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Settembre andiamo, è tempo di migrare – (parte II)

[il mostro dell’autunno]

Il testo integrale è disponibile anche nei formati: PDFRTFTXT. Buona lettura. Ah, ogni riferimento a fatti, cose, persone, eventi realmente esistiti è puramente casuale. Noi abbiamo molta fantasia.

nove

Trovare Cremonesi e spifferargli la novità, recarsi alla casa di Pietro, fotografare la bicicletta, chiamare Mix, organizzare l’incontro, dare i propri dati bancari alle altre riviste e ai quotidiani. Tutto era stato facile, rapido, semplice. Le cose si stavano mettendo insolitamente bene.
Elvis Re era al ristorante pizzeria Il Naviglio. Era squallido, dava sulla strada che portava a Milano, ma facevano un’impepata di cozze strepitosa. Il cuoco era l’ex chef che Elvis aveva incontrato in un ristorante di pesce di Roma molto prestige, dove gli era capitato di andare a mangiare con una valletta di una trasmissione sportiva. Lo aveva riconosciuto passando davanti al ristorante e il cuoco gli aveva assicurato che il pesce più fresco d’Italia arrivava proprio in quel luogo squallido. Per una volta Elvis si era rassegnato a frequentare un posto di barboni in cambio di cozze squisite.
Era da solo. Doveva riflettere. Cremonesi aveva pubblicato, ma solo perché Elvis gli propinava roba di prima qualità.
Il Re dei cronisti, gli aveva detto, non credeva alla colpevolezza di Pietro Mossa. Tanto è vero, aveva aggiunto, che nonostante i nostri articoli ancora non è stato arrestato.
Era vero, aveva pensato Elvis. La polizia, forse, aveva altre piste. Quali, aveva chiesto Elvis a Cremonesi.
Cremonesi aveva alzato gli occhi dal computer e lo aveva guardato fisso.
– A me non dicono più un cazzo, ma ho avuto modo di capire alcune cose – aveva detto.

Elvis gli aveva chiesto di proseguire.
– Le scarpe innanzitutto: pare non voglia dire niente, perché il sangue dopo alcune ore forma una specie di gelatina che non consente di rinvenire tracce sotto le scarpe. Quindi Mossa potrebbe essere entrato effettivamente con quelle scarpe ed esserne uscito pulito. Seconda cosa: pare che ci sono tracce non riconducibili a Mossa.
– Tipo?
– Non me lo hanno detto, ma evidentemente hanno qualcosa in mano. Infine, manca il movente. Quei due erano considerati perfetti, mai una lite, mai una parola fuori posto, erano perfetti.
Elvis Re aveva ragionato a lungo su quanto dettogli da Cremonesi e ne aveva dedotto una sola cosa: bisogna trovare un movente. Nel caso non fosse stato Pietro Mossa, si ricordava le parole da Milano, “deve essere stato lui”.
Doveva fregarlo, mica importava di dichiarare al mondo una verità, a loro. Arrivarono le bruschette senesi che Elvis aveva ordinato, come antipasto. Gli era venuto in mente l’insieme di interiora che stava per ingerire. Aveva deciso che era troppo buono e fine.
Da Milano nessuna notizia e allora aveva provato a chiamare. Nessuna risposta. Niente. Non ci voleva, aveva pensato Elvis Re. Non ci voleva perché ora come ora, aveva pensato, era sguarnito di informazioni. E al giorno d’oggi se non hai una bomba ogni giorno, non sei nessuno.
Se non hai un’informazione una, non sei un cazzo.
Era arrivata l’impepata di cozze. Poi, quasi in stato di trance, rimuginando, pensando, riflettendo, schematizzando, era andato a dormire.
L’indomani si era svegliato con una strana sensazione, un dolore alla testa, niente di buono, aveva pensato. Qualcosa lo disturbava.
Erano le 8 e qualcosa.
Mentre si apprestava ad andare in bagno a pisciare aveva sentito il cellulare vibrare attaccato alla presa in ricarica sul comodino.
Era un sms di Raimondo Cremonesi.
“Bingo”, c’era scritto, “bicicletta in prima, Mossa in caserma”.
Elvis Re aveva acceso il portatile, si era infilato nella doccia, ne era uscito, si era asciugato velocemente. Si era recato nell’altra stanza e mentre si vestiva aveva cliccato sull’icona della card Umts. Aveva digitato la password e si era collegato a Internet.
Avevano arrestato Pietro Mossa.
Se crolla, aveva pensato, stasera sarò all’Hollywood a infilare obiettivi.

dieci

– E questi cd cosa sono?
– Ei, ei, questi sono cazzi miei. Dammi qua. Allora come è andata questa giornata da cugine di una vittima di cui hanno arrestato il fidanzato?
– Ci sentiamo un po’ responsabili.
– Non dovevi fare uscire su tutti i giornali la storia della bicicletta.
– Non è detto che sia lui.
– Infatti, dipende tutto da quanto è forte l’uomo.
– Cosa vorresti dire, scusa?
– Che è evidente che non sono sicuri sia stato lui, però alla fine lo arrestano per vedere se crolla. Se non crolla, complimenti all’avvocato e a lui. Uscirà.
– E a quel punto?
– A quel punto ricominceranno le indagini. Il problema è che manca il movente.
– Quando andiamo da Mix?
– Dipende da voi.
– Ovvero?
– Non avete altro da dirmi?
– Ci stai ricattando.
– Sì, ma lo fate per soldi, vi ricordo.
– Non sappiamo altro.
– Ma mi chiedo, questo Mossa che vita aveva? Insomma avrà un punto debole?
– Forse, chissà.
– Certo i suoi amici, specie uno, non si sono fatti vivi ad aiutarlo.
– In che senso, specie uno?
– Pietro aveva un suo amico, quello di Amsterdam.
– E quindi?
– Diciamo che si diceva fossero amici molto intimi.
– E dov’è questo?
– Ad Amsterdam.
– E che ne sapete che non si è più fatto vivo?
– Ce lo ha detto Pietro.
– E la polizia sa di questo amico?
– No.
– Perché?
– Hai capito dove sei Elvis Re? Qui è la Provincia, qui la gente si fa gli affari suoi. Qui ognuno ha un segreto, qui ognuno sa il segreto dell’altro. Perché io devo dire il tuo, che poi tu dici il mio?
– Bella merda.
– Tu invece sei più onesto?
– Tu ci stai ricattando.
– Andate avanti con la storia dei due culi, altrimenti niente servizio.
– Andremo avanti quando vedremo dieci macchine fotografiche che ci riprendono.
– Va bene, ci sto, apprezzo il vostro stile. Intanto che ne dite se ci andiamo a bere qualcosa?
– Io non vengo, se vuole viene lei.
– Sì, però non parliamo più di questo.
– E di cosa vuoi parlare?
– Di altri soldi?
– Va bene.

undici

Elvis Re aveva fatto salire la sorella nella sua macchina e le aveva detto di aspettare un attimo. Non perché non la vedesse convinta, ma per comodità, cliccò l’interruttore e la chiuse dentro.
Elvis Re aveva una strana sensazione di potere. Elvis Re aveva proprio voglia di scopare. Elvis Re era impaziente di scopare.
Aveva chiamato Cremonesi, gli aveva indicato la strada, la pista del Mossa omosessuale, chiedendo qualche verifica. Aveva bisogno di avere certezze in fretta, aveva detto, per completare il lavoro, si era detto.
Raimondo Cremonesi era parso su di giri: inserire una vicenda omosessuale in tutta la vicenda era quello che mancava al tutto. Già l’Italia si era ridestata torbida e morbosa rispetto ai fatti di quel paesino.
Tra morti, vite perfette, provincia velenosa, un po’ di sesso marcio era l’ingrediente segreto.
Raimondo Cremonesi però aveva chiesto a Elvis quando si sarebbero potuti vedere. Elvis Re gli disse che se lui, il dannato Re della cronaca, avesse trovato qualcosa sulla storia degli amici di Amsterdam, avrebbe fatto un salto da lui in serata per condividere le informazioni e scrivere il pezzo. Doveva rassegnarsi, aveva pensato Elvis Re, ad aspettare ancora prima di scopare.
Cremonesi era parso rassicurato e aveva detto che si sarebbe messo a lavorare sodo. Necessitavano quelle informazioni. Colpevole o non colpevole, buttare addosso a Pietro Mossa l’accusa di assassino e per di più per motivazioni sessuali finocchie, avrebbe reso la sua reputazione una merda schiacciata da un carro armato. Pietro Mossa sarebbe stato condannato mediaticamente, poco sarebbe importato il resto. Sarebbe seguita una crisi nervosa e la voglia di non sapere più niente di niente, compreso l’incontro con la polizia in cui sarebbe dovuto andare a testimoniare. Quello era lo scopo di Elvis Re. Quella era l’informazione che non doveva uscire fuori, per nulla al mondo.
Elvis ne aveva già rovinata di gente, in modo molto meno mediatico. Con i riflettori del paese addosso Pietro Mossa sarebbe stato fatto a fettine.
Poi, forse, aveva pensato Elvis, tra vent’anni sarà riabilitato. Alla Tortora. Ma ormai sarà morto, aveva concluso in un impeto di pietà.
Le cose stavano procedendo, Elvis Re aveva la sensazione di avere tra le mani leccate e rese morbide da una crema olandese, un segreto di un amico oppiomane, ma assai bravo nel dosare unguenti. La sensazione era di essere al centro dell’universo. Controllava le informazioni, ovvero stava svolgendo il suo ruolo principale: colui che avrebbe fregato Mossa su ordine dei Servizi.
Controllava Cremonesi e il suo quotidiano. Ovvero stava preparando la sua gloria, con le sue foto.
Stava ricattando le due sorelle. Ovvero assicurava linfa autonoma alla sua gloria e probabilmente quella sera avrebbe inserito il suo grandangolo tra le cosce della futura velina di Striscia la Notizia.
Elvis Re si sentiva un pioniere e un astuto navigatore. E aveva voglia di appoggiare le mani sulla sorella compiacente. Ammiccante.
Un’unica nota stonata: da Milano nessuna notizia. Il cellulare non rispondeva, aveva provato anche al fisso, operazione solitamente sconsigliata. Niente. Non poteva permettersi neanche un viaggio di un paio d’ore per capire cosa stesse succedendo.
Evidentemente, per una volta, da corso Buenos Aires si fidavano di lui, lo stavano osservando e tutto, innegabilmente, procedeva bene.
Aveva passato due ore in un bar, direzione Piemonte, con la sorellina. Aveva due belle tette e un discreto culo, aveva pensato Elvis Re.
Perché no, perché no, aveva pensato Elvis Re. Contava i minuti, i secondi, doveva rilassarsi. Aveva preso un the.
Poi era finalmente dovuto tornare indietro. Sentiva accorciare il tempo che avrebbe trascorso nel motel già prenotato con la gemella dalle foto d’oro.
Aveva parcheggiato la Smart in un parcheggio vicino all’albergo, chiedendo alla sorellina di rimanere ancora in auto. Le aveva chiesto, anzi, di mettersi giù: nessuno li doveva vedere. Nessuno doveva vederli insieme.
Lei, la più debole delle due, sembrava piuttosto rilassata e contenta di avere scoperto i prezzi di loro future comparsate in fiction e riviste.
Elvis Re si stava aprendo le strade.
Per una scopata, Elvis Re, era disposto a concedere qualcosa, si sentiva di più in pace con se stesso. Dopo aver parcheggiato aveva attraversato la strada ed era salito direttamente al piano di Cremonesi.
Il Re dei cronisti era esausto, occhiaie profonde, camicia fuori dai pantaloni, ciabatte. A Elvis Re era sembrato un fantasma.
– Non ho trovato niente – aveva esordito.
– Allora falla uscire così – aveva ribattuto Elvis.
– Ma come cazzo faccio? Non abbiamo neanche un riscontro.
Elvis aveva trattenuto il fiato. Poi con molta calma aveva steso sul tavolo la cocaina e a aveva guardato Cremonesi.
– Hai ancora bisogno di riscontri? – gli aveva chiesto.
Cremonesi aveva avuto un guizzo con gli occhi. Fissava quelle piccole righe sul vetro del suo tavolino. Al fianco il computer.
– Devi solo accennarlo, saranno poi gli sbirri a fargli le domande giuste. Deve solo uscire un accenno e tu sai farlo.
– Va bene.
Cremonesi stava capendo il suo stato di schiavitù. Tutto stava procedendo molto velocemente, probabilmente anche per lui, scafato, astuto, ma un po’ impreparato a questo incontro.
– Mi hanno detto che il Mossa non sta confessando niente. Anzi, pare che ci stiano mollando anche, perché, secondo i Ris, gli assassini erano due.
– E perché mai? – aveva chiesto Elvis.
– Perché dai segni del trascinamento del corpo hanno dedotto che qualcuno la teneva per le gambe e qualcuno per le braccia.
– Può essere Mossa con un complice, esattamente il suo amichetto frocio di Amsterdam. Chi ci dice che è ad Amsterdam?
– Questo non posso scriverlo!
– Invece lo farai. Va bene ometti di dirlo, ma fallo capire, so che puoi farlo. O vuoi che ti ricordi quando hai pubblicato la foto dell’onorevole con il trans? Vuoi che faccia vedere anche io in giro quella foto?
– Di cosa stai parlando?
– Che quella foto l’ho fatta anche io. Non si trattava di un trans, ma di una gran bella figa romana che conosce mezzo parlamento.
– Che cosa stai dicendo?
– Che tra l’altro è anche moglie del tuo direttore. Vuoi che tiri fuori la borsa, la vedi la mia borsa, vuoi che ti faccia vedere la foto?
– Mi stai ricattando.
– Ti sto comprando, è diverso. Pippa quello e scrivi esattamente quanto ci siamo detti. Io, come vedi, so un sacco di cose.
Cremonesi si era seduto e lo stava osservando. Aveva preso la banconota già arrotolata e l’aveva girata per alcuni istanti tra medio e indice della mano destra. Poi aveva tirato su.
– Immagino che io non dovrò scrivere il fatto che uno dei due assassini pare sia una donna?
Elvis, che stava per muoversi per uscire dalla camera e stava ancora pensando se avesse fatto bene o meno a tirare fuori la storia della foto, si era come ridestato.
– In che senso? – aveva chiesto.
– Hanno trovato un pezzo di tessuto impigliato nella chiave di un lucchetto di un mobile. Probabilmente l’assassino, camminando con il corpo ricurvo per lo sforzo, ha sfregato contro la chiave.
– Cioè?
– La chiave aveva sulla punta una piccola smagliatura, tanto che, almeno questo è quello che dicono i genitori di Laura, un loro nipotino si era già fatto male.
– E questo cosa c’entra con il fatto della donna.
– E’ il tessuto di una etichetta.
– Di cosa?
– Di qualcuno che porta i pantaloni a vita bassa e lascia uscire le proprie mutandine con tanto di etichetta all’infuori.
– Sospetti?
– Nessuno. Brancolano nel buio. Ora da quel pezzettino possono risalire a dna e tutto, ma ci vorrà del tempo e non è detto che troveranno qualcosa di utile. Da che mondo è mondo le indagini scientifiche servono a confermare un indizio, non a fornire una prova.
– Appunto.
– Appunto cosa?
– Noi abbiamo il movente, conta più delle mutande di chi può avere lasciato quel pezzo di stoffa per inguaiare qualcun altro. Mossa conosceva la casa, sapeva tutto, poteva sapere anche questo.
– Il fatto che Mossa sia omosessuale…
– Non significa niente? Invece significa, se lei lo fa entrare in casa e gli dice che è un fottuto ricchione e lui esplode di rabbia, no?
– Va bene.
– Non accennare alla storia della chiave e delle mutande. Cremonesi: è stato Mossa, intesi?
– Sì.
– E ora pippa, che io devo andare a fare delle fotografie. Ci sentiamo domani.
Cremonesi lo aveva guardato. Era sembrato tornare il fantasma di prima. A Elvis era sembrato in difficoltà, ma al secondo tiro sarebbe stato ancora meglio. Giunto in reception si era rivolto al ragazzo dietro al bancone.
– Portate 5 Negroni, per favore, nella stanza del Dottor Cremonesi. Ditegli, da parte di Elvis Re.
Il ragazzo aveva segnato tutto e aveva risposto con una delle consuete formule iper educate, tipiche degli alberghi di qualunque risma.
Elvis era uscito, aveva attraversato la strada ed era tornato in macchina.
La sorella lo aveva guardato, Elvis le aveva fissato le tette. Aveva avuto un fremito, aveva pensato alle mutande, alla storia appena sentita.
Ora, aveva detto, direi che andiamo a fare qualche foto osé.
La ragazza non aveva risposto subito. Poi, poco dopo aveva annuito guardando fissa la strada davanti a sé.

dodici

Elvis Re si era acceso una sigaretta. Amava fumare una sigaretta sul letto, immerso nei propri pensieri, con al fianco una bella ragazza appena calda d’amore, in sonno.
Dopo aver scopato Elvis Re rientrava in pieno nelle sue facoltà razionali. Forse, stava pensando, proprio l’eccessiva voglia di scopare lo aveva fatto uscire dal seminato con Cremonesi. Doveva stare più calmo.
Doveva offrire a Cremonesi una via d’uscita. Da Milano nessuna notizia e questo ora cominciava a essere una specie di spina nel fianco.
L’indomani sarebbe scoppiato un casino, aveva pensato.
La storia del Mossa culo era stata davvero pesante, ma almeno avrebbe potuto dire di avere terminato il proprio lavoro.
Aveva tirato un paio di boccate e aveva cercato il portacenere sul proprio comodino. Si era accorto che era sull’altro, quello alla sinistra della sorellina che se la dormiva alla grande.
Si era sporto e aveva preso il portacenere. Dietro al portacenere c’era il cellulare della ragazza. Lo aveva preso, con la stessa mano, e aveva posato tutto sul proprio petto.
Aveva ticchettato con la sigaretta sul piccolo piattino, depositando appena qualche scampolo di cenere e aveva preso in mano il cellulare.
Era andato sui messaggi. Nessun messaggio, né ricevuto, né inviato, né in bozze, né in archivio.
Piuttosto strano, aveva pensato Elvis Re.
Poi era andato sull’elenco chiamate. Poche chiamate. La prima, in ordine temporale, di cinque giorni prima. Alla povera vittima.
“Laura Ufficio”, era registrato il numero.
Appena sotto Elvis Re aveva scorto il prefisso e la sequenza di numeri.
Se Elvis Re fosse stato interrogato in quel momento circa le sue sensazioni, probabilmente non le avrebbe potute descrivere.
Aveva guardato l’ora. Era poco dopo mezzanotte.
Il numero dell’ufficio di Laura Pietri, la ragazza morta, era il numero fisso che lui solo raramente aveva osato fare. Era il numero fisso di Zio Mario.
Elvis Re si era sentito tremare i polsi, si era subito guardato a destra e sinistra. Aveva spento velocemente la cicca, si era alzato, aveva riappoggiato sul comodino il cellulare dopo essere tornato alla schermata principale, si era vestito cercando di fare il meno rumore possibile, aveva spento la luce ed era uscito rapidamente. Aveva preso, naturalmente, la sua borsa. Era salito rapidamente in macchina.
Aveva acceso l’auto dopo avere appoggiato sigarette e borsa sul sedile del passeggero. Una breve retromarcia e poi la prima. Si stava lasciando alle spalle il motel dove aveva portato la ragazza, la gemella.
Andando via aveva dato un ultimo sguardo al motel dallo specchietto retrovisore. La luce della loro stanza era accesa.
Mossa aveva accelerato. Si ricordava perfettamente di averla lasciata spenta. Si era messo in autostrada, direzione Milano.
Al primo autogrill era sceso, aveva un po’ freneticamente preso la borsa. Gli era caduta, l’aveva sollevata ed era entrato nel locale. Aveva ordinato un caffè, lo aveva preso e si era seduto ad un piccolo tavolo di fianco alla libreria.
Di fronte a lui salami, prosciutti e funghi secchi.
Aveva tirato fuori il verbale. Aveva preparato tutto su Mossa e non sapeva minimamente chi fosse la vittima.
Ultimamente, del resto, si indagava sui potenziali assassini, ma neanche la polizia sembrava essere riuscita a farsi un’idea della vittima.
L’indirizzo: corso Buenos Aires, civico 13.
Lo stesso di Zio Mario, lo stesso dell’ufficio milanese dei Servizi, vero e proprio centro di contro informazione. Elvis Re era uno di loro.
L’interno era diverso. Numero 5. Esattamente di fronte all’ufficio numero 3, quello di Zio Mario.
Un pianerottolo con 3 interni. Il 3, quello dei Servizi, il 4, anch’esso dei Servizi e serviva per lo più da archivio di tutti i documenti pronti per saltare in aria. Il 5, dove lavorava Laura. Società di Pubbliche Relazioni.
Elvis Re si ricordava bene l’insegna, l’aveva vista parecchie volte.
Mai aveva pensato, mai avrebbe sospettato. Una copertura.
Evidentemente, stava concludendo, anche quell’ufficio era dei Servizi.
Aveva subito provato a chiamare Zio Mario. Era ormai l’una di notte.
Spento.
A Elvis Re cominciava a puzzare.
Elvis Re cominciava a temere che qualcosa gli stesse sfuggendo di mano.
Che qualcosa gli fosse sfuggito.
Che qualcuno stesse sfruttando i suoi errori.
Era uscito dall’autogrill, era salito rapidamente in auto. Aveva posato la borsa, si era assicurato che dentro ci fosse tutto, come se mai avesse avuto la possibilità, nel breve tragitto tra il bar e l’auto, di perdere qualcosa.
Si era immesso nella corsia verso le pompe della benzina. Le aveva superate e aveva ancora una volta guardato dallo specchio retrovisore.
Aveva scacciato via subito il pensiero.
Gli era sembrato di aver visto un’auto, una ka bianca, entrare nell’area di servizio. Gli era sembrato di aver visto brillare, alla luce dei fanali di un’altra macchina che stava puntando la ka bianca, due maglioni blu elettrici.

tredici

La sensazione di essere braccato era proseguita in auto. Notiziario di Rai 24. Pietro Mossa si era ucciso nella sua cella del carcere. Era stato fermato, accusato dell’omicidio della fidanzata.
Il giornalista, evidentemente scocciato di leggere notizie macabre alle due di notte, era parso alle orecchie di Elvis Re vagamente annoiato.
“Sarebbe stato controllato a vista, ancora mistero sulla sua morte”.
Elvis Re aveva schiacciato sull’acceleratore, perdendo di vista il proprio buon senso, la propria razionalità.
Poi, appena parcheggiata l’auto, si era sentito quasi ritrovato. Aveva rimesso alcune percezioni al loro posto. Semplicemente non poteva succedergli nulla, lui aveva controllato tutto, aveva lui il coltello dalla parte del manico. Si era osservato le scarpe mentre stava camminando.
Si era sporcato i Mocassini.
Elvis Re non aveva perso la sua capacità di mettere in fila le cose. Stava camminando rapidamente verso Corso Buenos Aires.
Chi gli aveva venduto le informazioni fondamentali per fregare Mossa?
Le due sorelle: la bicicletta, la storia dell’amichetto di Amsterdam.
Da Milano aveva avuto l’imbeccata, poi era dipeso interamente dalle loro informazioni. Avevano guardato lui quel giorno, mentre scattava di fronte alla casa della vittima?
E quella foto? L’aveva trovata o era cascato in un’esca?
Cremonesi aveva parlato di una donna. Elvis Re non sapeva se fosse stato Mossa o meno, altrimenti non ne sarebbe mai uscito.
Lui doveva solo fregarlo.
Poi era venuto a sapere in modo fortuito che la vittima lavorava proprio di fronte all’ufficio dal quale lo avevano mandato lì a fregare il suo fidanzato. E lei era morta.
E il suo fidanzato ormai era fottuto, morto: avrebbe occupato le prime pagine dei giornali per giorni e, soprattutto, si sarebbe imposto nell’immaginario collettivo come il mostro dell’autunno. Il mostro di settembre 2007. Il nuovo mostro, l’assassino e pure gay. Suicida.
Molto più di una confessione. Cose da vendere per mesi.
Elvis Re però era preoccupato mentre si recava verso il suo ufficio, l’ufficio dal quale prendeva gli ordini e del quale aveva sottratto la chiave, in modo molto abile, tempo addietro, a uno stupidissimo informatore.
L’informazione su Laura Pietri dapprima lo aveva spaventato, ora, a pochi passi dall’ufficio, lo stava infastidendo, per lo più.
La sua fama, la sua gloria, erano disturbate da quella nota stonata.
Come mai da Milano gli avevano nascosto questa notizia?
Come mai Zio Mario era sparito improvvisamente?
Elvis Re stava pensando che, una volta uscito dall’ufficio, dove tutto gli sarebbe sembrato normale, sarebbe corso a comprare le prime edizioni dei giornali.
Stava pensando che ci avrebbe bevuto su un cappuccino. E ci avrebbe mangiato una brioche, che la scopata di appena qualche ore prima gli aveva messo fame.
Aveva salito le scale e, lentamente e facendo il meno rumore possibile, aveva aperto la porta dell’ufficio.
A Elvis Re si era ghiacciato il sangue.
Gli passarono davanti il cappuccino, la brioche e le prime pagine dei giornali. Aveva fatto qualche passo, aveva acceso la luce.
L’ufficio era completamente vuoto.
Elvis Re aveva pensato rapidamente.
La storia del rapimento.
Pietro Mossa testimone.
La sua fidanzata lavora nei Servizi.
I Servizi vogliono fare fuori Pietro Mossa.
Una resa dei conti.
Zio Mario che coordina.
Quell’ufficio partecipa a una guerra interna.
Quegli uffici, stesso civico, stesso piano, avevano iniziato una guerra e lui senza saperlo era stato arruolato.
Laura Pietri viene uccisa.
Zio Mario c’è.
Pietro Mossa viene arrestato.
Zio Mario sparisce.
L’ufficio di Zio Mario che frega l’ufficio di Laura.
Qualcuno che frega Zio Mario.
Qualcuno che frega tutti.
Pietro Mossa si suicida.
Quell’ufficio, stava pensando Elvis Re, aveva perso una guerra.
Qualcuno aveva fregato tutti. Qualcuno aveva saputo sfruttare il conflitto e ne aveva preso le redini, governandolo, dirigendo, orchestrando.
Lui, Elvis Re, era una pedina.
Lui, Elvis Re, era stato utilizzato dai vincitori.
Lui Elvis Re, certe cose, per fortuna, le capiva al volo.
E la situazione non era per niente buona.
Per niente.
Elvis Re aveva sentito un fremito, una sorta di conato salire dallo stomaco. Era entrato nella stanza alla destra dell’entrata. Era la stanza di Zio Mario. Aveva acceso la luce. Era deserta, addirittura aveva potuto notare un po’ di polvere nell’angolo in fondo rischiarato da un faretto posto appena sopra. Aveva fatto due passi e si era accorto di una cosa, perché il conato lo aveva costretto ad appoggiare le braccia sulle ginocchia. Piegando il corpo e perché aveva avuto un sussulto e i suoi piedi quasi stavano inciampando, producendo un rumore strano.
Stava camminando su un immenso foglio di plastica trasparente.
Per terra c’era qualcosa. Si era chinato per raccoglierlo.
Un frammento di etichetta. Krizia Bermuda, c’era scritto.
Elvis Re, istintivamente aveva toccato la borsa e, al solito, aveva guardato rapidamente dentro. Aveva tutte le sue foto, i suoi scatti proibiti, le sue uniche fonti di guadagno e ricatto.
Aveva percepito qualcosa, qualcuno.
Aveva capito che qualcuno era dietro di lui.
Aveva capito che quel qualcuno dietro di lui era il vincitore della guerra.
– Quella puoi darla a noi.
Una voce, conosciuta, aveva destato Elvis Re. Una voce che proveniva da dietro. Una voce, o forse, aveva pensato lì per lì, due voci all’unisono.
Ci hanno fregato tutti, aveva pensato.
Aveva appena fatto in tempo a girarsi. Un oggetto piuttosto pesante gli aveva fracassato la testa. Una volta. Poi un’altra. Infine, in volo, un’altra ancora.
Stava mettendo in fila le ultime cose mentre stava cadendo e, una volta steso a terra, sanguinante e con gli occhi che non riuscivano ad aprirsi,
aveva lasciato cadere la sua borsa.
Gli occhi si erano riaperti.
Aveva visto raccogliere la borsa.
Poi.
Aveva sentito caldo, caldissimo, in testa.
Aveva sentito il sangue colare e il cervello ronzargli.
Aveva sentito che non si sentiva più le gambe.
Aveva visto e riconosciuto la plastica avvolgergli il corpo, la faccia, gli occhi, la bocca.
Infine si era accorto che stava smettendo di respirare.
Aveva ancora visto quattro scarpe dirigersi indietro e riconobbe, penzolante, la tracolla della propria borsa.
Poi, poco prima di emettere il suo ultimo respiro, aveva letto la marca delle scarpe.
All Stars.

November 19th, 2007

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