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Tanger a Zena

ho un amico che una volta mi ha raccontato una storia interessante. a me piacciono le storie. mi piace sentirle raccontare, leggerle. anche guardarle. al cinema a me non è che mi frega un granché se è girato bene o male il film, mi interessa che la storia sia bella. poi se è una merda, cinematograficamente parlando, non mi interessa. mi piacciono i dialoghi, lo slang, le battute sottili e le parolacce, spesso. questo mio amico le sa anche raccontare bene le storie.

che poi non è proprio amico amico, è una persona che vedo ogni tanto ormai. prima lo frequentavo, che andavamo allo stadio e in trasferta insieme. però a lui del calcio insomma, non gliene importava un granche’. belin, diceva, novanti minuti, che menata. fortuna, continuava, che vicino allo stadio ci sono sempre i bar. andavamo in trasferta e lui arrivava già ubriaco allo stadio. non gli interessava la partita, gli piaceva bere, fare l’idiota con qualche ragazza e basta.
infatti con lui io parlo di calcio, lui di donne. ci siamo divisi i compiti.
certe partite manco le guardava. si sedeva in gradinata, noi in piedi, lui giù seduto a fumarsi le sigarette, ms.
ogni tanto sentiva urla e imprecazioni, giastemme, sacramenti e porcubelin abate e mi chiedeva, successo qualcosa? e io, niente che tanto all’epoca non facevamo mai gol.

ne prendevamo pochi, anche, ma perdevamo uno a zero sempre. poi davanti c’era francioso che magari dieci anni prima era forte, ma ormai anche a lui non interessava della partita. avesse potuto si sarebbe seduto insieme al mio amico. secondo me francioso era uno che fumava di lungo.
questo ragazzo, questo mio amico, non fa niente per tre mesi all’anno. i suoi hanno un albergo, anzi due, in montagna e lui giugno luglio e agosto non lavora: sta a genova e poi vacanza. infatti sa un sacco di lingue. perfino un pò di arabo, dice. coi marocchini dei vicoli in effetti l’ho visto parlare e loro sembravano capire. belin, sti marocco, diceva, alcuni son nesci come un bebe’, i atri sun furbi da matti.
io dicevo timoumi, bouderbala ai ragazzini marocchini che incrociavo insieme a lui e loro ridevano. erano giovani e timoumi e bouderbala erano giocatori vecchi.
come se uno mi dicesse, Ah italia…conti, graziani, altobelli…
una cosa così. comunque lui nel periodo genovese non fa niente. si sveglia alle dieci, va al baretto del porto e si fa un bianco, che vuole iniziare la giornata col sorriso, dice.
che poi sto baretto non e’ un gran vedere. e’ un piccolo chiosco prima dell’imbarco delle navi per corsica, sardegna, crocierame vario. passa un sacco di mussa, quello si.
una mattina mi ha raccontato che è andato al baretto e ha ordinato un bianco. due sorsi e si accende la sigaretta, mi dice.
quando mi racconta che si accende una siga, significa che sta per portarmi in uno dei suoi racconti.
mi dice che un giorno entra un tipo, distinto, col pizzetto bianco, un pò grosso, con due cagnolini, che sembrava un po’ foresto a guardarlo all’aspetto. aveva un trippone, diceva, che sembrava san giorgio incinto.
ordina anche lui un bianco, cosa classica in quei bar. se non ordini un bianco non ti servono. a me una mattina proprio non mi andava e ho provato a chiedere una birra. lello, il proprietario del bar, non me l’ha data.
è calda, ha detto.
il bianco? fresco.
ho preso un bianco.
questo tipo distinto prima di bere chiede se poteva tenere i due cagnolini dentro al bar. il mio amico sostiene che avesse un accento strano che non sembrava neanche italiano.
u l’e’ un forestu, rivolto al barista, un po’ di soppiatto.
il barista dice di si e si fa un bianco pure lui, che era l’unico senza e non è bello. l’immagine di una città deve essere coerente, specie quando entrano dei viaggiatori.
poi il barista rivolto al mio amico, in genovese gli dice, Questo non è di qui sicuro e sorride.
la repubblica marinara, la superba. basta guardare un attimo la lanterna e la citta’ di mare si piscia addosso nella sua arroganza un po’ blasfema.
menimbelino, dice il mio amico.
il tipo alza gli occhi e in genovese stretto (questa è una licenza del mio amico che racconta bene le storie ma le condisce con un sacco di belinate solo sue, personalissime) dice, certo che sono di qui.
e prosegue.
che è nato a genova, ma che poi i suoi quando lui aveva dieci anni sono andati in marocco, a fare la bella vita.
il barista si assenta che deve leggere il secolo decimonono e si è già rotto i coglioni, che lui di storie ne sente tutti i giorni, e sente che questa è la solita storia del macacco che torna a genova.
allora esce dal bancone, si siede a un tavolo e inizia a leggere il secolo. che poi legge solo le ultime due pagine: genoa, con più attenzione, e doria sperando in qualche sfiga per i cugini.
il tipo prosegue, che in marocco è stato dieci anni a tangeri e il mio amico la conosce e fa il belinone, che c’è stato, bellissima, citta’ stupenda.
il tipo fa silenzio per un attimo, vuole dell’altro vino.
il mio amico, pratico e sveglio, prende la bottiglia e versa. il barista alza lo sguardo e prosegue nella lettura. era l’anno che il genoa aveva fatto una squadra della madonna, aveva preso stroppa, un fuoriclasse. infatti ci siamo salvati all’ultima giornata, comprando più o meno tutte le partite del girone di ritorno. secondo me.
il barista insomma sognava. illuso. illusi tutti, che avevo fatto anche l’abbonamento porca troia. e abbiamo perso anche con il castel di sangro, tre a uno in casa. umiliazione.
il tipo continuava a parlare. che si tangeri è magica. un bordello di lingue, odori, persone, droga, alcool, islam, europa, insomma un troiaio. e bastavano pochi soldi per fare i pazzeschi la’. e i suoi genitori avevano comprato un alberghetto scabercio.
un giorno nel loro albergo, arriva un tipo strano, un europeo e dice che rimarrà lì un pò. era un tipo strano, fumava di continuo e dopo due sere chiese dove poteva trovare dell’alcool che il the alla menta gli aveva fracassato il belino. hai voglia di dire che è il uischi marocchino. lui voleva del uischi vero. cognac, robe forti.
allora il tipo aveva quattordici anni quando è successo questo.
ma aveva gia’ occhi vispi: gli disse di provare nel bar di fronte all’alberghetto, che gli sembrava di vedere dei ciucchi la sera.
il tipo strano parve contento e per un pò lo vedeva solo entrare e uscire dall’albergo. dopo qualche giorno arrivarono degli amici del tipo strano, che era uno scrittore. si chiamava burroughs (barraugs, pronuncia del mio amico).
il mio amico che se la tira tanto non sapeva un cazzo di questa cosa, quindi era affascinato. intravedeva una storia di femmine procaci e esotiche.
allora sto tipo era uno scrittore, uno famoso, uno scrittore………maledetto!
uno cazzuto con due balle grosse così. uno che non le mandava a dire, che faceva una vita dissoluta, uno che scopava uomini e donne, che beveva che si drogava e poi scriveva delle cose allucinanti.
il mio amico me lo raccontava esaltato, come se con barraugs ci avesse pisciato insieme contro un muro tutte le sere.
e questo scrittore aveva fatto diventare l’albergo del tipo col pizzo bianco (che nel frattempo aveva iniziato il terzo giro. il mio amico no che lui vuole iniziare col sorriso, non con una risata della madonna, ma poi ha ceduto e si è fatto il secondo bicchierino) un posto famoso e avevano fatto la grana. roba che erano la famiglia più figa di tangeri. che gente ne veniva all’epoca.
quanti me ne sono scopati, dice il tipo col pizzo.
il mio amico ha strabuzzato gli occhi.
si si me ne sono scopati un sacco, ah tangeri.
insomma il tipo distinto era uno che aveva approffittato di questa situazione in maniera forte.
e poi un giorno era arrivato pasolini.
e qui il mio amico che lo aveva sentito nominare qualche volta aveva capito che aveva capito bene. e mi dice, ho capito li’ che dovevo ascoltare e farmi i cazzi miei che gia’ volevo raccontare di tangeri anche io.
Duï capitànii, barco in ti schêuggi. mi dice.
e pasolini si divertiva a tangeri che gli piaceva un sacco e poi anche l’altro aveva scritto dei libri su tangeri, ma lui il tipo distinto se ne era dovuto andare, che aveva fatto un casino con un marocchino e lì insomma trent’anni fa, ma anche ora, però certe cose, capisce?
si.
e allora via dal marocco. e è andato a granada due anni. lì a diciotto anni aveva anche iniziato a studiare che granada è una città internazionale, sa?
no.
eh l’alhambra el mirador, i bar, la spagna è più avanti, anche con franco era più avanti.
vabbè. insomma.
poi da granada era tornato a genova poi era andato in india. era appena tornato.
ah, disse il mio amico, come mai, chiese il mio amico.
e lui gli dice che è tornato per morire.
che ha la malattia del secolo e ormai vuole morire a genova, davanti al porto, che ha una casa da dove lo vede, da dove vede il mare e gli ricorda genova da piccolo e tangeri.
il mio amico voleva chiedergli se fumava che aveva preso il cancro. decise di non farlo e io gli faccio notare che ha fatto bene, che non parlava del cancro.
e di cosa scusa, mi chiede.
aids, dico.
eh? vabbe’ un tumore, vuoi dire.
comunque a un certo punto il tizio si alza e gli dice che ora va a casa che è stanco e non può stare tanto in giro che lì c’è vento e gli dà l’indirizzo se vuole andarlo a trovare che ha un sacco di storie da raccontare, se vuole.
saluta tutti e se ne va.
ora il mio amico che legge i romanzi porno mi ha detto che si era commosso che quel tipo gli aveva fatto tenerezza.
certo il cancro e’ una bestiassa, mi dice.
e che alla fine si e’ alzato anche lui, ha messo i soldi sul bancone e ha salutato il barista con la solita frase, quest’anno anemmu in A dritti come un fuso.

June 14th, 2005

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