, portati da una bella figa di cameriera. Raimondo Cremonesi non l’aveva degnata di uno sguardo. Il suo istinto era già da un’altra parte, non certamente in mezzo alle braghe.
Cremonesi l’aveva presa larga. Ma a Elvis la conclusione era arrivata come un pugno in faccia improvviso.
Raimondo Cremonesi era indeciso. Raimondo Cremonesi voleva sapere da dove arrivavano quelle foto.
Elvis aveva ragionato piuttosto in fretta. I pro e i contro. Doveva convincere Cremonesi che quella roba era buona, che doveva fregarsene della sua fonte, che avrebbe spaccato tutto con quelle notizie. Che avrebbe mantenuto la sua fama. Che il Re era sempre lui, Raimondo Cremonesi.
Allo stesso modo Elvis capiva che il cronista necessitava di qualche garanzia in più. Lui, Elvis, non era nessuno. Per ora. Doveva convincerlo che lui lo avrebbe portato alla gloria. Doveva fidarsi di lui.
Elvis si era sistemato sulla poltrona.
Aveva infilato una mano nello zaino, ne aveva estratto una piccola fascetta di plastica. Aveva riposto la mano all’interno e aveva identificato con le dita una piccola busta. L’aveva arpionata tra pollice e indice e l’aveva ritirata su. Poi l’aveva ruotata tra le dita mostrandola a Raimondo Cremonesi.
Se era il Re della cronaca sapeva che la roba migliore arriva solo da una grande catena distributiva. Se era il Re della cronaca, Cremonesi avrebbe capito che non avrebbe più avuto problemi di telefonate disperate per farsi portare un po’ di coca in quel paesino. E avrebbe capito che Elvis era in grado di tagliargli tutti i ponti per ottenere cocaina in tutto il Nord Italia. Se era Raimondo Cremonesi avrebbe capito che Elvis e le sue informazioni erano quelle che gli intellettuali chiamano “eterodirezione”. E allora, che ci avesse creduto o no, sapeva che avrebbe dovuto fidarsi, senza chiedere altro. Avrebbe solo dovuto farsi qualche bel pippotto, un bell’articolo e sponsorizzare le foto di Elvis. Quest’ultima era una condizione senza la quale niente si sarebbe realizzato.
Raimondo Cremonesi aveva fissato la pallina bianca nelle mani di Elvis. Raimondo Cremonesi aveva voglia di farsi una bella strisciata nasale. Il Re dei cronisti stava sbavando. Elvis aveva capito.
Questa volta, però, a prenderla alla larga era stato Elvis.
– Ci sono cose, – aveva esordito – che non si fanno tanto per fare. Ci sono cose che arrivano da posti che è meglio non sapere. Ci sono cose buone, che sono buone solo in alcuni posti.
Poi aveva trattenuto il fiato, aveva aperto la piccola pallina, aveva fatto uscire un po’ di polvere bianca sul tavolino, di fianco alle foto e ai verbali, che aveva elegantemente offerto al cronista.
– Buona così, – aveva detto enfatico – l’avrai solo da me. Buona e gratis. In cambio, nessuna domanda. E’ tutta roba buona, questa – aveva terminato guardando con gli occhi ora la cocaina, ora le foto.
Raimondo Cremonesi aveva tirato su una prima volta. Era sembrato convinto. Dopo la seconda tirata aveva chiamato il giornale, aveva parlato con il direttore, aveva sistemato le foto di Elvis. Alla terza Raimondo Cremonesi aveva urlato che ora, in quel cazzo di giornale, tutti i pivelli che volevano il suo scalpo avrebbero cagato sangue. Raimondo Cremonesi era euforico. Sono il Re, stava urlando.
A quel punto Elvis aveva deciso di fare la cosa giusta. Aveva gustato l’odore acre del disegno che si andava compiendo. Aveva ritirato la cocaina rimasta sul tavolo. L’aveva sistemata nello zaino. Aveva controllato che Raimondo Cremonesi stesse scrivendo. Aveva controllato il titolo: “Le scarpe e il computer: il fidanzato della vittima nel ciclone”.
Aveva concluso che per ora andava bene così.
Poi era andato a dormire, l’indomani sarebbe stata durissima. Prima cosa, quella cazzo di casa.

sette

L’articolo di Cremonesi aveva gettato nel panico tutti i colleghi e forse anche la polizia. Per una volta, in quel paesino, Elvis Re aveva avuto una colazione degna della sua personalità. Aveva letto l’articolo di Cremonesi con sommo gusto. I giornalisti accorsi nel bar avevano tutti la faccia sconvolta. Un buco clamoroso, come chiamavano i giornalisti il toppare in pieno una notizia, non beccarla, trovarla su un altro quotidiano. Una figura di merda, come dicevano i direttori, invece. Lui, Cremonesi, non si era ancora fatto vedere, probabilmente era ancora a dormire in uno stato di trance dopo il down. Molti dei pennivendoli avevano consumato un caffè rapido ed erano partiti, chi alla volta della casa di Pietro Mossa, chi alla volta del Procuratore o di qualsiasi contatto sfigato con le forze dell’ordine.
In pratica, per la casa della vittima, la via era libera. Aveva deciso di darsi una mossa anche lui, ma prima si era soffermato ancora sull’articolo. Le sue foto campeggiavano a tutta pagina. Il suo cellulare aveva iniziato a vibrare. Aveva risposto. Dopo pochi attimi aveva messo giù, con il sorriso sulle labbra. Dopo i quotidiani, cominciavano già a chiamare i periodici. La sua strada era segnata. Per un attimo gli era venuto in mente l’ufficio di Milano. Non si era minimamente chiesto come avrebbe potuto reagire Zio Mario. Aveva deciso di fregarsene e di attendere ulteriori istruzioni. D’altronde avevano inguaiato Pietro Mossa. L’articolo di Cremonesi parlava chiaro: il ragazzo aveva le scarpe pulite, eppure, lo testimoniava il reperto della Polizia, nel suo interrogatorio aveva detto di essersi avvicinato al cadavere di Laura, di averla guardata in faccia, di essere uscito e di aver chiamato ambulanza e carabinieri. Quindi, deduzione di Zio Mario – ma evidentemente da lì a poco sarebbe stata fatta anche dai carabinieri – come faceva ad avere le scarpe pulite, se aveva passeggiato sul sangue della vittima? I carabinieri probabilmente lo avevano già dedotto, ma loro li avevano preceduti sul tempo.
Il verbale di Polizia parlava chiaro: sulla scena del delitto c’erano impronte di scarpe. All Stars e un’altra marca, meno conosciuta.
Le scarpe di Pietro Mossa erano esattamente All Stars, bordeaux.
Senza dire un cazzo a nessuno la Polizia lo aveva iscritto nel registro degli indagati, giusto per fargli la perquisizione. E le scarpe erano venute fuori subito.
Ora Pietro Mossa, il pollo, il chiacchierone potenziale, era avvisato. Se mai era stato lui, avrebbe potuto prendere precauzioni. Ma del resto anche se non fosse stato lui, un bel po’ di merda gli sarebbe piovuta addosso. O comunque prima di trovare l’eventuale altro assassino la sua reputazione sarebbe stata annientata. Poi c’erano le informazioni che da Milano avevano elaborato per quanto riguardava il computer. Pietro Mossa avrebbe detto agli inquirenti che la mattina dell’omicidio lui era stato su Internet, per qualche ricerca per non si capisce quale viaggio che avrebbe voluto fare.
Pericolo di fuga, a questo punto? – Si era chiesto nell’articolo Cremonesi, imbeccato da Elvis. E soprattutto, possono gli inquirenti verificare se davvero Pietro Mossa ha utilizzato il computer quella mattina? – era stata la chiusura dell’articolo di Cremonesi, dettata da Elvis.
Un bel quadro accusatorio, un bel pacchetto già pronto. Pietro Mossa era quasi fregato. Ora la polizia doveva solo arrestarlo, magari grazie a qualche altro aiutino di Elvis a Cremonesi, e poi Elvis se ne sarebbe tornato a Milano a spendere soldi e godersi la fama. E stropicciare un po’ di gonne. E strappare un po’ di pantaloni.
Elvis si era come ridestato dai pensieri più adatti a corso Como, che non uno squallido bar di una mostruosa provincia. Aveva posato il giornale, pagato il barista e rapidamente era sgattaiolato fuori dal bar. Direzione: casa di Laura, la vittima.
Quella mattinata era calda. Elvis si era infilato un paio di infradito comprati in Brasile, pantaloni Armani chiari di lino, polo Valentino, quella da combattimento, normale, giusto per non mettersi troppo in luce. Una roba da barboni.
La casa della vittima non era distante dal bar e a Elvis erano bastati meno di dieci minuti per raggiungerla.
Come aveva pensato, l’area era libera. Due carabinieri sorvegliavano il luogo, la casa era ovviamente sotto sequestro, qualche curioso, gli umarell. Stazionava davanti al portone. Non c’era il via vai del giorno prima: evidentemente gli inquirenti non avevano perquisizioni da compiere quella mattinata. Per terra fiori e bigliettini ricordavano la povera vittima. Magari, aveva pensato Elvis, c’erano anche quelli dei tipi del mio albergo. Elvis aveva cominciato a scattare quasi senza accorgersene. I suoi scatti non erano per la vendita. Quelli erano scatti di avvicinamento, il suo personale modo di annusare, comprendere, dedurre, mettere in fila gli elementi. Aveva deciso di avvicinarsi al piccolo portone, incassato nel muro della via. Una porticina verde a sbarre. Alla sinistra un piccolo citofono. Elvis Re si era avvicinato e aveva visto quella foto. L’aveva fotografata, quella foto. Come sfondo, i fiori. Un fotografo che fotografa una foto. Una ragazza, sulla sinistra, la vittima. Due ragazze, non si vedeva bene perché la foto ne ritraeva solo il volto, ma dovevano essere abbracciate, sulla destra. Le due sorelle. Le due sorelle che Elvis aveva notato il giorno prima, proprio in quel luogo. Le due ragazze guardavano l’obiettivo. Di nuovo ammiccanti, aveva pensato Elvis. Guardavano lui, l’uomo dietro la macchina, guardavano precise l’obiettivo. La vittima no.
Loro due avevano un maglione blu elettrico, con il collo alto. La vittima aveva un maglione di un blu diverso i cui contorni sembravano sfocati rispetto al resto della foto. Le posizioni non apparivano allineate. La vittima non era messa come le altre due.
Elvis Re si era girato verso i carabinieri. Sembravano intenti a fumare e basta. Lui allora si era abbassato, si era tolto gli occhiali da sole, non Dolce e Gabbana, ma Italian Indipendent, quelli di Lapo Elkann, 1000 euro, e aveva preso in mano la foto.
L’aveva guardata per pochi attimi.
Lui, aveva pensato, era sicuramente un farabutto, ma sulle foto nessuno lo avrebbe mai fregato.
Aveva fatto altre foto alla foto e si era alzato. E’ il momento di fare un bel casino a quelle due piccole stronze, aveva pensato.
Un fotomontaggio con una morta, roba da pazzi, aveva pensato.
Un fotomontaggio perché qualcuno le pescasse e le tirasse fuori dall’anonimato.
Un fotomontaggio per qualche altra foto, su qualche rivista.
Un fotomontaggio per nascondere qualcosa. Quest’ultima idea aveva fatto rabbrividire per un attimo Elvis Re.
Quella sensazione però, era svanita presto. Quella partita, aveva pensato Elvis Re, era la sua. Era il suo momento. Era il suo fottuto giorno. Seconda cosa da fare: trovare le due sorelle more. Le avrebbe sistemate lui.

otto

– Perché dovremmo affidarci a te, scusa?
– Ragazze, vediamo di essere chiari. Io ho messo le foto sulla prima pagina del primo giornale italiano, mi seguite?
– Sì.
– Io sto per mettere le foto sul principale settimanale e sul principale mensile italiano, chiaro?
– Sì.
– Io vi posso fare un bel servizio sul principale mensile italiano e darvi anche un po’ di soldi, è chiaro?
– Sì. Non capiamo perché dovremmo fidarci di te.
– Voi non dovete fidarvi di me, voi siete certe che questa cosa la volete fare. Io sono semplicemente qui per voi.
– Chi ti dice che noi volevamo farla questa cosa? E’ morta nostra cugina.
– Ah sì?
– Sì. Da cosa hai dedotto che noi vorremmo farci fotografare?
– Dal fatto che mi sembrate molto attente e precise di fronte alle telecamere.
– Quale sarebbe il mensile?
– Mix.
– Mix?
– Mix.
– E quanto sarebbe l’ingaggio?
– Non eravate quelle indecise?
– Ti ho fatto una domanda, se non rispondi significa che ci stai prendendo in giro.
– Diciamo quindicimila.
– Trentamila, non siamo stupide, sappiamo quanto si paga questo genere di servizio. Ti ricordo che è morta nostra cugina.
– Quindicimila.
– Allora niente.
– Allora mettiamola così. Che ne dite di questa?
– E’ la nostra foto con Laura.
– Esatto.
– Quindi?
– Io dico che quindicimila vanno bene.
– Perché?
– Perché…guardate qui.
– Dove?
– Qui, vedete questo blu?
– Sì.
– Vi sembra uguale al vostro blu?
– Sì.
– E invece no. E poi guardate qui.
– Dove?
– Qui, le facce, le vostre. Cosa state guardando?
– Cosa vorresti dire?
– Che quindicimila vanno bene e che vi conviene anche spiegarmi perché avete fatto questo.
– Altrimenti?
– Altrimenti io chiamo quest’uomo, vedete? Ho già il numero sul cellulare pronto.
– E cosa farebbe quest’uomo?
– Quest’uomo chiamerebbe i suoi capi e gli direbbe: “Domani apriamo il giornale con il fotomontaggio delle sorelle che magari nascondono qualcosa sull’omicidio”.
– E se collaboriamo?
– Ci facciamo dei soldi tutti.
– Va bene.
– Non ancora.
– In che senso?
– Va bene per i quindicimila, ma per il resto? Neanche un’informazione per il vostro fotografo e agente?
– Non ti diciamo niente, perché non sappiamo niente. Sarà stato un delinquente e sarà impossibile trovarlo.
– Ah sì?
– Sì, oppure è stato Mossa, chissà. Erano così perfetti, noi non sappiamo niente.
– Allora niente.
– Niente cosa?
– Niente, non mi piace fare affari con chi fa il furbo.
– Non sappiamo niente.
– Non ci credo, cosa vi guardate? Si capisce che sapete qualcosa, meglio dirmelo, altrimenti salta tutto. Allora? Tu, che cazzo la guardi? Dimmi quello che sai e quella faccia te la fotograferò meglio di Helmut Newton.
– La bicicletta.
– Di Mossa?
– La sua bicicletta. Una vecchia dice che l’ha vista appoggiata alla casa di Laura.
– Lo avrà già detto alla polizia, quindi non vale.
– No.
– No cosa?
– Non ha detto niente.
– Perché?
– Ha paura.
– E come mai la Polizia ancora non c’è andata?
– Perché lo sappiamo solo noi e lei.
– E perché?
– Perché tu devi capire dove sei. Qui ognuno vive con le sue piccole vendette.
– E perché non dirlo alla Polizia?
– Perché noi le abbiamo detto di non dirlo.
– E perché dovrebbe farlo?
– Perché noi la ricattiamo.
– Perché?
– Questo se permetti non rientra nei nostri accordi. Ok per quindicimila e la bicicletta. Per oggi siamo pari.
– Per oggi.
– Per oggi.

Continua nella Seconda Parte

November 19th, 2007

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