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Tornare

Tornare a Milano dopo tanti mesi che non ci sei stato e’ un rito che ha qualcosa di estremamente sensibile. Tornare a Milano significa attraversarla e riprendere contatto con ogni singolo centimetro di asfalto, il novantanove per cento dei quali non sara’ cambiato di una virgola.

Arrivare un notte di agosto piovosa e senza stelle ne’ luna, e scendere dal treno dall’ultimo vagone, il viso bagnato dalla pioggia calda e lenta di milano mentre percorri i primi metri di banchina, primo abbraccio della citta’ in cui sei nato. Lasciar scorrere le righe gialle che contornano la banchina fino a che il grigio scuro del cemento bagnato non diventa un grigio chiaro reso giallognolo dai lampioni antiquati della Centrale. Nel punto di transizione tra i due grigi assaporare le volte di metallo e vetro della stazione e riabbassare lo sguardo per gustare i metri di banchina che ti separano dai tabelloni. Gustare ogni metro di tranquillita’ per prepararti al primo bagno di persone che ti aspettano alla fine del binario, gente di ogni eta’ ed etnia intente a scrutare i tabelloni di arrivi e partenze che li sovrastano, gente che attende persone che sono arrivate con te sullo stesso treno, gente che si sbraccia, che raccoglie la valigia, che litiga, che cerca con lo sguardo, che non trova chi cerca, che soffre in silenzio recuperando in fondo allo sterno un briciolo di dignita’. Passare indenne la prima folla di Milano prima di averla riconquistata ai propri sensi e’ una prova dura, ma i riti non possono certo essere solo misticismo e poesia.
Una volta superata la barriera delle scale mobili aggirarsi per il perimetro della stazione alla ricerca del tuo tram o del tuo autobus. Scambiare le prime parole con l’autista del mezzo per assicurarti che nel frattempo non siano cambiate le linee dell’atm e che prendendo il 9 non ti ritrovi a gratosoglio anziche’ in porta venezia. Nella maggior parte dei casi le parole che ti assalgono anche in una milano deserta nelle notti d’agosto portano accenti di altri paesi e di altre citta’. La carenza di accento milanese e’ un elemento che e’ parte del paesaggio urbano.
Osservare la pioggia che non cade piu’ sui tuoi vestiti e sulla tua pelle, sui tuoi capelli, intorpidendoli leggermente con il suo battere, ma che investe i marciapiedi, le strade, i vetri del tram, le pensiline, rinnovandosi costantemente nelle pozzanghere che sembrano testimoniare un ciclo continuo di pioggia che va avanti quasi tutto l’anno.
Scendere dal tram due fermate prima e inspirare a fondo l’aria calda e umida dell’estate milanese, riempirsi i sensi di tutto cio’ che ti ricorda la metropoli, i lampioni, le strade scivolose, il cielo scuro della notte e grigio anche quando dovrebbe essere blu, il silenzio precario e in bilico delle notti milanese, rotto ogni volta che si consolida da un qualche rumore della strada, da un auto, dai passi di un altro milanese vagabondo, dai tuoi stessi passi. Camminare rasente ai muri per evitare di prendere altra acqua e intanto guardare il colore della luce di milano, cosi’ diverso da ogni altra metropoli.
Una volta a casa lasciare lo zaino e cambiare le scarpe fradicie, e poi subito fuori a riprendere contatto con l’asfalto, con il cemento, le luci, i passaggi, le strade, i palazzi, i giardini, la gente, i rumori, i suoni e i suggerimenti della citta’.
Camminare fino a porta venezia seguendo la curva del tram, una fermata al volo nei tram deserti e popolati solo di migranti che tornano a casa dal lavoro anche quando il resto della citta’ nevrotica e operosa ha deciso di prendere una pausa.
Osservare come gli africani, gli indiani, i cingalesi, i cinesi abbiano superato gli autoctoni nella gara alla frenesia e alla mole di lavoro: in porta venezia ci sono solo bar eritrei, supermercati indiani, ambulanti cingalesi, ristoranti cinesi. E anche nei negozi non etnici chi ci lavora e’ tutto fuorche’ milanese.
Attorno una babele di lingue ti avvolge e ti sembra di sentire delle inflessioni anche nella lingua madre degli stranieri che ti circondano rendendoti a tua volta straniero appena arrivato in citta’, testimone delle caratteristiche che milano replica di ogni altra metropoli.
Camminare, camminare e ancora camminare fino a riappacificare il ritmo del cuore al ritmo dei passi sul selciato della metropoli, fino a percepire con ognuno dei sensi che il grigio diffuso della citta’ si e’ esteso alle tue arterie e ai tuoi nervi, ricoprendoli di una sensibilita’ diversa e particolare, di una sintonia totale con il reticolo di strade e quartieri e persone e luci e suoni di milano.

Saltare sul primo autobus e ricostruire un percorso possibile fino a casa, arrivare fino alla porta e infilarsi a letto, lasciando la finestra aperta perche la luce della citta’ ti accompagni nel sonno fino al risveglio. Prima di chiudere gli occhi, sdraiarsi e osservare dal buio cio’ che esiste fuori e cercare nei fantasmi invisibili di quello che entra dalla finestra cio’ che ti lega alla metropoli. Senza avere una risposta razionale da offrire a chi ti leggera’.

August 10th, 2005

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